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La terra irriducibile: Tam Diu Germania Vincitur... [ di Carlo Ciullini ]

Al di là, brughiere fumanti di nebbia, foreste sterminate e tanto fitte da non far passare che un filo di luce mitigata, fiumi spesso ghiacciati e interminabili che si gettano in un mare freddo e oscuro...Di qua il paesaggio mediterraneo, solare quando non abbacinante, teporosamente accogliente e generoso nel prodigare i doni della natura.
Due mondi tanto diversi: il caldo regno del Sole da una parte, quello della fredda Luna dall'altra.
E ciò che è buio, che non si vede e non si conosce, intimorisce, spaventa, atterrisce. Questa era la Germania, agli occhi dei Romani, i conquistatori del mondo: e lo fu per secoli.
E, a vivere quotidianamente dentro questo mondo ignoto, miriadi di uomini e donne divisi in decine di tribù: Cheruschi, Catti, Suebi, Quadi, Marcomanni, Bructeri i nomi delle più grandi e potenti.
Roma, l'immensa Roma, capace di assoggettare i popoli dalla Lusitania all'Arabia, dalla Britannia sino ai confini del deserto nubiano, non riuscì mai a sottomettere le terre trans-renane se non in situazioni contingenti, relativamente a zone limitate e per periodi di breve-media durata.
Per i Romani, la nazione germanica costituiva per antonomasia la stirpe guerriera, impavida e selvaggia nel suo ardore letale: quanti esseri umani, quanti villaggi sconosciuti si estendevano al di là del grande Reno fino a toccare le steppe slave?
Pareva impossibile che terre tanto desolate e inospitali potessero contenere un numero così prodigioso di persone: ma la scorza di quei popoli barbari e tenaci era tanto coriacea da domare anche i climi più ostili.
Anzi, le asprezze del suolo, la rigidità per gran parte dell'anno delle temperature forgiavano con vigore le membra di quegli uomini e quelle donne, veri figli di una natura che nella sua avversità donava forza e impeto indomabile.
Roma combatté sempre i Germani, senza mai vincerli definitivamente: gente irriducibile, fiera, senza civiltà per chi non ne conoscesse a fondo gli usi e i costumi ma, nella sua semplicità, anzi nella ingenuità quasi infantile, assolutamente libera.
Difficile a credersi, ma fu Tacito, il più grande degli storici che Roma antica abbia regalato, a farsi massimo cantore delle qualità di questi barbari, gente dalla purezza innocente, e non toccata ancora dal vizio, dal lusso, dal totale scadimento etico-morale dei popoli cosidetti “evoluti”.
Tuttavia, egli non solo poneva a confronto le differenti anime di stirpi tanto diverse, ma metteva anche in guardia l'universo dei gentiles, quello della civiltà ordinata, simmetrica, catalogata e conosciuta che si opponeva al caos, all'ignoto, alla distonia barbarica.
Il grido d'allarme tacitiano è tanto ironico quanto amaro: “Tam diu Germania vincitur..” , da molto tempo, cioè, stiamo battendo i Germani...
Questa frase risuona al capitolo 39 del “Germania”, testo lasciatoci dall''autore (col titolo “De origine et situ Germanorum”) e fondamentale per una conoscenza etnografica (per quanto sommaria e non prettamente scientifica) delle popolazioni germaniche in piena era imperiale.
In effetti, le parole di Tacito riassumono con tagliente efficacia una situazione geopolitica di assoluto stallo, un equilibrio forzato dettato sia dall'incapacità romana di conquistare decisamente le terre a Est del Reno e a Nord del Danubio, che dalla inadeguatezza delle tribù a tracimare stabilmente in territorio imperiale, una volta varcate le barriere d'acqua.
Lo scontro sanguinoso tra legioni e turbe germaniche si è protratto in effetti per secoli, lasciando sostanzialmente invariati i limina imperiali: il Reno e il Danubio, silenziosi e possenti, hanno assolto al proprio compito di confine naturale tra la realtà civile e quella della barbarie.
Quando, negli ultimi decenni del II° secolo dopo Cristo, Marco Aurelio fu capace di spegnere le ultime resistenze di quelle tribù che gravitavano ai bordi dell'Impero, la situazione parve assestarsi in una relativa stabilità.
Ma già sotto la dinastia dei Severi, a cavallo del nuovo secolo, si intravedevano pericolose crepe nel sistema difensivo romano, che lasciavano filtrare, se non vere e proprie invasioni dei Germani, scorrerie oltreconfine certamente preoccupanti.
Nei decenni a venire, sempre più incontrastate, ampie falle avrebbero lacerato il limes acqueo: in tal modo, ampie enclavi germaniche si sarebbero introdotte sul suolo romano, un tempo sacralmente intangibile.
La storia in generale dei rapporti tra la Roma repubblicano-imperiale e la Germania, misteriosa e indomabile, è segnata da lotte cruente ed epocali, che graffiarono il continente a ondate e con alterne fortune: disfatte tragiche degli eserciti romani si alternarono a veri e propri stermini etnici di popolazioni venute dal Nord.
Pare certo provenissero dalle terre poste al di là dei confini settentrionali del mondo conosciuto, nell'odierna Scandinavia, le stirpi che avrebbero occupato poi le regioni centrali europee, dando vita alla Germania e al suo ammasso multiforme di genti e tribù.
E in effetti, furono due bellicose popolazioni partite dallo Jutland danese a imperversare furiosamente per il territorio della Repubblica, prima di essere definitivamente fermate alle porte dell'Italia, al termine di una lunga migrazione.
Il “Metus gallicus” che nel 390 a.C. aveva attanagliato i cuori dei Quirites, allorquando le orde celtiche di Brenno violarono il sacro pomerio, imperversando per le strade dell'Urbe per lunghi, angosciosi giorni, sembrava costituire un climax terrifico apparentemente insuperabile; ma i brividi corsi lungo la schiena romana un paio di secoli dopo, mentre la moltitudine dei Cimbri e dei Teutoni, seminando il panico, si riversava incontrastata per mezza Europa, parvero mai provati prima.
Un vero ciclone in carne e ossa, fatto di guerrieri, donne, figli e carri solcò le vie e i campi dei dominii romani senza poter essere arginato: era il primo, grande e spaventevole contatto latino con la realtà germanica.
Già due battaglie funeste, quella di Noreia (113 a.C.) e quella ancor più devastante di Arausio (105) avevano spazzato via i tentativi di resistenza all'orda barbarica.
Nel primo caso, trentamila milites si erano scontrati presso una località dell'odierna Austria meridionale con i Cimbri di re Boiorice, forti del doppio degli uomini: solo qualche migliaio di legionari aveva trovato scampo, grazie all'arrivo di un fortunale che interruppe l'impari lotta; nel secondo, Cimbri e Teutoni uniti, e formanti una marea sconfinata di duecentomila guerrieri, si abbatterono devastanti su una ventina di legioni romane, massacrandole.
La mastodontica migrazione pareva dilagare in modo irrefrenabile, e sembrava davvero utopico impedire a quella massa infernale di esondare in Italia, cancellati gli eserciti repubblicani mandatile incontro.
Ma i numi tutelari di Roma serbavano per la loro protetta un grande presente e un ancor più luminoso futuro, ponendo nelle mani di un genio militare quale Gaio Mario la salvezza della città.
Egli, col suo esercito composto da circa dieci legioni, seppe cogliere con abilità le occasioni propizie per confrontarsi con i barbari separati tra loro: nel 102 si scontrò con i Teutoni ad Aquae-Sextiae, in Gallia, e l'anno successivo con i Cimbri ai Campi Raudii, presso Vercelli.
Le cifre relative alle due battaglie lasciano senza parole, se riteniamo degne di fede le fonti antiche: i Teutoni avrebbero infatti contato un numero effettivo di guerrieri quasi triplo rispetto all'armata romana, e i Cimbri riversatisi nella Pianura Padana più che quadruplo.
Eppure Mario riuscì, in ambo i casi, a limitare al massimo le proprie perdite, sbaragliando i barbari e facendone strage.
I numeri concernenti l'ecatombe cimbrica sono impietosi: quasi centocinquantamila morti, e sessantamila sopravvissuti messi in catene e resi schiavi.
La carismatica figura di Gaio Mario costituì il deus ex-machina in grado di risolvere una situazione non drammatica, ma già tragica.
Il primo impatto col mondo germanico fu dunque crudele e sanguinosissimo.
Come due pugili stremati in mezzo al ring, Roma e la Germania tribale continuarono per decenni a scambiarsi pugni inani, senza riuscire a mettere k.o l'avversario: le legioni non ebbero mai concretamente la forza di addentrarsi e insediarsi stabilmente al di là dei grandi fiumi, mentre i Germani solo dal III° secolo della nostra era in poi riuscirono a penetrare profondamente nel territorio di un Impero già declinante.
Mezzo secolo dopo i trionfi mariani, fu il divino Giulio Cesare a battersi contro quelle genti irriducibili; nel suo “De Bello Gallico” il generale-storico ci testimonia, con la consueta asciuttezza e perizia tecnico-militare, gli avvenimenti che ne forgiarono la fama e la gloria anche se, a dir la verità, con i Germani egli sostenne un solo, grande scontro, non distante dal Reno: furono le epiche battaglie contro i Galli di Vercingetorice, il tratto saliente della sua memorabile campagna militare.
Riportiamo dunque il resoconto diretto del protagonista principale di quelle ore cruente, che allontanarono almeno momentaneamente la minaccia germanica in territorio gallico: gli invasori, passato il Reno, avevano infatti sconfitto duramente gli Edui, alleati del Senato e del popolo romano.
Il racconto è parte del I° libro della più rinomata opera letteraria cesariana.
E' un giorno di Luglio del 58 avanti Cristo: il generale e le sue legioni si battono con i Germani, riuniti sotto il comando del nobile suebo Ariovisto.
Cesare (…), sistemato l'esercito su tre linee -narra il futuro dittatore- avanzò fino all'accampamento nemico.
Solo a quel punto i Germani si videro costretti a condurre fuori le proprie schiere e a disporsi secondo le diverse tribù, le une parimenti distanziate dalle altre: Arudi, Marcomanni, Triboci, Vangioni, Nemeti, Sedusi, Suebi.
Collocarono attorno a sé i carri e le salmerie, perché nessuno nutrisse speranze di fuga”
.
Quindi, Cesare descrive le fasi tattiche della battaglia, battaglia che il suo genio militare seppe incanalare verso la vittoria completa malgrado la netta inferiorità nel numero dei suoi effettivi, al cospetto di barbari probabilmente tre volte superiori:
Egli stesso -racconta di sé in terza persona- guidò l'attacco alla testa dell'ala destra, dal momento che s'era reso conto essere molto debole quella parte dello schieramento nemico.
Al segnale convenuto, i nostri assalirono tanto veementemente, mentre il nemico balzava in avanti tutto a un tratto e con tale velocità, che mancò il tempo perché i giavellotti fossero scagliati.
Vennero dunque messi da parte, e con le spade ci si impegnò nel corpo a corpo.
I Germani, com'era loro uso -prosegue- formarono velocemente le falangi e resistettero all'assalto portato con le spade.
Furono visti non pochi soldati romani saltare sopra le falangi, strappare via gli scudi a mani nude e colpire dall'alto.
Mentre l'ala sinistra della schiera nemica era respinta e volta in fuga, quella destra con la propria azione pressava con violenza contro i nostri”.
Siamo all'epilogo e, come sempre, il grande condottiero non ha difficoltà a riconoscere il valore dei propri subordinati: “Il giovane Publio Licinio Crasso, comandante della cavalleria, trovandosi più libero nello spostamento rispetto a chi combatteva nel bel mezzo dello schieramento, accortosene inviò la terza linea in soccorso dei nostri messi in difficoltà”.
Per i Germani, è la fine: “Questa azione salvò il destino della battaglia: i nemici girarono le spalle e non si fermarono prima di aver raggiunto il Reno, distante cinque miglia circa da dove si era tenuto lo scontro.
Qui -conclude Cesare- furono assai pochi o a cercare di attraversare a nuoto il fiume, confidando nelle proprie forze, o a trovare delle imbarcazioni con cui porsi in salvo”.
Il comandante germanico, che aveva avuto l'ardire di sfidarlo, è descritto sconfitto e umiliato: “Tra questi c'era Ariovisto: egli trovò ancorata alla riva una barchetta, di cui si servì per fuggire: tutti gli altri Germani, invece, furono inseguiti dalla nostra cavalleria e sterminati”.
Tra le sconfitte epocali cui Roma andò necessariamente incontro, nella sua pluri-secolare storia di battaglie e conquiste, si annovera anche la famosa disfatta perpetrata proprio dai Germani nel Settembre del 9 dopo Cristo: nel corso di tre giorni da incubo, un'armata romana formata da tre legioni e guidata dal governatore Quintilio Varo fu ripetutamente attaccata da guerrieri germanici di diverse tribù, riunite sotto il comando del nobile Arminio, appartenente alla casa regnante dei Cheruschi.
In un ambiente surreale e claustrofobico, nella densa selva di Teutoburgo, ondate ripetute ed estenuanti di barbari, balzando d'improvviso tra i grossi alberi e dagli anfratti, attaccarono senza sosta le legioni incappate nel tragico tranello ordito dallo stesso Arminio, che tradì il suo ruolo di cavaliere ausiliario delle truppe romane, addentratesi con troppa sicurezza in quei luoghi ignoti.
Come piranhas famelici che scempiano il corpo di un grosso animale, facendone brandelli e riducendolo all'osso, nel corso di quelle tre interminabili giornate folate di guerrieri decimarono senza pietà le schiere imperiali in marcia, sino a eliminare, uno dopo l'altro, la quasi totalità dei quindicimila legionari della colonna.
Lo stesso Varo, sconfitto, si diede la morte, e decine di ufficiali e centurioni catturati furono financo immolati agli dei e agli antenati, su are improvvisate erette tra i boschi.
La celebre rappresentazione di Ottaviano Augusto che, errando inebetito per giorni tra le stanze del palazzo imperiale, batteva la testa sul muro gridando: “Varo, Varo...! Rendimi le mie legioni...!”, resta ancora, a distanza di venti secoli, sospesa tra realtà e mito.
Da quell'evento tanto funesto in poi, le legioni massacrate a Teutoburgo non furono più reintegrate con nuovi effettivi, e vennero cancellate per sempre: la XVII, la XVIII e la XIX non sarebbero più esistite.
L'onta che le aveva colpite, con due aquile dorate legionarie sottratte e una terza sparita, si macchiava di irreparabile.
Inoltre (aspetto, questo, ancor più importante), Teutoburgo segnò il fallimento definitivo del tentativo romano di penetrare nel cuore della Germania, soggiogandola e rendendola parte nuova e prestigiosa dell'ecumene imperiale.
In effetti, cadeva per sempre l''aleatoria provincia che l'Impero vi aveva creato una ventina di anni prima, e a prezzo di grandi fatiche.
Uno solo dei Romani, forse, e tra i più grandi, avrebbe potuto cambiare definitivamente la sorte del confronto tra l'Urbs e quelle terre alla frontiera del mondo civile.
Nel suo stesso nome pareva splendere un destino propizio all'impresa: Germanico Giulio Cesare.
Questo giovane comandante, nipote di Ottaviano Augusto e incaricato di vendicare la disfatta di Varo, trionfò dapprima contro tribù quali Bructeri e Marsi, riguadagnando così a Roma i territori perduti, e sconfisse poi i Germani nella grande battaglia di Idistaviso (16 dopo Cristo).
Qui, un esercito formato da legionari e un buon numero di alleati barbari (Batavi in primis) batté in uno scontro a più fasi la coalizione tribale composta da Arminio, il capo carismatico dei Germani che aveva tradito Roma a Teutoburgo.
In seguito a quella vittoria, il generale celebrò, nel fiore degli anni, un nuovo trionfo per le vie festose della Capitale, salendo al Campidoglio.
La determinazione di Roma nel conquistare l'umanamente possibile, la capacità mostrata di saper sottomettere in tempi via via più rapidi il mondo che le gravitava attorno, non dovevano dar adito a dubbi: anche la più tenace delle resistenze sarebbe scemata, prima o poi, dinanzi alla forza centrifuga dell'espansione romana.
Anche la Germania tribale, dunque, avrebbe fisiologicamente soggiaciuto alla potenza imperiale...
Ma la morte che colpì precocemente Germanico qualche anno dopo, mentre si trovava in Oriente, tarpò le ali alle speranze di chi aveva visto, in questo eccelso militare, l'uomo più adatto a suggellare il definitivo dominio romano sulle genti germaniche.
Da allora in poi, ci si limiterà soltanto all'assiduo controllo dei limina renano e danubiano: vista l'impossibilità della sottomissione, fu premura principale rinforzare i confini, affinché le orde barbariche non tracimassero.
Un tale, prudente esercizio di buon senso diede risultati positivi per un paio di secoli: dopodiché, le tribù germaniche avrebbero iniziato con sempre maggior frequenza azioni che da locali scorrerie si sarebbero trasformate in vere e proprie invasioni.
“Tam diu Germania vincitur...”: l'espressione di Tacito (siamo intorno al 98 d.C.) pare quasi un velato appello all'imperatore, ai suoi eserciti, al Senato perché ci si adoperasse per un intervento risoluto ad amplissimo raggio, finalmente decisivo per debellare il più ostinato dei nemici di Roma.
Ma l'amarezza stessa, che traspare da quelle poche ma affilate parole, lascia fin da subito poco spazio alla speranza di raggiungere un tale obiettivo.
A dire il vero, già altre “calde” zone di confine, quale ad esempio la Parthia, testimoniavano vivamente come fosse possibile, per una nazione forte e preparata militarmente, opporsi al secolare cannibalismo dell'Urbs.
Non il lontano Eufrate solcante il deserto, ma i ben più vicini Danubio e Reno, poco oltre le Alpi, impersonificavano quel limes, valicato il quale tutto ciò che v'era di ignoto e terribile poteva scatenarsi.
Il processo dialettico di Tacito è sofisticato: elogiare il sistema di vita germanico, presentandone con ammirazione le virtù e le qualità innate è un modo elegante (e non compromettente) per criticare la realtà della Roma imperiale.
E' un universo, quello delle tribù oltre-renane e trans-danubiane, che lo storico narbonense eleva ad assioma di purezza etico-morale, per quanto avvolta dalla barbarie; là dove invece brilli la civiltà, nel mondo superiore dei grandi popoli mediterranei, già da tempo vanno sbriciolandosi i valori fondamentali sui quali la civiltà stessa poggia la propria forza.
Ciò nonostante, per quanto ne dia una valutazione positiva, Tacito ritiene che la nazione germanica vada comunque vinta e assoggettata: vi vede, in effetti, già ben piantati i semi di una fresca energia che, in futuro, potrebbe sprigionarsi con grande vitalità e costituire, perciò, un pericolo reale per Roma, la padrona.
Quei popoli nordici son certamente rozzi, ma la loro gioventù e il loro ingenuo entusiasmo probabilmente riportano alla mente del nostro scrittore i tempi lontani e gloriosi di Roma arcaica, quando la positiva voglia di crescere e di imporsi su genti vetuste alimentava senza posa l'animo irruente dei Latini.
La realtà storica che Tacito disegna lucidamente può far male, nel suo sottile gioco di parole: “Tam diu Germania vincitur...”; tuttavia, era necessario riconoscere che ormai da secoli l'instancabile moto di dilatazione dei confini romani andava cozzando, alle porte di quella regione, con la ferrea caparbietà di genti libere che non accettavano intrusi nelle loro sterminate foreste e nelle pianure sferzate dai venti del Nord.
Tacito lo storico, Tacito il senatore aveva compreso appieno quanto quella terra irriducibile, non sottomessasi quando Roma era ancora nel pieno del vigore morale e il valore dell'etica tradizionale non s''era estinto, men che meno lo avrebbe fatto allora.
Dunque, un Impero più fragile, se non nelle sue armate, certamente nella sua anima; e, per Tacito, una certezza: la proiezione delle brulle lande germaniche all'interno delle mappe romane sarebbe rimasta eterna utopia.

Nell'immagine, Publio Cornelio Tacito.


Riferimenti bibliografici

TACITO, “La Germania”, Sellerio, Palermo, 1993
C.GIULIO CESARE, “De Bello Gallico”, Mondadori, Milano, 1991
Documento inserito il: 13/12/2015
  • TAG: antica roma, impero romano, gaio mario, arminio, selva teutoburgo, imperatore augusto

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