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Le estreme parole: l'addio al mondo dei grandi di Roma [ di Carlo Ciullini ]

Cesare, Augusto, Nerone, Vespasiano, Giuliano.
Ci fermeremo qui, a questi cinque personaggi che hanno contribuito a render grande la storia di Roma.
Ascolteremo, ancora una volta, le ultime parole che proferirono poco prima di scendere nell'Ade.
Avremmo potuto far lo stesso con molti altri, giacché la storiografia e l'aneddotica antica sono prodighe nel riportare gli estremi pensieri, le espressioni finali di chi aveva piena coscienza della morte imminente.
Ma riteniamo sufficiente limitarci a questo numero ristretto di personalità, dal momento che esse paiono compendiare, messe tutte assieme, ogni sorta di pregio e difetto, di vizio e di virtù, rappresentando così, in modo formidabile, le variegate e complesse sfaccettature dell'animo umano.
Cinque grandi Romani, dunque, e ciascuno ben distinto e diverso dall'altro, nettamente catalogato, ormai, in precisi e personalissimi stereotipi.
Ecco allora la genialità strategica e tattica di Cesare, la sua proverbiale clemenza, e il fascino smisurato che seppe esercitare su uomini e donne; ecco, poi, l'acume politico di Cesare Ottaviano, che da Augusto cambiò per sempre la storia del mondo poggiando lo sterminato potere di cui godette su accortezza, diplomazia, lucidità senza pari e, in sostanza, affettazione e mancanza di scrupoli.
E dopo, Nerone: il languido, subdolo, lascivo Nerone, che amò alla follia un ristretto numero di eletti, ma mai nessuno quanto se stesso; un uomo che si costruì attorno un mondo fittizio fatto su misura, a immagine e somiglianza del proprio perverso egoismo.
Quanto a Vespasiano, possiamo immaginarcene il naso camuso e generoso, evidenziato dai busti che lo ritraggono, un'appendice carnosa e sanguigna per i vini eccellenti, che la natia Sabina e i colli attorno alla capitale hanno sempre offerto.
Un militare tutto d'un pezzo, una quercia in corpo e in spirito, tutt'altro che raffinato ma dotato, invece, di innata e rustica praticità: in poche parole, l'imperatore più adatto a ricompattare un Impero lacerato profondamente dalle guerre civili.
E, per finire, Giuliano, un uomo tanto eccezionale quanto ancora relativamente poco conosciuto: intimamente pagano e avverso al dilagante Cristianesimo (già ufficialmente sostenuto dalle istituzioni) fu un'anima eletta per cultura e eleganza di pensiero, un'anima spinta da un intenso amore per il classicismo ma fulgida anche per il valore mostrato in battaglia.
Un princeps a tutto tondo, quindi.
Di questi straordinari protagonisti della secolare epopea romana (e, dunque, del mondo occidentale) riporteremo le frasi pronunciate poco prima di chiudere gli occhi per sempre, quasi che esse rappresentassero fattivamente l'espressione condensata e perentoria di ciò che tali uomini furono nel corso della propria lunga o breve vita.
Che poi le parole riportate dalle fonti siano quelle effettivamente emesse al momento del trapasso, non è lecito sapere per ovii motivi: talvolta, anzi, contrastano tra loro differenti versioni, soprattutto nel caso di Cesare.
Ad ogni modo faremo riferimento, in questo nostro conciso viaggio fatto di citazioni moribonde, a testimonianze letterarie probabilmente affidabili, di sicuro prestigiose come quelle di Svetonio e Ammiano Marcellino, oltre a quella, interessante ma più oscura e non attribuibile con certezza, di Aurelio Vittore.
Le parole in punto di morte possono assumere non di rado valenza paradigmatica, e caratterizzare compiutamente l'intera, personale esistenza che le ha precedute.
In tal modo, ascolteremo ciò che disse prima di spirare un assassinato, un suicida, un ferito a morte in battaglia e due anziani che, per loro buona sorte, se ne andarono serenamente nella propria camera da letto, accompagnati dall'affetto dei cari. Le voci di questo pugno di grandi giungono a noi trasportate dalle pagine memorabili della “Vita dei Cesari” di Svetonio e delle “Storie” di Ammiano Marcellino; a esse uniamo quelle della “Epitome de Caesaribus”, un breve testo che erroneamente, fino a poco tempo fa, si riteneva scritto dal politico di origine africana Aurelio Vittore: oggi, il vero autore risulta anonimo.
La solerzia metodica svetoniana, di stampo quasi giornalistico, la presenza fisica di Ammiano in qualità di testimone oculare degli eventi da lui narrati, risultano a grandi linee fededegne riguardo agli aneddoti che qui ci interessano. A queste opere, che hanno segnato la storia della letteratura latina, ci affidiamo dunque per far vibrare ancora parole estreme lanciate al cielo nel momento fatale. Partiamo, dunque, iniziando dal “divus” Cesare.
La sua celeberrima morte, certamente l'assassinio più famoso della Storia, non è chiara quanto la tradizione usuale riporta...Esclamò la frase immortale in latino o in greco? E cosa pronunciò, esattamente?
Svetonio narra quei fatidici minuti: “Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono col pretesto di rendergli onore e subito Tillio Cimbro, che si era assunto l'incarico della iniziativa, gli si fece più vicino, come se volesse chiedergli un favore: Cesare però si rifiutò di ascoltarlo, e con un gesto gli fece capire di rimandare le cose ad un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle, e mentre Cesare gridava:''Ma questa è violenza bella e buona'' uno dei due Casca lo ferì da dietro, poco sotto la gola.
Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì col suo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un'altra ferita.
Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani -prosegue Svetonio- si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scendere l'orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, coperta anche la parte inferiore del corpo
”.
Cesare, anche nel momento conclusivo della vita, quello in cui veniva sopraffatto, seppe mantenere il modo fascinoso ed elegante che lo aveva caratterizzato fin dalla prima gioventù.
Riprende lo storico:“Così fu trafitto da ventitre pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo: secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava verso di lui:“Anche tu, figlio?”.
Privo di vita, mentre tutti fuggivano, rimase lì per un po' di tempo, finché caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva al di fuori, fu portato a casa da tre servi.
Secondo il referto del medico Antistio -conclude Svetonio- di tante ferite nessuna fu mortale ad eccezione di quella che aveva ricevuto per seconda in pieno petto
”.
La frase eterna riportata dallo scrittore, “Tu quoque, fili?”, è invero oggetto di non poche discussioni; secondo alcune fonti, come Cassio Dione, essa fu proferita sì, ma in greco (“Kai sù, teknon?”), secondo altre le parole ultime furono più corpose:“Anche tu, Bruto, figlio mio?”.
Comunque sia, resta vivo il senso di sorpresa, misto ad amarezza, delusione e resa incondizionata espresso dal dittatore dinanzi all'ineluttabile, che lo colpiva anche nei suoi affetti più cari.
Cesare Ottaviano Augusto ebbe probabilmente la netta percezione, durante il suo principato, di star cambiando la faccia al mondo: mondo che, comunque, già prima di lui era finito in buona parte sotto il dominio di Roma.
Il modello augusteo fu il risultato di un “grande compromesso” tra princeps e istituzioni, tra Senato oligarchico e nuova regalità, con la nave della Repubblica ormai inabissatasi.
Attingendo alla tradizione delle monarchie passate e presenti, Augusto seppe esaltare iconograficamente la propria immagine e quella della sua famiglia, sostenendo tale elevazione con un capillare lavoro di propaganda politica, sociale, artistica e letteraria. E, variato per sempre il volto di Roma facendone un Impero, Ottaviano si pose, a sua volta, a modello indiscusso per tutti i regnanti a venire: il Cesare, il Kaiser, lo Zar.
Egli nutrì sempre, nel corso della propria esistenza, il pieno convincimento che la sua opera di ristrutturazione dell'ecumene si svolgesse su diretto mandato divino, e questo malgrado il rifiuto, più volte reiterato, di accedere ai grandi onori servilmente offertigli.
Ecco perché, giunto in punto di morte, Augusto presentò se stesso come un attore che, al termine di una intera vita recitata, si ritirava per sempre dalle scene, presentandosi sul palcoscenico e ricevendo l'omaggio dell'ultimo e più commosso applauso.
Ci accompagnano, ancora, le pagine svetoniane: “L'ultimo giorno della sua vita, informandosi a più riprese se il suo stato provocava già agitazione in città, chiese uno specchio, si fece accomodare i capelli, rassodare le gote cascanti e, chiamati i suoi amici, domandò se sembrava loro che avesse ben recitato fino in fondo la farsa della vita, poi aggiunse anche la conclusione tradizionale: ''Se il divertimento vi è piaciuto, offritegli il vostro applauso e tutti assieme manifestate la vostra gioia''.
Poi li congedò tutti
-scrive ancora Svetonio- e mentre interrogava alcune persone venute da Roma sulla malattia della figlia di Druso, spirò improvvisamente tra le braccia di Livia, dicendo: ''Livia, finché vivi ricordati della nostra unione. Addio...!'' Ebbe così una morte dolce, come aveva sempre desiderato; infatti quasi sempre, quando gli si annunciava che la tale persona era morta improvvisamente e senza soffrire, chiedeva per sé e per i suoi una simile eutanasia (questo era il termine di cui era solito servirsi).
Prima di rendere l'anima -conclude il nostro storico- mostrò soltanto un segno di delirio mentale, quando colto da un improvviso sudore si lamentò di essere trascinato via da quaranta giovani.
Ma fu piuttosto un presagio che un delirio, perché proprio quaranta soldati pretoriani, lo portarono sulla piazza pubblica
”.
Augusto morì a Nola il 14 Agosto del 14 dopo Cristo: aveva quasi settantasette anni.
E dopo coloro che furono i pilastri dell'Impero, volgiamoci a Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico (questa la sua onomastica imperiale): vedremo come seppe, lui timoroso e sospettoso di tutti (madre compresa), affrontare il momento inevitabile della morte, quello del non-ritorno ormai certo.
Riportiamo dunque il passo di Aurelio Vittore, che nonostante la sua brevità sa emanare il senso di profonda solitudine che avvolse il princeps ripudiato, braccato e sostenuto ormai soltanto da un pugno di fedelissimi.
A distanza di due millenni, queste poche righe sanno egualmente trasmetterci lo sconcertato stupore che in quegli attimi avvinse Nerone, un uomo abbandonato e incredulo dinanzi a una prospettiva che, probabilmente, lo aveva perseguitato da molto tempo: che non esista, cioè, intangibilità per nessuno, neanche per un imperatore...
Quando Nerone apprese che Galba stava giungendo e che il senato aveva emanato la sentenza per la quale, secondo la tradizione dei padri, avrebbe dovuto essere ucciso battuto a morte con le verghe, la testa infilata in un cappio, lasciato completamente solo, uscì nel bel mezzo della notte dalla città seguito dai [liberti] Faone, Epafrodito e Neofito, e dall'eunuco Sporo che, un tempo, aveva tentato di trasformare in donna, una volta evirato; essendosi trapassato con un colpo di spada -racconta il “De Caesaribus”- grazie all'aiuto portato alla mano esitante dall'abietto castrato di cui abbiamo detto, non avendo in precedenza davvero trovato nessuno dal quale essere mortalmente ferito, esclamò: ''E così non ho alcun amico né nemico? Ho vissuto in modo indecoroso, che io muoia ancor più vilmente''”.
La versione della morte neroniana qui riportata rappresenta una delle molteplici opzioni letterarie esistenti.
Svetonio ne fa una lunga descrizione, e Tacito stesso, che al figlio adottivo di Claudio dedica gran spazio dei suoi “Annales”, certamente descrisse ampiamente le ultime ore di vita del tiranno: tuttavia, la perdita di una parte di questa incomparabile opera ci priva di una testimonianza fascinosa e geniale.
Comun denominatore alle diverse interpretazioni è, comunque, il senso di completo abbandono che deve aver fatto rabbrividire il fuggiasco Nerone: compagno fedele, oltre a pochi altri, fu in quei momenti la percezione soffocante della morte imminente.
L'atteggiamento ingenuamente puerile del sovrano dinanzi all'evento fatale fu fatto anche di continui rimandi del suicidio: malgrado l'incitamento dei suoi adepti a trovare il coraggio per infliggersi il colpo mortale prima dell'arrivo dei soldati, l'imperatore, saggiata tremante la punta del gladio, protrasse l'agonia rinviando più volte l'atto estremo.
Era lo sbandamento di un uomo stordito dagli eventi, stupefatto che gli si volesse far del male: tutto ciò ci fa comprendere quanto, per Nerone, indossare il manto purpureo fosse stato, probabilmente, un gioco più grande di lui.
Vespasiano, ora: il contadino Titus Flavius Vespasianus, diventato generale tanto valido da salire, lui venuto dall'agreste Sabina, al trono imperiale, e dar inizio così a una vera e propria dinastia regnante, la flavia appunto.
Morì a quasi settant'anni, un età vetusta, per quei tempi: lo fece serenamente, in una cara dimora di sua proprietà, confortato dalle presenze amiche.
Svetonio ci racconta:“Al primo attacco della malattia disse:''Accidenti! Credo che sto per diventare un dio...''”. Un uomo pratico, senza fronzoli o raffinatezze, forse non a proprio agio nei panni di imperatore, per quanto agognati.
Si prosegue:“Durante il suo nono consolato fu colto, in Campania, da leggeri attacchi di febbre e subito tornò a Roma, poi si recò a Cutilia, nella campagna di Rieti, dove era solito trascorrere l'estate.
Là, una infiammazione intestinale, causata dall'abuso di acqua gelata, aggravò ancor più la sua malattia, senza peraltro che cessasse di svolgere le sue funzioni di princeps, in quanto arrivò perfino a dare udienza a diverse delegazioni, standosene a letto; prossimo alla morte a causa di una improvvisa diarrea, disse:''Un imperatore deve morire in piedi'', e mentre faceva uno sforzo per alzarsi spirò tra le braccia di coloro che lo sostenevano, il nono giorno prima dellle calende di Luglio, all'età di sessantotto anni, un mese e sei giorni
”.
Con Vespasiano, dopo gli obbrobri della dinastia giulio-claudia e lo scempio del 69, l'annus horribilis, si gettarono davvero, e lucidamente, le salde fondamenta dei decenni a venire, quelli della “felicitas temporum” decantata da Tacito.
Nonostante i molteplici presagi avversi, di cui Ammiano Marcellino fa menzione, il giovane imperatore Giuliano (allora trentatreenne) non volle dar ascolto agli oracoli, e si impegnò egualmente in una scaramuccia con l'esercito partico nei pressi dell'Eufrate, al confine orientale dell'Impero, in seno a una più vasta campagna militare di scarso successo.
Il sovrano, poco avveduto nel proteggersi a sufficienza, venne ferito mortalmente da un colpo di lancia e, trasportato moribondo nella sua tenda, ebbe comunque forza e lucidità per intrattenere coi presenti al suo capezzale sottili e amabili disquisizioni.
Ammiano ci narra l'episodio, forte dell'aver assistito di persona agli eventi in qualità di cavaliere della guardia al seguito dell'imperatore.
Giuliano, attingendo alle energie rimaste, manifestò con pacata fermezza gli ultimi pensieri di una vita tanto breve, quanto intensa:“''Ora le forze mi vengono meno...Riguardo alla elezione del mio successore, cautamente taccio, per non omettere imprudentemente qualcuno che sia degno, o per non esporlo all'estremo pericolo nominando chi io ritenga adatto a questo compito, se per caso un altro gli venisse preferito. Ma, come un onesto figlio dello Stato -concluse il sovrano- desidero che si trovi dopo di me un buon imperatore''”.
Anche in punto di morte, sostenne lucidamente Giuliano un profondo senso morale: in tal modo, nonostante il suo tragico stato, egli fu in grado di valutare importanti decisioni da prendersi in vista del suo imminente trapasso.
Ammiano sacralizza così i minuti finali della vita del suo amato princeps:“Dopo aver pronunciato serenamente queste parole, distribuì, come con un ultimo decreto, il suo patrimonio familiare agli amici più intimi e chiese di Anatolio, capo della cancelleria.
Poiché Saluzio rispose che quello era stato felice, ne comprese la fine e pianse vivamente la morte dell'amico, proprio lui che con animo nobile aveva disprezzato la sua.
Nel frattempo tutti i presenti piangevano
-chiosa lo storico- ma Giuliano, che conservava ancora tutta la sua autorità, li rimproverava che era da vili piangere un sovrano che si stava per ricongiungere al cielo e alle stelle.
Essi perciò tacquero ed egli disputò intensamente con i filosofi Massimo e Prisco sulla nobiltà dell'animo
”.
E' la fine: “Ma essendosi troppo aperta la ferita al fianco dove era stato colpito, e impedendogli l'infiammazione del sangue di respirare, dopo aver bevuto dell'acqua fredda spirò serenamente nel cuore della notte, all'età di trentadue anni”.
Fu un uomo grande, Flavio Claudio Giuliano, e il suo saluto al mondo, tanto precocemente lasciato, ne resta prova memorabile.
La vicinanza della morte, naturale o violenta che sia, spesso ottunde i sensi, e risulta difficile mantenere, anche in quei fatidici momenti, una sufficiente lucidità di pensiero.
Ciò nonostante, sovente viene accompagnata alla dipartita di un personaggio storico una frase, gridata a pieni polmoni o sussurrata, che resta impressa per sempre nella memoria collettiva.
Questo può significare che uomini dalla mente e dallo spirito al di là dell'ordinario, abituati a galleggiare sopra l'umano sentire, serbano in sé la capacità di attingere a forze innate, a energie inesauribili che vanno spegnendosi solo al click finale dell'interruttore.
Ecco il perché, quindi, di messaggi sempiterni lasciati alla posterità: nei petti di chi li espresse brillavano fuochi alimentati da una volontà incrollabile, e questo a prescindere dall'etica buona o cattiva dell'individuo.
Pur con i sensi offuscati, ammorbati dalla paura, dalla tensione, dalla fiacchezza, dalla malattia, dalla senilità, questi giganti della Storia hanno saputo imprimere nel grande registro del genere umano le loro ultime sillabe, rendendole immortali e sottraendole al velo oscuro dell'oblio.
Se è vero quanto si dice circa gli ultimi istanti della vita, nel corso dei quali la mente, come in un film dall'accelerazione parossistica, viene attraversata dagli eventi salienti dell'esistenza, ebbene, è lecito cogliere nella frase e nelle parole a chiusura di un ciclo vitale un imprimatur della propria personalità, un messaggio quasi subliminale lanciato a perpetuo ricordo di ciò che si è stati e non si sta per esser più.
Poniamo dunque termine al nostro viaggio, un viaggio durante il quale abbiamo incontrato uomini diversi nella vita, e differenti anche nel modo di morire.
Cesare, quasi attonito che lo si privasse sanguinosamente della regalità cui era ormai saldamente assurto, tuttavia nobile anche nella morte; Augusto, inchinato dinanzi al suo auditorio per ricevere l'ultimo applauso, al termine di una esistenza durante la quale aveva foggiato il nuovo scenario del mondo; Nerone, un uomo pavido, spaventato anche dalla propria ombra e costretto dalle tragiche circostanze a inventarsi un tardivo coraggio per togliersi la vita; Vespasiano, un militare plasmato dal tempo e dalle mille lotte che, ormai anziano e malato, da soldato volle anche morire dopo aver vissuto; e infine Giuliano, la cui mente pura e tersa, anche in fin di vita, spaziò nei cieli aperti della filosofia e del metafisico.
Cinque grandi uomini, ciascuno tanto dissimile dall'altro, cinque momenti finali che attingono agli ultimi refoli di fiato, e sussurrano al vento della Storia le estreme parole.


Riferimenti bibliografici

SVETONIO, “Vita dei Cesari”, Garzanti, Milano, 2008
AMMIANO MARCELLINO, “Storie”, Utet, Torino, 1996
AURELIO VITTORE (att.), “Epitome de Caesaribus”, roman-emperors.org (eng)
Documento inserito il: 06/07/2016
  • TAG: impero romano, vite cesari, giulio cesare, augusto, storie, epitome caesaribus, nerone, vespasiano, giuliano, svetonio, ammiano marcellino, aurelio vittore

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