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La tana della Legione: i castra romani nella testimonianza di Polibio [ di Carlo Ciullini ]

I Greci intrattenevano con la natura un rapporto quasi metafisico, una sorta di adorazione che si doveva a una divinità smisurata, alle cui leggi intangibili ci si piegava ineluttabilmente: l'uomo ellenico adeguava alla natura tutto se stesso, evitando, per quanto possibile, di violentarla a uso e consumo delle proprie esigenze.
Se un'irta montagna si ergeva a contrastare il passaggio di una strada, in Grecia ci si conformava all'ostacolo naturale stabilendo un perfetto equilibrio ambientale tra opera umana e realtà fisica: ecco, dunque, che il bianco, polveroso nastro del cammino si adagiava sinuoso lungo le pendici del monte, avvolgendolo con tornanti e spirali melliflui che ne lasciavano immacolata l'orografia, caparbio tentativo di non deflorare sprezzatamente la purezza innocente del paesaggio.
Per i Greci, la natura comandava, dettando i tempi e i modi dell'agire umano.
I Romani, invece, non la pensavano così: niente, per essi, poteva stare al di sopra della loro ferrea voluntas.
Un ostacolo non era qualcosa da evitare, o circumnavigare, ma una entità che si frapponeva a uno scopo, e che pertanto andava eliminata, anche violentemente.
Questa era Roma. La natura non poteva arrogarsi alcun diritto, dinanzi alla grandezza della Respublica prima, e dell'Impero poi: era d'obbligo doversi inchinare alla più grande potenza che il mondo occidentale avesse mai conosciuto.
Una montagna che, lungo un itinerario, si fosse posta di mezzo alla congiunzione diretta tra due località importanti, non andava accarezzata, blandita come avrebbero fatto i Greci, quasi scusandosi per il fastidio arrecato alla incorruttibilità del paesaggio ma, invece, doveva essere percossa e sventrata.
Per Roma, l'estetica avrebbe sempre dovuto lasciare il passo alla praticità.
Una strada adagiata come un ricamo su un colle è mirabile a vedersi, senza dubbio: ma il culto del bello ad ogni costo è una prerogativa tutta ellenica; per i Latini, e per la loro forma mentis, fondamentale era il fatto che ogni cosa intrapresa ricoprisse un fine pratico, e che si distinguesse per celerità e efficienza.
Così, una via aperta nel grembo di una montagna, un solco per quanto possibile perfettamente rettilineo attraverso le viscere della dura terra, risultava la soluzione di gran lunga preferibile per far risparmiare tempo e denaro.
E se per attraversare il cuore granitico di un massiccio montuoso era necessario scavare, perforare, svuotare, con un costo di forze e di fatica immani, poco importava, giacché il guadagno si sarebbe concretizzato una volta compiuta l'opera, con una galleria velocemente attraversabile.
Quante ore in più, invece, sarebbero state perse, se impiegate a percorrere un tragitto inerpicato sulle pendici rocciose, tra dirupi, boschi e torrenti: la strada greca era un inno alla selvaggia bellezza della natura, ma troppo, troppo lenta e poco comoda per un Romano, gente che andava di fretta perché aveva, sempre, molte cose da fare.
Questo silente adagiarsi, da parte dell'uomo greco, sulla natura stessa, questo rispettoso adeguarsi ai suoi canoni immutabili, non traspariva soltanto dalle opere di ingegneria e urbanistica civile: anche in guerra lo schema d'approccio era il medesimo, e la costruzione, ad esempio, di un accampamento militare ellenico perseguiva lo stesso rituale, cioè sfruttando la configurazione del terreno in modo da rendere esso stesso, e con poco spreco di sudore, saldo elemento difensivo.
Un grande scrittore, proveniente dal Peloponneso e dunque profondo conoscitore delle cose patrie, la vedeva in effetti così: “Gli Ellenici quando si accampano ritengono della massima importanza adattarsi alle difese offerte dai luoghi, perché cercano di evitare la pena di scavare fossati e perché, allo stesso tempo, pensano che le fortificazioni artificiali non abbiano la stessa efficacia delle difese fornite ai luoghi dalla natura.
Perciò
-prosegue- nella disposizione generale del campo sono costretti ad adattare qualunque schema, e altre volte a trasferire le parti in punti diversi e inadatti: di conseguenza nessuno conosce con certezza, nell'accampamento, né la posizione individuale né quella del suo reparto”.
Così conclude amaramente Polibio la disanima di quella che appare, se non indolenza, almeno mala organizzazione da parte dei suoi compatrioti.
I Romani invece-ammette lo scrittore, non celando, al contempo, la propria ammirazione nei loro confronti- preferiscono affrontare la fatica di scavare fossi e gli altri lavori che si accompagnano a questi, per la comodità e la possibilità di avere un solo accampamento noto a tutti, che rimane sempre lo stesso”.
Questo il pensiero di uno dei più importanti storici del periodo repubblicano.
Il suo contributo assume una duplice valenza: alla perizia polibiana in campo militare (sia dal punto di vista tattico-strategico che da quello della conoscenza metodica delle variegate caratterizzazioni etniche) si unisce il fatto, fondamentale in questo caso, che il nostro storico fosse un greco puro, di stirpe e di intelletto.
Nato infatti a Megalopoli, in pieno Peloponneso, e cavaliere della Lega Achea che intendeva, invano, contrapporsi alla espansione romana in Ellade, una volta sconfitto e caduto prigioniero divenne un colto protetto della élite aristocratica dell'Urbe, in primis della famiglia degli Scipioni.
Le grandi competenze e l'abilità letteraria di Polibio ammaliarono i nobili della capitale di quello che era già, in pectore, un Impero in rapida ascesa.
Frutto di questo simbiotico rapporto furono le epocali “Storie”, narranti la portentosa espansione mediterranea di Roma vista attraverso l'ottica di un greco, uomo per ceppo e cultura già naturalmente predisposto a porsi in una posizione privilegiata di analisi storiografica.
Egli, toccando con mano l'evolversi degli eventi, acquisì piena consapevolezza dell'ardore irrefrenabile della Respublica nel voler estendere, senza limitazioni territoriali né soluzione di continuità, il raggio del proprio dominio.
Una caparbietà indefessa, quella romana, nel raggiungere i propri obiettivi: né il tempo, né lo spazio fisico (la natura, le altre popolazioni) potevano ergersi ad ostacoli di questa espansione.
Il pieno equilibrio che l'uomo ellenico (e, quindi, Polibio stesso) aveva fisiologicamente raggiunto, nel corso dei secoli, tra essere umano (anèr) e natura (physis), crollava, invece, se trasferito nella mentalità latina: strade, ponti, acquedotti, i limiti che la natura poneva dinanzi a Roma dovevano essere superati, e in qualunque modo.
La descrizione dell'accampamento greco, che si adegua sinuosamente al tòpos, non oltraggiandolo ma, anzi, lasciandolo intatto, si scontra in modo paradigmatico con la rappresentazione che lo storico tratteggia del tipico campo militare romano, il castrum, dove tutto, ad iniziare dalla natura stessa, si inchina alla potenza di Roma, modellatrice assoluta, per proprio vantaggio, della realtà.
Una realtà, quella fisica, che, come abbiamo già evidenziato, l'Urbe plasma a propria immagine e somiglianza, percuotendola, abbattendola per poi innalzarla nuovamente, spianandola e solcandola in profondità.
La erezione dei castra è una testimonianza tangibile di questa mentalità tutta latina: la natura si fa ancella di Roma per sostenerne materialmente la grandezza e la forza.
Dopo una marcia estenuante o al termine di una dura battaglia, l'oplita greco e il legionario romano agivano davvero in modi molto diversi tra loro.
Il primo, deposta lancia e scudo, innalzava le proprie tende notturne là dove si trovava, tra alberi e balzi, facendo delle rocce e del terreno accidentato i propri bastioni difensivi; il miles, invece, pur al termine di una giornata spesso prostrante, si metteva alla ricerca del luogo più adatto (di solito, uno spiazzo esteso, possibilmente vicino a una fonte o a un corso d'acqua) e vi erigeva un vero e proprio campo fortificato, fornito di palizzata, trincee scavate profondamente, porte d'ingresso e strade interne principali e secondarie: un prodigio di ingegneria militare ma, soprattutto, un miracolo di volontà e tenacia che cacciavano in un angolo fatica e indolenza.
Il castrum, qualunque dimensione avesse avuto, rappresentò sempre, nella storia di Roma, un pezzo dell'Urbe trasferitosi a decine, centinaia, migliaia di chilometri di distanza dal Tevere: una sorta di enclave, un avamposto fisico affermante la presa di possesso di una terra straniera.
Come un'enorme lumaca, la legione in giro per l'ecumene si trascinava dietro la sua casa, assemblandola e smontandola all'occorrenza: una specie di grande abitazione modulare, un mega-prefabbricato adatto a ogni bisogna.
Il castrum romano, con la sua inconfondibile skyline, facilmente riconoscibile anche a distanza, si ergeva davvero a simbolo della superiorità militare e, diremmo oggi, “tecnologica” dell'esercito legionario rispetto agli avversari.
L'accampamento si faceva bastione avanzato di Roma, costituendo non di rado il primo mattone di quella che, in seguito, si sarebbe poi sviluppata come vera e propria città, o borgo.
In molte località italiane (ad esempio, il centro storico di Aosta, l'antica Augusta Praetoria, o l'odierna Piazza della Repubblica a Firenze) e al di fuori della penisola, è ancor oggi evidente l'originaria planimetria castrense che ha dato poi il via, da primordiale accampamento, a vere e proprie entità urbane.
Il castrum rappresentava a tutti gli effetti la “tana” della legione, il luogo fortificato e sicuro dove questa poteva recuperare le forze dopo una dura battaglia o una marcia spossante, oppure riposarsi, facendo il pieno di energia in vista di uno scontro imminente o di un trasferimento impegnativo.
Ma, probabilmente, più di ogni altra cosa quell'ampio quadrato ligneo simboleggiava, come un enorme vexillum saldamente piantato, la potenza di Roma che, miglio dopo miglio, contrada dopo contrada, regione dopo regione andava allargando a dismisura i confini dei propri possessi.
Sostenuto da una complessa rete viaria, tuttora efficiente e sbalorditiva per estensione e funzionalità, il collegamento tra i castra, tra gli avamposti, i valla e i presìdi militari permetteva a Roma una gestione logistica del suo dominio, tale da porla nettamente al di sopra di ogni altra realtà politica coeva.
Roma non fermava le sue mura sulle rive del Tevere, adagiandosi molle sui suoi colli: ogni palizzata, ogni trincea mordeva invece la polvere dei mille angoli dell'ecumene, con il mondo ben serrato nelle fauci della lupa capitolina.
Facciamoci accompagnare da Polibio, dunque, nella descrizione di quei castra che egli, in qualità di storico al seguito dei grandi generali romani della sua epoca (Scipione l'Emiliano per primo) visionò direttamente, durante la sua partecipazione alle campagne nei vari teatri di guerra.
Le descrizioni polibiane inerenti al mondo bellico-militare sono proverbiali per accuratezza e profondità.
Non è da meno quella con cui tratteggia le caratteristiche del tipico castrumromano di età repubblicana (siamo in pieno II° secolo avanti Cristo):“Adottano questo tipo di accampamento: una volta scelto il luogo per la fortificazione, al suo interno la tenda del comandante occupa sempre la posizione più favorevole a una visione complessiva del campo e, al tempo stesso, alla trasmissione degli ordini.
Non appena è collocato il vessillo nel punto in cui intendono piantare la tenda
-continua Polibio- attorno a esso viene misurato uno spazio quadrato, in maniera che tutti i lati distino cento piedi dal vessillo e l'area misuri quattro pletri.
Poiché ci sono sei tribuni militari per ogni legione, e sono sempre due le legioni romane che accompagnano ciascun console, ne consegue necessariamente che dodici tribuni militari debbano prestare servizio con ciascuno dei due consoli.
Ebbene, le tende di costoro sono tutte allineate su una unica linea retta, parallela al lato del quadrato scelto in precedenza. Le tende dei tribuni militari sono l'una a eguale distanza dall'altra
”.
La rappresentazione che Polibio ci lascia, e di cui facciamo comunque un sunto, colpisce per la meticolosità quasi maniacale palesata dallo storiografo greco: “Dopo aver misurato ancora cento piedi in avanti rispetto a tutte le tende, cominciano a installare gli alloggiamenti della legione.
Essendo l'insediamento dei cavalieri, nel mezzo delle tende dei tribuni militari, una sorta di strada perpendicolare alla linea retta citata, dietro ai cavalieri pongono i triari dell'una e dell'altra legione
”.
Ancora: “Stanziano i principes dinanzi ai triari, e dopo i principi dispongono gli hastati.
Poiché, secondo la suddivisione iniziale, tutte e tre le classi comprendono dieci vessilli, ne derivano strade tutte di egual grandezza
”.
L'opera polibiana risulta di fondamentale importanza ai fini della conoscenza storiografica moderna.
Ci è oggigiorno possibile ricostruire la mappatura e la struttura tipica di un campo romano di duemila e passa anni fa, grazie anche al valido contributo di fonti quali quella rappresentata da Polibio: unitamente alle ricerche archeologiche, le testimonianze dirette e coeve giunte sino a noi apportano, a buon diritto, dati fondamentali per saperne di più sullo sviluppo planimetrico, logistico e organizzativo del castrum.
Spicca, nel racconto polibiano, la suddivisione della fortificazione in base alla varietà dei corpi militari componenti le legioni acquartierate.
Si continua: “Calcolando ancora uno spazio di cinquanta piedi a partire dagli hastati, stanziano di fronte a questi i cavalieri alleati.
Il numero degli alleati è, per i fanti, quasi uguale a quello dei fanti delle legioni romane, e per i cavalieri doppio, una volta tolta anche da questi la terza parte, destinata ai corpi scelti (gli ''extra-ordinarii'').
Mentre prendono posizione in questo modo in ogni settore
-specifica il nostro Polibio- tengono il sesto squadrone di cavalleria a una distanza di cinquanta metri dal quinto, e in maniera analoga anche le compagnie dei fanti, sicché si forma un'altra via in mezzo alle legioni, perpendicolare alle strade e parallela alle tende dei tribuni militari, detta “Quintana” perché si distende lungo il quinto squadrone e il quinto manipolo”.
La pignoleria descrittiva di Polibio ci affascina: il suo spirito d'osservazione, da esperto militare ed eccelso scrittore quale egli fu, dipana compiutamente un quadro esauriente.
Scrive ancora lo studioso greco: “Lo spazio situato dietro le tende dei tribuni militari, che si trova sui due lati dell'area che circonda il pretorio, è destinato da una parte al Foro, dall'altra al Questorio e ai rifornimenti là depositati.
Dietro l'ultima tenda dei tribuni militari si trovano uomini selezionati tra i cavalieri scelti e alcuni di quelli che prestano servizio volontario per debito di riconoscenza verso i consoli.
Di fronte a questi
-sottolinea l'autore di Megalopoli- guardando verso la palizzata, si trovano i fanti che svolgono un servizio analogo a quello dei cavalieri (i ''dilecti'')”.
La descrizione del castrum volge così al termine, caratterizzandosi ancora per esauriente completezza: “Lungo il suo lato superiore si stanziano i cavalieri alleati scelti (''extra-ordinari''), che guardano verso il foro.
In corrispondenza di questi cavalieri vengono collocati, ancora, i fanti alleati scelti, che guardano verso la palizzata e il lato posteriore dell'intero accampamento.
Lo spazio vuoto che resta da ciascuna delle due parti, ai lati di costoro, è assegnato agli stranieri e agli alleati che occasionalmente sopraggiungono (gli ''auxilia'')”.

Conclude Polibio:“Con questa disposizione, l'accampamento ha la forma complessiva di un quadrato, mentre nei particolari della sua divisione in strade e nella restante organizzazione ha un ordinamento in tutto simile a quello di una città”.
Poniamo fine alle efficaci pennellate con cui Polibio dipinge minuziosamente il suo quadro castrense, regalando la vivace, finale descrizione ch'egli fa di un mastodontico complesso, un accampamento tanto esteso da poter quasi esser ribattezzato “Castrum maximus”, capace di accogliere varie decine di migliaia di soldati: “Quando si riuniscono in un unico campo tutte le legioni ed entrambi i consoli, dobbiamo solo immaginare due eserciti che, stanziati nel modo appena descritto, siano disposti insieme, rivolti in senso contrario tra loro e toccandosi nel punto in cui sono situati i soldati scelti dei due eserciti, che sono rivolti verso il lato posteriore dell'intero accampamento.
In tal caso, la forma assunta dal castrum diviene oblunga [e rettangolare,n.d.A], la superficie doppia rispetto alla canonica e il perimetro una volta e mezzo più grande
”.


Riferimenti bibliografici
POLIBIO, “Storie”, Bur, Milano, 2006
Documento inserito il: 27/07/2016
  • TAG: legioni, repubblica, impero romano, accampamento, castrum, polibio, storie

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