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Ammiano Marcellino: lo stilo e la spada [ di Carlo Ciullini ]

Pochi personaggi del mondo di Roma tardo-antica hanno rivelato una fascinosa poliedricità quanta ne mostrò Ammiano Marcellino, probabilmente il più capace tra gli storiografi latini di quel periodo (e quello maggiormente affidabile); fu, però, anche valido soldato dei corpi scelti al seguito degli imperatori suoi contemporanei, da Costanzo II° al grande Giuliano detto l''Apostata.
Ciò permise allo scrittore di assistere personalmente a non pochi degli avvenimenti che andò narrando nel suo testo fondamentale, i “Rerum Gestarum libri XXXI”, più noti come “Storie”, un'opera poderosa che abbraccia un lasso di tempo tanto esteso quanto farcito di complesse vicende legate alla parabola dell'Impero, in quei secoli tanto tribolati tra la fine del I° e il tramonto del IV° dopo Cristo.
Il racconto ammianeo raccoglieva, nella sua completezza, il periodo tricentenario che va dal regno di Nerva (96) alla morte di Valente ad Adrianopoli (378 d.C.).
Nel mezzo, di tutto un pò: dall'età d'oro degli Ispanici, degli Antonini e dei Severi al ventennio siriaco, dal regime di anarchia militare alla Tetrarchia dioclezianea, dalla genesi politica del Cristianesimo sotto Costantino all'apostasia giulianea, l''estremo e inutile baluardo del classicismo pagano alla nuova religione ormai dirompente.
Poniamo subito un concetto basilare dinanzi agli altri: Ammiano, nato ad Antiochia nel 330 circa, quindi in territorio siriano, pur essendo orgogliosamente civis romanus si sentiva intimamente uomo greco per lingua, formazione e struttura mentale.
La sua opera letteraria, in ogni caso, fu scritta in latino, un idioma da lui padroneggiato a tal punto (salvo alcuni grecismi sintattico-lessicali che non seppe evitare) da farne, come detto, lo storico di Roma più importante della sua epoca.
Ammiano, inoltre, dimostrò sempre assoluta fedeltà all'aquila imperiale, sia vestendo i panni del semplice cittadino che nel corso della propria carriera militare, partecipando con alterna fortuna a imprese belliche di notevole spessore.
Quindi, per quanto fosse nato a migliaia di chilometri dalla Caput Mundi e fosse intriso di ellenismo, il nostro avvertì profondamente la personale doppia funzione di difensore dell'Impero, brandendo la spada, e di fededegno narratore di Roma, con le armi del calamaio, del papiro e dello stilo.
Sappiamo che l'Antiocheno fece parte di un corpo militare elitario, i Protectores domestici, il cui compito primario era la tutela della persona dell'imperatore: molto probabilmente Ammiano non svolse ruoli di comando rilevanti, tuttavia alcune descrizioni che egli ha lasciato nelle sue “Res Gestae” mettono in evidenza una competenza precipua circa tematiche quali l'assedio e l'uso appropriato dell'artiglieria.
Al riguardo, le pagine relative all'obsidio di Amida da parte delle schiere di Sapore, Gran Re dei Persiani, vengono criticamente giudicate tra le più efficaci e veritiere: la perizia ammianea, la conoscenza specialistica delle tecniche ossidionali e balistiche, ci dipingono un quadro affascinante, pur nel suo profondo dramma.
Ripercorriamo assieme, dunque, alcuni passi di quel racconto tanto dettagliato: la descrizione che Ammiano ci fa del tragico assedio di Amida (359 d.C.), città siriaca situata nell'odierna Turchia orientale, è tra i più vividi della letteratura latina del IV° secolo.
Il fatto, poi, che l'autore avesse preso parte direttamente agli scontri, e che si ponesse pertanto in qualità di testimone oculare degli eventi drammatici di quel paio di mesi in cui s''infiammarono un violentissimo assedio persiano e una altrettanto tenace ed eroica difesa romana, conferisce alla pagina ammianea veridicità narrativa e asprezza rappresentativa tanto cruda quanto attendibile.
Riportando alcuni passi del XIX° libro delle “Res Gestae” di Marcellino, non possiamo omettere come il pathos, di cui queste pagine sono pregne, sia percepibile nel suo climax solo dando luogo a una lettura completa: da parte nostra, comunque, ci limiteremo a una antologia dei periodi più significativi.
Costrette le legioni romane e la pletora di sfollati a rifugiarsi dentro le mura possenti di Amida, i centomila dell'esercito persiano-sasanide si videro rifiutata la proposta di resa incruenta della città:
La divinità celeste (…) aveva spinto Sapore a tal punto di superbia - scrive Ammiano- da credere che alla sua vista tutti gli assediati, fuor di sé dalla paura, si sarebbero subito rivolti a lui con suppliche.
Accompagnato dal seguito, cavalcava dinanzi alle porte e (…) sarebbe crollato sotto i colpi delle frecce se la polvere non lo avesse sottratto alla vista.
In tal modo riuscì a salvarsi con una parte della veste stracciata da un giavellotto.
Perciò, fuor di sé, come se avessero violato con atto sacrilego un tempio, si occupava della preparazione per distruggere la città
”.
Cominciava così, ufficialmente, la terribile battaglia per la conquista di Amida, che aveva negato al Re dei Re la discesa a patti.
L'armata persiana, espressione di un impero multietnico e composito, era perciò formata da truppe avvalentisi delle genti più varie: un'orda spaventosa a contemplarsi, dall'alto delle mura assediate.
Per alcune settimane, più di duecentomila esseri umani tra militari e civili, concentrati in pochi chilometri quadrati, sarebbero rimasti ciascuno sospesi tra la vita e la morte, tra il fato contrario e quello benevolo: “I Persiani assediavano in tal modo tutta la cinta delle mura - narra Ammiano- La parte di queste rivolte a Oriente (…) toccò in sorte ai Chioniti, mentre i Gelani furono destinati al lato meridionale.
Gli Albani controllavano il lato settentrionale, invece contro la parte occidentale furono schierati i Segestani, guerrieri assai impetuosi.
Alla vista di popoli tanto innumerevoli, disperammo della salvezza e ci preoccupavamo di morire dignitosamente
”.
L'assedio si sarebbe protratto per più di due mesi, portando alla presa della città e all'eccidio di gran parte delle forze romane (in pochi riuscirono a fuggire, e tra questi lo stesso Ammiano Marcellino), sebbene anche tra i soldati persiani le perdite risultassero innumerevoli.
Gli scontri presso gli spalti e i bastioni si distinsero per l'immane spargimento di sangue e per l'efferata crudeltà, esposti aspramente ma con disarmante efficacia dal nostro testimone, una sorta di vero e proprio “inviato di guerra” ante-litteram.
La descrizione dei combattimenti attorno alle mura rasenta talvolta l'horror, ma la mortifera capacità delle artiglierie dell'antichità induce a ritenere che le parole di Ammiano dipingano scene funestamente reali:
Il peso dei sassi scagliati dagli scorpioni spaccò le teste e schiacciò molti nemici. Alcuni, trafitti dalle frecce o inchiodati dai giavellotti, ostruivano con il loro corpo il terreno.
Né minori erano i lutti in città a causa di una densissima nube di dardi, che in massa compatta oscuravano il cielo
”.
Marcellino era un soldato, forse addetto alle armi da lancio: per tal motivo, a differenza di un civile che avrebbe potuto, durante quei tristi giorni, cercare rifugio nelle case o nei sotterranei, egli non poté esimersi dal partecipare personalmente alla lotta.
La diretta visione della tragedia che si inscenò attorno a lui ci conforta riguardo il concreto svolgersi degli avvenimenti: immagini terrifiche, indelebilmente scolpite nella memoria del miles, dello storico, dell'uomo.
In queste pagine dense di tensione emotiva, l'autore inserisce anche un famoso excursus a carattere scientifico, riguardante lo scoppio della pestilenza propiziata dal pullulare, per le vie di Amida, di numerosi cadaveri insepolti: “Nella città, a causa dei morti sparsi per le vie che per il loro numero non si riusciva a seppellire, a tanti mali si aggiunse una pestilenza, che fu alimentata dal contagio diffuso dai corpi in preda ai vermi, dal caldo e dalle esalazioni, nonché dalla debolezza della plebe, determinata da varie cause”.
Ammiano tenta di specificare eziologicamente le caratteristiche del morbo mortale: siamo in pieno IV° secolo dopo Cristo e, seppur in termini relativi, si cerca di dare una spiegazione razionale ai fenomeni, in parallelo ai progressi scientifici dell'epoca.
Così, Ammiano tratteggia lucidamente i giorni virulenti della malattia, fornendo dotte motivazioni circa l''esplosione del contagio e la sua diffusione: spiegazioni che, invero oggi possono apparire a noi, uomini moderni, quasi ingenue e risibili, nel loro complesso.
Ad ogni modo, va a merito dello scrittore il tentare di fornire cause plausibili del male, senza ricorrere fatalisticamente a interventi o punizioni divine.
Viene rappresentata in tal modo una natura maligna, che pare impietosa dinanzi a una realtà umana già sofferente per gli strazi della guerra.
La natura stessa, tuttavia, alla fine si volge provvidenziale a porre rimedio alla propria crudeltà, e si fa salvifica: “Noi eravamo spossati da questa esiziale pestilenza (…) quando finalmente, durante la notte successiva alla decima giornata, l'aria densa e spessa fu dispersa da una piccola pioggia ed in tal modo recuperammo pienamente la salute”.
Laddove la malattia e gli elementi avversi davano finalmente requie, riprendeva intenso e senza posa l'assedio sasanide:
I Persiani (...)circondavano la città con recinti mobili a forma di pergolato e con steccati, e cominciarono a costruire terrapieni e torri altissime con la parte anteriore corazzata, sulla cui sommità furono collocate baliste per respingere i difensori dai baluardi”.
La possente macchina bellica del nemico lasciava oramai poco spazio a ipotesi vittoriose per gli assediati: le settimane si susseguivano implacabili, e risultava del tutto vana, per i Romani rinchiusi nelle mura, una qualunque speranza di aiuto proveniente dall'esterno.
Dunque, la fine di Amida si approssimava, e l'usura cui erano sottoposte le linee difensive risultava tale da portare tragicamente al repentino e fatale collasso:
Così la lotta giunse a un punto in cui la sorte dei contendenti dipendeva da una circostanza inevitabile.
Il nostro terrapieno, frutto di lunghe fatiche, come scosso da un terremoto, crollò - prosegue lo scrittore - e lo spazio tra le mura e il terrapieno nemico, colmato quasi da un argine su cui si poteva passare o da un ponte sovrapposto, aprì la strada ai Persiani, senza che vi fosse alcun impedimento.
La maggior parte dei soldati, che erano precipitati dal terrapieno, smise di combattere perché era rimasta schiacciata o priva di forze. (…) La città era ormai piena di truppe che accorrevano furiose, venuta meno ogni speranza di difesa o di fuga
”.
Tuttavia, proprio nella fuga Ammiano Marcellino trovò la propria salvezza: uno dei non molti fortunati che scamparono al massacro.
Ecco il racconto di come lo storico seppe sottrarsi a un destino cruento, sostenuto anche da una buona dose di fortuna che ai suoi occhi parve forse il palesarsi di un vero miracolo:
Così al calar delle tenebre, mentre ancora la moltitudine dei nostri soldati, nonostante lo sfavore dell'iniqua fortuna, combatteva corpo a corpo pur essendo circondata d'ogni parte, io mi nascosi con altri due compagni in una zona remota della città e , approfittando della oscurità della notte, fuggii attraverso una porta posteriore non custodita.
Poiché conoscevo bene quei luoghi abbandonati, aiutato dalla velocità dei compagni, raggiunsi finalmente il decimo miglio...”.

Poi, l''apparizione:
Fui colpito da uno spettacolo orribile che però fu per me, sfinito dalla spossatezza, motivo di conforto assai opportuno.
Uno scudiero, salito su un cavallo in rotta privo di freno e di sella, per non cadere s'era strettamente legata, attorno alla mano sinistra, la briglia, con la quale lo guidava.
Ma ben presto il cavallo l'aveva scrollato di dosso, e(…)il cavaliere tratteneva col peso del cadavere il destriero sfinito dal correre.
Io me ne impadronii e, saltatogli in groppa con i medesimi compagni(...), incontrato il nostro comandante, ci unimmo a lui.
Così arrivammo inaspettatamente ad Antiochia
”.
Che era, tra l'altro, la probabile città natale di Ammiano; terminava, in tal modo, la narrazione del sanguinoso assedio di Amida, riguardo al quale lo stesso Marcellino ci lascia alcuni dati: durò circa settantatre giorni, nell'arco dei quali furono quasi completamente sbaragliate sette legioni imperiali, al cospetto di circa trentamila soldati di Sapore uccisi.
Migliaia i morti tra i civili, caduti negli scontri, sfiniti per gli stenti oppure falcidiati dalla pestilenza: una vera ecatombe.
Il saper maneggiare spada e stilo con la medesima competenza, il fare la storia con la propria azione sui campi di battaglia per poi descriverla compiutamente in qualità di testimone diretto, anzi non di rado di primattore, ha contribuito a render salda la fama di personaggi latini quali Cesare, Augusto e, appunto, il nostro Ammiano Marcellino (nei limiti, beninteso, di una propria dimensione pubblica ben differente).
Egli fu indubbiamente un ottimista, un civis sicuro della perennità del dominio sulle genti e sul mondo da parte di Roma, della quale ribadisce la superiorità. Tuttavia, attraverso le pagine della sua opera già si avvertono sinistri e inquietanti scricchiolii: le orde barbariche (Persiani, Goti...) premono con forza sui limina dell''Impero e, palesemente, appaiono profilarsi all'orizzonte duri decenni.
Decenni nei quali al centro dei programmi dei vari principes non sarebbero più stati le conquiste e gli ampliamenti dell'immenso territorio romano, ma la sua strenua e sempre più ardua difesa.
Ammiano trascorse gli ultimi lustri della propria vita nella capitale dell'Impero, poggiandosi probabilmente a quella potente cerchia senatoria che favorì la diffusione e la conoscenza delle sue opere, delle quali sovente vennero date pubbliche letture.
Visse in piena espansione cristiana e, in verità, nei suoi scritti non sembra avversare direttamente la nuova religione: ma non possiamo nasconderci quanto lo storico, sostenitore dell'aristocrazia senatoria, si ponesse idealmente al fianco dei fautori di una rinascita culturale pagana
. L'influenza del prestigio del Senato e dei suoi ideali lo marcò certamente in profondità, in quella che fu la sua concezione della Storia; ma ciò non gli impedì di affermare costantemente la autorità senza pari degli imperatori, e la sublimità delle loro funzioni.


Riferimenti bibliografici

AMMIANO MARCELLINO, “Storie”, UTET, Torino, 1996
SYME RONALD, “Ammiano e la Historia Augusta”, Oxford University Press, 1968
Documento inserito il: 15/11/2015
  • TAG: marcellino ammiano, impero romano, assedio amida, storie ammiano, res gestae

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