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Da Nerva a Marco Aurelio: l'età d'oro delle adozioni imperiali [ di Carlo Ciullini ]

Quando Giulio Cesare morì, assassinato nel 44 avanti Cristo, il giovane Gaio Ottavio, figlio di una nipote del dittatore, aveva appena diciotto anni.
Da lì in poi, l'escalation del rampollo di casa giulia fu inarrestabile, fino a farne il princeps più grande, probabilmente, della storia di Roma: augustus fu sinonimo di sovranità imperiale per i secoli a venire.
Diciotto anni di vita del ragazzo furono sufficienti perché Cesare sapesse intravederne le qualità innate, nascoste o patenti che fossero: ne fece, perciò, il figlio adottivo che un giorno (come, poi, realmente fu) avrebbe potuto proseguire le opere portate avanti, negli anni, dal grande statista e condottiero.
Prima tappa di tale assimilazione delle virtù paterne fu il nome stesso che il giovane s'impose: Caio Giulio Cesare Ottaviano.
Sebbene il virgulto avesse legami importanti con la gens julia, attraverso la prassi adottiva Cesare esercitava una sua possibilità di scelta meritocratica, laddove l'opzione migliore poggiava su criteri qualitativi e non su un mero vincolo parentale.
Troppe volte, nel corso dei secoli, discendenti diretti di grandi sovrani o di guide carismatiche (figli, fratelli, nipoti) si erano rivelati inetti, del tutto incapaci di rivestire ruoli impegnativi e alte cariche.
La loro ascesa al trono, giustificata soltanto da legami di sangue, frustrava a priori una più consona adeguatezza al ruolo: il nome, e non il cuore e il cervello, era bastante per indossare il manto regale.
In seno alla dinastia giulio-claudia, cui Cesare e Ottaviano diedero avvio, il criterio adottivo fu, in realtà, applicato: Augusto stesso, prescelto dal “divus Julius”, a sua volta nominò come successore (facendoselo figlio) Tiberio.
Ma si trattò di una scelta forzata, dettata dai tempi e dalle contingenze, quali la prematura scomparsa innanzitutto dell'amato genero Vipsanio Agrippa, eccelso uomo di stato e generale, e poi dei diletti nipoti, Gaio e Lucio Cesare, figli dello stesso Agrippa e di Giulia, che con la loro morte cedettero un futuro purpureo a Tiberio.
Questi era figlio dell'ambiziosa Livia, seconda moglie di Cesare Ottaviano, una donna esteriormente di parchi costumi ma nell'intimo ferocemente desiderosa di veder salire al trono, scomparso l'anziano marito, la sua prole.
Si trattò dunque, da parte di Augusto, di una adozione a denti stretti: Tiberio tuttavia, malgrado gli eccessi comportamentali legati a una senilità sofferta e ipocondriaca, che tra i posteri ne offuscarono buona parte delle opere e iniziative messe positivamente in atto nei suoi primi anni di governo, fu alla resa dei conti un valido imperatore.
Ben più triste fu la scelta tiberiana circa il suo erede, scelta che cadde sul nipote allora ventitreenne, Gaio Cesare detto Caligola, figlio del grande Germanico. Un paio di anni dopo, il nuovo imperatore sostituì il pro-zio sul Palatino.
Tanto poco sappiamo di Caligola (le pagine attinenti degli “Annales” di Tacito, che ne parlavano compiutamente, sono purtroppo perdute), sì che la stessa storiografia moderna incontra evidente difficoltà a tracciarne un identikit imparziale e immune da analisi astiosamente preconcette.
Critiche furiose furono, invece, quelle espresse dagli storici suoi contemporanei, duramente colpiti nei loro interessi dall'avversione viscerale di Gaio alla élite senatoria, cui anch'essi appartenevano.
Gaio, assassinato dai suoi pretoriani all'età di ventinove anni, soffrì forse di una malattia psichica degenerativa tale da fargli perdere il rapporto con la realtà, e inducendolo a decisioni astruse e azioni stravaganti, fino a toccare picchi di vera, sadica crudeltà.
Chi lo seguì, dopo l'affondo delle lame delle sue guardie del corpo, fu uno zio su cui, certo, Caligola non avrebbe mai posato la sguardo quale erede imperiale, e ciò non soltanto perché ben più vecchio di se stesso: Claudio.
Ritrovato dai pretoriani, tremante di paura, nascosto dietro una tenda dopo l'assassinio del nipote, Claudio serbava infatti caratteristiche (riservatezza di un carattere introverso, evidente zoppìa, interessi intellettuali di studioso ben lontani dalla pratica politica richiesta a un sovrano) che parevano precludergli a priori gli abiti imperiali, abiti a cui il poveretto, tanto esperto di etruscologia quanto profano di dinamiche di potere, non aveva, invero, mai aspirato.
La sua tragica fine, presentatasi sotto forma di piatto di funghi velenosi, forse (ma non è certo) elargito dalla poco amorevole consorte Agrippina, aprì le porte all'ultimo esponente di casa giulio-claudia, Nerone Claudio Cesare.
L'operato di questo sovrano, tanto negativamente reclamizzato nei secoli, è al vaglio quotidiano degli studiosi di storia romana.
In realtà, sembra si possa oggi affermare che non tutto ciò che il giovane imperatore-poeta (o piuttosto, un poeta gettato nell'agone carnivoro dell'impero...?) portò avanti in campo politico e sociale sia da buttare; anzi, più volte Nerone diede prova di avvedutezza e buon governo.
Ma la sua estemporaneità e lo smodato narcisismo, uniti a una patologica diffidenza nei riguardi di ognuno, compresi i suoi più intimi (e di tali sospetti maniacali il buon Lucio Anneo Seneca pagò amaramente le conseguenze) lo portarono a esser abbandonato da tutti, e a terminare tragicamente i giorni da padrone del mondo.
Un tale bizzarro carattere, a lungo mal tollerato anche dalla classe senatoria (che vide non pochi dei suoi esponenti soccombere al clima pernicioso instaurato da Nerone in seno alla corte) portò l'imperatore con la lira a una precoce uscita di scena: a soli 31 anni dovette darsi la morte per non cadere nelle mani degli aguzzini.
Era il 68 dopo Cristo: di lì a poco, l'anno terribile per le successioni al trono imperiale.
L'“annus horribilis”, nel 69, vide nell'arco di dodici mesi avvicendarsi ben quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.
I primi tre conclusero la personale, brevissima parabola purpurea morti ammazzati da truppe la cui fedeltà indefessa poteva limitarsi (come fu) a un pugno di settimane, fino a quando cioè fosse subentrato un nuovo pretendente al trono più generoso, nell'ambito di elargizioni alla soldatesca.
Con Vespasiano si poté finalmente godere di giorni più miti: l'ormai maturo generale e il figlio Tito, che gli successe, regalarono un dodicennio felice per l'impero, ponendo la propria gens, la Flavia, al centro del consenso e dell'ammirazione popolare.
L'idillio con la casata d'origine sabina terminò però bruscamente, allorquando il secondogenito di Vespasiano, Domiziano, seguìto al fratello maggiore che governò solo per un biennio, assunse atteggiamenti nettamente tirannici, tali da attrargli il silente odio dell'élite senatoria e le daghe degli esecutori del complotto, che lo eliminarono dopo ben tre lustri di potere assoluto.
Siamo finalmente giunti al termine della prima, travagliatissima fase imperiale: dal 27 avanti Cristo al 96 dell'era cristiana, da Augusto all'ultimo dei Flavi, in 123 anni si erano via via avvicendati ben undici imperatori, con una media temporale sul trono di neanche dodici anni ciascuno.
Era alle porte, tuttavia, l'epoca d'oro della storia dell'impero romano, la “felicitas temporum” come la definì il grande Tacito, che della stessa poté godere i primi decenni.
Fu un lasso di tempo protrattosi per ottantaquattro anni, dal 96, quando venne proclamato princeps il vecchio e saggio Nerva, sino al 180, anno della morte di Marco Aurelio, la cui scomparsa diede poi nuovamente il via a lustri turbolenti e sanguinosi.
Ciò a partire da Commodo, il degenere figlio dell'imperatore-filosofo, figlio niente affatto degno di tal padre, e che vide posta fine alla propria esistenza dalle lame dei congiurati, resi ormai esausti (moglie compresa) dal cruento dispotismo di un sovrano che si credeva la reincarnazione di Ercole.
La prassi dell'assassinio imperiale prendeva dunque nuovamente vigore, ben giustificata, agli occhi dei cospiratori, da presenze sul trono incapaci e prive di carisma.
Il grande regno di Settimio Severo non fu che l'eccezione confermante la regola.

Con Nerva inizia l'era più straordinaria per Roma, e si ravviva l'istituto dell'adozione: la sua scelta ricadrà su Traiano, e si rivelerà la più felice possibile.
La grandezza degli imperatori di questo periodo aureo consistette anche nella capacità di eleggere, a propri successori, uomini altrettanto validi, in una sorta di passaggio di testimone luminosamente ispirato.
E ispirato sicuramente fu Traiano allorché vide nel giovane Adriano, suo conterraneo, l'elemento che avrebbe potuto validamente stringere in pugno le redini del governo, quando fosse giunta l'ora di essere sostituito.
I due spagnoli, provenienti dalla colonia iberica di Italica, fondata secoli prima e destinata agli immigrati dalla penisola, diedero valida prova di quanto buono fosse il nerbo provinciale laddove si era sempre privilegiato l'elemento italico, circa l'estrazione etnica dei principes. I due imperatori ispanici (e così passati alla storia), forse proprio per la loro provenienza, lontana da quella Roma in cui si stabilirono comunque, per governare dal Palatino buona parte dell'ecumene antico, non seppero resistere oltremodo inchiodati al trono.
Traiano e Adriano dovettero (come nessuno, prima, tra i loro predecessori) seguire un intimo istinto di conoscere personalmente le terre più recondite del proprio impero, di saggiarne gli usi e i costumi, ampliando in tal modo la personale percezione della immensa realtà sulla quale governavano.
I viaggi traianei furono più spesso delle spedizioni militari, campagne di tale portata da configurare, nel 117 dopo Cristo, quella che sarà la massima estensione territoriale mai assunta dall'impero romano, grazie sopratutto alle imprese daciche.
Traiano fu dunque uomo più di gladius che di liber, ma la grandezza di soldato non ne inficiò il buon carattere e la disponibilità priva di alterigia, doti che lo dipinsero agli occhi dei contemporanei come un “civis inter cives”, l'”optimus princeps” per eccellenza.
Adriano, da parte sua, ritenne che fosse giunto il momento di deporre le armi, e di fare del proprio principato un periodo di vera pace universale.
Per tal motivo decise di lasciare in mano barbara alcune fresche acquisizioni territoriali, in modo da dover sostenere uno sforzo meno intenso per serbare compatto l'impero: da questo momento in poi, Roma non sarà più così grande, almeno nella estensione dei suoi domini.
Adriano preferì, alle campagne di guerra, viaggi, diciamo così, turistico-didattici: Atene e la Grecia tutta, in primo luogo, ma anche la melliflua Alessandria, città dal fascino stordente ma anche erudita per antonomasia, e le terre del Nilo nelle cui acque l'imperatore perse il suo amato Antinoo.
Fu uomo di grande cuore e saldo braccio, dunque, il più pragmatico Traiano; Adriano si rivelò, invece, cerebrale e volto a una estetica raffinatezza: non ne vanno sottaciute però le qualità politiche e di governo.
L'opera e l'eredità degli imperatori ispanici è pietra miliare nella storia di Roma; altrettanta grandezza regalò all'Urbs il regno dei due Antonini: un lasso di tempo di quasi mezzo secolo, durante il quale l'impero tutto toccò i suoi vertici di prosperità e di modernità, in relazione ai tempi.
E' con la scomparsa di Marco Aurelio, e con l'ascesa al potere dell'efferato figlio Commodo che Roma inizia a planare, nella sua lenta parabola discendente, verso i tempi certo più bui e tristi del basso impero e della tarda-antichità.
Antonino, subentrato ad Adriano quando aveva già compiuti i cinquantadue anni, uomo reso saggio e ponderato anche dall'età, oltre che dal carattere mite, seppe trasmettere la serenità d'animo che gli era propria alle genti del suo impero, popoli che vissero quei decenni a metà del II° secolo dopo Cristo in laboriosa serenità.
Il regno di Antonino durò ben ventitre anni, uno dei più longevi, e gli valse il soprannome di “Pio”, tale fu il suo comportamento rispettoso, e mai prevaricatore: il senato in primis, riassumendo un ruolo più marcato rispetto al principato adrianeo, lo gratificò di onori e benemerenze.
Così come Antonino era stato scelto con lungimiranza dal suo predecessore, indubbiamente ispirata si mostrò la scelta da parte del Pio, che egli fece ricadere su Marco Aurelio, allora poco più che adolescente, per farne il futuro imperatore.
Marco: un imperatore-filosofo, che subentrò al padre adottivo nel 161; fu un ventennio intenso, denso di azioni militari contro Parti, Sarmati e Marcomanni, ma anche intimamente profuso nella meditazione di stampo stoico, che lo portò a comporre uno dei libri più toccanti della letteratura antica, i “Pensieri”.
Il suo governo, al quale associò in fruttuosa e leale collaborazione l'altro figlio adottivo di Antonino, Lucio Vero, rappresentò l'ultima tappa di quel prodigioso ciclo aureo dei “five good emperors”, come li definì Edward Gibbon, terminato il quale la grandezza di Roma cominciò lentamente a spegnersi, malgrado nei secoli a seguire si vedessero talvolta salire al trono imperiale uomini di gran livello come Settimio Severo, Gallieno, Aureliano, Diocleziano, Costantino, Teodosio e Giustiniano.
Ma il bello per la città eterna era già passato, e i marmi che l'iniziatore dell'impero, Ottaviano Augusto, aveva sostituito ai mattoni cominciarono a sgretolarsi.
Documento inserito il: 19/12/2014
  • TAG: adozioni impero romano, da nerva a marco aurelio adozioni, impero romano, i cesari romani

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