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Pudore e meretricio nell'antica Roma [ di Rosa Ventrella ]

Il rapporto che gli antichi Romani avevano con l’amore era piuttosto ambiguo: da una parte c’era l’istituzione del matrimonio, rispettato e protetto, dalle cui viscere nascevano i cives romani, dall’altra c’era l’amore passionale, quello che si consumava fuori dalle mura domestiche, quello dei rapporti occasionali, che alimentava le file della prostituzione
. I matrimoni, come ci dicono le copiose testimonianze, soprattutto della prima età imperiale, erano combinati già in tenera età. Dai 12 anni in poi le ragazze potevano sposarsi. La giovane, destinata a diventare moglie e madre, doveva contraddistinguersi per il suo pudore e per i suoi sani costumi. La vita della matrona doveva svolgersi prevalentemente entro le mura domestiche ed, ovviamente, doveva essere “ univira”, appartenere ad un unico uomo. I tradimenti erano puniti con estrema severità. Il reo macchiatosi di atti impuri con una donna sposata era sottoposto a pesanti punizioni corporali; taglio del naso, delle orecchie, evirazione erano solo alcune delle menomazioni che gli venivano inflitte.
L’amore coniugale era spesso piuttosto scarso sia per il rispetto dovuto alla mater familias, che doveva preservarsi honesta, sia per la frequente scarsa complicità sessuale tra i coniugi, dovuta ai matrimoni combinati. Fuori dal talamo nuziale il maschio romano poteva dare libero sfogo ai suoi più reconditi desideri. È qui che si inserisce il ruolo, anche sociale, della meretrix.
Nonostante la sua immagine fosse comunque macchiata di infamia, la sua utilità sociale era indiscussa: raccoglieva e incarnava le fantasie sessuali più proibite, salvaguardando così il pudore delle mogli e madri romane, per le quali era sconveniente dedicarsi a certe arti amatorie. La città era popolata di donne di malcostume, la cui lussuria superava ogni immaginazione! Le commedie di Plauto ci offrono una vasta casistica: nella commedia Truculentus la cortigiana Fronesio viene descritta come una prostituta rapace e insaziabile, ma tante sono le storie che vedono invischiati servi e lenoni con le loro cortigiane. Anche nel Satyricon Petronio ci racconta che Encolpio, persosi per le vie di Roma, viene accompagnato direttamente in un bordello da una vecchietta a cui aveva chiesto indicazioni per ritrovare la strada! L’atto amoroso poteva essere consumato ovunque. I luoghi per eccellenza del meretricio erano i lupanara ( delle vere e proprie case chiuse). Se ne contavano a decine per la città. Nella sola Pompei gli scavi archeologici hanno fatto rinvenire diversi luoghi adibiti a questo uso, tra i più notevoli il lupanare di Africano e Vittore, che con i suoi innumerevoli affreschi erotici delinea un quadro preciso di ciò che avveniva al suo interno. I bordelli divennero anche una fonte di introito per lo Stato perché, a partire dal IV secolo d. C. con Costantino, prostitute o tenutari dei bordelli, dovevano versare un’imposta chiamata “collatio lustralis”, perché si pagava inizialmente ogni cinque anni. Un esempio simile si era avuto in precedenza con Caligola, il quale, oltre a farsi pagare dalle prostitute, aveva anche aperto un grande lupanare nel suo palazzo, nel quale si prostituivano donne e uomini del ceto senatorio. La nefandezza dei costumi romani stava raggiungendo il culmine. Qualsiasi luogo chiuso o all’aperto però poteva andar bene per soddisfare gli appetiti del maschio romano e i siti della prostituzione spesso davano il nome a colei che esercitava il mestiere. La fornicatrix, per esempio, la fornicatrice, si prostituiva sotto le volte (fornices) di circhi, ponti, ippodromi; ancor più di infimo rango quelle che si concedevano ai crocicchi delle strade o nelle zone accanto ai sepolcri, come la via Appia a Roma, le bustuariae, che si vendevano tra le tombe. La meretrix in senso stretto, invece, era più simile alla cortigiana greca e poteva essere esperta di musica, danza, a volte anche di poesia. La prostituta veniva chiamata anche lupa, da cui il termine lupanare, colei che aveva nutrito Romolo e Remo, Acca Larenzia, una prostituta rurale. Il primo re di Roma fu allevato quindi da una prostituta e questo ci dà l’idea di quanto fosse una realtà radicata nella cultura stessa della Roma antica. Una cura particolare, allora come oggi, veniva data ovviamente all’aspetto fisico che doveva attrarre i clienti. Le prostitute avevano però l’obbligo di non indossare le vesti tipiche della matrona, che portavano la stola, ma dovevano vestire con la toga, un tipico abito maschile, sinonimo dell’emancipazione sessuale che le caratterizzava, avvicinandole così al sesso maschile. Più le prostitute erano di alto rango più potevano permettersi abiti raffinati, spesso leggeri e trasparenti, molto colorati, per mostrare le fattezze del corpo. Molto usati ovviamente anche trucco e parrucche. Un problema legato alla pratica della prostituzione era quello delle gravidanze indesiderate. Le donne romane ricorrevano spesso alla pratica dell’aborto, anche perché i metodi utilizzati per il controllo delle nascite erano del tutto inefficaci, alcuni legati più che altro alla sfera della superstizione. Gli “esperti” consigliavano spesso di applicare come agente contraccettivo della lana con unguenti. Si riteneva che anche il pepe nero, applicato dopo il rapporto amoroso sul collo dell’utero , potesse impedire il concepimento. Dinanzi a rimedi di questo tipo molte donne, non solo prostitute, praticavano purtroppo all’infanticidio; la gravità della situazione rese necessario l’intervento dello Stato, con la Lex Cornelia, con cui si puniva con la deportazione e la confisca dei beni coloro che ricorrevano all’aborto. L’ altra alternativa era ovviamente l’abbandono dei bambini appena nati. Altro grosso dramma legato alla diffusissima pratica della prostituzione era la notevole diffusione di malattie veneree. Non si conoscono infatti interventi sanitari di controllo su questi ambienti. Le prostitute curavano l’igiene intima con dell’acqua dopo i rapporti ma chiaramente questo non era un rimedio alla diffusione delle malattie. Le testimonianze dell’epoca parlano di sifilide, gonorrea, scolo. Questo tuttavia non fermò la passione inarrestabile degli antichi romani per la prostituzione. Il fenomeno andò assumendo con il tempo proporzioni enormi; sogni e desideri proibiti, prestazioni inconsuete, rendevano la meretrice appetibile agli occhi di qualsiasi maschio romano, senza distinzione di ceto alcuna.
Documento inserito il: 18/12/2014
  • TAG: antica roma, amore nell antica roma, petronio satyricon, rosa ventrella

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