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Aureliano: il breve splendore del ''Sol Invictus'' [ di Carlo Ciullini ]

Non tutti gli imperatori più conosciuti furono grandi principes: sovente, anzi, assunsero i connotati di veri e propri farabutti; tutttavia è possibile trovare, anche tra coloro che non giunsero a maggior fama presso i posteri, uomini dalle grandi capacità e degni certo di notorietà più gratificante.
Lucio Domizio Enobarbo appartenne a questa schiera: di più, fu forse uno dei migliori tra i sovrani che ressero Roma nel corso della sua intera storia.
Nato a Sirmio (nell'odierna Serbia) nel 214, egli seppe distinguersi sotto molteplici aspetti, tanto fu statista dotato di senno, coraggio, rapidità d'esecuzione, capacità di governo, perizia e sagacia bellica.
Il tragitto della cometa aurelianea nel cielo della Caput Mundi durò un solo lustro: l'imperatore proveniente dai Balcani regnò dal 270 al 275 dopo Cristo, morendo assassinato a sessantun'anni.
La sua ascesa alla porpora imperiale non è in verità avulsa da male azioni, ed è legata (ma ci meraviglieremmo?) a un fatto di sangue: nel 268, infatti, fu ordita una congiura contro Gallieno, imperatore tra i più eccelsi, da parte dei suoi generali.
A Milano il delitto fu perpetrato, oltre che da Aureliano, dai suoi complici Marciano, Eracliano e Claudio, che subentrò all'ucciso col soprannome di “Gotico”.
Riconoscente, Claudio affidò al suo braccio destro Aureliano l'incarico di comandare la cavalleria imperiale in qualità di “Magister Equitum”; nel 270, poi, anche il neo-imperatore se ne partì per i Campi Elisi, soccombendo non alle daghe dei congiurati, ma a una epidemia di peste. Giunta la notizia a Sirmio, sua città natale, dove Aureliano si trovava, l'esercito lo acclamò entusiasticamente come imperator.
La salita al Palatino, dunque, fu tutt'altro che precoce: cinquantasei anni, a quei tempi, rappresentavano ampiamente l'inizio della senilità.
Tuttavia, il vigore fisico e intellettuale del Pannone gli permise di porsi tra i benemeriti che seppero contrastare con efficacia la profonda crisi del III° secolo, crisi frutto di profonde lacerazioni, e ciò attraverso una serie risoluta di iniziative abbraccianti le principali prerogative di un sovrano: politica, guerra, economia e religione.
Per ciò che concerne quest'ultimo ambito Aureliano, nato da una famiglia di bassa estrazione sociale, fu profondamente influenzato dalla figura della madre Aurelia che, in qualità di sacerdotessa, celebrava il culto del “Sol Invictus”, da considerarsi in certo senso espressione di una fede monoteista.
Di derivazione orientale, come quelle di Mitra e di Cibele, la religione solare, introdotta a Roma dall'imperatore Eliogabalo, di origine siriaca, si rafforzò ulteriormente durante il quinquennio aurelianeo.
Pare che la venerazione dell'imperatore per il Sole, come detto già ancestralmente maturata da giovane, avesse trovato conforto in occasione della guerra portata contro Zenobia, la regina di Palmira, allorquando Aureliano invocò l'aiuto del Sol Invictus in vista di una vittoria che poi effettivamente gli arrise.
Adempiutosi il voto espresso prima della battaglia, l'imperatore fece erigere un tempio solare presso il cosidetto Campus Agrippae, dichiarandosi pontifex del culto medesimo.
La data del 25 Dicembre, invero basica anche per la cultura cristiana, fu stabilita quale annuale Dies Natalis Solis Invicti: solo una fortuita coincidenza, per due religioni diverse sì, ma proclamanti entrambe l'esistenza di un solo Dio...?
Aureliano giunse a sostenere che l'esercizio dell''imperio di cui godeva gli fosse stato conferito direttamente dal dio Sole: egli fu il primo sovrano ad arrogarsi il diritto a governare su mandato e volontà divina.
Da lì in poi, per secoli le dinastie regnanti avrebbero fondato la legittimità del proprio potere su tale prestigioso (e insindacabile) avallo.
Nella maggior parte dei casi i sovrani hanno dovuto, nel corso della Storia, governare con lo scettro in un pugno e la spada nell'altro: la condotta politica, infatti, veniva spesso espletata grazie all'uso della forza e col ricorso alla guerra.
Per Aureliano non fu diverso: nemici potenti difficili da debellare, interni ed esterni all'Impero, furono fonte di grave pericolo per lo Stato.
In pieno III° secolo non erano più occasionali le tracimazioni delle popolazioni barbare in territorio romano: la crisi profonda di Roma quale entità dalla estensione ecumenica, metteva in quel periodo fortemente a repentaglio la fragilità dei limina imperiali.
Popoli di ardimentosi guerrieri di ceppo germanico, Alamanni, Iutungi e Marcomanni invasero il Nord e il centro d'Italia, con il palese obiettivo di giungere sino al Lazio e alla Capitale.
Il primo tentativo, da parte di Aureliano, di fermare l'orda barbarica naufragò presso Piacenza, anche a causa di una imboscata che mise in rotta le legioni.
Esse riuscirono comunque a limitare i danni: è il Novembre 270, e il neo-imperatore s''era da poco insediato sul trono.
La riscossa romana ebbe comunque luogo nel Gennaio dell''anno successivo: a Fano Aureliano riuscì ad arrestare la marea montante, costringendo i Germani a ripiegare verso Settentrione.
Qui si attuò il capolavoro tattico del sagace princeps: nei dintorni di Pavia, sulle rive del fiume Ticino, egli conseguì un esaltante successo, la sua vittoria più prestigiosa in qualità di comandante dell'esercito imperiale.
Con soli quarantamila uomini (e perdendone diecimila) sbaragliò i barbari superiori tre volte per numero, facendone strage quasi completa, dopo averli costretti spalle al fiume.
Al termine della fortunata battaglia, Aureliano fu perciò insignito del titolo di “Germanicus Maximus”.
La sua affilata spada non si alzò soltanto per stornare le schiere selvagge dei barbari: anche nel ventre dell'Impero romano, a Occidente e a Oriente, si accesero fuochi perniciosi per la salute dello Stato.
E proprio perché sviluppatesi all'interno dei confini imperiali, le fiamme della rivolta erano da estinguersi senza indugio alcuno, pena una loro ulteriore propagazione.
Questa la complessa situazione geopolitica cui l'imperatore dovette far fronte: in sua mano restavano l'Italia, la penisola iberica, l'Africa, i Balcani e l'Ellade; Tetrico si era invece auto-proclamato imperatore delle Gallie, governando la Britannia oltre la Gallia stessa; Infine, a Est, la energica e ambiziosa regina Zenobia si arrogava, insieme al giovane figlio Vaballato, la piena influenza del regno di Palmira su Siria, Egitto e Asia Minore.
Aureliano poteva contare , in quel periodo, su un esercito imperiale piuttosto limitato quanto a effettivi: non più di 50-60mila uomini, pochi per coprire con efficacia un territorio tanto vasto.
Per tale motivo, rinsaldate le sue posizioni ai confini dell'Impero gallo-romano in modo da controllarlo compiutamente, il princeps stabilì di addivenire a un accordo di “tolleranza” con i ribelli palmireni: a Vabellato furono concessi i titoli di Imperator Orientis, Rex e Dux, oltre al diritto di battere moneta locale, con la propria effigie e quella della madre.
Tramite l'arte diplomatica, dunque, Aureliano riuscì a mantenere un pur indiretto controllo su una parte del suo Impero, altrimenti difficilmente gestibile.
Lo status quo a Occidente e Oriente di Roma si vestiva tuttavia dei panni della provvisorietà; due entità politiche estranee allo Stato, non soggette al suo controllo diretto, dovevano essere estinte comunque, in un modo o nell'altro, come fossero un morbo letale per l'integrità dell'Impero.
Aureliano, che già tante volte aveva dato sfoggio della propria abilità militare, non dubitò che la precarietà degli equilibri geopolitici determinatisi dovesse essere cancellata in modo deciso e risoluto.
Si volse così spada in pugno prima contro Zenobia e il figlio, poi verso Tetrico. Nel 272, a Emesa in Asia Minore, l'esercito palmireno fu sconfitto dal legittimo imperatore, che pose così fine alla fugace carriera di “regina ribelle” della fascinosa Zenobia: al termine della vittoriosa campagna orientale, Aureliano arricchì la sua già pingue sfilza di onoreficenze con gli appellativi trionfali di “Palmirenicus”, “Parthicus” e “Persicus Maximus”.
Alla fredda e cruenta determinazione in battaglia, il Pannone seppe però unire lucidamente nobiltà d'animo, adoperandosi con clemenza perché Zenobia non solo non fosse punita, ma potesse redimersi attraverso un''opera di “romanizzazione” che trovò nel suo matrimonio con un prestigioso senatore di Tivoli il suo naturale completamento.
La guerra portata ai gallo-romani si protrasse invece fino al 274, quando ai Campi Catalaunici (l'odierna Chalons) Aureliano mise in rotta Tetrico e i suoi: tuttavia, anche in questo caso, dando prova di accorta magnanimità, l'imperatore delegò l'usurpatore sconfitto al governo di Lucania e Calabria.
Il vincitore venne acclamato dal senato festante “Restitutor Orbis”: la integrità dell'Impero, dall''Oceano Atlantico al Mar Persico, era formalmente di nuovo salda.
In quei brevi ma intensi anni, pregni di felici campagne militari, Aureliano seppe, tra l'altro, anche frenare invasioni barbariche al di qua del Danubio, meritandosi così gli epiteti imperiali di “Gothicus” e “Sarmaticus Maximus”: una pletora di onori, certamente meritata, tanto fu il suo caparbio interventismo all'interno dei limina imperiali, a dispetto di una età ormai non più giovanile.
L'abilità poliedrica di Aureliano, la sua capacità di essere imperatore a tutto tondo, si manifestò sotto molti punti di vista: egli seppe infatti eccellere anche laddove non gli fu richiesto di montare il destriero alla guida dei suoi eserciti.
La profonda crisi che caratterizzò il III° secolo dopo Cristo, crisi che Aureliano attraversò appieno nei suoi cinque anni di governo, abbracciò infatti molteplici aspetti della realtà imperiale: la politica, la società, le vicende militari, l'economia.
Possiamo riassumere i draconiani interventi intrapresi dall'imperatore per arginare svalutazione e malversazione con un succinto concetto: lotta dura al Senato in campo economico-finanziario. Venne infatti ridotta la capacità di conio della Zecca capitolina e delle officine afferenti, privilegiando invece le emissioni monetarie da parte di altri centri imperiali: Lugdunum, Colonia Agrippinae, Antiochia. Ciò permise una circolazione più massiccia di denaro fresco, denaro sul recto e sul verso del quale vennero impresse le iniziali di Zecche e relative officine a discapito di quella sigla, “SC”, che indicava la funzione primaziale e consultiva del Senato in ambito di conio.
Non mancarono anche episodi cruenti, legati al malcostume e alla corruzione che imperversavano a Roma nell''ambiente finanziario.
A capo della rivolta dei monetarii (gli addetti cioè allo stampo del denaro nell'Urbs) si pose un tal Felicissimo, che intendeva in tal modo tutelare gli interessi ormai esclusivi dei senatori, i quali da tempo s'erano arrogati il diritto di batter moneta bronzea.
I colpevoli dei disordini, tra cui non pochi degli stessi senatori, furono duramente puniti, e alcuni di loro financo giustiziati.
Velocità decisionale e avversione al compromesso: queste due fra le qualità più brillanti dell'uomo Aureliano.
Infine, l'ultimo ricordo che egli ci ha lasciato, ricordo che è anche il più vivo: l'erezione delle ciclopiche mura che, portando il suo nome, abbracciavano Roma proteggendola saldamente.
La nuova cinta muraria, considerevolmente più ampia di quella serviana, sfiorava i venti km perimetrali: monumentali porte d'ingresso e grandi torri d'avvistamento fortificavano la mastodontica opera.
Le mura aureliane seppero difendere efficacemente la città per un secolo e mezzo circa; la loro stessa imponenza costituiva il miglior deterrente per chi avesse voluto anche solo pensare di attaccare la Capitale o, peggio, assediarla.
Ci avrebbero poi pensato i sacchidi Visigoti e Vandali, nel V° secolo, a far crollare Roma e ciò che ne rimaneva, mura comprese.
Aureliano parve davvero, per tutto il lustro durante il quale ricoprì la carica di imperator, uomo di forza e resistenza psico-fisica fuori dal comune, se rapportate poi a una età già avanzata (a cinquantasei anni Cesare moriva, mentre il nostro andava iniziando la sua parabola purpurea...).
In una immaginaria ripresa filmica accelerata, avremmo potuto vederlo, dall'alto, correre di qua e di là per le strade e i limina dell'Impero a rintuzzare ostinatamente (e con successo) sia le falle aperte donde esondavano i barbari, sia i tentativi di ribellione interni allo Stato.
Fu certamente tra i più grandi condottieri di Roma, e l'esperienza militare maturata sui campi di battaglia gli fu senz'altro d'aiuto nei momenti in cui necessitavano atti di forza.
Ma, vogliamo ripeterlo, al di là di tematiche prettamente belliche il princeps di origine pannonica seppe evidenziare inaspettate quanto validissime doti di statista, amministratore ed edificatore.
La repressione di tumulti esterni pericolosi per la salute pubblica; l'estinzione di fuochi ribelli minacciosamente accesisi; le efficaci manovre economico-finanziarie atte a contrastare la profonda crisi monetaria; il deciso intervento a livello urbanistico, che realmente mutò appieno l'aspetto strutturale della Caput Mundi...Il lascito storico dell'opera aurelianea, cui fu posta fine tragicamente con l'assassinio a Bisanzio nel 275, è di grande portata.
La discrasia tra la gloria toccata presso i posteri e la grandezza delle sue azioni lascia perplessi: è senz'altro auspicabile che, nei prossimi anni, possa prendere avvio un processo di rivalutazione, da parte di addetti ai lavori e semplici appassionati, di questa straordinaria figura di sovrano, perché Aureliano fu certamente uno degli imperatores più capaci su cui Roma abbia potuto contare.
Fu grazie a uomini poco reclamizzati come lui, come Gallieno, come Giuliano (e qualche altro potremmo ricordare) che l'Impero romano seppe porre freno, per quanto momentaneamente, al suo naturale e fisiologico declino.

Riferimenti bibliografici

AURELIO VITTORE, “De Caesaribus”, University Press, Liverpool, 1994 (in inglese)
DI DARIO BENIAMINO, “Il sole invincibile. Aureliano riformatore politico e religioso”, Edizioni di Ar, Padova, 2002
Documento inserito il: 29/07/2015
  • TAG: aureliano, impero romano, sol invictus, imperatori romani, sole invincibile

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