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Calgaco e l'accusa all'imperialismo romano [ di Carlo Ciullini ]

Nell'83 dopo Cristo (o nell'84, la data non è appurabile con esattezza, vista l'esiguità delle fonti) in un luogo non ben identificato si svolse in Britannia una battaglia passata alla Storia, quella del Monte Graupio.
Più che per l'esito finale, l'evento bellico è ricordato per il famoso sermone che lo precedette.
Fu proferito, secondo quanto ci riporta Tacito nel suo “Agricola”, da Calgaco, capo designato dalle genti di Caledonia.
I Caledoni rappresentavano gli antenati degli odierni Scozzesi, e vivevano di conseguenza nella parte settentrionale della grande isola d'oltremanica: Roma, già conquistata la parte sud del paese, tentava di assoggettare quei territori aspri e ignoti risalendo via via verso nord.
L'esercito britannico schierato sulle pendici del monte, il fior fiore delle tribù là stanziate, esprimeva il tentativo estremo di quei popoli di non cadere del tutto asserviti a Roma: la quale, dal canto suo, incontrava difficoltà a occupare completamente quell'isola nebbiosa e piovigginosa, così lontana dall'Urbe e dal suo Tevere, scintillanti di sole.
A ciò si univa lo spirito fiero dei suoi abitanti, proprio delle stirpi celtiche.
Nell'“Agricola” Tacito descrive con la consueta, penetrante asciuttezza l'indole orgogliosa di quelle genti: “Esse sono pronte ad accettare leve, tasse e ogni altro onore imposto dalla sudditanza, a patto che non si eserciti ingiustizia; questa sola non sopportano, ormai abbastanza sottomessi per obbedire, ma non per far da servitori”.
Dinanzi a trentamila guerrieri, ci narra lo storico, uomini valorosi pronti a sfidare l'esercito romano, meno numeroso ma più preparato e organizzato militarmente, Calgaco tentò di infondere sacro furore nei cuori dei suoi, pronunciando parole divenute icone del pensiero universale anti-imperialista.
Dopo la battaglia, cruentemente perduta, Calgaco sparirà per sempre dalla scena storica, e di lui non si saprà più niente: perì nello scontro? Fu tra coloro che, pur in rotta, riuscirono a trovar scampo nelle fortezze inaccessibili sulle montagne delle Highlands?
Nessuna fonte al riguardo ci è di aiuto.
Tuttavia la figura di quest'uomo, tanto repentinamente apparsa e scomparsa, è riuscita egualmente a lasciare una traccia profonda nella memoria collettiva, quasi il suo esclusivo compito fosse quello di rappresentare un comune sentire che travalicasse i confini temporali e spaziali.
L'adlocutio rivolta alle sue truppe prima dell'attacco da parte del governatore imperiale Cneo Giulio Agricola, e riportataci da Tacito (che di Agricola era il genero, profondo ammiratore delle virtù del suocero), assume invece i contorni del classico discorso d'incitamento del generale: si toccano i tasti canonici del valore di cui il comandante chiede prova ai propri milites, essendosi ormai compiutamente palesato un nemico prima sfuggente.
Un nemico, nelle parole di Agricola, “ignavo e pauroso”.
In realtà, nobile dignità riecheggia dalle parole di Calgaco, che riportiamo nella loro parte iniziale:
Tutte le volte che io considero le cause della guerra e la nostra ardua situazione, nutro grande speranza che oggi la vostra concordia debba segnare per tutta la Britannia il principio della libertà.
Infatti
-prosegue il comandante barbarico- voi siete tutti quanti qui uniti, ignari di ciò che sia servitù, e non ci sono terre alle nostre spalle, mentre neppure il mare è sicuro, poiché siamo sempre sotto la minaccia della flotta romana.
In tali condizioni armi e combattimenti, ragione di gloria per i valorosi, sono nel tempo stesso la più sicura difesa anche per gli inetti”.

L'orgoglio del capo dei Caledoni risuona possente, sottolineando il privilegio quasi simbolico della propria gente di rappresentare la parte tribale più genuina:
“Le precedenti battaglie, quando con varia fortuna si lottò contro i Romani, avevano nelle nostre braccia una speranza e un aiuto, perché noi, che siamo la stirpe più pura di tutta la Britannia, e che per ciò abitiamo proprio la regione più remota, noi che non scorgevamo neppure le spiagge di popoli schiavi, avevamo persino lo sguardo libero da ogni contatto con l'oppressore.
Noi che siamo al limite estremo del mondo e della libertà, fummo, fino ad oggi, difesi dal nostro nascosto rifugio e dall'oscurità della fama: si sa che tutto ciò che è sconosciuto è fonte di meraviglia.
In questo momento, tuttavia, si vengono a scoprire i confini ultimi della Britannia; ormai al di là non vi è più altra gente, non ci sono che gli scogli e le onde e, flagello ancor più grande, i Romani, alla prepotenza dei quali invano tenterete di sottrarvi con la sottomissione e l'obbedienza”.

Infine, le parole con le quali Calgaco ha apposto in eterno il suo nome nel grande libro della Storia umana:
“Rapinatori del mondo, i Romani, dopo aver tutto devastato, non avendo più terre da saccheggiare, vanno a frugare anche il mare; avidi se il nemico è ricco, smaniosi di dominio se è povero; tali da non essere saziati né dall'Oriente né dall'Occidente, sono gli unici che bramano con pari veemenza di possedere tutto, e ricchezze e miseria.
Rubare, massacrare, rapinare, questo essi, con falso nome, chiamano Impero, e là dove hanno fatto il deserto, dicono d'aver portato la pace”.

Più che una accusa, una condanna. Ancor più, un anatema.
E ancor più siamo colpiti dal fatto che il discorso, del quale altrimenti non avremmo avuto alcun sentore, ci venga riportato dal maggiore tra gli storici latini.
Malgrado la superiorità numerica, i Caledoni furono sbaragliati, e al termine della battaglia, a fronte di poche centinaia di caduti tra i legionari, un terzo circa dei guerrieri britannici era perito, stando alle cifre riportate da Tacito.
Si eclissava, così, il sogno di libertà delle tribù isolane: per un ulteriore paio di secoli l'aurea aquila imperiale avrebbe proiettato la sua ombra sull'umido suolo di Britannia.
Nonostante ciò (o forse, proprio per questo) le parole virili e elevate, e al tempo stesso amare e disilluse, di un uomo che poche ore dopo averle pronunciate sparì per sempre nel nulla, assumono un valore eterno e globale.
Esse paiono davvero poter volare nel tempo e nello spazio, riecheggiando sulle labbra di migliaia, milioni di esseri umani, vissuti a latitudini e in epoche tanto differenti.
L'accusa che Calgaco muove a Roma e alla sua sfrenata sete di possesso, vibra imperitura e non perde, nei secoli, il proprio vigore morale e ammonitore.
Chi si fa paladino della pace, l'ubertosa e fertile pace, dopo aver invece tutto scempiato e desertificato, mente al mondo intero e, in primis, a se stesso.
La missione universale, che per centinaia di anni Roma ha sentito sua, di espandersi e di latinizzare l'intero ecumene, spinta da una sorta di onnivora compulsione, è per eccellenza paradigma di imperialismo, nel mondo antico.
Una parabola egemone che ha attraversato la Storia tanto a lungo e tanto profondamente quanto nessun'altra potenza di allora.
I popoli mesopotamici, l'Egitto dei faraoni, gli Ittiti, la Persia achemenide, Atene e la sua flotta, la Macedonia del grande Alessandro, Cartagine: straordinarie realtà storiche, politiche e militari, certamente, ciascuna delle quali ha lasciato all'umanità tracce indelebili della propria presenza.
Tuttavia nessuna di esse, per un lasso di tempo così prolungato, ha saputo influenzare il mondo contemporaneo quanto l'Impero romano, che ha marcato a fuoco, oltre che il proprio presente, anche il futuro della civiltà occidentale.
Ci limitiamo a evidenziare come la maggior parte di ciò che, in ogni sua forma, è oggigiorno scritto nel mondo, ha la forma delle lettere ideate quasi tre millenni fa sulle rive del flavus Tiber: e tanto può forse bastare.
Ma l'Urbe, come ben sappiamo, non fu solo diritto, urbanistica, ingegneria, cultura, in poche parole progresso nelle sue varie sfaccettature: la poderosa macchina bellica ch'ella seppe apparecchiare, macchina efficacissima, disciplinata, usa alla vittoria e alla conquista ed emblema stesso della superiorità anche “tecnologica” dei Romani, caratterizza forse ancor di più il ricordo collettivo che si serba della galassia-Roma.
Indubbiamente i Cives dimostrarono, attraverso i tempi, di saperci fare con il gladio in mano altrettanto quanto riuscissero con la mestola e la livella, o con lo stilo e la pergamena: non fu differente la percezione che di ciò ebbero le genti della Britannia, e l'imputazione che Calgaco muove al conquistatore ne è prova inconfutabile.
Laddove le legioni avevano portato nuove e moderne strade, città dalle planimetrie razionali, terme, acquedotti, e un nuovo modo di vestire e apparire, campeggiavano anche i castra militari, le stazioni di guardia, le ronde, gli avamposti armati e, soprattutto, i vexilla di un esercito invincibile.
Da che mondo è mondo, qualunque soggetto abbia forza e capacità di imporsi sopra gli altri, può estendere su di essi le proprie caratteristiche e le personali peculiarità etniche, sociali, culturali: è in grado di influenzare così, con il suo modo d'essere e la propria identità, gran parte degli aspetti della vita di chi si ritrovi sottomesso.
Ma talvolta assumere usi, costumi e abitudini del vincitore non è disdicevole: anzi, può apparentemente arrecare piacevoli vantaggi.
La città inglese di Bath, nel Sud dell'odierna Inghilterra, porta nel toponimo stesso l'origine romana: le legioni occupanti la Britannia, infatti, iniziarono a costruire terme anche di piccole dimensioni all'interno di castra e villaggi, in maniera da non perdere le comodità abitudinarie e rendere più gradevole il soggiorno in una terra tanto lontana dal caldo Mediterraneo.
Probabilmente i milites romani e i civili al seguito seppero sfruttare (è il caso di Bath stessa) sorgenti sulfuree già individuate dalle arcaiche popolazioni celtiche, che ne avevano fatte località sacre per abluzioni legate ai riti druidici: ma l'efficienza tutta latina nella edificazione di complessi termali moderni, massimamente funzionali e fruibili, deve aver attratto non poco anche gli autoctoni.
Sempre nel suo “Agricola”, Tacito mette in rilievo quanto le case regnanti e la nobiltà tribale britannica amassero elevarsi adottando simboli e icone della romanità.
Questa, al proposito, la sua affascinante descrizione, nella quale rifulge la figura dell'amato suocero che, in qualità di governatore, intese romanizzare il più possibile la provincia affidatagli: “Agricola cominciò in colloqui particolari a dar buoni consigli a quegli uomini dispersi e rozzi e perciò facili alle guerre, perché si abituassero, per mezzo di occupazioni dilettevoli, alla tranquillità e alla pace; gli aiutava, poi, in forma ufficiale a costruire templi, piazze, case (…). Prese, inoltre, a istruire nelle arti liberali i figli dei capi, mostrando di tenere in maggior conto le doti naturali dei Britanni piuttosto che la cultura dei Galli, in modo che coloro, i quali prima disprezzavano la lingua dei Romani, aspirarono, poi, a possedere la loro arte oratoria. Di qui -prosegue Tacito- venne ai Britanni l'abitudine alla nostra foggia di vestire e l'uso frequente della toga; a poco a poco essi si abbandonarono anche alle seduzioni dei vizi, alle raffinatezze dei portici, dei bagni, dei conviti: ignari, essi chiamavano civiltà tutto questo, che null'altro era se non un aspetto della loro servitù”.
Ciò per sottolineare come, in fondo, l'espansionismo romano in apparenza potesse apportare dei benefici al progresso delle nazioni soggiogate: l'amara conclusione che lo storico trae, tuttavia, disegna una realtà in cui la latinitas e la sua diffusione paiono, forse ancor più delle armi, gli strumenti migliori per assoggettare un popolo e influenzarne i modi.
E' evidente quanto i Britanni apprezzassero certamente una parte di ciò che l'occupazione romana portava con sé: d'altronde, l'isolamento di cui godettero per tanto tempo, al cospetto ad esempio dei cugini celtici di Gallia, ne aveva sì serbata intatta e pura la civiltà, ma al tempo stesso aveva impedito una “modernizzazione” del paese, esente dagli usuali contatti diretti con altre realtà nazionali.
Ciò nonostante, la libertà, sommo bene di un popolo, veniva meno con l'approdo delle armate romane sulle coste d'oltremanica e il conseguente, costante pattugliamento del mare da parte della flotta imperiale.
E giusto al sentimento di libertà, sentimento che non può essere messo in catene perché patrimonio interiore dell'uomo, si appella Calgaco dinanzi alla platea copiosa dei suoi guerrieri.
Fanno un deserto, e la chiamano pace”...Parole affilate come rasoi, che sanno ferire la coscienza umana anche a distanza di millenni.
E' un grido di dolore e di indignazione, quello lanciato dal capo caledone, che mantiene inalterata nel tempo la sua carica rabbiosa e risentita: una frase tanto breve quanto ferocemente drammatica, che potremmo porre sulle labbra di milioni e milioni di individui la cui esistenza ha attraversato la Storia dell'umanità.
Quanti imperi, quanto dominio straniero, quanta prevaricazione hanno patito moltitudini di uomini e donne, un'era dopo l'altra?
Le parole di Calgaco, bandiere della universale lotta all'imperialismo, travalicano poderose i limiti del contingente e si insediano nei cuori degli oppressi di ogni epoca, delle genti che sono private della libertà da un dominatore vorace e senza scrupoli. I padroni del mondo, chiunque essi siano stati, hanno sempre esaltato la propria grandezza, perché la Storia la scrivono i vincitori: chi abbassa la testa al giogo della servitù rappresenta, invece, la controparte flebile e sbiadita necessaria alla gloria del vittorioso.
La “pace” evocata nel suo discorso memorabile da Calgaco, nient'altro è che diretta conseguenza dell'opera di desertificazione dell'invasore, che si acquieta solo dopo aver fatta terra bruciata di ogni ostacolo, e può porre in stand-by la propria macchina bellica dal momento che nulla v'è più da combattere e radere al suolo.
Con un vigoroso salto spazio-temporale, balziamo dalla Britannia dell'80 dopo Cristo al Vietnam del XX°secolo: anche qui i fuochi della distruzione, cancellando città, villaggi, foreste, hanno sterrato deserti sempre più estesi e privi di vita.
In questo caso, la moderna potenza interessata furono gli Usa, che con Roma antica condivide il simbolo del potere e della supremazia, l'aquila dalle ali spiegate.
They make a desert, and call it peace” è il titolo di un famoso articolo apparso il 22 Ottobre 1965 sul “The Standford daily”, organo di un'università, la Standford appunto, che si fece tra le voci paladine a sostegno del “Stop the War!” e del ritiro delle truppe statunitensi dal paese del sud-est asiatico.
Docenti, studenti, intellettuali, pacifisti si unirono in quegli anni, tanto cruenti per l'America e per la sua gioventù, per promuovere un movimento nazionale che, partendo dalle università e dalle associazioni culturali in primis, si espandesse a tutto il paese, dando l'abbrivio a una campagna comune contro l'impegno degli Stati Uniti in Vietnam. Già troppi ragazzi americani vi avevano perduto la vita, e agli occhi di una buona parte dell'opinione pubblica (che pure, non poteva esser tacciata di anti-nazionalismo) la politica esercitata dal Governo indossava le vesti oppressive di un imperialismo e un militarismo prepotenti.
E di tale sopraffazione (alimentata dalle immagini dal Vietnam, testimoni di villaggi in fiamme e di civili atterriti allo sbando) si faceva accusatore, tra gli altri, l'articolo che riportava appunto, come titolo, il grido dignitoso e disperato lanciato da Calgaco duemila anni prima.
Una denuncia, quella di Standford, niente affatto velata, esposta a gran voce da una generazione di americani che, pur orgogliosamente amanti della propria patria, non condividevano più, in quegli anni di angosciosa guerra-fredda, la patologica smania statunitense di occupare a gara coi sovietici caselle strategiche nello scacchiere mondiale.
Sta di fatto che gli Imperi che hanno marcato la Storia umana, hanno lasciato tracce profonde nel tessuto politico, sociale, giuridico, culturale dei popoli governati.
Ed è disputa infinita la questione riguardante l'apporto, benefico sotto alcuni aspetti, dato dal dominatore alla mutata identità delle nazioni sottomesse: i vantaggi materiali, logistici, organizzativi e infrastrutturali elargiti possono giustificare, da soli, la soppressione delle libertà fondamentali di un paese e la violazione dello ius gentium, concetto che già i Romani avevano ben presente?
Nel tempo, non tutti i domini stranieri hanno assunto invero le medesime caratteristiche: tanto alcune egemonie sono risultate coercitive e soffocanti, quanto invece altre, sperimentando una via di compromesso, si son mostrate più permissive e rispettose dei costumi, delle usanze, della religione tradizionale di una etnia aggiogata.
Roma come si comportò?
Entità politica che come poche seppe assimilare gli usi altrui, essa fu in grado, di rimando, di latinizzare l'universo sconfinato gravitante attorno al Mediterraneo.
L'Urbs, perciò, non fece del mondo di cui entrò in possesso solo un deserto, come lamentava Calgaco, ma come ogni civiltà conquistatrice che si ritenga superiore, considerò opportuno foggiare a propria immagine e somiglianza molte delle caratteristiche delle realtà soggette.
In tal modo, reti viarie e fognarie, urbanistica, strutturazione burocratica, organizzazione militare, abbigliamento e arredamento, passatempi circensi e culturali, aspetti cioè della romanitas più pura, ammantarono di sé la vita quotidiana delle province imperiali: il passo tacitiano che abbiamo riportato ce ne dà ampia testimonianza.
Laddove Roma era presente ormai da secoli, come in Spagna e Gallia, il processo osmotico tra vincitori e vinti aveva fatto delle due province esempi di romanizzazione che definiremmo virtuosi; anzi, sempre più spesso da quelle contrade provenivano membri dell'élite senatoria ed equestre (si ricordi la “Tavola lionese” promulgata sotto Claudio).
Ma la Britannia era stata addomesticata ben più tardi rispetto alle province storiche, e la buona disposizione verso i costumi latini delle classi autoctone più altolocate non annacquava certamente l'indole fieramente indomita del popolo isolano.
Sulle pendici del Mons Graupius, aggrappati alle sue foreste secolari, i Caledoni inscenarono un ultimo, disperato tentativo, conclusosi tragicamente, di sottrarre la loro brumosa “isola-fortezza” alla conquista romana.
Tuttavia, proprio allora Roma, al termine di una battaglia vinta, decise misteriosamente di non proseguire l'occupazione della Caledonia, e di spingersi dunque sempre più a Nord.
Probabilmente le asprezze dei luoghi e del clima, la bellicosità delle tribù britanniche, la lontananza dalla teporosa madrepatria di quelle lande spazzate dai freddi venti nordici spinsero i Romani a non osare oltre.
Il Vallo di Adriano prima, e quello antonino poi, marcheranno il limite massimo d'espansione settentrionale raggiunto dall'Impero, che abbandonerà del tutto l'isola nel 410 dell'era volgare.
I Britannici hanno sempre amato il loro distacco (che non è solo fisico) dalla realtà continentale: lo “splendido isolamento”non è un concetto astratto legato alla sola età elisabettiana, ma abbraccia ogni epoca.
Cesare, Napoleone, Hitler ebbero modo di constatarlo di persona, e amaramente: gli ospiti indesiderati hanno vita difficile, al di là della Manica.
Calgaco e le sue parole rappresentano l'arcaico riflesso del desiderio di indipendenza di un popolo, dell'aspirazione a una esistenza che, forse più “barbarica” rispetto alla melliflua e opulenta Roma, fosse certamente libera e autonoma, senza il clangore, per le strade di Britannia, delle caligae chiodate dei legionari in marcia.
Legionari portatori sì di nuove città, acquedotti, ponti mirabili, terme, ma anche di “rapine, massacri e deserto...”.
Che poi anche i discendenti di Calgaco si siano dimostrati, secoli dopo, genti tra le più dedite all'occupazione imperialistica delle terre altrui, è un discorso che ci spingerebbe troppo in là.

Nell'immagine, ildiscorso di Calgaco ai Caledoni prima della battaglia del monte Graupio.


Riferimenti bibliografici

TACITO, “La vita di Agricola”, Bur, Milano, 2010
Documento inserito il: 12/01/2016
  • TAG: calgaco discorso, cneo giulio agricola, caledonia, britannia, imperialismo romano, calgaco, impero romano, tacito, battaglia monte graupio

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