AVVISO: Questo sito utilizza cookie di profilazione di terze parti per fornirti servizi in linea con le tue preferenze. Confermando questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante, acconsenti all'uso dei cookie, altrimenti visualizza l'informativa estesa privacy-policy.aspx
>> Storia Antica > Impero romano

I segni della guerra: omina, presagi, prodigi a Roma [ di Carlo Ciullini ]

Roma quasi mai ebbe paura del nemico, ma sempre della volontà degli dei, per quanto fosse una entità più volta al pratico e all'azione piuttosto che alla spiritualità. Avere il favore celeste, oppure no, prima di una guerra o di una singola battaglia, era fondamentale: i Quiriti talmente riponevano fiducia nelle loro divinità, da ritenerne indispensabile il sostegno quando si prospettava uno scontro con altri popoli e nazioni.
L'ausilio divino era condizione necessaria e sufficiente per il buon esito dell'evento bellico: necessario perché senza un saldo contributo dell'Olimpo le cose avevano una discreta possibilità di volgere al peggio, e sufficiente per il fatto che le armi romane, se tutelate dall'alto, si ritenevano invincibili, a prescindere dal rapporto numerico, favorevole o contrario, tra gli eserciti disposti in campo.
Per avere una percezione di quale fosse il volere soprannaturale, i popoli dell'antichità si affidavano ai responsi dei “professionisti” (sacerdoti, vati, druidi, aruspici, àuguri, oracoli): erano in grado, in tal modo, di farsi un'idea di quale aria potesse tirare da lì a breve, spada contro spada, scudo contro scudo, occhi negli occhi del nemico.
Certamente, non di rado il messaggio divino poteva palesarsi avverso a una felice conclusione dello scontro, e in tal caso era necessario fare buon viso a cattivo gioco, rinunciando a impegnare il nemico anche laddove una possibile vittoria finale appariva sicura e razionalmente plausibile, in base alla forza e al numero degli schieramenti.
Tuttavia, ci poniamo una domanda che sporge spontanea, dinanzi alla consapevolezza di quanto i Romani, popolo solerte e guerriero, fossero sempre pronti a combattere e a mostrare appieno il proprio valoroso ardimento: sarebbero essi mai riusciti a frenare il proprio impeto bellico anche dinanzi a un segno divino contrario? Avrebbero sempre confidato più sulla forza delle proprie braccia, che non sul vento propizio spirante dall'Olimpo?
In questo caso, il comandante che si fosse fatto prendere la mano dall'eccitazione dell'azione imminente, trascurando un responso negativo, avrebbe poi potuto pagare il fio della propria obnubilante e frenetica miscredenza.
Vedremo come, talvolta, non tutti furono in grado di frenare il richiamo adrenalitico del campo di battaglia: e, spesso, i risultati non furono quelli auspicati...
Porteremo poi alla ribalta occasioni in cui, invece, l'omen favorevole, il presagio positivo, la benedizione divina spinsero ancor più uomini per natura già pieni di vigoroso ardore a mettere in gioco la propria vita e quelle dei loro soldati, con la piena fiducia nel successo finale.
Tant'è, era cosa buona e giusta appellarsi preventivamente alle divinità per conoscerne il parere e, in un certo senso, prepararsi alla battaglia non prima di aver interloquito con il cielo era già di per sé un segno di devozione, che poteva ben disporre nei propri confronti il favore celeste.
La storia di Roma è ricca di episodi in tal senso: abbracceremo svariati secoli di Repubblica e di Impero, per narrare di generali e condottieri che mossero il braccio e la spada dopo aver devotamente ascoltato la parola degli dei (ma che, come detto, non in tutti i casi furono solerti ad assecondarne la volontà...).
Voliamo, per iniziare, sulle rive del Rubicone: è il 10 Gennaio del 50 avanti Cristo, e Cesare, di ritorno dalle Gallie, intende entrare con le armi laddove ciò era secolarmente proibito, cioè nel territorio di Roma vero e proprio, in Italia, lasciandosi alle spalle la Gallia Cisalpina, provincia di sua competenza.
L'ora è fatale, e l'ansia divora anche un uomo dalla volontà titanica quale Caio Giulio Cesare, poiché il passo che si appresta a compiere è drammaticamente decisivo; tuttavia, ci racconta Svetonio nella sua “De vita Caesarum”, si palesò al condottiero un indizio divino, testimonianza concreta dell'avallo dei celesti circa l'attuazione dei suoi intendimenti: “Mentre tergiversava, gli si mostrò un segno prodigioso”.
Quanto sia storicamente veritiera la narrazione, non sappiamo; ad ogni modo, il racconto è suadente e accattivante: “Un uomo di straordinaria bellezza e di taglia atletica apparve improvvisamente seduto poco distante, mentre cantava accompagnandosi con la zampogna.
Per ascoltarlo, oltre ai pastori
-scrive Svetonio- erano accorsi dai posti vicini anche numerosi soldati, e fra questi alcuni trombettieri: l'uomo allora, strappato a uno di questi il suo strumento, si lanciò nel fiume, suonando a pieni polmoni una marcia di guerra e si diresse verso l'altra riva”.
Agli occhi del generale, il presagio non dava adito al minimo dubbio: “Allora Cesare disse: ''Andiamo dove ci chiamano i segnali degli dei e l'iniquità dei nostri nemici. Il dado è tratto...!”.
Da lì, lo scontro fratricida col Senato, con Pompeo e gli optimates e poi, tragicamente, Farsalo.
E' il 390 a.C: Roma, prostrata e annichilita, è attraversata in lungo e largo da un'orda di barbari, i Galli Senoni di re Brenno.
Incerti sul da farsi, e disperando di una riscossa, il dittatore Furio Camillo e i senatori si riunirono nella Curia per dibattere sul tragico momento: quale decisione prendere? Quale iniziativa mettere in atto? Impugnare di nuovo le armi e giungere all'estremo sacrificio, pur di scrollarsi di dosso il fiato appestato dei rozzi conquistatori, oppure abbandonare in massa la città in mano agli occupanti, lasciando che la mettessero a ferro e fuoco?
In tal caso, ci si sarebbe potuti ritirare nella vicina Veio, un tempo fiera rivale di Roma ma ora da poco conquistata.
Si discuteva ancora animosamente sulla vicenda, scendendo in gruppo le scale della Curia, quando ecco fermare la sua marcia, proprio dinanzi ai maggiorenti dell'Urbe, un drappello di soldati guidati dal loro baldanzoso centurione; Tito Livio (nella sua “Ab urbe condita”-V,55) ci ricorda l'episodio: “Mentre il Senato era in riunione nella Curia Ostilia per decidere della cosa, transitarono lungo il Foro, proveniendo dal presidio, alcune coorti in marcia; il centurione, proprio laddove si teneva il comizio, gridò: ''Signifero, pianta il vessillo...! Qui staremo benissimo!''.
Avendo intesa questa esclamazione -continua Livio- da parte sua il Senato, uscito dalla Curia, decretò fosse presa come un presagio favorevole, mentre il popolo, fattosi di corsa tutto attorno, diede la propria approvazione
”.
Si era dunque manifestato il segno garante che gli dei non avevano abbandonato la città: attingendo nuova forza e vigore dalle parole beneauguranti dell'ufficiale, i Quirites, ispirati dall'intervento divino, ripresero le armi e, spinti da un irrefrenabile entusiasmo, cacciarono i barbari dalla amata patria.
E', questo, l'aneddoto del famoso “Hic manebimus optime”, frase che risuonerà duemilaquattrocento anni dopo, sulle sponde dell'Adriatico, quando il vate Gabriele D'Annunzio, occupata la dalmata Fiume coi suoi legionari, fece apporre su un francobollo là emesso l'augurale esclamazione.
In questo caso, però, il soggiorno italiano in quella che è l'odierna Rijeka, ora in Croazia, non ebbe buon esito, e le grandi potenze riuscirono a ripristinare lo status quo già stabilito a Versailles al termine del primo conflitto mondiale: la conferenza, infatti, non riconosceva al Regno d'Italia la città costiera.
Da qui, il dannunziano senso di “vittoria mutilata” e l'epica, inutile impresa del '19.
A Roma antica, le galline servivano non solo di nutrimento con la loro carne e le uova ma, come nel caso di alcuni polli sacri certamente più fortunati, permettevano anche che gli àuguri traessero auspici sul futuro.
Nel corso di un atavico rito, infatti, veniva loro offerta una focaccia a base di farro, detta offa, che intinta nel latte o nel vino stimolava la proverbiale voracità dei pennuti: dall'intensità del pasto, dalla modalità delle avide beccate gli esperti sacerdoti erano in grado di esprimere un vaticinio.
A tale vetusta tradizione è legato il famoso episodio della battaglia di Drepana (l'attuale Trapani), tenutasi nel 249 a.C. nel corso della Prima guerra punica.
Davanti alle coste siciliane incrociarono i rostri la flotta cartaginese, comandata da Aderbale, e quella romana agli ordini dell'altero console Publio Claudio Pulcro: entrambi gli schieramenti contavano su centoventi navi circa.
Ancora Svetonio ci accompagna, nella sua opera principale, in questo nostro viaggio alla conoscenza di omina, segni e presagi che, in un modo o nell'altro, hanno marcato la storia degli eventi militari di Roma: “Claudio Pulcher, in Sicilia, vedendo, mentre prendeva gli auspici, che i polli sacri rifiutavano il cibo, li fece gettare in mare, con disprezzo delle cose cultuali, adducendo il pretesto che dovevano bere, dal momento che non volevano mangiare.
Quindi ingaggiò una battaglia navale. Fu battuto
”.
Forse che gli dei, già contrari nei loro responsi a una impresa bellica votata alla sconfitta, si erano ancor più adirati per l'atto blasfemo perpetrato dal cocciuto (e irresponsabile) console?
Comunque sia, l'esito dello scontro fu fatale, per la repubblica. Solo una trentina di navi, tra le quali la ammiraglia consolare, riuscirono a trarsi in salvo; più di novanta di esse caddero in mano ai Punici, assieme agli equipaggi.
L'aneddoto, reale o frutto di fantasia che fosse, riveste in seno alla tradizione romana un chiaro valore ammonitore: mai deridere la volontà degli dei, e le sacre cose ad essi unite...!
In hoc signo vinces”. Se non è il più famoso, è certamente tra i più celebri messaggi inviati dal cielo a chi, la Storia, doveva farla sulla Terra.
In realtà la frase è la latinizzazione della scritta in greco che sarebbe apparsa a Costantino sulla volta celeste con accanto la croce di Cristo; Gesù gli si sarebbe mostrato poi in sogno la notte stessa, e lo avrebbe invitato ad adottare l'emblema cristiano per sconfiggere con successo l'altro candidato al trono imperiale, Massenzio. Cosa in effetti accaduta pochi giorni dopo l'evento prodigioso, con l'epocale battaglia di Ponte Milvio del 28 Ottobre del 312 dell'era volgare.
Dopo lo scontro, cruentissimo, la realtà imperiale mutò forma, e per sempre: il paganesimo tramontava, e il Cristianesimo assurgeva a credo principale delle istituzioni.
Abbiamo una sola fonte storica, attestante il famoso episodio della visione costantiniana: si tratta di un eminente prelato, Eusebio di Cesarea, che nella biografia dedicata all'imperatore, pubblicata poco dopo la morte del regnante, riportava il racconto che Costantino stesso gli aveva fatto.
Tuttavia, va evidenziato quanto il vescovo-scrittore si mostrasse scettico, al riguardo, malgrado le assicurazioni del protagonista sulla veridicità del miracolo.
In generale, è tutt'oggi discussa sia l'affidabilità dell'episodio, sia la reale radice cristiana che lo caratterizzerebbe: si sostiene da più parti, infatti, che solo a posteriori l'evento sarebbe stato ammantato di cristianità, essendo in origine poggiato, in realtà, su tematiche pagane quali il culto del Sol Invictus e del dio orientale Mitra.
Anche in questo caso, dunque, come in tutti quelli presi in esame, si mescolano tra loro leggenda, mito, verità storica, tradizione e resoconto storiografico.
L'incontro, sempre misterioso, tra l'umano e il divino risulta, dal punto di vista razionale, difficilmente comprensibile.
E' il dio che si abbassa verso l'uomo e la sua limitatezza, e che invia segnali, messaggi che debbono essere interpretati: sta alla prontezza d'animo, alla ricettività di chi li riceve farsi carico del loro sfruttamento, in vista dei propri fini.
E, per finire, parliamo di Giuliano, straordinario princeps vissuto verso la metà del IV°secolo dopo Cristo, e detto l'apostata per aver osteggiato (seppur non con la violenza) la diffusione in seno all'Impero di un Cristianesimo sempre più dilagante: il giovane sovrano (morto nel 362, a soli trentun anni) tentò con tutti i mezzi a sua disposizione di preservare i mores tradizionali e l'atavica religio, facendosi paladino di un paganesimo ormai in fase di inarrestabile declino.
Uomo colto, di spirito assai elevato, questo grande imperatore seppe essere anche valente e coraggioso uomo d'armi, mettendo in mostra più volte qualità di abile stratega, come nella famosa battaglia di Argentoratum (la moderna Strasburgo) del 357, grazie alla quale mise in rotta le orde degli Alamanni che, considerevolmente più numerose del suo esercito, bramavano, oltrepassato il Reno, di invadere l'opulenta Gallia.
Nei mesi che ne precedettero la precoce morte, Giuliano aveva pianificato e messo in pratica una campagna orientale contro i nemici di Roma per eccellenza: i Parti. E proprio qui, ai confini dell'Impero bagnati dall'Eufrate e attraversati dalle sabbie desertiche, il giovane trovò il termine alla propria esistenza, che troppo presto privò Roma di un sovrano tanto valente.
E' il grande Ammiano Marcellino a narrarne gli ultimi giorni di vita, e le ore estreme. Ammiano fu uno storiografo tra i migliori della letteratura latina: da ottimo cavaliere quale era, egli ebbe occasione di partecipare a più di una battaglia assieme all'imperatore del momento, e fu anche testimone oculare della morte di Giuliano, giacché lo accompagnò in quella fatale spedizione partica.
Ecco il resoconto ammianeo dei presagi che precedettero la scomparsa del sovrano, perito a causa di un colpo di lancia letale, ricevuto in una banale scaramuccia col nemico: “Una notte poi, interrotto il sonno inquieto e affannoso, a cui era costretto a dedicare poche ore, [Giuliano] stava scrivendo sotto la tenda, così come aveva fatto Giulio Cesare, e meditava su una frase oscura di un filosofo, quando vide piuttosto confusamente, come raccontò agli intimi, l'immagine del Genio Pubblico quale gli era apparsa nelle Gallie, allorché stava assurgendo alla autorità di Augusto. Esso -racconta Ammiano-si allontanava in atteggiamento alquanto triste, attraverso la tenda, con il capo e la cornucopia avvolti da un velo.
Sebbene, inchiodato dallo stupore, rimanesse immobile per un istante, tuttavia, superiore come era a ogni forma di paura, affidava il futuro ai decreti celesti
”.
Ma la notte dei prodigi non era ancora terminata. Prosegue lo storico: “Lasciato il giaciglio, mentre completamente sveglio nella notte profonda innalzava agli dei preghiere espiatorie, credette di vedere una fiaccola ardentissima, simile a una stella cadente, dileguarsi dopo aver solcato un tratto del cielo. Fu preso da terrore -chiosa Ammiano- temendo che la stella di Marte fosse apparsa così chiaramente minacciosa”.
Non si poteva indugiare oltre, ed era doveroso convocare gli esperti per trarre conseguenze dalle mirabili apparizioni: “Pertanto in fretta furono chiamati prima dell'alba gli aruspici etruschi, ai quali fu chiesta cosa preannunciasse quella stella dalla strana forma. Risposero che si doveva evitare con la massima prudenza qualsiasi impresa. Dimostrarono che nei libri di Tarquizio, sotto la rubrica ''Sui segni celesti'' era scritto che dopo l'apparizione di una fiaccola in cielo non si doveva né ingaggiare battaglia, né compiere alcuna azione del genere. Ma poiché egli -conclude Ammiano Marcellino- non teneva in nessun conto questi indizi, come molti altri, gli aruspici lo pregarono di ritardare almeno di alcune ore la partenza: non ottennero neppure ciò, per cui, sorto il sole, furono levate le tende”.
Gli dei avevano lanciato il proprio avvertimento: il devotissimo Giuliano non seppe o non volle ascoltarlo, spinto dalla brama di sconfiggere il nemico.
Tra gli imperatori più eccelsi, Giuliano, senza dubbio: suo limite fu il non saper prestare attenzione alla voce di quegli dei pagani tanto tenacemente venerati, e al loro paterno monito.
Adesso, a distanza di millenni, guardiamo a questo gioco d'intesa tra uomini e dei subendo il fascino quasi magico di quel legame tra terreno e ultramondano, tra umano e divino che tanto profondamente influenzò la condotta, le decisioni, i moti di Roma antica.
E, francamente, non risulta facile discernere il sentimento religioso e l'osservanza rituale dei disegni celesti dalla mera superstizione, un elemento, quest'ultimo, che penetrò radicalmente in ogni aspetto vitale della quotidianità latina.
La stessa, sommaria suddivisione del calendario in giorni fasti e nefasti, suddivisione che dettava a priori come ci si dovesse comportare nell'esercitare, in una determinata data, una qualsiasi attività (tanto più se a livello istituzionale), esprime bene l'idea di quanto i Romani mettessero da parte il raziocinio per sottomettersi invece alla immodificabile volontà divina: il giorno che, nel corso dell'anno, fosse stato tradizionalmente foriero di sventura perché legato a eventi tragici per Roma, tale doveva venir considerato perennemente, e il trascorrere dei decenni non ne avrebbe annacquata la intima nocività.
Agivano dunque, in considerazioni di simile tenore, ancestrali ricorrenze che, ancorate alla memoria collettiva, continuavano a segnare, a distanza di tempo, il comportamento da tenersi in un determinato giorno o periodo.
Per finire, ciò che era stato tracciato in cielo si riproduceva poi immancabilmente in terra, e il presagio, l'augurio, i prodigi non erano altro che spie luminose indicatrici del flusso positivo o negativo delle cose: una battaglia, una azione di guerra (come qualsiasi altro evento) si determinavano seguendo solchi già tracciati e stabiliti nelle alte sfere.
Questo era ciò si riteneva avvenisse, lungo i binari di un dialogo costante e totale tra umani e divinità.
Le viscere di un animale sacrificato, il volo di un uccello, un evento miracoloso si facevano espressione di mappe e percorsi già tracciati sui tavoli dell'Olimpo.
Saper comprendere e interpretare questi segni, tanto più significativi se legati a quel sottile discrimine che separa, in guerra, la vita dalla morte, la vittoria dalla disfatta, poteva rinvigorire l'impeto guerriero o, al contrario, troncare le gambe a ogni velleità d'ardimento.
Non era cosa buona, in effetti, andare contro il volere degli dei. Difficilmente, in caso di auspicio negativo, comandanti e truppe si sarebbero gettati nella mischia con ottimistico furore; e sfidare i numi, come dimostrano gli episodi di Claudio Pulcro e di Giuliano, poteva portare a fatali conseguenze.
L'immolazione di una bestiola, il crepitio di una fronda sul fuoco delle are, i vortici danzanti dei fumi d'incenso (così come anche i semplici segni della quotidianità, futili all'apparenza ma dal profondo significato semiotico) costituivano uno specchio disposto dagli dei a uso e consumo degli esseri umani, purché questi ultimi sapessero trarne vantaggio.
E, attraverso questo specchio, gli antichi potevano contemplare la magica, sanguinosa rappresentazione che, di lì a poco, uomini di tutte le nazioni avrebbero inscenato sui campi di battaglia, in terra e in mare.

Nell'immagine, busto di Svetonio Gaio Tranquillo, scrittore dell'epoca imperiale romana.


Riferimenti bibliografici

SVETONIO, “De vita Caesarum”, Garzanti, Milano, 2008 AMMIANO MARCELLINO, “Storie”, UTET, Torino, 2014 Documento inserito il: 30/03/2016
  • TAG: svetonio, prodigi, segni guerra, omina, presagi, impero romano

Articoli correlati a Impero romano


Note legali: il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità di quanto pubblicato è esclusivamente dei singoli Autori.

Sito curato e gestito da Paolo Gerolla
Progettazione e sviluppo: Andrea Gerolla

www.tuttostoria.net ( 2005 - 2016 )
privacy-policy