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L'esercito imperiale in battaglia: l'assedio e lo scontro in campo aperto [ di Andrea Mazzocchetti ]

Il combattimento andava portato nel luogo più indicato, ed un buon generale doveva essere capace di spostare un grande esercito nella maniera più veloce e sicura possibile, in modo che anche in caso di attacco improvviso le perdite fossero limitate e la capacità di risposta la più immediata possibile.
In genere l'avanguardia di un esercito imperiale romano in marcia era formata da ausiliari e dalla cavalleria: il loro compito primario consisteva nell'esplorare il terreno e di ripiegare rapidamente all'occorrenza. Il bagaglio, quindi armi e rifornimenti, era collocato al centro della fila, ben protetto in quanto era l'elemento più vulnerabile di un esercito in marcia. La perdita o l'attacco diretto a questa sezione portava disordine nella colonna perché i soldati potevano essere distratti dalle razzie ai danni dei loro beni e rompere quindi la formazione. La retroguardia era poi appannaggio di unità di minor valore.
Il centro era più o meno protetto a seconda della topografia del terreno: se stretto non permetteva di schierare i legionari ai lati e costringeva l'esercito a formare un lungo cordone, situazione questa vissuta da Cesare nel 57 d.C. durante la sua campagna contro i Belgi e da evitare. In caso di marcia in campo largo invece valevano le indicazioni di Germanico o Arriano che schieravano rispettivamente i legionari o gli ausiliari ai fianchi a protezione del centro.
Arrivato in vista del nemico l'esercito andava preparato alla battaglia vera e propria: la tattica romana variava a seconda che fosse messa in opera in uno dei due casi possibili, l'assedio o lo scontro in campo aperto.
L'antichità viveva nel regime della città, questo perché una regione dipendeva da essa ed impadronirsi di quel centro nevralgico portava spesso a risolvere il conflitto nella maniera più veloce possibile.
L'obiettivo primario era quello di costringere gli assediati alla resa privandoli di viveri ed acqua, chiudendoli quindi all'interno della città o della fortezza senza permettergli di avere rifornimenti dall'esterno. L'attacco diretto infatti era sempre difficoltoso e pericoloso: gli assediati partivano da una situazione di relativo vantaggio, protetti da mura alte svariate metri da cui venivano scagliati giavellotti e frecce in grande quantità; se poi i soldati si fossero ulteriormente avvicinati li avrebbero aspettati olio ed acqua bollenti.
L'isolamento del nemico era ottenuto tramite la costruzione di una circonvallazione intorno la città o la fortezza, costituita da un'alzata di terra accompagnata a volte da un fossato, con il quale i romani non solo controllavano l'uscita o meno dalla città di messaggeri o l'arrivo di rifornimenti, ma col quale a volte si riparavano essi stessi dall'arrivo di rinforzi nemici, come avvenne durante l'assedio di Alesia portato a termine da Cesare nel 52 a.C. Il punto fondamentale era però la presa dell'obiettivo; se questo non si arrendeva il generale era costretto a ordinare l'assalto. Il muro innanzitutto veniva danneggiato il più possibile con l'artiglieria per poi essere attaccato nel punto più debole con arieti ed eliopoli allo scopo di creare una breccia dalla quale far entrare i soldati.
Uno degli esempi di massima di eccellenza ingegneristica romana, applicata all'arte dell'assedio, si ha a Masada nel 73 d.C. durante le guerre giudaiche. La fortezza in questione era finita sotto le mani degli zeloti nel 66 d.C. dopo che il procuratore Gessio Floro fece confiscare il tesoro del Tempio di Gerusalemme; la ribellione divampò con forza. Per domarla Nerone mandò il generale Vespasiano con il figlio Tito al comando di tre legioni per un totale di 60.000 uomini circa. Il compito di espugnare la fortezza su affidato a Flavio Silva, il nuovo governatore, che era a capo di un’intera legione, la X Fretensis, che con sei coorti di ausiliari assommava a circa 15.000 uomini. La presa della fortezza non era impresa facile: realizzata su un altopiano aveva due sole vie d’accesso molto ben protette, cisterne per immagazzinare un totale approssimativo di 40.000 metri cubi d’acqua e addirittura un terreno messo a coltura nel centro per meglio sostenere dei lunghi assedi. I difensori erano in numero di 960, compresi i civili, al comando di Eleazar ben Ya’ir, combattevano a piedi ed erano probabilmente armati alla leggera: solo pochi possedevano delle spade o armature in ferro a piastre.
Silva per prima cosa fece realizzare un vallo intorno l’altopiano munito di undici torri e otto campi trincerati. Per arrivare sull’altopiano i romani dovettero faticare non poco: partendo dalla sommità di una piccola altura, con 137 metri di dislivello rispetto all’altopiano che ospitava la fortezza, colmarono questa distanza con una rampa la cui realizzazione richiese sette mesi. Per la prima volta si realizzava un terrapieno non per colmare un avvallamento, ma per raggiungere la sommità di un’altura. Per coprire il residuo dislivello di diciassette metri fu utilizzata una torre in legno, un’eliopole, di ventisette metri, ricoperta in ferro in modo da evitare il rischio di vederla incendiata dal nemico. I romani con fatica riuscirono ad aprire una breccia nelle mura, ma non dovettero poi combattere dato che i ribelli si erano precedentemente tolti la vita, convinti dal loro capo Eleazar, che il suicidio fosse più onorevole di una vita da schiavi sotto il giogo romano.
L’abilità tecnica negli assedi è fondamentale e negli scontri in campo aperto viene sostituita dal coraggio degli stessi soldati.
Le truppe, in previsione di uno scontro, vengono disposte sul terreno in considerazione dello spazio di cui dispongono.
Generalmente si tiene sempre conto della tripartizione che prevede un centro e due ali, necessarie per tentare di effettuare l’accerchiamento del nemico; tripartizione che però non tiene conto della fanteria leggera, composta in maggioranza da arcieri e frombolieri, che da lontano decimano le file nemiche e sono disposti davanti, ai lati o dietro l’esercito.
Nel caso in cui lo spazio sia ristretto teniamo conto dell’esempio di tattica datoci da Agricola che dispone in prima linea gli ausiliari ed in seconda linea i legionari con alle spalle il campo; altri uomini montati costituiscono una riserva mobile.
Prendendo come esempio Arriano possiamo vedere come si disponevano le truppe romane con uno spazio adeguato da gestire: al centro si trovavano stavolta i legionari affiancati ai lati da fanti, arcieri e pezzi di artiglieria, mentre più avanti, trovavano posto alcune coorti ausiliarie; la riserva era costituita in questo caso dalla cavalleria scelta e da circa duecento legionari.
Una volta realizzato al meglio lo schieramento delle truppe la battaglia poteva cominciare, solitamente con una preparazione da parte dell’artiglieria che mirava a decimare gli avversari ed a fiaccarne il morale; poi veniva il turno degli arcieri e dei frombolieri e se il nemico non si fosse già dato alla fuga veniva il momento dello scontro corpo a corpo. La fanteria qui la faceva da padrona, soprattutto quella delle legioni, con la sua enorme forza d’urto, o di massa, perché gli uomini dell’ultimo rango (i veterani) spingevano i più giovani che erano davanti creando una pressione mortale in quanto la prima fila era irta di lance. L’imperativo era quello di non farsi mai accerchiare e se ciò fosse accaduto si doveva ribattere spostando rapidamente l’ala ed il lato permettendo agli uomini di proteggere le spalle dei compagni.
Una volta che il nemico capiva di essere vinto si dava alla fuga e qui iniziava l’inseguimento che però doveva essere portato avanti con molta prudenza: Vegezio raccomandava di lasciare una via di fuga ai nemici perché durante la stessa più facilmente potevano essere abbattuti, al contrario sapendo di dover morire avrebbero combattuto con tutte le loro restanti forze provocando danni non trascurabili ai romani.
Non bisognava poi cadere in trappole o imboscate e per questo i legionari esploravano il terreno lasciando poi via libera alla cavalleria che aveva il compito di decimare i nemici in rotta. La regola generale però era quella di evitare, se possibile, lo scontro aperto, a meno che non si fosse presentata l’occasione ideale o vi si fosse costretti per motivi di forza maggiore. In ogni caso l’esercito romano non dava mai l’immagine di confusione: ogni unità aveva un posto preciso, un ruolo ben definito e la preparazione adatta, sia per le operazioni di assedio che per i combattimenti in campo aperto. Nulla era lasciato al caso, ed a testimoniarlo sono tutti coloro che hanno meditato sulla tattica, l’ordine di marcia e di battaglia, creando una sorta di scienza dell’arte militare romana. La messa in opera di tutto ciò dipendeva però dalla collaborazione tra soldati ed ufficiali che dovevano essere capaci di obbedire e comandare: risultati ottenibili solamente con un reclutamento di qualità ed un allenamento costante, veri pilastri della macchina bellica romana.

Bibliografia:
G. Geraci – A. Marconi, Storia Romana, Firenze 2004
Y. Le Bohec, L’esercito romano: le armi imperiali da Augusto alla fine del terzo secolo, Parigi 1989
B. Campbell, The Roman Army: 31BC-AD337, New York 1994
G. Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario, Bologna 2002
A. Frediani, Le grandi battaglie di Roma antica, Roma 2009
Vegezio, Epitoma rei militaris
Documento inserito il: 21/12/2014
  • TAG: impero romano, esercito imperiale romano assedio, esercito imperiale romano combattimento in campo aperto

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