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Lo scudo di Enea: genio poetico e propaganda nel capolavoro virgiliano [ di Carlo Ciullini ]

1°Agosto1936: lo sguardo fiero dell'impettito, teutonicissimo teodoforo Fritz Schilgen pettina gli spalti del mastodontico stadio di Berlino, mentre il suo braccio eleva al cielo la torcia fiammeggiante del sacro fuoco giunto dall'Elide, terra divina lontana migliaia di chilometri; in pochi secondi, il braciere avvampa tra il crepitio degli applausi e delle urla, e tra i sorrisi compiaciuti del Fuhrer, Adolf Hitler, e della gerarchia nazista convenuta in massa all'epocale avvenimento.
Si aprono ufficialmente i giochi della XIa Olimpiade e, soffocato dal clamore della folla oceanica e dalla musica sparata da bande e altoparlanti, s'innalza lieve il ronzio delle telecamere (che per la prima volta riprendono le gare) e delle macchine da presa cinematografiche.
Dietro di esse, sola al comando di tutto, una donna piena di fascinoso talento: è Leni Riefenstahl, la regista preposta dal regime alla direzione del film “Olympia”.
Un film, invero, ammaliante per dinamiche sceniche (alcune innovative, come la slow motion) e per virtuosismo estetico, grazie al quale gli atleti (non di rado esaltati nella loro quasi-nudità eroica) assumono la forma, le pose e i gesti di veri e propri semidei. Tuttavia, tanta bellezza visiva ed evocativa sottende alla celebrazione della Germania, del governo nazista che la dirige e della razza ariana, che ne costituisce il ceppo etnico puro (sebbene la Riefenstahl non si sia astenuta dall'esaltare le gesta sportive anche dei non-ariani, Jesse Owens in primis).
Un prodotto cinematografico, dunque, che sotto un innegabile valore filmico nasconde anche un intento smaccatamente propagandistico: è un'ode fatta di fotogrammi, un carme innalzato in onore di un dittatore, di un regime efficacemente organizzato che lo sostiene, e di una realtà (quella della Germania nazionalsocialista) che si autocandida a nazione-guida del mondo occidentale tutto.
A ogni buon conto, per quanto non possa essere disgiunta dal film anche la sua funzione propagandistica, esso rimane uno degli esempi più alti di cinematografia del XX° secolo, e ciò grazie alle eccellenti qualità artistiche della regista, che seppe esaltare, con montaggi, riprese e tecniche innovative, la grandezza dell'essere umano volto al rituale della sfida agonistica e alla divinizzazione della propria corporeità.
Arte e propaganda, dunque, potevano garbatamente coesistere, se chi avesse dovuto esprimerle intimamente connesse fosse stato, oltre che seguace dell'ideologia ufficiale, anche dotato di un innato talento.
Qualche anno prima di Cristo, la celluloide e la macchina da presa erano ben al di là dal venire, e Publio Virgilio Marone, per esaltare ed elevare agli astri la casa giulia del suo signore, Cesare Ottaviano Augusto, dovette accontentarsi del suo stilo e dei rotoli dei volumi sui quali vergare la sua vellutata lirica.
Grazie a Dio, sebbene egli non ci abbia potuto lasciare capolavori cinematografici da serbare gelosamente nelle nostre teche assieme agli altri dvd preferiti, il mantovano, attraverso le pagine auree giunte sino a noi, seppe egualmente (e con ingegno inimitabile) tramandare ai contemporanei e ai posteri la sua sublime arte poetica.
Eppure, tale fu il prodigio del suo intelletto raffinato, che Virgilio, se avesse potuto, avrebbe certamente ottemperato al suo ruolo di director con inarrivabile competenza e stile, progettando e partorendo straordinarie opere filmiche, degne dei migliori registi moderni.
Anche in questo ipotetico caso, tuttavia, il vate avrebbe in egual modo dovuto tener conto, nel corso del suo lavoro, di un elemento inderogabile: la funzione propagandistica dell'opera stessa, un inno celestiale e imperituro al princeps Augusto e alla sua divina casata, diretta discendente del seme olimpico.
E' fuor di dubbio che l'aver Venere quale progenitrice di una tanto illustre schiatta rappresentava un nobilissimo biglietto da visita, da sventolare sotto il naso del mondo con malcelato orgoglio. Virgilio, componendo l'“Eneide”, aveva prefissati tre compiti, l'uno intimamente legato agli altri: innanzitutto, dotare la letteratura latina di un poema epico nazionale di fattura eccelsa, che superasse la tradizione vetusta di un Nevio o di un Ennio, tale da porlo in concorrenza con i capolavori ellenici del mondo classico; quindi, esaltare il prestigio di Roma attraverso la glorificazione dei suoi miti ancestrali e di coloro che diedero i natali alla genìa romana; infine, elevare alle stelle il nome e l'onore della casa julia, cui l'opera maestra virgiliana era indubitabilmente dedicata.
Il libro serbava l'oneroso compito di tessere le lodi di Ottaviano; tuttavia, come a ragione rileva Ettore Paratore nella sua introduzione all'opera: “Virgilio fece del poema, che doveva esaltare trionfalmente la restaurata pax romana richiamandone con orgoglio le mitiche premesse, la trasparente filigrana della crisi morale ed esistenziale che aveva colpito i migliori spiriti dell'età […].
Si comprende così ancor meglio
- conclude il critico- perché Virgilio abbia accantonato il proposito di celebrare direttamente Augusto”.
Cosa che effettivamente, per una serie di motivi, il poeta si astenne dal fare direttamente: ma l'esigenza dell'esaltazione a prescindere di Augusto dettava i modi della composizione dell'opera e, per tale motivo, egli ricorse abilmente a un artificio letterario e storico.
L'“Eneide”, infatti, pur ambientata in un'epoca mitologica e densa di figure leggendarie, pone spesso in bocca ai suoi protagonisti la gloria futura di Roma, lustro futuro che viene sovente esaltato anche nelle rappresentazione che Virgilio fa di eventi, luoghi, cose.
Così, già nel 6° libro del poema [vr.776-779], Enea ascolta il defunto padre Anchise, (la cui anima egli ritrova nella sua discesa nell'Ade) proferire ciò che segue: “Ora ti svelerò con parole quale gloria si riserbi alla prole dardania, quali discendenti dall'italica gente siano sul punto di sorgere, anime illustri e che formeranno la nostra fama”.
Ed ecco che l'artificio virgiliano trova la sua più fulgida attuazione: sotto lo sguardo di Enea e dello spirito paterno (più volte, inutilmente abbracciato) scorrono in processione le anime dei grandi di Roma, entità eteree che un giorno avrebbero trovato i corpi coi quali mettere in atto, nel mondo fisico e vitale, i compiti e le funzioni loro affidati dal destino: “Ora volgi qui gli occhi, esamina questa gente dei tuoi Romani -lo invita Anchise- Qui è Cesare e tutta la progenia di Julo, che verrà sotto l'ampia volta del cielo.
Questo è l'uomo che spesso ti senti promettere, l'Augusto Cesare, figlio del Divo, che fonderà di nuovo il secolo d'oro nel Lazio, per i campi regnati un tempo da Saturno; estenderà l'impero sui Garamenti e sugli Indi, sulla terra che giace oltre le stelle, oltre le vie dell'anno e del sole, dove Atlante, portatore del cielo, volge sull'omero la volta trapunta di lucenti stelle.
Sin d'ora
-conclude il padre dell'eroe troiano- i regni del Caspio e la terra di Meozia rabbrividiscono all'avvento di lui per i responsi degli dei, e si turbano trepidi gli sbocchi del Nilo dalle sette foci”.
Uno stratagemma temporale, quello virgiliano, di raffinatissimo valore letterario, dove non il poeta in prima persona, ma i suoi attori, le sue creazioni si fanno osannanti la potenza di Roma e quella del suo princeps.
E' un'Urbs nel suo albeggiare storico, un albeggiare ambientato in un'era leggendaria e favolosa, a magnificare la proiezione futura di se stessa e i suoi discendenti.
Virgilio, dunque, sposa saldamente il passato al presente, il mito alla realtà contingente, fatta di dominio e di imperio universale. Ma, laddove sono la voce e le frasi di Anchise, nel 6° libro, a celebrare l'apparato costituito, è invece in virtù di una mera descrizione figurativa, quella dello scudo di Enea (libro 8°, versi 626-731) che Virgilio si fa portatore di un encomio sperticato.
Lo scudo, mirabilmente cesellato, faceva parte di un kit d'armi forgiato, addirittura, da mani divine: grazie, infatti, agli amorosi uffici della madre di Enea, Venere, il fabbro dell'Olimpo, Vulcano, aveva approntato, nella sua fucina sull'Etna, tutto l'occorrente alla guerra (elmo, spada, corazza, schinieri e, appunto, lo scudo) con il quale affrontare i Laurenti del re Turno.
Questi era l'acerrimo nemico di Evandro, sovrano degli Arcadi, il quale con tanto affetto e generosità aveva offerto sacra ospitalità al profugo troiano, diventandone il più fedele alleato.
Così va svolgendosi il mellifluo nastro descrittivo di Virgilio che, con lirica insuperabile, sbalza, incide e dà contorno alle scene eroiche rappresentate nello scudo: “Qui il dio del fuoco, esperto dei vaticini e consapevole del tempo avvenire, aveva effigiato le gesta italiche e i trionfi dei Romani, e tutta la discendenza futura del sangue di Ascanio, e in ordine le guerre combattute”. Ecco l'escamotage del poeta, il “trucco” di gran classe col quale egli è in grado di estrapolare dal corso narrativo la celebrazione della dinastia giulia, dei suoi mitici fondatori e dei loro degni discendenti. Già il grande Omero, nella sua divina “Iliade”, si era soffermato nella descrizione dello scudo di Achille (ciò che i Greci chiamavano ékphrasis, cioè rappresentazione verbale di un'opera d'arte figurativa): ma, in questo caso, le tematiche incise nel metallo erano correlate ad argomenti della quotidianità.
Nello scudo del Pelide, infatti, si stagliavano abituali scene di vita cittadina, come un matrimonio, oppure belliche, come l'assedio di una roccaforte, unitamente a quadri caratteristici del mondo rurale, quali coltivazioni e armenti al pascolo: il tutto contornato dai dodici segni dello Zodiaco.
In Virgilio, e nella rappresentazione del suo scudo, non troviamo niente di tutto questo: per il Mantovano, non conta tanto esaltare la grandezza dei tempi del mito e degli eroi, cioè quelli coevi al protagonista Enea, quanto piuttosto profondere a pieni polmoni le lodi dell'età augustea, e omaggiare il carisma e la potenza di chi tale nuova era ha concepito e messa in atto.
Un'operazione, quella di Augusto, di completo rinnovamento politico e di netta cesura col passato prossimo, certamente compiuta assecondando i propri fini, ma anche rinverdendo i fasti della patria, giunta stremata ed esangue al termine di lunghe e funeste guerre civili.
Lo scudo di Enea, così, balena dei lampi gloriosi della parabola storica di Roma: la lupa coi gemelli, il ratto delle giovani sabine, il patto fra Romolo e Tito Tazio, con l'unione di sangui e ceppi diversi.
E poi, la cacciata dei Tarquinii e il conseguente assedio di Porsenna, cui si legano le gesta eroiche ed esemplari di Orazio Coclite e di Clelia.
E ancora, le sacre oche del Campidoglio che, col loro starnazzìo, salvano l'Urbe dall'attacco notturno dei Galli di Brenno; e poi Catilina, nemico della patria, dannato per sempre negli Inferi, e Catone, della patria venerato padre.
Ma è dal verso 671 che si dà inizio alla raffigurazione maggiormente interessante, per noi: entra in scena Cesare Ottaviano Augusto, e lo fa in maniera abbagliante, ultraterrena.
La scena riprodotta sullo scudo, cesellata sublimemente dalle mani tozze e divine di Vulcano, sembra realmente riempire l'aria dei suoni e dei colori del mare aperto: “Tra tutto ciò, andava ampiamente l'immagine aurea del tumido mare, ma l'azzurro spumeggiava ai bianchi flutti; e intorno, argentei lucenti delfini in cerchio battevano le acque con la coda e solcavano le onde”.
Una splendida raffigurazione marina, cui sembra di poter assistere coi propri occhi, dalla riva o a bordo di un'imbarcazione.
Ma ecco irrompere, a spezzare l'idillio, l'uomo: l'uomo, straordinariamente capace di devastare, con la sola presenza e il proprio operato, l'equilibrio sottile e pacificante della natura.
Con la sua inestinguibile sete di potere, e l'insaziabile brama di dominio che lo spinge al di là di ogni etica e di ogni scrupolo morale, l'essere umano muta il mondo plasmando una nuova realtà fisica: “In mezzo si potevano vedere le flotte armate di bronzo, la battaglia di Azio, e per Marte schierato scorgevi ribollire tutto il Leucate, e d'oro rifulgere i flutti”.
La morte, lo strazio e la distruzione stanno per irrompere sulla scena: il tempo si ferma e batte le sue ore fatali, lo spazio si contrae e annichilisce, dinanzi all'evento immane; la natura tace, si mette in disparte e assiste inerte alla rovinosa esplosione della volontà umana.
Così prosegue Virgilio, inneggiante al suo signore, cui egli conferisce tratti non più umani, ma quasi celesti: “Da questa parte Cesare Augusto che guida in battaglia gli Italici, coi padri e il popolo, i Penati e i grandi dei, ritto sull'alta poppa; a lui le tempie emettono due floride fiamme, sul capo si mostra la stella del padre”.
Questa è la vera e propria incarnazione di un dio, questo è un inno al Bene, alla parte giusta e benefica della realtà, alla tradizione più venerabile.
A tutto ciò, si contrappone il Male e l'errore, il ramo impuro di Roma, che scredita il prestigio patrio e che, dunque, va prontamente reciso: “Di là, con esercito barbarico e con armi diverse, Antonio, vittorioso sui popoli dell'Aurora e sul Mar Rosso, trascina con sé l'Egitto e le forze d'Oriente e la remota Battra; e lo segue -infamia!-la sposa egizia”.
Virgilio non può esimersi dal denigrare compiutamente Marco Antonio e Cleopatra, nemici del suo princeps, e dunque anche nemici della sua patria.
E in questa lotta tra Bene e Male, tra retto e turpe, scendono nell'agone, accanto agli uomini, anche le divinità, ciascun ben schierata: “E mostruosità celesti d'ogni forma, e Anubi che latra, impugnano le armi contro Nettuno, contro Venere e Minerva.
Infuria in mezzo alla lotta Marte cesellato in ferro e, dall'etere, le sinistre Furie; avanza esultante la Discordia col mantello stracciato, e la segue Bellona col sanguigno flagello
”.
Cielo e terra cozzano e si mischiano tra loro, in un titanico scontro decisivo per le sorti del mondo futuro.
Ma l'ultima parola (e come potrebbe essere altrimenti?) spetta al dio più potente, quello realmente capace di porre sul piatto della bilancia, ancora incertamente orientata, la sua forza smisurata: Apollo.
Il dio risolutore, quello che conduce alla vittoria la parte giusta e buona di Roma, colui che innalza il mos maiorum dei padri dinanzi alla scostumata mollezza tutta orientale: l'alleato decisivo per il figlio di Cesare, per Augusto e la sua stirpe, a dimostrazione di come il fato abbia già scelto chi eleggere al dominio universale.
Per il Male non v'è scampo, e la flotta orientale fugge sconfitta: “Dall'alto, guardando gli eventi, Apollo Aziaco tendeva l'arco: tutti, a tale terrore, gli Egizi e gli Indi, tutti gli Arabi, tutti volgevano le spalle i Sabei”.
E' l'apoteosi di Augusto, lo zenit della sua gloria.
Virgilio lo innalza, benché umano, al di sopra dei comuni mortali, e ne fa il tramite tra l'Olimpo e gli uomini: “Cesare, portato alle mura romane in triplice trionfo, consacrava agli dei italici il voto immortale, trecento massimi templi in tutta la città”.
Nelle ultime parole del poeta, la figura del nuovo Pater patriae brilla come un sole, magnanimo elargitore di ricchezza, prosperità e benessere per il suo popolo.
Ha vinto il Bene, quel Bene che ora, copioso, Augusto riversa su Roma e il suo Impero: è una rinnovata età d'oro, dono munifico del signore del mondo.
Le vie fremevano di letizia, di giochi, di applausi; in ogni santuario un coro di madri, e are in ognuno; davanti alle are gli immolati giovenchi coprivano la terra”.
Augusto, emendatosi con la sua gloriosa impresa dalla propria natura terrena, corruttibile e finita, viene inserito nel novero degli dei, e Virgilio pone fine al suo canto di lode celebrandone la incomparabile potenza: “Egli, assiso sulla nivea soglia di Apollo splendente, esamina i doni dei popoli, e li appende alle porte superbe; avanzano in lunga fila le nazioni vinte, quanto diverse di lingua, quanto di foggia di vestiti e d'armi”.
Cesare Ottaviano, agli occhi reverenti di Virgilio e nelle sue solenni parole, è già, realmente, una fulgida divinità.
Il tutto, all'insaputa dell'eroe troiano, inconsapevole nesso tra un mitico presente e un glorioso futuro: “Egli ammira simili cose nello scudo di Vulcano, dono della madre, e ignaro degli eventi, pure si diletta della loro immagine, sollevando sull'omero la gloria e i fati della stirpe”.
Così, dunque, ha termine l'8° libro, nel quale Enea, figura mitica, cede il ruolo di indiscusso protagonista all'imperatore, vero padrone dell'ecumene.
L'“Eneide” ha pienamente svolto il proprio compito: il suo messaggio propagandistico, rivolto al mondo intero, è partito e felicemente giunto a bersaglio.
Tutti, adesso, possono conoscere e omaggiare la gloria del neo princeps, e sostenerlo nella sua azione politica, certi della sua benevola protezione e dell'arrivo di una età radiosa.
Roma e gli altri, quindi, intimamente uniti in una reciproca necessità.
Roma”, vale a dire Cesare Ottaviano Augusto, che la incarna politicamente in qualità di primo princeps della storia; e gli “altri”, cioè le entità, via via crescenti, che attorno a quello ruotano: la cricca degli accoliti dell'imperatore (invero, in diversi casi più che validi, come Agrippa e Mecenate), poi l'intero establishment capitolino (Senato e classe oligarchica), a seguire l'Urbs e l'Italia, infine l'Impero tutto, un dominio allora in fase di irrefrenabile espansione, pullulante di genti le più disparate.
L'“Eneide”, perciò, come opera latina di lirica incomparabile, ma anche (attraverso il suo messaggio universale) come eccelsa fonte di prestigio, onore e ossequio per la casa augustea.
Ottaviano, tramite il genio virgiliano, esalta se stesso: la commissione dell'opera immortale non cela ma, al contrario, esalta l'intento autoreferenziale dell'imperatore.
Straordinari talenti letterari (Virgilio e Orazio, tra tutti) furono ben pasciuti e foraggiati dall'élite perché potessero, tramite la loro sublime arte, produrre non soltanto capolavori della lingua latina, ma anche celeberrimi manifesti propagandistici: appunto l'“Eneide”, come visto ampiamente fino ad adesso, o il “Carmen saeculare” oraziano.
In queste opere, la grandezza di Roma consiste anche (e soprattutto) nella grandezza dei suoi nuovi signori, nella dimensione eccezionale e incomparabile di chi governa la città e il suo Impero.
Seguendo un tale intento celebrativo, la ricostruzione letteraria di Virgilio pone in Venere la capostipite celeste della stirpe giulia, ammantando lo stesso Ottaviano di divinità e rendendo, di riflesso, semi-divina anche la sua cerchia familiare.
I tempi gloriosi dell'arcaica repubblica, perfettamente equilibrata nei suoi poteri tripartiti (consoli, Senato, comizi) sono ormai sfumati per sempre, e da un confine all'altro dell'Impero vanno proiettandosi i raggi benevoli e fertili dell'unico, nuovo sole, del padrone indiscusso di tutto quanto nasca, viva e muoia sulla faccia della terra.
Due dittatori, Augusto e Hitler, due indiscussi detentori delle più importanti leve del potere, vere e proprie impersonificazioni delle loro nazioni, Roma e Pangermania. Mediante metodologie propagandistiche differenti, ciascuna legata al coevo stato di progresso e di sviluppo umano, Virgilio e la Riefenstahl, cantori ufficiali della gloria patria, della instaurata ideologia di regime e di una nuova, florida “età dell'oro” innalzarono, l'uno a distanza di secoli dall'altra, lodi possenti, sì che potessero essere intese ovunque e da tutti.
Il poeta mantovano, col suo stilo di metallo e il suo volumen di papiro e pergamena, e la regista tedesca, armata invece della sua moderna attrezzatura da ripresa, prestarono di buona lena, e con piena disponibilità, il proprio indiscusso talento artistico a favore dello status quo, osannando una realtà oggettivamente ritenuta la migliore possibile, e fascinosamente da loro dipinta come tale.
Questo il messaggio referenziale che da Roma prima e poi, duemila anni dopo, da Berlino, partì per raggiungere le genti di tutto il mondo.
E quando alla potenza del messaggio propagandistico stesso si uniscono valori espressivi di alto, anzi di altissimo livello, il prodotto nascente da una tale simbiosi diventa, quasi sempre, irresistibile e totalmente avvolgente.
Il fascino dell'“Eneide”, pur tanto lontana nel tempo, e (fatte le debite proporzioni) quello di “Olympia”, girato ormai molti decenni fa, mantengono intatta la seduzione esercitata su lettori e spettatori: ambedue non avrebbero, certamente, potuto coniugare meglio l'essenza estetica di un messaggio e la sua efficacia comunicativa, unendo alla bellezza espressiva dell'opera una evidente valenza propagandistica.

Nell'immagine, una stampa riproducente lo scudo di Enea (immagine tratta dal blog http://deiuominimiti.blogspot.it/2015/01/scudi-mitici-3-lo-scudo-di-enea.html )


Riferimenti bibliografici

STUDER M., “Olympia”, Mimesis, Milano, 2014
VIRGILIO, “Eneide”, a cura di Ettore Paratore, Introd. Pagg.XXII-XXIII, Libro 6°- vrs. 776-779/ vrs.789-800, libro 8°-vrs.626-731, Mondadori (I meridiani), Milano, 2004
Documento inserito il: 30/03/2017
  • TAG: eneide, enea, virgilio, scudo

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