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'Roman Snipers': tiratori infallibili al servizio della legione [ di Carlo Ciullini ]

Negli ultimi anni di produzione cinematografica, hanno riscosso grande successo presso il pubblico internazionale due film basati sul medesimo argomento, pur se ambientati in epoche e teatri bellici differenti: il ritratto, con sfumature quasi epiche, di due micidiali cecchini, armati ciascuno di fucili tarati alla precisione e di litri di sangue freddo.
Il nemico alle porte”, un movie del 2001 diretto dal regista francese Jean-Jacques Annaud, narra la reale storia (invero, in alcuni tratti, romanzata e spettacolarizzata) del soldato sovietico Vasilj Zajcev (interpretato dall'attore Jude Law), un implacabile tiratore scelto dell'Armata Rossa impegnata nell'inferno di Stalingrado in una cruentissima ed epocale battaglia, tra la fine del '42 e gli inizi dell'anno successivo.
Il contributo di Zajcev alla vittoria bolscevica, ancor più di valore propagandistico che pratico (malgrado l'alto numero delle sue vittime naziste), viene esaltato in un film che sottolinea la perizia, diremmo il talento, di un uomo nel saper recidere, con un solo, netto colpo, il filo che lega un avversario alla propria vita.
Non dissimile è la trama di “American sniper”, opera recente (2014) del regista Clint Eastwood: si disegna l'esperienza irachena di Chris Kyle, un fuciliere scelto della Navy Seal, corpo d'élite dell'esercito statunitense.
Anche in questo caso, appostamenti snervanti e spari letali tra le macerie fanno da scenario alle gesta militari di un uomo dotato di mira prodigiosa e di istinto balistico senza pari: una vera e propria macchina da guerra in carne e ossa, un elemento da tutelare come fosse patrimonio (bellico) nazionale.
In entrambe le vicende, riprodotte felicemente sul grande schermo, i protagonisti indossano i panni di soldati veramente esistiti che assurgono, grazie alla loro “abilità professionale”, al ruolo di patriottici eroi.
Una capacità, quella di Kyle e di Zajcev, da considerarsi quasi geometrica, espletata tracciando la perfetta linea di congiunzione tra il punto di partenza A (la bocca del fucile) e il punto d'arrivo B (la vittima, sfortunata o sprovveduta, inquadrata dal mirino). Tuttavia sarebbe limitativo, come è logico, astringere alla sola età moderna (quella della polvere da sparo e delle armi da fuoco) la cronologia più attinente al racconto delle grandi gesta balistiche di infallibili tiratori.
Un celeberrimo tiro di fionda, preciso e mortale, scagliato ben tremila anni fa, decise il destino non solo di un singolo individuo, ma di una nazione intera: anzi, ancor più, dell'umanità.
Sia solo leggenda, rappresentazione peculiare e mitizzata di eventi storici più ampi e complessi, oppure un evento realmente accaduto, l'uccisione di Golia da parte di Davide (poi divenuto, grazie a tale impresa, re d'Israele) ha segnato, per le sue mille conseguenze, in primis dinastiche, l'evoluzione storica, religiosa, morale e intellettiva dell'uomo.
Quella fionda, mellifluamente poggiata alla spalla sinistra del Davide michelangiolesco ha prodotto, con il suo colpo immortale, un fragore la cui eco ha attraversato i secoli con una intensità pari allo scoppio di una bomba atomica, tanto grandi ne sono stati gli effetti sulla storia del mondo.
E se il fromboliere per antonomasia fu senz'altro questo giovane pastore israelita, il cui coraggio lo innalzò al ruolo di sovrano, altri scagliatori di pietre e di proietti, dall'abilità proverbiale, riempirono con valore le fila dei grandi eserciti dell'antichità. Tra questi, i Balearici, gente cresciuta a pane e fionda per tradizione atavica: un popolo di pescatori, sì, ma anche di pastori pronti alla difesa dei propri greggi dai predatori, umani o a quattro zampe che fossero.
Un pugno di isole spruzzate al largo delle coste meridionali della Hispania, le Baleari rifornirono per secoli le legioni di Roma, rappresentando una sorta di vera e propria manovalanza tecnico-bellica.
Questi frombolieri ispanici, autentici “cecchini” della loro era, sono mirabilmente descritti da uno straordinario etnografo antico, Strabone, che nel suo famoso “Gheographia” descrive usi e costumi delle genti mediterranee: tra queste, appunto, anche gli abitanti delle isole Baleari.
Ne risulta, in tal modo, una vivace e pittoresca rappresentazione di quei popoli, e della loro eccezionale abilità balistica.
Innanzitutto, per inciso, una curiosità etimologica la cui veridicità non è del tutto assodata: il nome stesso delle isole in questione, le Baleari, deriverebbe dal greco ballein (gettare), in conformità, appunto, con la grande maestria degli autoctoni nell'adoperare la fionda.
Scrive Strabone: “A causa della bellezza dei luoghi, [gli abitanti] sono stati oggetto di molti appetiti, tanto che, pur essendo pacifici, hanno fama di essere molto abili nell'uso della fionda: ne hanno grande pratica, si racconta, fin da quando i Fenici occuparono le isole”.
Così prosegue l'etnografo ellenico: “Questi ultimi, si dice ancora, sono stati i primi a far indossare loro chitoni con larghe falde: avevano l'abitudine di combattere negli agoni nudi, con in mano uno scudo o un giavellotto con la punta bruciata o, più raramente, attrezzato con una piccola cuspide di ferro.
Attorno alla testa
-sottolinea ancora- portano tre fionde di giunco nero e crine di cavallo, o nerbo: la prima, più lunga, per lanciare a distanza; la seconda, corta, per lanciare vicino; la terza, media, per scagliare a media distanza.
Si esercitavano all'uso della fionda fin da bambini, al punto che non si dava pane ai figli, se questi non lo colpivano prima con la fionda.
Per questo
-conclude Strabone- Metello, avvicinandosi per mare alle isole, fece stendere delle pelli sui ponti delle navi, come riparo dalle fionde”.
Il generale romano in questione è Cecilio Metello, console nel 123 avanti Cristo: egli portò avanti una campagna ispanica di conquista per circa un paio di anni, fino al 121, come ci raccontano Floro e Orosio; alla stessa data se ne fa risalire il trionfo, al ritorno in patria.
Grazie a ciò, il vincitore poté fregiarsi dell'appellativo di Balearicus.
Il tipo di arma descritto da Strabone è una sorta di laccio sottile, resistente ed elastico al tempo stesso, detta frombolo, da cui il nome, in italiano, degli specialisti che ne facevano uso: i latini, invece, usavano definirli funditores, cioè muniti di fionda.
Il frombolo aveva, nella sua parte mediana, un alloggiamento per il proiettile, ed era unito al polso del lanciatore tramite una cordicella, che ne evitava la perdita al momento del lancio del proiettile.
La fionda roteava sopra la testa del lanciatore, che ne serrava nel palmo della mano entrambe le estremità: allo scoccare del tiro, si lasciava andare uno dei due capi, imprimendo così il moto violento che liberava il proietto stesso.
I frombolieri erano di gran lunga gli uomini più scarsamente equipaggiati della legione, non avendo, oltre che la fionda, altra arma o protezione se non una daga al fianco e un ampio scudo portato sul dorso: per il resto, né calzari, né elmo o armatura.
Tra l'altro, solo una parte dei funditores poteva permettersi lo scudo: più che mai, dunque, dopo le scaramucce d'inizio battaglia, cui prendevano parte ponendosi in prima linea al fianco dei velites e della fanteria leggera, essi si ritiravano prontamente nelle retrovie per lasciare campo a quella pesante.
I proiettili venivano portati o in una sacca a tracolla, oppure direttamente ammassati tra le pieghe del loro spesso mantello. Di forma sferica e di pietra (lapides missiles) od ovoidale, a mò di ghianda (simbolo di fortuna, per i Romani) e detti appunto glandes, i proiettili lanciati dai frombolieri potevano pesare fino a un mezzo etto; e proprio la relativa piccolezza, e l'aerodinamicità che ne permetteva il solco dell'aria a folle velocità (si toccavano anche i 160 km all'ora) facevano sì che la forza centrifuga impressa alla fionda si esprimesse in modo devastante al momento dell'impatto, frantumando cartilagini, ossa, elmi e corazze non troppo spessi.
Qualcuno ricorderà, forse, vecchie e più recenti fotografie provenienti dai vari teatri di guerra dell'era moderna: bombe da aeroplano riempite di caricature del nemico e frasi canzonatorie, troneggianti tra i volti divertiti degli avieri, ma anche barbuti artiglieri della guerra di Secessione americana accanto a enormi palle di cannone o di obice, addobbate con epiteti ed espressioni di scherno rivolte ai blu o ai grigi, a seconda dei punti di vista.
Lo stesso sputo sull'ultima cartuccia rimasta nella bandoliera, prima dello sparo finale, scena immortalata in tanti film, rappresenta in un certo senso un saluto di sprezzo al nemico, un accomiatarsi dal mondo accompagnato dall'auspicio che la morte, ormai imminente, si tiri dietro anche qualcuno posto di fronte.
Ebbene, anche gli antichi frombolieri erano soliti, spesso, “sentenziare” i proiettili che avrebbero scagliato con scritte minacciose e propiziatorie: “Beccati questo...!”, “Sei morto...!”.
Oltre che frasi lapidarie, venivano frequentemente impresse anche le iniziali del comandante per cui si combatteva, una sorta di biglietto da visita altolocato sparato in faccia al nemico.
I proiettili sono stati trovati in gran quantità su tutto il territorio dell'Impero, a dimostrazione del largo uso che si fece dei frombolieri nel corso dei secoli, sin a partire da quelli della Repubblica.
La povertà dell'equipaggiamento, davvero ridotto ai minimi termini, unita alla frugalità tutta ispanica delle abitudini, oltre all'indubbia efficacia bellica, motivano il successo di questi particolari combattenti.
I Funditores baleares, così, formarono un vero e proprio corpo specialistico perfettamente inseritosi in seno alle legioni, allorquando Roma ne scoprì a sue spese, come abbiamo visto, l'adeguatezza e la pericolosità spesso letale.
Essi venivano fatti convergere negli auxiliares, cioè reparti ad alta specializzazione formati da soldati alleati di Roma, accomunati dalla stessa provenienza territoriale e dalle medesime abilità belliche.
Dunque, dopo aver prestato, nei secoli precedenti, la propria “manodopera” alle città della Magna Grecia (Siracusa tra tutte) e ai Cartaginesi (li ricordiamo al servizio dei Barcidi, tanto da combattere con Annibale a Canne), ecco che, inquadrati nelle legioni, questi micidiali tiratori si misero al soldo di Roma, perfezionando ancor più una macchina bellica già a suo modo prodigiosa. I Balearici furono protagonisti in innumerevoli scontri dei quali l'esercito romano si rese protagonista: lo stesso Giulio Cesare, nei suoi famosi commentarii, ne fa menzione trattando, ad esempio, la spedizione oltremanica in Britannia, oppure l'epica battaglia di Farsalo.
Prima che il corpo dei frombolieri si eclissasse in periodo basso-imperiale, esso raccolse gloria sotto Traiano che, all'inizio del II° secolo dopo Cristo, volle farne ampio uso durante la campagna in Dacia.
E così, a perenne ricordo, le figure di alcuni funditores si stagliano ancora sui bassorilievi della magnifica Colonna traiana.
Sembra, però, non siano state prerogative esclusive di un solo popolo, la vista acuta e la innata abilità d'esecuzione: gente isolana d'altro ceppo e lingua, infatti, seppe guadagnarsi da vivere tracciando nell'aria traiettorie e orbite velenose.
Se i fiondatori delle legioni giungevano dalle tiepide acque ispaniche, un'altra terra ammantata di sole, immersa in pieno Mediterraneo, regalò agli eserciti del mondo antico specialisti di livello eccelso.
Creta, terra di magia e di mito, sede del regno di Minosse dal quale si diffuse, sul filo delle onde solcate da agili navi, la meravigliosa e raffinata civiltà minoica, fornì anche, oltre che abili mercanti e flessuosi ballerini domatori di tori, esperti arcieri. Sappiamo quanto, nella cultura greca e, di conseguenza, anche in quella cretese l'arco abbia sempre assunto un'importanza fondamentale, sia come icona eroica (si pensi all'arco di Ulisse, del quale il re di Itaca si valse per far strage dei Proci, accampati da anni nella sua reggia), sia come simbolo divino (è il caso di Eros, saettatore di dardi infuocati di passione e amori travolgenti). Così come per i frombolieri balearici, anche i cretesi si esercitavano all'uso costante dell'arco fin dalla fanciullezza.
Partiamo da un presupposto: mentre popolazioni asiatiche, come ad esempio i Persiani/Parti, erano conosciute per la loro abilità militare con l'arco, in Europa continentale l'uso di questo strumento in guerra era assolutamente ridotto.
Per tale motivo, con gli arcieri cretesi sin dai tempi repubblicani e, poi, con quelli siriani e anatolici in età imperiale, le legioni integrarono questi reparti di specialisti nelle loro fila, facendone un punto di forza tanto nella fase iniziale delle battaglie (prima di lasciare il campo alla fanteria pesante) quanto negli assedi.
In tal modo, si colmò una lacuna che macchiava la piena efficienza dell'esercito romano, privo tradizionalmente di una tale, specifica tipologia militare.
Durante le operazioni poliorcetiche, infatti, la perizia del corpo degli arcieri poteva risolvere vari problemi, sia ripulendo i bastioni della città sfoltendo i ranghi dei difensori, sia appiccando il fuoco alle abitazioni dentro le mura, grazie a frecce dalla punta atta a contenere stoppa e altro materiale infiammabile.
I Romani, riconosciutene le grandi capacità, inserirono questi provetti tiratori cretesi nel loro esercito all'inizio della seconda Guerra Punica (verso il 218 avanti Cristo), facendone un punto di forza delle legioni e chiamandoli sagittarii (cioè scoccatori di frecce).
Come erano equipaggiati gli arcieri?
Il loro principale attrezzo da lavoro consisteva, logicamente, nell'arco composito, formato cioè da parti in legno e altre in corno e avorio, in un perfetto mix strutturale tra compattezza e potenza: un'arma unica, del tutto peculiare a questa isola adagiata nel Mar Egeo.
L'arciere cretese in seno alla legione, solitamente privo di calzature e spada, indossava un elmo bronzeo simile al montefortino, cioè a calotta con spiovente protettivo sulla nuca; una faretra di cuoio a tracolla; un piccolo scudo rotondo, tipico della fanteria leggera, fornito di due cinghie per serrarlo stabilmente al braccio atto a tenere l'arco; una tunica non spessa tinta di rosso, sopra cui indossava una veste di cuoio trapuntata, grazie alla quale poteva assicurarsi una protezione accettabile.
I Cretae sagittarii erano straordinari tiratori, che lo stesso Giulio Cesare mostrò di apprezzare compiutamente.
Anche i Flavi, Vespasiano e Tito, ne fecero ampio uso in più occasioni durante la rivolta della Giudea del 66-70 dopo Cristo, in primis nel corso dell'assedio di Gerusalemme: Flavio Giuseppe, nel suo “La guerra giudaica”, menziona più volte questo corpo speciale di arcieri eccelsi [II, 118; III, 7].
Loro compito principale era quello di sfrondare il numero dei difensori di una città assediata, oppure di difendere una piazzaforte dagli assalti nemici, decimandone le fila.
Essi, inoltre, avevano la mansione di smorzare l'ardore adrenalinico delle schiere avversarie, prima dello scontro campale tra le fanterie, grazie a una terribile pioggia di frecce fatta spiovere dall'alto.
Dopo aver prestato la propria opera balistica, gli arcieri si riparavano nelle retrovie, essendo del tutto inadatti all'impatto fisico col nemico: il piccolo pugnale portato al fianco, e lo scudo ridotto imbracciato potevano, infatti, risultar utili solo nei momenti estremi.
I sagittarii cretesi, nel corso del tempo, cedettero però il passo ad altre etnie emergenti, sempre legate, tuttavia, al culto tutto orientale dell'arco: i siro-anatolici furono i più ricercati, in tal senso.
Per questo motivo, intorno alla metà del II° secolo dopo Cristo, dei 32 reparti dell'esercito romano riservati agli arcieri, ben 13 erano ormai riservati ai Siriaci, 7 ai Traci, 5 agli anatolici e soltanto uno ai Cretesi, gli antichi padroni della nobile arte della freccia: dopo secoli di indiscusso predominio, dovettero cedere la supremazia a nuove realtà militari.
Frombolieri balearici e arcieri cretesi: questi ricamatori di traiettorie impossibili e assassine, questi geometri della morte, privi di compassi e fili a piombo ma dotati, per istinto, di fulminea valutazione delle distanze e dei movimenti, seminarono, nel corso di molte guerre e battaglie, il terrore nelle schiere dei loro nemici.
Il sibilo letale di un sasso, di una biglia, di un dardo scagliati lontano, a decine di metri, si faceva così messaggero ferale per lo sfortunato soldato o cavaliere che fosse caduto, al momento sbagliato, nel campo visivo di un fromboliere balearico o di un arciere cretese.
Furono truppe non preposte al combattimento corpo a corpo, al duro scontro fisico all'arma bianca, ma votate invece a una specializzazione certamente tecnica, di sicuro costruita su un indefesso addestramento.
Tuttavia, si trattò di una preparazione bellica basata, in primis, su una perizia istintiva e una qualità innata tutta individuale.
Dunque, nessun valore guerriero, nessun cuore gettato oltre l'ostacolo: l'ardimento e l'eroismo dello scontro mortale, del cozzare violento, affannoso e adrenalinico dei corpi in combattimento non fu mai peculiarità di questi corpi scelti.
L'autentico contatto che si stabilì tra essi e le loro vittime, separati nella realtà spaziale da distanze considerevoli, fu in tal modo un filo sottile e invisibile (eppure tremendamente concreto) rappresentato dalla traiettoria mortifera di un proietto scagliato a piena forza.
Una morte che, sferzando l'aria, giunse impietosa a troncare innumerevoli vite, determinando così, non di rado, lo sviluppo e l'esito di battaglie di millenni fa.

Riferimenti bibliografici

GIUSEPPE FLAVIO, “La guerra giudaica”, Mondadori, Milano, 2013
STRABONE, “Geografia”, III°libro, Bur, Milano, 2008
AA.VV., “Soldati dell'antica Roma”, Fabbri editore, Milano, 2005
Documento inserito il: 17/02/2017
  • TAG: legione, impero romano, frombolieri balearici, arcieri cretesi, flombolo, fionda, guerra giudaica, metello balearico

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