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Colossi contro: la lotta egemonica di Roma e Persia [ di Carlo Ciullini ]

Roma fu padrona del mondo, si dice: e questo è vero.
Ma dobbiamo fare una considerazione, al riguardo: l'ecumene classico, cioè il “mondo” allora conosciuto, era limitato a una fetta del globo terrestre sì ampia, ma circoscritta comunque alla parte più occidentale del pianeta.
Già i territori contigui ai limina romani, quelli che si aprivano allo sguardo appena si fossero varcati i confini dei dominii governati dall'Urbe, si ammantavano di oscurità e di mistero, insufflando nell'animo del viaggiatore (fosse egli un mercante, un diplomatico, un militare) il soffio sottile del timore e dello smarrimento.
Nella stessa epoca in cui Roma, la capitale repubblicana, vestiva ancora di mattoni e pietrame, ancor lungi dall'ornarsi dei marmi augustei, a migliaia di chilometri a Oriente straordinarie civiltà come quelle cinesi delle dinastie Qi, Han e Xin (III°sec.a.C-III°d.C.) e quelle indiane di Maurya, Shavatahana e Kushan (stesso periodo) si caratterizzavano per progresso, raffinatezza ed evoluta “tecnologia”.
Frapposto tra gli estremi Est e Ovest, si estendeva a quei tempi una entità politico-territoriale smisurata, l'impero dei Persiani/Parti, che sarebbe però riduttivo definire “cuscinetto” tra Oriente e Occidente.
Un popolo multietnico che fu prima persiano, poi parto, poi di nuovo persiano, nel segno, ad ogni modo, di una secolare lotta con Roma.
Infatti, comunque fossero chiamati (a seconda delle dinastie susseguitesi al potere) i popoli degli altipiani indo-iranici, raffinati e suadenti quanto, al tempo stesso, bellicosi, desiderarono ostinatamente ampliare l'estensione del loro già vastissimo dominio, volgendo lo sguardo rapace verso occidente, dapprima penetrando in profondità nella complessa geografia euro-asiatica delle poleis ellenistiche e poi, secoli dopo, non temendo un confronto aspro col più grande degli imperi, quello di Roma.
Tra il VI° e il V° secolo prima dell'era cristiana, la gloriosa casa degli Achemenidi aveva espresso sovrani straordinari, i“Re dei Re”, che nelle figure di Ciro, Dario, Serse, Artaserse incarnarono il pericolo concreto, per la Grecia classica, di non sopravvivere e perdere la libertà, dopo l'assoggettamento persiano dell'area siro-palestinese, di quella egizia e dell'anatolica.
Solo la strenua resistenza dell'Ellade, materializzatasi in eroi come Milziade, Leonida e Temistocle seppe spegnere a Maratona, alle Termopili, a Salamina e a Platea la brama di possesso dei signori venuti dal Medio-oriente.
Alla dinastia achemenide, estintasi a causa delle imprese leggendarie e universali di Alessandro, fece seguito quella seleucide, con sovrani di origine macedone discendenti dai grandi generali che accompagnarono il loro re nella campagna d'Asia, e poi quella arsacide, sotto la quale la medesima entità nazionale, prima conosciuta come Persia, mutò il proprio nome in Partia.
Solo nel 224 dopo Cristo ebbe fine, con Artabano V°, la dinastia arsacide stessa, che per circa cinque secoli aveva governato lo sterminato mondo indo-iranico: questo, da partico, assunse nuovamente le sembianze e l'onomastica persiana.
Stavolta i “Re dei Re”, a quasi seicento anni dalla caduta della casa degli Achemenidi, si vestivano del prestigio e della potenza della stirpe sasanide.
Suo primo rappresentante fu il “Gran Re” Artaserse, cui successe Sapore I° (Shapour, in persiano): è lui, assieme a Valentiniano imperatore di Roma, e al figlio di questi, Gallieno, poi succeduto al padre, uno dei grandi protagonisti di queste pagine.
Roma e Persia/Partia: due colossi l'uno posto contro l'altro, entrambi talmente forti da non dover necessariamente soccombere all'avversario ma, in definitiva, incapaci anche di prevalere in modo definitivo.
Come se fossero dei boxers pesi massimi, i piedi saldamente piantati su quel metaforico ring che è la regione anatolico-mesopotamica (zona di confine, e di contatto, tra i due imperi), Roma e Persia si sono scambiati, nel corso della loro secolare storia, terrificanti colpi sotto forma di sanguinose battaglie e guerre.
Cadendo, rialzandosi e colpendo di nuovo, i due antagonisti diedero luogo, nel tempo, a epici scontri che fecero tremare fin dalle fondamenta il mondo antico.
A questa lotta tra colossi dedichiamo, dunque, un resoconto sommario, ma comprensivo delle tappe più importanti.
Proprio i Parti furono gli artefici di uno dei disastri peggiori della storia di Roma: Carre, 53 avanti Cristo.
Qui, in una piana stepposa dell'odierna Turchia, il triumviro Marco Licinio Crasso fu sconfitto e perse la vita, accerchiato e decimato dai dardi infallibili degli arcieri a cavallo partici e dalla loro cavalleria catafratta, cioè pesantemente corazzata.
Questi, in numero totale di diecimila soldati, agli ordini del loro comandante Surena, annientarono le legioni guidate da Crasso e da suo figlio, Publio.
L'armata romana, pur se di quattro volte superiore al nemico, venne sorpresa nella zona desertica prossima alla roccaforte di Carre (l'odierna Harran, nell'entroterra anatolico): la tattica letale del “mordi e fuggi” dell'esercito del “Gran Re” Orode falcidiò inesorabilmente le fila legionarie, fino a ridurne della metà gli effettivi.
Gran parte dei sopravvissuti, poi, cadde prigioniera.
Nello scontro perirono entrambi i Crassi: fu così duramente punita la superbia del padre, ostinatamente deciso a ridar lustro al proprio prestigio in seno al triumvirato, dove la sua figura pareva appannarsi sempre più, al cospetto di personaggi dal carisma fulgente come Cesare e Pompeo.
La campagna crassiana contro i Parti, dunque, non seguì alcuna logica bellico-strategica, ma intese solo soddisfare la vanagloria di un uomo ricco e potente, tuttavia ancora insoddisfatto di se stesso: l'ambizione personale e la tracotanza furono le pietre tombali (non solo metaforicamente...) della sua sfrenata brama di potere.
Tra quegli sterpi bruciati dal sole furono conquistate e portate nel campo nemico le aquile d'oro, simboli delle legioni battute: un'onta serbata nel cuore dei Romani per decenni.
La più bella statua raffigurante Cesare Ottaviano Augusto, quella detta di Primaporta, ce lo rappresenta con indosso una meravigliosa corazza, ricca di immagini trionfali e allegoriche poste in rilievo: tra di esse spicca (troneggiante sul petto) la sagoma di un soldato partico nell'atto di restituire a Roma deificata l'aquila legionaria, sottratta decenni prima nella polvere di Carre.
Anche l'immenso regno, che dal Medio-oriente si estendeva sino ai confini dell'India, doveva dunque soggiacere alla incontenibile potenza del nuovo impero latino sorto a Occidente.
Lo stesso padre adottivo di Augusto, il Divus Julius, pare serbasse l'intenzione di portar guerra alla Partia, allestendo a tal scopo una formidabile spedizione oltre l'Eufrate: ma le lame dei congiurati, alle Idi di Marzo, interruppero per sempre ogni suo possibile progetto, al proposito.
Con un balzo temporale di più di trecento anni, atterriamo in piena metà del III° secolo dopo Cristo: qui ebbe luogo uno degli eventi tragicamente più tristi e disonorevoli della storia di Roma antica.
Parliamo dell'umiliante cattura, da parte dei Persiani sasanidi, dell'imperatore, fatto poi oggetto di scherno e di propagandistico disprezzo, trascinato a mò di fenomeno da baraccone attraverso le città della Persia, sino all'esito inglorioso e funesto dell'esecuzione capitale.
Questo il triste destino di Publio Licinio Valeriano, che a sessanta anni suonati dovette indecorosamente sottomettersi a una penosa parodia di se stesso: la sua morte, in un certo senso, pose provvidenzialmente fine all'onta insostenibile.
Nato nel 200 dell'era volgare, Valeriano, che fu il capostipite della propria dinastia imperiale, regnò per sette anni, dal 253 fino al tragico epilogo.
Il settennato al potere ebbe, quale caratteristica principale, l'adoperarsi indefesso da parte del princeps nel respingere i tentativi dei popoli barbari di oltrepassare i limina: Danubio, Reno, Numidia, Eufrate...I confini naturali di Roma, un tempo invalicabili, erano ormai soggetti a pericolose tracimazioni all'interno dell'impero da parte di genti come i Goti, gli Eruli, i Persiani stessi.
Fu proprio nel corso di una delle campagne condotte per reprimere queste invasioni, sempre più minacciose per la salute dello Stato, che Valeriano venne sconfitto in Mesopotamia, nella primavera del 260, presso Edessa, da parte dei Sasanidi del “Re dei Re” Sapore: portato via in catene, da quel giorno avrebbe dovuto sopportare alcuni mesi in cui, per lui, non si sarebbe posto limite alla vergogna.
Sapore I° aveva precedentemente oltrepassato, col suo grande esercito, i confini orientali tra il 253 e l'anno successivo, occupando la vitale roccaforte mesopotamica di Nisibis; quindi, passato in Siria, penetrò rapidamente in Anatolia, espandendo il dominio persiano su Cappadocia e Licaonia.
La sua avanzata parve incontrastabile: Tracia e Macedonia non ebbero miglior sorte delle altre province imperiali che eran man mano cadute sotto il controllo sasanide. Fortunatamente per Roma, però, Tessalonica seppe resistere all'assedio fino al provvidenziale intervento delle truppe di Valentiniano, che proprio in quella occasione fu in grado di testare con successo l'efficienza del sistema difensivo imperiale concertato assieme ai figli, in primis Gallieno, destinato a succedergli.
Per quanto respinto, quello non risultò che il primo di una serie di tentativi perpetrati con la forza da Sapore di espandere verso Occidente i limiti del suo regno, di per sé già tanto esteso: fu nel corso della sua terza invasione che a Edessa, come detto, venne messo in scena il dramma epocale nel quale cadde la casa valerianea.
Le fonti circa l'esito reale del funesto scontro discordano: per autori quali Festo ed Eutropio, Valeriano cadde prigioniero in mani persiane a seguito della sconfitta conseguita sul campo; per Zosimo, invece, il princeps fu vittima di un tranello ordito da Sapore: recatosi a un incontro col suo antagonista per trattare le condizioni, egli sarebbe stato catturato proditoriamente, privo qual era di una valida scorta.
Variegate sono, dunque, le ipotesi riguardo l'episodio: c'è anche chi suggerisce una volontaria decisione dell'imperatore romano di auto-consegnarsi, in modo da poter chiedere asilo politico per sfuggire a una pericolosa congiura, tramata nei suoi confronti da ufficiali dell'esercito. Mai scelta si sarebbe rivelata, alla prova dei fatti, meno azzeccata... Una versione certo meno pedantemente storica, e più legata invece a parametri “metafisici”, l'ebbero autori e apologeti cristiani come Orosio e Lattanzio: Valeriano, a loro dire, sarebbe morto in schiavitù a causa della propria malvagità, punito da Dio per le efferate persecuzioni perpetrate contro i Cristiani.
Ad ogni buon conto, le fonti sono d'accordo nel sottolineare la umiliazione cui l'imperatore fu sottoposto durante la prigionia: la dignitas imperiale violentata e oltraggiata è l'elemento che maggiormente colpisce, di questa vicenda.
Tuttavia, è difficile avvalorare storicamente testimonianze per le quali Valeriano avrebbe dovuto, fra le altre cose, far da sgabello vivente col proprio corpo a Sapore, per facilitarne la salita a cavallo; si narra anche che, una volta ucciso, fosse stato scuoiato, impagliato e appeso al frontone di un tempio mazdaico, a maggior gloria della potenza persiana.
Il princeps finì i suoi mesti giorni inghiottito da un mondo ignoto e, nelle sue mille realtà, tanto lontano da quello quotidianamente vissuto dai gentiles in Occidente: ad ogni modo, una fedele degna ricostruzione storiografica circa i mesi estremi di Valeriano in cattività appare davvero complessa.
Uno sguardo approfondito al racconto persiano scolpito nella pietra, a Nash-i-Rustam, mette debitamente in luce la cattura, dopo la battaglia di Edessa, sia dell'imperatore che di alcuni suoi generali, compreso il Prefetto del Pretorio.
Molte migliaia di soldati romani, fatti prigionieri assieme a Valeriano, vennero internati e sparpagliati nelle viscere del grande impero di Sapore tra Persia, Bachia e Susiana.
La stessa testimonianza rupestre, inoltre, ci narra di una ulteriore invasione sasanide (la quarta) del territorio romano (presumibilmente, dopo la morte di Valeriano), con la rinnovata occupazione di Mesopotamia, Siria, Cilicia e Cappadocia. Secondo il “Res Gestae Divi Saporis”, al termine della campagna vennero sottomesse ben trentadue importanti città, tra le quali Adana, Tarso, Nicopoli, Birtha.
Il “Re dei Re” stabilì che Valeriano non venisse liberato, nonostante la pressione esercitata perché lo facesse da parte dei suoi “Re-clienti”, intimoriti, malgrado tutto, dalla potenza di Roma: non pochi di loro ne erano stati vassalli, prima di dover forzatamente passare al campo del vincitore, il signore sasanide.
Moderne ricostruzioni storiche di autorevoli studiosi ipotizzano che Valeriano sia stato condotto a edificare, assieme ai suoi legionari sconfitti, la città di Bishafur, mentre un'altra parte dei Romani si sarebbe caricata della fatica di innalzare la cosiddetta “Diga di Cesare”, presso Susa.
Chiaramente, la cattura e la prigionia di Valeriano ebbero straordinario impatto propagandistico: anche dal punto di vista iconografico, molte furono le rappresentazioni di Sapore trionfante sul vinto.
In una di esse, altezzoso, a cavallo di uno splendido destriero, il Sasanide afferra il nobilissimo schiavo per le mani, tenendolo a sé.
L'imperatore di Roma, padrone del mondo, trascinato in ceppi per le lande d'Asia come un mostro circense, vilipeso e tormentato...
Quale sciagura peggiore, dal punto di vista simbolico, si era mai abbattuta sull'Urbs nei secoli precedenti?
Sarebbe certo stato meglio se Valeriano fosse morto armi in pugno, cadendo sul campo di battaglia: ma la probabile dinamica della sua cattura (se di tranello si trattò effettivamente) non permise al princeps altra via di fuga.
Tuttavia, una simile onta, cui era incorsa l'aquila imperiale, doveva esser lavata ad ogni costo...
Ciò riuscì, nel 264, al figlio Gallieno, suo successore, che assieme a Odonato, signore di Palmira, sconfisse sonoramente Sapore, cacciandolo da Nisibis e dalla Mesopotamia, e permettendo la riannessione a Roma di quella regione e dell'Oriente tutto, fino all'Armenia caucasica.
L'estensione, dalla vastità impressionante, dell'impero persiano-partico, la potenza cui esso assurse nei secoli, ci sono testimoniate dalle miriadi di genti e popoli che ne fecero parte: dai Traci europei agli anatolici, dai Siriani ai Palestinesi, dagli Egizi ai mesopotamici, dagli Armeni agli abitanti della Media, della Battriana, fino a toccare le sponde dell'Indo, milioni di sudditi appartenenti ai ceppi etnici, culture, lingue e religioni diverse tra loro condensarono, tutte assieme, uno straordinario potenziale umano.
Da un tale coacervo razziale, da una simile miscellanea di genti variegate si sviluppò così, ampliandosi e rinsaldandosi nei secoli, un impero mastodontico, vero e proprio collante tra il mondo europeo-occidentale e la realtà asiatica.
Dalle sponde del Mediterraneo a quelle dell'Oceano Indiano, centinaia di migliaia di uomini fornivano la materia prima a quell'immenso apparato bellico che fu l'esercito persiano: una moltitudine smisurata, non di rado inficiata dalla sua stessa pletoricità.
Tra tutte, fu la campagna asiatica di Alessandro (con le battaglie di Granico, Isso e Gaugamela) a evidenziare maggiormente tale lacuna strutturale: la mole elefantiaca degli eserciti persiani e partici si mostrò, talvolta, addirittura dannosa, rallentando ponderosamente i movimenti di armate costrette a battersi con truppe nemiche meno consistenti numericamente, ma più celeri nelle manovre e pronte a reazioni fulminee.
Tuttavia, la Persia/Partia fu, in generale, ben altro che un gigante dai piedi d'argilla: la stessa durata cronologica dell'impero, dalla sua fondazione con Ciro il Grande (alla fine del VI° secolo avanti Cristo), fino alla metà del VII° della nostra era, con l'invasione bizantina prima, e arabo-musulmana poi, ce ne dà ampia conferma.
Per quanto sconfinato, l'impero che fu degli Achemenidi, dei Seleucidi, degli Arsacidi e dei Sasanidi poggiò su una organizzazione politico-amministrativa di eccelso livello, fondata su una capillare struttura satrapica, cioè provinciale, confacente alle differenti caratteristiche locali di una nazione tanto vasta.
L'esercito persiano trovava nel numero enorme dei suoi effettivi, facilmente sostituibili, il suo punto di forza, naturale riflesso di un così ampio grogiolo di popoli: tuttavia, proprio questo fattore poteva lenire non poco l'unità delle truppe indo-iraniche, smorzandone inevitabilmente il senso di coesione e di appartenenza.
Se, infatti, per ricoprire il ruolo di uno dei diecimila “Immortali”, leggendaria guardia del corpo del Re, si doveva godere imprescindibilmente dell'appartenenza etnica meda o persiana pura, gli altri corpi attingevano ai più svariati ceppi razziali, sparsi nelle centinaia di migliaia di chilometri quadrati dell'impero.
Ecco allora, dalle lussureggianti foreste indiane, gli elefanti con i loromahut; ecco la sterminata fanteria, fondata in gran parte dai contadini del regno che, abbandonati zappe e aratri impugnavano mazze e lance; alle classi via via più elevate, sino alla aristocrazia di corte, appartenevano invece i cavalieri clibinari e catafratti, due formidabili unità dell'esercito persiano, vere e proprie cavallerie corazzate, in cui militari e destrieri erano interamente coperti da robustissime armature.
Un'arma terribile, se lanciata in campo aperto, una risorsa micidiale da gettare sul campo di battaglia, per il “Re dei Re”. Se la cavalleria leggera persiana, costituita da soldati armati di solo arco e frecce, era stata comunque letale a Carre, come abbiamo visto, quella pesante risultò più volte devastante: un vero rullo compressore, e quanto di più spaventevole (forse ancor più degli elefanti da guerra stessi) per le armate schierate contro gli indo-iranici.
Roma e Persia rappresentarono davvero quelle che, nel linguaggio della Fisica, potremmo definire due forze eguali e contrarie, talmente possenti da non riuscire a elidersi l'un l'altra.
Più volte, dopo la salva di pugni scambiatasi, i due colossi barcollarono, poggiando talvolta, storditi dai colpi, il ginocchio a terra, ma per riprendere, poi, la lotta con maggior vigore di prima: come fosse un far passare l'impeto dell'avversario, senza subire un ko decisivo.
La regione dei grandi fiumi mesopotamici, l'Anatolia, e comunque, più ampiamente, l'area orientale dell'impero romano (e, di conseguenza, quella occidentale del persiano-partico) furono gli scenari di scontri titanici tra realtà nazionali che non ebbero, per secoli, rivali.
Il clangore delle armi di questa lotta colossale attraversò tutto il mondo antico, facendolo fremere attonito.
Immensità contro immensità, Roma contro Persia.
Sebbene con tutta la relatività del caso, si potrebbe assimilare il conflitto epocale tra latini e indo-iranici (uno scontro poggiante su una perenne tensione e un labile equilibrio), alla guerra, fredda solo di nome, tra le superpotenze moderne del XX°secolo: America e Unione Sovietica.
Roma cadde nel 476 dopo Cristo, ma seppe perpetuare la propria indole anti-persiana attraverso la sua anima orientale, cioè Bisanzio, che continuò a scontrarsi con la dinastia sasanide nei secoli appresso; la Persia stessa, invece, prima di risorgere sotto gli Shah dell'era moderna, soccombette all'onda irrefrenabile di un Islam musulmano in continua espansione, verso la metà del VII° secolo dopo Cristo.
A imperi millenari se ne sostituirono, così, altri che durarono secoli: ma il prestigio di Roma e della Persia non ebbe probabilmente eguali, nella memoria dei popoli.

Nell'immagine, l'Imperatore Valeriano, fatto prigioniero dall'imperatore persiano Sapore e morto in prigionia.

[Questo testo attinge, in parte, all'articolo intitolato“L'imperatore Gallieno e l'onore vendicato”, già pubblicato su questo sito]


Riferimenti bibliografici

ZOSIMO, “Historia Nova”, Bur, Milano, 2007
EUTROPIO, “Breviarium ab Urbe condita”, Rusconi, Milano, 2014
AA.VV, “Historia Augusta”, Loeb classical Library, Harvard University Press
Documento inserito il: 17/01/2017
  • TAG: impero romano, impero persiano, impero partico, persiani, parti, romani, crasso, gallieno, carre, valeriano, edessa

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