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La condizione degli schiavi a Roma dall’impero di Costantino a quello di Giustiniano

del Prof. Giovanni Pellegrino


In questo articolo prenderemo in considerazione la condizione degli schiavi nell’impero romano, nel periodo storico compreso tra il regno di Costantino e quello di Giustiniano.


Dobbiamo premettere che Costantino fu il primo imperatore romano a convertirsi alla religione cristiana sebbene dobbiamo mettere in evidenza che egli si fece battezzare solamente in punto di morte (sui motivi della conversione di Costantino al cristianesimo nonché sui motivi che lo spinsero a farsi battezzare solo in punto di morte sebbene l’imperatore romano si fosse convertito al cristianesimo molti anni prima di morire sono state formulate molte ipotesi dagli storici ma sostanzialmente il tardivo battesimo di Costantino resta una “vexata questio”). Dal momento che Costantino adottò tutta una serie di provvedimenti legislativi riguardanti la condizione degli schiavi dopo essersi convertito al cristianesimo nel 312 riteniamo opportuno esporre quale fosse il pensiero e la dottrina della religione cristiana intorno alla schiavitù tenendo presente che molti provvedimenti legislativi riguardanti non solamente la schiavitù furono condizionati notevolmente da tale conversione anche se non esclusivamente da essa.
Il cristianesimo aveva una concezione molto diversa della schiavitù rispetto a quella che avevano i pagani perché esistevano molte differenze tra la religione pagana e quella cristiana che avevano una concezione molto diversa dell’uomo, del mondo e dei rapporti tra gli uomini e la divinità.
Molto significative erano le differenze esistenti tra paganesimo e cristianesimo per quello che riguarda le dottrine escatologiche. Mentre per i cristiani esistevano Paradiso, Purgatorio ed Inferno nei quali dopo la morte gli individui ricevevano o il premio o il castigo eterno al contrario del paganesimo i morti finivano nell’Ade dove conducevano un’esistenza triste sbiadita ed incolore che faceva loro rimpiangere la vita terrena indipendentemente dal fatto che si fossero comportati bene o male nella loro esistenza terrena.
Ciò premesso risulta facile comprendere come le azioni dei cristiani fossero molto più condizionate rispetto a quelle dei pagani dal fatto di dover rendere conto delle loro azioni a Dio e dal fatto che dovevano subire un premio o un castigo eterno. Di conseguenza anche la concezione che i cristiani avevano della schiavitù era fortemente condizionata dalla consapevolezza che avrebbero dovuto rendere conto a Dio delle loro azioni non tanto in questo ma in quell’altro mondo. Per dirla in altro modo il cristiano doveva avere come massimo traguardo etico “limitatione christi” ovvero doveva cercare di condurre una vita quanto più possibile simile alla vita condotta da Gesù quando era su questa Terra.
Ciò premesso i padroni cristiani che possedevano degli schiavi dovevano avere un atteggiamento molto diverso di quello dei pagani che possedevano schiavi. Appare evidente che l’esistenza stessa della schiavitù non era compatibile con il cristianesimo dal momento che per Cristo gli uomini erano tutti fratelli e di conseguenza nessuno poteva rendere schiavo un altro uomo cosicché a rigore di logica gli imperatori cristiani e qualsiasi cristiano non dovevano accettare l’esistenza della schiavitù.
Tuttavia non ci dobbiamo dimenticare che a Roma anche quando essa venne governata da imperatori cristiani non sarebbe stato possibile eliminare la schiavitù perché gran parte del sistema economico romano si basava sulla schiavitù ed inoltre anche dal punto di vista strettamente psicosociale l’eliminazione della schiavitù avrebbe causato una ribellione violenta di quasi tutti quelli che detenevano il potere a Roma che quasi certamente avrebbero ucciso un qualsiasi imperatore cristiano che avesse deciso di eliminare la schiavitù. In sintesi se da un lato non esiste nessun dubbio sul fatto che Costantino e gli altri imperatori cristiani per essere coerenti con la religione cristiana avrebbero dovuto abolire completamente la schiavitù è altrettanto vero che se essi volendo essere coerenti fino in fondo con la loro religione avessero abolito totalmente la schiavitù sarebbero stati quasi certamente uccisi e quindi non avrebbero ottenuto nessun risultato.
Di conseguenza Costantino e gli altri imperatori cristiani consapevoli che non potevano abolire la schiavitù se volevano continuare a vivere e a regnare cercarono di ottenere il massimo che potevano ottenere in quel contesto storico sociale ovvero migliorare la condizione esistenziale degli schiavi senza compromettere la stabilità (invero già molto precaria) economica e sociale esistente in quel periodo, periodo caratterizzato da una crisi economica, sociale, psicologica, etica, religiosa che può essere paragonata a quella che attraversiamo oggi. In sintesi Costantino cercò di raggiungere due obiettivi molto importanti: favorire la liberazione del maggior numero di schiavi possibile da parte dei padroni e migliorare la condizione esistenziale degli schiavi che non ottenevano la libertà.
Per quanto riguarda il primo obiettivo ovvero incoraggiare i padroni a liberare gli schiavi creando quello che viene definito “favor libertatis” Costantino diede grande impulso a varie forme di manomissione legale (per manomissione legale si intendeva nel diritto romano la liberazione dello schiavo a prescindere dalla volontà del “dominus”). Costantino diede molto risalto nella sua attività legislativa alla cosiddetta “libertà per ricompensa” che prevedeva la liberazione dello schiavo che denunciava all’autorità pubblica delitti quali la coniazione di monete false oppure gli omicidi, i rapimenti.
Inoltre Costantino sempre al fine di aumentare il “favor libertatis inter dominos” diede grande impulso ai processi di affrancamento per motivi religiosi emanando una legge che imponeva ai padroni ebrei di vendere gli schiavi cristiani alla Chiesa. Infine Costantino stabilì in sedici anni (a differenza dei venti previsti da Diocleziano) il periodo necessario all’acquisto della libertà da parte dello schiavo vissuto da uomo libero in buona fede ovvero senza essere a conoscenza di essere un uomo di condizione servile. Tra l’altro dobbiamo dire che grazie alla conversione di Costantino molti padroni cristiani liberarono i loro schiavi in virtù dell’introduzione da parte di Costantino della “manumissio in ecclesia”, ove per ecclesia si intendeva sia la chiesa come edificio sia come corpo mistico di Gesù.
Per quanto riguarda i provvedimenti adottati da Costantino per migliorare la condizione servile ed eliminare abitudini molto crudeli dobbiamo mettere in evidenza che egli abolì la crocifissione degli schiavi, ribadì il divieto della castrazione degli schiavi imponendo altrimenti la confisca dello schiavo, eliminò il marchio a fuoco impresso sulla faccia degli schiavi condannati a combattere nelle arene come gladiatori o condannati ai lavori forzati nelle miniere. Inoltre impedì che le famiglie costituite da schiavi venissero separate riconoscendo il valore morale, materiale e religioso di tali famiglie come voleva la Chiesa cattolica. Infine Costantino in una costituzione del 326 invitò i padroni a non vendere i propri schiavi. A tale riguardo Costantino scrisse: “Tolerabilius est servos mori suis dominis quam servire extraneis”.
Nel periodo compreso tra il regno di Costantino e di Giustiniano non si ebbero significative modifiche della condizione degli schiavi. Sotto il regno di Giustiniano la legislazione imperiale cristiana raggiunse il suo più alto livello programmatico in quanto Giustiniano affermò più volte che la schiavitù era contraria al diritto naturale.
Dobbiamo anche metter in evidenza che con Giustiniano per la prima volta il concetto di diritto naturale assunse una valenza spiccatamente teologica in quanto il diritto naturale era concepito da Giustiniano come una realtà oggettiva e vincolante in quanto proveniva da Dio considerato come “summa ratio”. Giustiniano si rendeva conto perfettamente che il diritto naturale di origine divina doveva essere interpretato e tradotto in norme positive senza pretendere di poterlo tradurre in maniera completa ed esaustiva utilizzando tali norme positive. Tale discorso valeva anche per la schiavitù come riconobbe lo stesso Giustiniano. L’imperatore si rendeva conto che non potendo abolire la schiavitù per ragioni di vario tipo era necessario limitare il numero degli schiavi e rendere sempre più umana la loro condizione esistenziale applicando i principi etici del cristianesimo. Per dirla in altro modo, Giustiniano ammetteva che il cristianesimo vietava in maniera assoluta l’esistenza della schiavitù, ma d’altra parte si rendeva conto che i tempi non erano ancora maturi per abolirla come il diritto naturale richiedeva.Documento inserito il: 15/05/2020
  • TAG: impero romano, costantino, giustiniano, schiavitù, chiesa, religione

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