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Le persecuzioni dei cristiani: dalle origini al rescritto di Traiano [ di Yuri Leveratto ]

Normalmente le autorità romane esigevano ai popoli conquistati di incorporare all’interno di quelle società il riconoscimento delle divinità dello stato romano. Tuttavia non esigevano da quei popoli l’apostasia dalle loro divinità nazionali, e fu precisamente questa tolleranza religiosa che fece accettare ai popoli conquistati la dominazione romana.
Ogni popolo conquistato poteva continuare a rendere culto alle sua divinità, a patto che inglobasse anche le divinità romane. Ovviamente gli ufficiali e i soldati romani dovevano rendere culto primariamente alle divinità romane. L’unico popolo di tutto l’impero romano che costituiva un’eccezione era quello degli Ebrei. Essi furono in grado di assicurarsi certi privilegi e il diritto di continuare ad avere una religione esclusiva.
Questi privilegi che gli Ebrei avevano ottenuto, acquisirono forza anche perché, a partire dalla conquista romana dell’Egitto, della Grecia e del Medio Oriente, si era diffuso un certo sincretismo tra le varie religioni antiche. Con il tempo queste religioni avevano assunto un ruolo subordinato al culto dell’imperatore, “divinità vivente”, che fu istituito nel 42 a.C. da Caio Giulio Cesare.
Fu però con Ottaviano Augusto che il culto dell’imperatore iniziò ad avere caratteristiche particolari, soprattutto nelle province orientali dell’impero, con templi e sacerdoti propri e cerimonie derivate da culti preesistenti.
A partire dal 30-33 d.C. il Cristianesimo iniziò a diffondersi in tutto l’impero. Era una fede nuova, originale, basata sulla predicazione di un uomo, Gesù Cristo, che fu condannato a morte per crocifissione a Gerusalemme, sotto il prefetto Ponzio Pilato.
I seguaci di Gesù Cristo, credevano che lui fosse vero Dio e vero uomo, e sostenevano che fosse risorto il terzo giorno dai morti. Iniziarono così a diffondere la Buona Novella, il Vangelo, in tutto l’impero.
Se i cristiani si fossero accontentati di professare il culto a Cristo come “loro Dio”, avendolo collocato insieme ad altri dei nel “panteòn romano” e se, contestualmente, avessero reso culto anche alle divinità romane e all’imperatore, nessuno li avrebbe perseguitati e la loro religione sarebbe stata ammessa come una delle tante.
Ma i cristiani, fin dai primissimi anni dopo la Resurrezione, sostenevano che il loro Dio, era l’unico vero Dio, e che si era incarnato in una persona umana, Gesù Cristo, con lo scopo di “togliere il peccato del mondo” e salvare tutta l’umanità. Pertanto si negarono a rendere culto agli dei pagani e all’imperatore. Non sacrificavano al “genio” dell’imperatore e pertanto, secondo la morale romana, non propiziavano la prosperità di Roma e neppure le future vittorie militari di Roma sui nemici dell’impero. Al contrario, i cristiani arrivavano addirittura a pregare per i nemici di Roma, che dal loro punto di vista non erano visti come nemici, ma come popoli che ancora non avevano ricevuto la Buona Novella. Tutto ciò era visto dai romani non solo contro la morale, ma anche come sedizioso. I cristiani pertanto, non essendo compresi, erano addirittura visti come pericolosi.
I cristiani si appartavano da ogni situazione che potesse avvicinarli al culto degli dei pagani. Questo comportamento generò un odio della popolazione pagana verso i cristiani, che erano visti come contrari alla morale e alla cultura romana.
Questo atteggiamento ostile fu fomentato nelle grandi città anche dagli ebrei ortodossi, che si sentivano offesi dalle predicazioni di Pietro, Paolo, e degli altri Apostoli, che per loro erano ebrei che avevano abbandonato la legge mosaica e le tradizioni antiche.
Questo comportamento ostile ai cristiani crebbe e con il tempo essi furono accusati di ateismo, immoralità e opposizione allo stato. Queste tre false accuse furono confutate nel II secolo da vari apologisti cristiani, uno dei quali fu Giustino di Nablus.
L’origine delle persecuzioni cristiane deve essere trovata in due cause principali. La prima e più evidente è la negazione da parte dei cristiani della divinità dell’imperatore, e la negazione di rendergli culto.
La seconda causa può essere individuata nell’odio che le masse pagane avevano per i cristiani, odio generato dal fatto che i loro dei pagani venivano negati dai cristiani e pertanto non venivano “propiziati”.
La storia dei rapporti tra lo stato romano e i credenti nella fede cristiana, inizia però molto presto, pochi anni dopo la morte in croce di Gesù Cristo. In effetti Tertulliano riporta, nella sua opera “Apologetico”, i seguenti tre brani, molto importanti per comprendere come il nuovo culto fosse percepito a Roma.

Dunque Tiberio, al tempo del quale il Cristianesimo entrò nel mondo, i fatti annunziatigli dalla Siria Palestina, che colà la verità avevano rivelato della Divinità stessa, sottomise al parere del senato, votando egli per primo favorevolmente. Il senato, poichè quei fatti non aveva esso approvati, li rigettò. Cesare restò del suo parere, pericolo minacciando agli accusatori dei Cristiani”.
Tertulliano (Apolog. 5, 2)

"Da codesta vostra trascuranza si eccepisce contro di voi che non esiste quello che neppur voi mettere in chiaro osate. Un ben diverso ufficio al carnefice imponete nei riguardi dei Cristiani: a far si che essi, non già quello che fanno, dicano, ma che quello che sono, neghino. L'origine di questa dottrina, come già abbiamo esposto, risale al tempo di Tiberio. La verità ha avuto origine insieme con l'odio contro di essa: appena appare, è nemica. Tanti sono i suoi nemici, quanti gli estranei: e propriamente i Giudei per ostilità, i soldati per ricatto, quelli stessi di casa nostra, anche, per natura".
Tertulliano (Apolog. 7, 2-3)

Tutti questi avvenimenti riguardanti Cristo, Pilato, egli pure dentro di sè cristiano, al Cesare di allora, Tiberio, annunziò. Ma anche i Cesari avrebbero in Cristo creduto, se o i Cesari non fossero necessari al mondo, o i Cesari essere anche cristiani avessero potuto”.
Tertulliano, Apol. (21, 24).

Pertanto Tertulliano ci fornisce importanti notizie. Innanzitutto, che Pilato comunicò all’imperatore Tiberio i fatti di Gesù Cristo. Inoltre sappiamo che Tiberio sottomise al parere del senato, se il nuovo culto a Gesù dovesse o meno essere ammesso nel panteòn degli dei romani. Il senato però, forse perché fu informato dell’esclusività che i cristiani davano alla propria fede, rigettò l’accettazione del nuovo culto e pertanto lo dichiarò illecito.
Come giustamente fanno notare le studiose di storia Marta Sordi e Ilaria Ramelli (1), la maggioranza degli studiosi che ritengono che questi passaggi di Tertulliano siano delle interpolazioni successive, non ha considerato che Tertulliano o gli scribi che hanno riportato in seguito le sue opere, non avrebbero avuto alcun interesse ad inventare o ampliare una notizia dove si nega ai cristiani il diritto di professare pacificamente il loro culto. Secondo le due studiose italiane Tiberio voleva dare liceità a quella che per lui era una setta giudaica priva dell’odio insurrezionalista di alcune frange giudaiche.
Inoltre sempre la studiosa Marta Sordi, risalta che la notizia del senatoconsulto di Tiberio viene riportata anche in un’altra opera antica, l’Apocritico di Macario di Magnesia (2), peraltro riportata da Porfirio (filosofo platonico non cristiano), nella sua opera “Contro i cristiani”. Vediamo il passaggio corrispondente (Apocritico 2, 14):

...(Gesù) non apparve a molti uomini contemporanei e degni di fede, e soprattutto al senato e al popolo di Roma onde essi, stupiti dei suoi prodigi, non potessero, per comune consenso, emettere sentenza di morte, sotto accusa di empietà contro coloro che erano obbedienti a Lui”.
Vedasi nota 3.

Ecco pertanto che la frase di Macario di Magnesia non è in disaccordo con le frasi riportate da Tertulliano nel suo Apologetico. Vi è inoltre la testimonianza di Eusebio di Cesarea, nella sua Storia Ecclesiastica (4). Ecco così che fin dal tempo di Tiberio (che governò fino al 37 d.C.), il culto cristiano veniva considerato una superstizio illicita e pertanto non era conforme alla morale, anche se non era ancora perseguito legalmente.
In pratica la religione romana essendo “civica”, era intimamente legata con l’essenza dello stato. Per questo l’essere cristiano fu considerato molto presto come un crimine contro la morale.
La difficoltà nella quale si trovò il potere romano consistette nel fatto che i cristiani erano costituiti da gruppi di persone pacifiche, il cui unico “crimine” era quello di far parte di una religione che aveva una tendenza universale, che divulgava valori etici assoluti, come la carità, l’amore verso il prossimo, il perdono, l’umiltà, valori che non esistevano in alcun altro culto.
In realtà passò molto tempo prima che si attuasse una sistematica persecuzione diretta ai cristiani, in quanto il primo editto generale risale al III secolo.
Prima di ciò non vi fu mai un procedere giuridico unanime, che obbligasse tutte le autorità romane a combattere la religione cristiana. In ogni caso ogni persecuzione era giustificata dal fatto che “essere cristiano”, era un crimine contro lo stato.
L’imperatore Claudio (41-54 d.C.), fu abbastanza ostile verso i giudei. Da alcuni documenti in nostro possesso possiamo ricavare che fin dal 41 d.C. diede alcuni ordini tesi a non ammettere o espellere i giudei a Roma.
Innanzitutto vi è la sua lettera agli alessandrini, conservata al British Museum di Londra, in un papiro trovato nel 1924 (5).
Ecco il testo:

"Non si facciano entrare o avvicinare da Siria o Egitto Giudei naviganti verso terra, o ciò mi farà prendere sospetti più grandi: altrimenti in tutti i modi mi opporrò a loro come quelli che alimentano una piaga del mondo."

Proprio il termine “piaga nel mondo” ha fatto pensare che Claudio non si riferisse ai giudei ortodossi, i quali non pretendevano divulgare la loro fede tra i non giudei, ma ai giudei cristiani, che invece in particolare in Siria (Antiochia), stavano facendo proseliti tra i non giudei.
L’imperatore Claudio decise pochi anni dopo di espellere i Giudei da Roma (intorno al 49-50). Questo fatto si evince sia dagli Atti degli Apostoli (18, 1-2), sia dal testo “Vite dei dodici Cesari” di Svetonio, che riporta:

Dato che i Giudei, istigati da Cresto, provocavano costantemente dei tumulti, [Claudio] li espulse da Roma.

La maggioranza degli studiosi interpreta il nome “Cresto” come “Cristo” e di conseguenza individua che i tumulti furono causati dall'opposizione che crebbe tra i giudei di Roma nei confronti della predicazione del Vangelo dei giudei cristiani.
Il decreto comunque non era diretto contro i cristiani, ma contro i giudei, siano essi stati cristiani o ortodossi. Secondo Cassio Dione (6), l’espulsione non poté essere portata a termine, visto il numero notevole di ebrei che risiedevano a Roma, e pertanto fu cambiata nel divieto per i giudei di riunirsi in assemblee all’aperto.
Il primo imperatore che perseguì apertamente i cristiani fu Nerone (54-68 d.C.) Questo fatto si evince da un passaggio di Svetonio (Vita di Nerone, 16, 2):

"Sottopose a supplizi i Cristiani, una razza di uomini di una superstizione nuova e malefica.

Durante queste persecuzioni furono martirizzati a Roma gli Apostoli Pietro e Paolo, come si evince da varie fonti cristiane (7)(8).
Anche Cornelio Tacito, conferma che Nerone portò a termine delle persecuzioni contro i cristiani. Vediamo questo passo negli Annali (XV, 44):

"Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Christus, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato all'estrema condanna dal procuratore Ponzio Pilato".

Da questa fonte si evince che i motivi religiosi non erano ancora determinanti per la persecuzione. Più che altro era l’odio della plebe verso i cristiani, causato dal comportamento contro la morale romana dei seguaci di Cristo.
Agli occhi di Nerone comunque i cristiani non erano considerati così pericolosi e non avevano un’importanza sufficiente tanto da spingere il potere dello stato a porre in atto una legge specifica contro di loro. Non vi fu pertanto la promulgazione di alcuna legge contro i cristiani.
Dopo di ciò passarono circa trent’anni di relativa calma. Con l’imperatore Domiziano (81-96 d.C.), che ci fu una seconda persecuzione. Vi sono varie fonti cristiane dove si allude a questo fatto: in particolare la Prima Lettera di Clemente romano (cap. 45), e l’Apocalisse di Giovanni. Vediamo a tale proposito il seguente passaggio dell’Apocalisse (2, 12-13):

All’angelo della Chiesa che è a Pergamo scrivi: “Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli. So che abiti dove Satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di Satana".

Questo passo è un allusione al culto dell’imperatore considerato dio dai romani, in quanto proprio a Pergamo vi erano numerosi templi a lui dedicati.
In altri passaggi Giovanni descrive coloro i quali hanno disprezzato la vita fino al martirio (12, 11).
Svetonio, nella sua biografia di Domiziano, risalta che l’imperatore esigeva realmente di farsi venerare come fosse stato un dio, pertanto è abbastanza verosimile pensare che vari cristiani furono condannati per rifiutarsi di rendergli culto, specialmente nelle province orientali.
Cassio Dione ci racconta che Domiziano permise l’esecuzione di suo cugino, il console Flavio Clemente e di sua moglie Flavia Domitilla. Vediamo il passaggio corrispondente. Dione Cassio, Storia Romana (Libro LXVII, cap. XIV):

In quello stesso anno, Domiziano mise a morte, con molti altri, Flavio Clemente, allora console, malgrado fosse suo cugino e marito di Flavia Domitilla, sua parente. Tutti e due furono condannati per crimine di ateismo. Con questo capo di accusa, vennero condannati un gran numero di altri, che si erano fuorviati negli usi giudaici. Alcuni furono puniti di morte, altri con la confisca. Quanto a Domitilla, ci si contentò di relegarla nell’isola di Pandataria. Glabrione che era stato console con Traiano, accusato tra le altre cose, dello stesso crimine, fu messo a morte.

Entrambi furono accusati di ateismo, una delle accuse fatte ai cristiani. In effetti per i pagani, i cristiani sembravano atei, in quanto si negavano ad accettare i modi nei quali i pagani credevano che si manifestassero gli dei. Il culto cristiano, in special modo l’eucarestia, essendo intimo e silenzioso, era molto diverso dalle rumorose cerimonie del culto agli dei pagani. Cassio Dione afferma che queste accuse furono fatte verso molti che si erano appartati dalla religione degli ebrei (usi giudaici). E’ un indizio che si riferiva ai cristiani. Infatti i cristiani, pur essendo ebrei, si distinguevano dagli ebrei non cristiani anche perché esternavano la propria fede ai gentili, mentre nessun ebreo ortodosso, faceva proseliti tra i gentili.
In ogni caso Cassio Dione ci permette d’intendere che verso la fine del I secolo, sotto Domiziano, iniziò un processo d’accusa verso i cristiani. Alcuni furono messi a morte, ad altri furono confiscati i beni, mentre Flavia Domitilla fu mandata in esilio nell’isola di Ponza.
Vi è un altro caso di probabile persecuzione: quello di Acilio Glabrio (Glabrione nella citazione di Dione Cassio), che fu console nel 91 d.C. Anche lui fu messo a morte da Domiziano con l’accusa di ateismo. La sua appartenenza alla fede cristiana è quasi certa, visto che oltre ad essere stato condannato per ateismo come Flavio Clemente e Flavia Domitilla (vedi citazione di Cassio Dione) la sua tomba è stata trovata nelle catacombe cristiane di Priscilla, a Roma.
Il successore di Domiziano, Nerva, fece cessare le persecuzioni e permise agli esiliati di rientrare a Roma. Solo due anni dopo prese il potere l’imperatore Traiano, che regnò per diciannove anni, dal 98 al 117 d.C.
Innanzitutto durante l’impero di Traiano fu messo a morte il vescovo di Antiochia, Ignazio, che subì il martirio a Roma nel 107 d.C. Di lui ci sono rimaste le sei lettere alle chiese asiatiche e la lettera a Policarpo.
Per quanto riguarda i rapporti tra lo stato e la religione cristiana, abbiamo alcune fonti documentali dalle quali si possono trarre molte informazioni. Sono le Lettere di Plinio il giovane (governatore della Bitinia e del Ponto), all’imperatore Traiano e la risposta di Traiano a Plinio il Giovane, il famoso rescritto. Siccome Plinio il Giovane giunse in Bitinia nel 111 d.C., la corrispondenza tra lui e l’imperatore può datarsi nel 112 d.C. Ecco la Lettera di Plinio a Traiano (Epistularum libri decem, X, 96):

"E’ per me un dovere, o signore, deferire a te tutte le questioni in merito alle quali sono incerto. Chi infatti può meglio dirigere la mia titubanza o istruire la mia incompetenza? Non ho mai preso parte ad istruttorie a carico dei Cristiani; pertanto, non so che cosa e fino a qual punto si sia soliti punire o inquisire. Ho anche assai dubitato se si debba tener conto di qualche differenza di anni; se anche i fanciulli della più tenera età vadano trattati diversamente dagli uomini nel pieno del vigore; se si conceda grazia in seguito al pentimento, o se a colui che sia stato comunque cristiano non giovi affatto l’aver cessato di esserlo; se vada punito il nome di per se stesso, pur se esente da colpe, oppure le colpe connesse al nome. Nel frattempo, con coloro che mi venivano deferiti quali Cristiani, ho seguito questa procedura: chiedevo loro se fossero Cristiani. Se confessavano, li interrogavo una seconda e una terza volta, minacciandoli di pena capitale; quelli che perseveravano, li ho mandati a morte. Infatti non dubitavo che, qualunque cosa confessassero, dovesse essere punita la loro pertinacia e la loro cocciuta ostinazione. Ve ne furono altri affetti dalla medesima follia, i quali, poiché erano cittadini romani, ordinai che fossero rimandati a Roma. Ben presto, poiché si accrebbero le imputazioni, come avviene di solito per il fatto stesso di trattare tali questioni, mi capitarono innanzi diversi casi. Venne messo in circolazione un libello anonimo che conteneva molti nomi. Coloro che negavano di essere cristiani, o di esserlo stati, ritenni di doverli rimettere in libertà, quando, dopo aver ripetuto quanto io formulavo, invocavano gli dei e veneravano la tua immagine, che a questo scopo avevo fatto portare assieme ai simulacri dei numi, e quando imprecavano contro Cristo, cosa che si dice sia impossibile ad ottenersi da coloro che siano veramente Cristiani. Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani, ma subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni persino da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e i simulacri degli dei, e imprecarono contro Cristo. Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio, e obbligarsi con giuramento non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere nè furti, nè frodi, nè adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti. Fatto ciò, avevano la consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente, cosa che cessarono di fare dopo il mio editto nel quale, secondo le tue disposizioni, avevo proibito l’esistenza di sodalizi. Per questo, ancor più ritenni necessario l’interrogare due ancelle, che erano dette ministre, per sapere quale sfondo di verità ci fosse, ricorrendo pure alla tortura. Non ho trovato null’altro al di fuori di una superstizione balorda e smodata. Perciò, differita l’istruttoria, mi sono affrettato a richiedere il tuo parere. Mi parve infatti cosa degna di consultazione, soprattutto per il numero di coloro che sono coinvolti in questo pericolo; molte persone di ogni età, ceto sociale e di entrambi i sessi, vengono trascinati, e ancora lo saranno, in questo pericolo. Né soltanto la città, ma anche i borghi e le campagne sono pervase dal contagio di questa superstizione; credo però che possa esser ancora fermata e riportata nella norma."(9)

Ecco la risposta di Traiano a Plinio il Giovane (Epistularum libri decem, X, 97):

"Mio caro Plinio, nell’istruttoria dei processi di coloro che ti sono stati denunciati come Cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non può essere stabilita infatti una regola generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi messi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi."(10)

La prima cosa che risalta dal primo documento è la straordinaria diffusione del Cristianesimo nelle regioni della Bitinia e del Ponto nei primi anni del II secolo della nostra era. Plinio il giovane domanda all’imperatore se si doveva osservare alcuna età per il processo ai cristiani, e se si poteva perdonare chi si pentiva e tornava al culto degli dei. Inoltre, il cristiano doveva essere castigato solo per essere cristiano, anche se non ci fosse stato altro crimine, o solo si poteva castigare il cristiano che commetteva un crimine? In conseguenza di questa corrispondenza tra Plinio il Giovane e Traiano, molte più persone rispetto a prima si trovavano in una condizione di pericolo.
La risposta di Traiano fu concisa ma molto chiara. Per Traiano “essere cristiano” era già di per sé un crimine e doveva essere castigato. Però: “non li si deve ricercare”. Inoltre Traiano non fece distinzione tra cristiani cittadini romani e cristiani non cittadini.
Si conosce poco però lo sviluppo di questa persecuzione. Non si sa pertanto con certezza se la maggioranza dei cristiani di Bitinia e del Ponto furono giustiziati o inviati a Roma. Sappiamo però che ci fu una persecuzione in Macedonia attraverso la Lettera di Policarpo ai Filippesi (scritta possibilmente dal 110 al 115 d.C.). Vediamone una frase iniziale:

Lodi ai Filippesi per la loro benevolenza verso i fratelli imprigionati per Cristo, e per la loro salda fede.

Per concludere, la politica di Traiano nei confronti dei cristiani fu caratterizzata da una generale diffidenza. I cristiani, che si ostinavano a non sacrificare al “genio” dell’imperatore, dovevano essere messi a morte. Tuttavia nell’approccio di Traiano si nota anche una certa tolleranza, in quanto i cristiani non dovevano essere ricercati, e se fossero tornati ai culti pagani avrebbero dovuto essere perdonati.
In ogni caso il rescritto di Traiano influenzò tutta la successiva politica dello stato romano nei confronti dei cristiani almeno fino alla persecuzione sistematica dell’imperatore Decio (249-251 d.C.).

Nell'immagine, l'imperatore Traiano.


Note: 1-http://www.jstor.org/stable/20861540?seq=1#page_scan_tab_contents
2-il vescovo di Magnesia, Macario partecipò al sìnodo di Costantinopoli del 403 si veda: https://en.wikipedia.org/wiki/Macarius_Magnes
3- http://www.tertullian.org/fathers/macarius_apocriticus.htm#2_14
4-Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, II, 2, 1-6
5- 6-P. Lond. 1912 = CPJ II 153
6- Cassio Dione, Hist., LX, 6, 6
7-Martirio di Pietro: Prima Lettera di Clemente 5, 4
8-Martirio di Paolo di Tarso: Lettera di Ignazio di Antiochia agli Efesini, 12 (vi sono altre fonti).
(9)(10)-Traduzione all’italiano di A. Nicolotti
Documento inserito il: 15/02/2016

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