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Svetonio e i suoi Cesari: vizi privati, pubbliche virtù " 2a parte [ di Carlo Ciullini ]

Nerone, adesso: un imperatore del quale l'elevazione a simbolo di crudeltà non è forse storicamente del tutto giustificabile, giacché diversi studi, oggigiorno, tendono a evidenziarne aspetti positivi in ambito di conduzione politica.
Ad ogni buon conto, lo scruteremo con lo sguardo, il pensiero, i preconcetti svetoniani, che nel figlio di Agrippina videro, essenzialmente, un pericoloso amante dei piccoli e del popolo e un acerrimo nemico dei grandi e dell'élite senatoria.
Per Svetonio, l'uomo-Nerone (che va dunque moralmente distrutto e irriso) si pone a icona del vizio, dell'animo retrivo, dell'affettazione subdola, dell'indole perversa per D.N.A.
Per quanto di grande rilievo (e in sostanza decisivi per la sua morte), i difetti di Cesare, legati allo sfrenato desiderio di innalzare oltremodo la propria personalità e di mutare l'arcaico e traballante status-quo, sbiadivano dinanzi all'eccezionalità mitica del personaggio.
Il virgulto di casa claudia, invece, che aveva poco o niente del carisma abbagliante del grande condottiero vissuto un secolo prima, pur vivendo solo fino a trentadue anni ebbe tutto il tempo di far brillare nefandezze e abomini, grazie al suo lungo principato (54-68).
Sbrighiamo subito la pratica “pregi” relativa allo stravagante imperatore, che Svetonio sommergerà poi nella melma del vizio dissoluto e delle pratiche prive d'ogni decoroso pudore.
Da uomo di spettacolo quale in sostanza fu (o credette d'essere...), Nerone amò allietare il suo auditorio popolare con le magnificenze di spettacoli sontuosi e coinvolgenti: “Diede un gran numero di spettacoli diversi: giochi giovanili, giochi da circo, rappresentazioni teatrali e un combattimento di gladiatori. […] Ogni giorno -tramanda lo scrittore- si fece cadere sulla folla doni assolutamente diversi tra loro: quotidianamente migliaia di uccelli di ogni specie, vettovaglie varie, tessere per il grano, vestiti, oro, argento, pietre preziose, perle, quadri, buoni per ritirare schiavi (sic!), bestie da soma e anche belve addomesticate e infine imbarcazioni, complessi di case e appezzamenti di terreno”.
Talento ludico-edonistico a parte (che la plebe mostrò comunque di apprezzare, almeno agli inzi), Svetonio riconosce al primo periodo neroniano una sua validità, dovuta probabilmente anche alla benefica influenza di un precettore dalle grandi qualità quale Seneca:“Per dimostrare le sue buone intenzioni, Nerone dichiarò che avrebbe governato secondo i princìpi di Augusto, e non si lasciò sfuggire nessuna occasione per manifestare la sua generosità, la sua clemenza e perfino la sua amabilità.
Abolì o diminuì le imposte troppo pesanti. Ridusse a un quarto le ricompense ai delatori delle infrazioni alla legge Papia.
Fece distribuire al popolo quattrocento sesterzi a testa
-testimonia la biografia- poi decise che tutti i senatori, di origine nobile ma decaduta, ricevessero un salario annuo che per alcuni arrivò anche a cinquemila sesterzi, e volle che le coorti pretoriane avessero ogni mese una distribuzione gratuita di grano.
Un giorno che venne pregato di firmare, secondo l'usanza, una condanna di morte, disse:''Come vorrei non conoscere l'alfabeto!''.
Salutò spesso, per nome e a memoria, persone di ogni ordine.
Al Senato che lo ringraziava, rispose:''Quando l'avrò meritato”.
La plebe fu ammessa ad assistere alle sue esercitazioni militari, e molto spesso declamò in pubblico
”.
Questo fu il Nerone amato dal popolo, nei primi anni di governo: il giovane sovrano, tuttavia, riuscì col passare del tempo prima a sconcertarlo, poi a deluderlo, infine a irritarlo profondamente.
La metamorfosi del sentimento comune nei suoi confronti è descritta da Svetonio in termini grotteschi, quasi comici: “Quando cantava non era permesso uscire da teatro, nemmeno per necessità. E così, stando a quanto si dice, alcune donne partorirono durante lo spettacolo, e molti, stanchi di ascoltare e di applaudire, sapendo che le porte erano sbarrate, saltarono furtivamente oltre il muro o si fecero portar fuori fingendosi morti”. Una situazione quasi fantozziana, che riporta alla mente l'episodio della“Corazzata Potemkin” con la conseguente rivolta impiegatizia...
Il giudizio popolare, favorevole od ostile, che veniva riservato al princeps lo toccava profondamente: “Molti si guadagnarono la sua amicizia o si attirarono il suo odio, secondo che fossero stati prodighi o avari di lodi”.
Il parere di Svetonio, al riparo dello scudo del tempo e dei decenni trascorsi, è caustico e impietoso: “La sua impudenza, la sua libidine, la sua lussuria, la sua cupidigia e la sua crudeltà si manifestarono da principio gradualmente e in forma clandestina, come una follia di gioventù, ma anche allora nessuno ebbe dubbi che si trattasse di vizi di natura e non dovuti all'età.
A poco a poco, ingigantendosi i suoi vizi
-continua lo storico- rinunciò alle scappatelle e ai misteri, e senza preoccuparsi di nasconderli, si gettò apertamente nei più grandi eccessi”.
Si oltrepassò davvero la misura, abbattendo ogni forma di inibizione: “Oltre alle sregolatezze con giovani ragazzi e alle sue relazioni con donne sposate, fece violenza anche alla vestale Rubria.
Poco mancò che prendesse come sua legittima sposa la sua liberta Acte, e aveva assoldato alcuni ex-consoli perché certificassero con un falso giuramento che essa era di origine regale.
Dopo aver fatto evirare un fanciullo di nome Sporo, tentò anche di trasformarlo in una donna, se lo fece condurre con la sua dote e col suo velo color fiamma, con un gran corteo, secondo l'ordine cerimoniale dei matrimoni e lo trattò come sua sposa
”.
Dignità e decoro crollano miseramente, e i mores della tradizione (e anche del buon senso) languiscono derisi: non esiste pudicizia che possa frenare le voglie più bislacche di un uomo ormai schiavo della propria dissolutezza.
Penosamente, Nerone annaspa nel fondo della propria sordida esistenza, vilipeso nella considerazione altrui anche da parte di chi gli sta vicino ogni giorno, come Petronio.
Un altro capitolo amaro concerne invece lo spreco copioso di denaro, erariale o privato che fosse; pure Svetonio accenna alla straordinaria “Domus Aurea”, l'utopia urbanistica neroniana che non sopravvisse al suo ideatore: “I soldi li sperperò soprattutto nelle costruzioni: si fece erigere una casa che andava dal Palatino all'Esquilino, e la battezzò subito ''il passaggio''; e quando un incendio la distrusse se la fece ricostruire, e la chiamò ''Casa d'oro''.
Per dare una idea della sua estensione e del suo splendore, sarà sufficiente dire questo: aveva un vestibolo in cui era issata una statua colossale di Nerone, alta centoventi piedi
”.
Scialacquare i soldi in tal opinato modo, fu per Nerone l'inizio della fine: “Vedendosi prosciugato e impoverito a tal punto che fu costretto a far attendere e rimandare la paga dei soldati e la liquidazione delle pensioni ai veterani, si diede alle calunnie e alle rapine.
Stabilì che la legge di lesa maestà fosse applicabile a ogni azione o parola, su semplice denuncia di un delatore.
Per ultima cosa spogliò molti templi dei loro doni e fece fondere le statue d'oro e d'argento, tra le quali quelle dei Penati
”.
La forza immane del gorgo nel quale il giovane imperatore è ormai precipitato non lascia scampo, e l'abisso si fa per lui sempre più vicino: “I suoi parricidi e i suoi assassinii cominciarono con l'eliminazione di Claudio, giacché se non ne fu l'autore, ne fu tuttavia il complice e lungi dal nasconderlo, perché a partire da quel momento prese l'abitudine di citare un proverbio greco che celebrava come cibo degli dei i funghi di cui ci si era serviti per eliminare quell'imperatore.
In ogni caso
– ci fa sapere Svetonio- elargì ogni sorta di oltraggi alla sua memoria, sia con parole sia con azioni, rimproverandogli di volta in volta la sua stupidità e la sua crudeltà”.
I legami familiari, come vedremo, non servirono affatto per frenare la smania neroniana di toglier di mezzo chiunque egli paventasse come pericoloso: “Geloso di Britannico [figlio naturale di Claudio, n.d.A], che aveva una voce più gradevole della sua, e temendo d'altra parte che un giorno lo soppiantasse nel favore del popolo grazie al ricordo di suo padre, lo fece avvelenare.
Il veleno fu dato da una certa Locusta, che ne aveva scoperti di ogni genere
”.
E, tra gli altri, l'omicidio estremo, quello perpetrato contro la madre: a tanto Nerone seppe giungere, ormai preda delle proprie paure, folli e smisurate.
Narra Svetonio: “Stufo di veder sua madre esercitare rigorosamente ogni controllo e ogni critica sulle sue parole e sui suoi atti, Nerone in un primo tempo si limitò a farle temere più volte di esporla all'odio pubblico, fingendo di voler deporre la carica di imperatore e di andarsene a Rodi; [...]Spaventato però dalle sue minacce e dalle sue violente reazioni, decise di farla morire.
Per tre volte tentò di avvelenarla, ma vedendo che essa si era munita di antidoti, preparò un congegno che avrebbe dovuto far precipitare su di lei il soffitto durante la notte mentre dormiva.
I complici però
-si chiosa- non serbarono il segreto sul progetto, e allora ideò una nave che facilmente si sfasciasse per farvela morire sia di naufragio sia per il crollo del ponte”.
Svetonio ha iniziato appena a svuotare il sacco delle nefandezze del princeps: il climax della scellerataggine ha ancora da venire.
E' un crescendo narrativo, quello della perversione di Nerone, che lascia, a distanza di millenni, sbalorditi per la caparbietà con la quale si perseguì il misfatto ad ogni costo: “Passò la notte sveglio in stato di agitazione, aspettando l'esito dell'impresa, ma quando seppe che tutto era andato diversamente e che Agrippina si era salvata a nuoto, non sapeva che cosa fare: quando L. Agermo, un liberto di sua madre, tutto felice venne però ad annunciargli che lei era salva, egli gettò di nascosto un pugnale presso di lui, e con il pretesto che gli era stato mandato da Agrippina per assassinarlo ordinò di prendere, incatenare e mettere a morte sua madre: ella sarebbe passata per suicida perché il suo crimine era stato scoperto”.
Sensi di colpa? Pentimento, tardivo ma opprimente? Forse sì...: “Non poté mai -sottolinea lo storico latino- né allora, né in seguito, far tacere i rimorsi e confessò di essere tormentato sia dal fantasma di sua madre, sia dalle fruste e dalle torce ardenti delle Furie.
Tentò perfino, ricorrendo a incantesimi, di evocare e supplicare i mani di Agrippina
”.
Anche dinanzi alla propria vita sentimentale e coniugale, Nerone non seppe spogliarsi dell'ansia divorante di esaudire qualunque suo capriccio, a prescindere dalle conseguenze: “Oltre a Ottavia, ebbe due altre mogli: prima Poppea Sabina, figlia di un anziano questore e sposata in precedenza a un cavaliere romano, poi Statilia Messalina.
Si stancò subito di Ottavia: in seguito, avendo tentato più volte, senza riuscirvi, di farla strangolare, la ripudiò con il pretesto della sterilità, ma poiché il popolo disapprovava il suo divorzio e non gli risparmiava le sue invettive, la relegò e infine la fece mettere a morte, sotto l'imputazione di adulterio.
Undici giorni dopo il divorzio da Ottavia, Nerone sposò Poppea, che amò più di tutto, e tuttavia uccise anche lei [sic!]con un calcio, perché ella incinta e malata lo aveva criticato aspramente, una sera che era rincasato tardi da una corsa di carri.
Da lei ebbe una figlia, Claudia Augusta, che morì ancora bambina
”.
L'elenco miserrimo dei delitti sembra non aver fine. Ancora Svetonio: “Poiché Antonia, la figlia di Claudio, rifiutava di sposarlo, dopo la morte di Poppea, egli la fece uccidere con il pretesto che fomentava una rivoluzione: allo stesso modo trattò tutte le altre persone che le erano legate o imparentate”.
E via così, senza soluzione di continuità: “Costrinse il suo precettore Seneca a suicidarsi, benché gli avesse solennemente giurato, quando quello insisteva per avere il suo congedo (lasciandogli tutti i suoi beni), che avrebbe preferito morire, piuttosto che fargli del male”.
Di seguito: “Quanto ai suoi liberti, ricchi e vecchi, che avevano preparato la sua adozione prima e poi il principato, ed erano stati i suoi consiglieri, li fece sparire avvelenando ora i loro cibi, ora le loro bevande”.
Stiamo per toccare il fondo della più truce aberrazione; le ultime pagine dedicate dal nostro protagonista a Nerone, non lasciano scampo all'imperatore malvagio per antonomasia.
Con crudeltà non minore si comportò fuori casa e verso gli estranei.
[…] Da allora, senza fare nessun discernimento e senza nessuna moderazione, fece morire a suo capriccio tutte le persone che voleva con qualsiasi pretesto
”.
Infine, il grande ed epocale incendio di Roma: la versione svetoniana del tragico evento cozza con i pareri degli studiosi moderni, propensi ad assegnare a Nerone, nell'occasione, il ruolo non di assoluto colpevole ma, anzi, di efficiente organizzatore dei soccorsi.
Questo, comunque, il drammatico racconto della “Vita dei Cesari”: “Non risparmiò né il popolo né le mura della sua città. […] Con la scusa d'esser disgustato dalla bruttezza degli antichi edifici e dalla strettezza e sinuosità delle strade, incendiò Roma. […] Il fuoco divampò per sei giorni e sette notti, obbligando la plebe a cercare alloggio nei monumenti pubblici e nelle tombe.
Allora, oltre a un incalcolabile numero di agglomerati di case, il fuoco divorò le abitazioni dei generali di un tempo, ancora adorne delle spoglie dei nemici, i templi degli dei che erano stati votati e consacrati sia al tempo dei re, sia durante le guerre puniche e galliche, e infine tutti i monumenti curiosi e memorabili che restavano del passato
”.
La follia esplode con tutto il suo tragico impeto: “Nerone contemplò questo incendio dall'alto della torre di Mecenate, e affascinato, come diceva, dalla bellezza della fiamma, cantò la ''Presa di Troia'', indossando il suo costume da teatro”.
Cala definitivamente il sipario su un uomo che, in senso non solo metaforico, fu tra i principali attori della Storia antica: odiato e abbandonato da tutti, braccato, si diede la morte per non cadere in mano ai suoi aguzzini, in un tardivo rigurgito di dignità.
I Cesari che si sono susseguiti sul trono di Roma sono stati, per alcuni secoli, gli uomini più potenti del mondo occidentale: potenti sì ma, per l'appunto, anche uomini. E come tali si sono portati dietro le loro innate debolezze, i loro difetti, gli egoismi e i rancori propri di ciascuno, tuttavia ampliati a dismisura perché sostenuti dalla possibilità privilegiata conferita dal potere assoluto e incontrastato.
E così, erano all'ordine del giorno vendette e punizioni ammonitrici nei confronti di chi osasse ordire complotti contro la regalità, o anche ne fosse soltanto sospettato (era sufficiente, talvolta, una banale antipatia o insofferenza...): in quei decenni, il concetto di lesa maestà risultava facilmente malleabile da parte di prìncipi privi di scrupoli e un minimo di coscienza.
Chi deteneva il potere al massimo grado, a Roma, poteva perseguire a proprio piacere ogni personale proposito, o quasi: finché il singolo imperatore si ritrovava al fianco corpulenti e protettivi pretoriani era esente da qualsiasi impedimento, portando a buon fine ogni sua volontà, per quanto censurabile o aberrante fosse.
Ciò perdurava, beninteso, fino al momento in cui il Prefetto del Pretorio e la guardia non avessero ritenuto meglio sostituire il vecchio princeps con uno nuovo, certamente più generoso in fatto di elargizioni e donativi...
L'imperatore di Roma era il signore dell'ecumene: tutto poteva, tutto gli era concesso; ma, come detto, la sua onnipotenza risultava in realtà assai fragile, poiché poggiava sul sostegno della spada pretoriana, un giorno pronta a difendere, l'altro solerte nel toglier di mezzo chi non fosse stato più desiderabile.
Per questo motivo, l'imperatore non poteva che vivere un'atmosfera malfida, buia, fatta di ansie vibranti, succube davvero della proverbiale spada di Damocle: Tiberio e Caligola rappresentarono, tra tutti, gli esempi più rinomati di principes angosciati dalla loro stessa ombra, tanto era il terrore di poter trovare dietro ogni angolo la perdita della vita.
E Nerone, Domiziano, non furono a loro volta tanto lontani da questo sentire opprimente.
Solo con il regno dei primi due Flavi e da Nerva in poi il clima oscuro e soffocante della vita di corte si dissipò, a favore di un'aria meno oppressiva e più rassicurante; tutti ne trassero, in tal modo, beneficio: nomenclatura imperiale, Senato, aristocrazia, plebe.
Malgrado non sia comunemente noto, uomini come gli stessi Tiberio, Caligola, Nerone, Domiziano vengono considerati dalla storiografia moderna come politici validi ed efficaci nei primi loro anni di regno, e ben capaci di accattivarsi le simpatie popolari: la cattiva indole inizialmente celata, però, andò facendosi col passare del tempo sempre più manifesta, e il patrimonio nascosto dei vizi e delle perversioni si mostrò infine in tutta la sua tragica, ruvida concretezza.
Se un sovrano deve avere virtù, qualità, eccellenze per governare, ed esser sostenuto quindi da pregi e capacità positive, può al tempo stesso serbare in sé una fragilità tutta sua, intima e perciò subdola, una parte interiore nascosta e oscura che, tracimando, può portare a tristi conseguenze: lo stesso Cesare, come abbiamo visto, non fu immune da ciò.
Chi, tra i primi imperatori, seppe far prevalere la parte migliore e più luminosa (Augusto, Vespasiano, Nerva, Traiano, Adriano, Antonino e Marco Aurelio), poté morire tranquillamente nel proprio letto, vinto soltanto dalla mortale natura di uomo. Chi invece non ne fu capace, contaminando con la lordura della propria depravazione il ruolo istituzionale ricoperto, scese nell'Ade accompagnato dalla benedizione delle lame del complotto.
Dunque, virtù pubbliche (e assai propagandate), e vizi privati (ma non troppo). Roma non godé mai di un imperatore perfetto, perché la perfezione non è di questo mondo: tuttavia, in alcuni dei principes, gli aspetti positivi prevalsero talmente su quelli opposti da caratterizzarne la figura in modo assoluto, e discriminandoli così, in termini manichei, da uomini diabolici e perversi.
Come passati al setaccio della Storia, i Cesari sono stati separati in pagliuzze d'oro e vile fango, e la loro fama presso la posterità è il frutto del lavoro di chi questa meticolosa cernita ha operato.
Scrittori come Svetonio stesso, come il grande Tacito, esprimendo compiutamente un loro giudizio storico hanno marchiato a fuoco il nome degli imperatori, ispirando così il ricordo che la memoria collettiva ha serbato di ciascuno di essi.
E' fondamentale (e va sempre tenuto a mente) non sottovalutare quanto questi due scrittori si siano fortemente schierati dalla parte senatoria, e ciò traspare dalle loro opere ora in modo più vivido, ora più sommessamente: ma lo stampo filo-oligarchico trasuda costantemente dalle loro pagine.
Nel raccontare i principes, dunque, essi non potevano vagliarne la condotta che in un modo, cioè alla luce essenziale del comportamento che l'imperatore preso in esame aveva riservato all'élite senatoria.
Colui che avesse dimostrato affabilità si ben meritava, se non lo sperticato elogio, almeno una pacata compiacenza; chi invece al Senato stesso s'era dichiarato ostile, avrebbe ricevuto gli strali dei giudizi più livorosi e delle caratterizzazioni più degradanti.
A distanza di millenni, noi uomini del XXI° secolo dobbiamo sempre tenere presente quanto le testimonianze e i racconti riguardanti le vite dei vari esponenti delle casate imperiali assorbirono necessariamente il pensiero e l'idea, di favore o avversità, che ebbero coloro i quali hanno scritto al riguardo.
La differenza sta nell'aver intinto la punta dello stilo nel calamaio mellifluo della benevolenza, oppure in quello del fiele vendicatore e punitivo.


Riferimenti bibliografici

SVETONIO, “La Vita dei Cesari”, Garzanti, Milano, 2008
Documento inserito il: 04/05/2016
  • TAG: impero romano, nerone, vite cesari, svetonio

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