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Svetonio e i suoi Cesari: vizi privati, pubbliche virtù (1a parte) [ di Carlo Ciullini ]

Sallustio, Tito Livio, Tacito, Ammiano Marcellino: storici latini che, attraverso le proprie opere, hanno espresso una geniale capacità di analisi e di critica, una qualità sublime nello scoprire pertugi attraverso i quali entrare nell'animo dei protagonisti delle loro pagine, e poterne così sondare a fondo i sentimenti, i pensieri, le pulsioni che mossero le azioni.
Scrittori di tal livello costituiscono un vero vanto per la letteratura che Roma ha donato al mondo e alla posterità.
Questi uomini rappresentano i pianeti maggiori attorno ai quali ruotano, a mç di satelliti, storiografi di minor lignaggio come Valerio Massimo, Velleio Patercolo, Cassio Dione, Aulo Gellio.
In questa seconda schiera, certamente meno aurea della prima, poniamo anche il buon Caio Svetonio tranquillo: il metodico, solerte, pignolo Svetonio, talvolta noioso, in linea di massima interessante, nato forse a Ostia, di sicuro italico.
Più che un interprete della Storia, egli pare una sorta di giornalista ante-litteram che, a cavallo tra I° e II° secolo dopo Cristo, narrò le vite di Cesare, dei grandi imperatori giulio-claudii, di quelli assai effimeri dell'annus horribilis e dei Flavi: dodici soggetti, in totale.
Lo fece in un'opera, il “De vita Caesarum”, che è una delle poche rimasteci tra i suoi numerosi scritti, una produzione letteraria copiosa ma, sfortunatamente, perdutasi in gran parte (e probabilmente per sempre) nei meandri dei secoli.
La “Vita” fu pubblicata intorno al 120, anno più, anno meno; in quel periodo Svetonio svolgeva un compito delicato, di grande responsabilità e, di conseguenza, prestigioso. Era infatti il segretario ab epistulis dell'imperatore Adriano: si incaricava, dunque, di redigere per conto del sovrano lettere ufficiali e di rappresentanza, così come missive private o personali.
Svetonio, grazie al suo ruolo privilegiato, poteva così accedere a proprio piacimento agli archivi imperiali, dove reperire preziosissime notizie e testimonianze sugli eventi che avevano caratterizzato la vita delle varie dinastie reali, susseguitesi in un secolo e mezzo circa; in più, la frequenza assidua della vita di corte lo metteva a stretto contatto con pettegolezzi e indiscrezioni.
Lo studioso poté pertanto entrare in possesso di un ricchissimo patrimonio di informazioni che oggi definiremmo “riservate” o “secretate”, comunque non divulgabili pubblicamente.
In tal modo si dotò di un tesoro di dati, racconti, aneddoti e curiosità che costituiscono per noi, uomini moderni, un'affascinante fonte di conoscenza degli aspetti molteplici, anche reconditi, dei regni di dodici personaggi che resero grande la storia di Roma, spesso in grazia delle proprie virtutes, sovente distinguendosi per vizi ed efferatezze.
Svetonio (così come Tacito), fece della sua opera storiografica un mezzo per sostenere, con prudenza e tenacia, gli ideali della classe senatoria, da sempre antagonista, anche nei momenti di profonda soggezione e umiliante acquiescenza, rispetto al potere imperiale.
Infatti chi, come l'imperatore, deteneva la carica di princeps senatus, faceva sì parte di quel corpo elitario ma esprimeva, al contempo, un privilegio che lo collocava tacitamente al di sopra di tutti.
Un primus inter pares che, col passare dei vari principati, andava ampliando sempre più la distanza tra sé e gli altri compagni di Curia.
Quando poi Domiziano pretese lo si dovesse omaggiare dell'epiteto di dominus, si concretizzò, anche formalmente, quello stacco netto tra un solo uomo e il resto della popolazione imperiale ch'era ormai una realtà consolidata.
I benefici esclusivi, cui i senatori erano avvezzi da secoli, e il loro silente asservimento all'imperatore permettevano, tuttavia, di mantenere almeno alcune importanti prerogative che li collocavano ben al di sopra della massa comune; ad ogni buon conto, non si muoveva foglia che il princeps non volesse, e questo malgrado egli non potesse, da un punto di vista puramente protocollare, assurgere a un ruolo simil-regale.
Il consolato, il tribunato del popolo, i comizi, il ruolo egemone del Senato rappresentavano, infatti, i gusci ormai vuoti di istituzioni nate per debellare, ab origine, ogni tentativo di restaurazione della monarchia e del dominio di uno solo: questi erano ora i nuovi tempi, questa la realtà presente, e come tale andava accettata...
Per questo motivo Svetonio, tratteggiando la vita dei suoi Cesari, dipinse a tinte fosche proprio i ritratti di quelli, tra loro, che avevano maggiormente manifestato un patente astio verso la classe oligarchica: egli ne sottolineò senza pudori i vizi, le perversioni, le trivialità, gli atti crudeli.
Ciò faceva gioco al personale favore riservato dallo storico al Senato: chi si fosse dimostrato nemico di quella veneranda assemblea, infatti, non poteva essere che un cattivo sovrano.
Al tempo stesso, Svetonio si tutelava dal rancore che gli imperatori a lui contemporanei avrebbero potuto riservargli (causa il suo atteggiamento filo-senatorio), grazie al discredito copioso gettato su principes vissuti decenni prima (e dunque inoffensivi...): ogni regnante, infatti, ama che i predecessori siano descritti come di gran lunga peggiori rispetto a se stesso...
Ciò non ci meraviglia: da che mondo è mondo, chi è posto a capo di un popolo, di una nazione, desidera venir rappresentato in termini migliori di chi lo abbia preceduto, a sua maggior gloria e prestigioso vanto.
Vizi privati e pubbliche virtù imperiali, dunque, riprendendo il titolo di una famosa operetta satirica di De Mandeville dei primi del '700: seguiamo assieme Svetonio, e accompagnamolo nelle sue note più colorite ed effervescenti, quelle, appunto, che ci descrivono pregi e difetti di nobile schiatta.
E' un quadro, lo svetoniano, senza sprazzi di genialità letteraria, ancorato com'è a schematismi espositivi e a una catalogazione ripetitiva, per quanto vada riconosciuto un certo rigore di composizione; tuttavia, esso risulta intrigante laddove stuzzica la curiosità del lettore, lettore che si aggrappa alle pagine come fossero quelle di un tabloid gossiparo, generoso in rivelazioni pruriginose o truculente.
Passeremo in rassegna le biografie di Cesare e di Nerone, che rappresentano i paradigmi eccelsi dell'operato dei padroni di Roma: lo faremo non tanto sotto il punto di vista della carriera e dell'azione politico-militare (che qui ci interessano meno), quanto piuttosto in relazione alle pagine svetoniane che meglio hanno saputo catturare l'attenzione curiosa, stuzzicata, non di rado morbosa.
Sono quelle che esprimono, da una parte, le qualità e le virtù propagandate dei sovrani e che, dall'altra, trattano invece dei loro lati abietti, dei profili più nefandi della loro personalità: certamente ancor più intriganti delle prime.
Nessun imperatore (e nemmeno Cesare) ha profuso soltanto azioni virtuose e buoni sentimenti, così come nessuno, al contrario, si è distinto in modo totale per vizio e malvagità: ma in alcuni di essi ha prevalso il bene, in altri il male profondo. E Svetonio, in queste sue ricostruzioni biografiche, punta molto sulle differenze d'indole tra un princeps e l'altro.
Non è un caso, infatti, che egli abbia perseguito schematicamente lo stesso sviluppo nelle singole biografie, mantenendo inalterata la struttura che prevedeva origine familiare, riassunto degli anni di regno, aspetto fisico e caratteriale, personalità con relativi pregi e difetti.
Questi ultimi sono gli aspetti che, come detto, ci stimolano maggiormente: Svetonio non fu sicuramente uno scrittore dotato di introspezione psicologica ai livelli di un Sallustio o di un Tacito, ma si mostrò comunque un buon interprete di emozioni umane, e le sue concise ma vivide pennellate dipingono quadri che arricchiscono la nostra conoscenza circa i moti interiori di uomini vissuti duemila anni fa.
Il vaglio di solo un paio di profili, su una dozzina di imperatori, ci sembra necessario per non rendere il tutto pletorico: ad ogni modo, la scelta del maturo “Divus Julius” e del giovane figlio di Agrippina appare sufficiente ed esemplificativa, perché, lo ripetiamo, può realmente abbracciare gli estremi della virtù e del vizio, gli antipodi del pregio rispetto alla pecca innata.
E' un rapido volo che, partendo dalla descrizione di una qualità o di un atto virtuoso, si posa infine sui difetti più reconditi e sulle più celate perversioni.
Caio Giulio Cesare, che Svetonio considera correttamente come il vero e proprio iniziatore della lunga teoria imperiale, è descritto con l'ossequio e il rispetto che la sua eccelsa figura merita: “Nell'eloquenza o nell'arte militare eguagliò o superò i personaggi più insigni.
Dopo la sua requisitoria contro Dolabella fu senza dubbio annoverato fra i migliori avvocati.
Ad ogni modo Cicerone, elencando nel suo ''Bruto'' gli oratori
-prosegue lo scrittore- dice di non vedere proprio a chi Cesare debba esser considerato inferiore, e aggiunge che è elegante e ha un modo di parlare splendido, magnifico e in un certo senso generoso; scrivendo poi a Cornelio Nepote, si esprime così nei confronti di Cesare:''Come? Quale oratore gli preferisci tra coloro che si sono dedicati esclusivamente all'eloquenza? Chi è più ricco e acuto nelle battute? Chi -conclude Svetonio- più elegante e raffinato nella terminologia?”
Si disegna, dunque, un uomo abile con la postura e la lingua quanto lo era con la spada in pugno:“ Parlava, almeno così dicono, con voce penetrante, con movimenti e gesti pieni di foga e non senza signorilità”.
Svetonio, tramite il giudizio ciceroniano, esalta anche l'opera letteraria del grande generale: “A proposito dei Commentari di Cesare, sempre nel ''Bruto'' Cicerone dice: ''Scrisse i Commentari che bisogna proprio lodare: essi sono scarni, precisi e pieni di eleganza, spogliati di ogni ornamento oratorio, come un corpo del suo vestito''”.
Anche scrivendo, come sui campi di battaglia, Cesare mostrò la propria proverbiale astuzia: “Rimangono anche le sue lettere a Cicerone e ai familiari; quando doveva fare qualche comunicazione segreta, si serviva di segni convenzionali, vale a dire accostava le lettere in un ordine da non significare niente.
Se si voleva scoprire il senso e decifrare lo scritto
-chiosa Svetonio- bisognava sostituire la lettera con la terza che la seguiva nell'alfabeto, ad esempio la A con la D, e così via”.
Ma è in guerra che il valore cesariano rifulge come un astro accecante: “Fu abilissimo nell'uso delle armi e nell'equitazione, e sopportava le fatiche in modo incredibile. In marcia precedeva i suoi uomini qualche volta a cavallo, ma più spesso a piedi, con il capo scoperto, sia che picchiasse il sole, sia che piovesse.
Con straordinaria rapidità coprì lunghissime tappe
-narra Svetonio- senza bagaglio, con un carro da nolo, percorrendo in un giorno la distanza di centomila passi. Se i fiumi gli sbarravano la strada -si conclude- li attraversava a nuoto o galleggiando su otri gonfiati: così spesso arrivava prima di coloro che dovevano preannunciarne l'arrivo”.
In poche parole, una sorta di vero Superman, che alle qualità psicofisiche univa un talento militare senza eguali: “Durante le spedizioni non può dirsi se fosse più prudente o ardito: non condusse mai il suo esercito per strade insidiose, se prima non aveva ispezionato la natura del terreno; non lo trasportò in Britannia senza avere prima esplorato i porti, la rotta e i possibili approdi nell'isola.
Al contrario però, quando venne a sapere che alcuni suoi accampamenti erano assediati in Germania, passò attraverso le postazioni nemiche travestito da Gallo, e raggiunse i soldati
”.
Così Svetonio, che riprende: “Attaccava battaglia non tanto a un'ora stabilita, ma secondo l'occasione e spesso durante la marcia, talvolta nelle peggiori condizioni di tempo, quando nessuno credeva che si sarebbe mosso.
Soltanto negli ultimi tempi si fece più esitante a combattere: pensava infatti che quanto più spesso aveva vinto, tanto meno doveva esporsi al caso e che una eventuale vittoria non gli avrebbe reso più di quanto avrebbe potuto togliergli una sconfitta
”.
Attaccato alla pelle, scrive Svetonio, Cesare aveva il senso del coraggio: “quando la battaglia era incerta, faceva allontanare i cavalli, il suo per primo: così costringeva tutti a resistere a ogni costo, dal momento che aveva sottratto le risorse della fuga”.
E ancora: “Spesso da solo riordinò le fila sbandate, opponendosi a quelli che fuggivano, trattenendoli uno per uno e afferrandoli alla gola per volgerli al nemico”.
Più che un comandante, Cesare viene raffigurato come il primo dei commilitoni: “Non giudicò mai il soldato né per la sua moralità, né per la sua fortuna, ma soltanto per il suo valore, e lo trattava sia con severità, sia con indulgenza”.
La disciplina che il grande generale si autoimponeva, pretendeva fosse mantenuta anche dai suoi uomini: “Non faceva caso a tutti i loro difetti, ai quali non proporzionava mai le punizioni, ma quando scopriva disertori e sediziosi e doveva punirli, allora prendeva in considerazione anche il resto”.
Nonostante la necessaria durezza, Svetonio marca a chiare note la predilezione di Cesare per le sue truppe: “Durante le arringhe che rivolgeva loro non li chiamava ''soldati'', ma con il termine più affabile di ''compagni d'armi''.
Li voleva così ben equipaggiati che li dotava di armi rifinite con oro e argento, sia per salvare l'apparenza, sia perché in battaglia fossero più valorosi, preoccupati dal timore di perderle.
[...]Per tutte queste ragioni li rese fedelissimi alla sua persona, ma anche molto coraggiosi
”.
E' certamente proverbiale il legame indissolubile che legò le legioni al loro condottiero: “Con quanto valore combattessero i soldati di Cesare è dimostrato dal fatto che, dopo essere stati battuti una volta presso Durazzo, essi stessi, spontaneamente, chiesero di essere puniti, tanto che il generale dovette impegnarsi più a consolarli che a rimproverarli.
In tutte le altre battaglie
-chiude il nostro storico- vinsero facilmente le forze innumerevoli del nemico, anche se erano inferiori per numero”.
E per finire: “I suoi soldati non si ribellarono mai per i dieci anni che durò la guerra contro i Galli; lo fecero qualche volta durante la guerra civile, ma furono richiamati prontamente all'ordine, non tanto per l'indulgenza del comandante, quanto per la sua autorità”.
Dopo l'esaltazione delle virtù militaresche, riassumiamo in poche righe i pregi che lo distinsero nei rapporti con le persone a lui più prossime: “Trattò sempre gli amici con generosità e indulgenza. […] Di pari passo, al contrario, non conservò mai rancori troppo profondi e, quando si presentava l'occasione, volentieri li deponeva”.
La clemenza di Cesare nei confronti dei nemici sconfitti, dei supplici, degli avversari pentiti è passata alla Storia:“Diede prova di moderazione e di ammirevole clemenza, sia nella conduzione della guerra civile, sia nell'uso della vittoria”.
Negli ultimi tempi -prosegue Svetonio- anche tutti coloro ai quali non aveva ancora concesso il perdono, ebbero l'autorizzazione a tornare in Italia e a esercitare le magistrature e i comandi; fece rimettere ai loro posti le statue di Silla e di Pompeo che il popolo aveva abbattuto.
In seguito preferì scoraggiare, piuttosto che punire, coloro i cui pensieri e le cui parole gli erano ostili.
Così quando scoprì congiure e riunioni notturne, si limitò a rendere noto con un editto che ne era al corrente.
Nei confronti di coloro che lo criticavano aspramente
-conclude lo scrittore- si accontentò di ammonirli in pubblica assemblea a non insistere troppo”.
Ma la fama di Svetonio è dovuta, tra le altre cose, proprio alla contrapposizione che egli seppe alimentare tra gli aspetti vari dell'individuo, tra i pregi dell'uomo e le ombre del cupo egoismo: “Purtroppo, altri suoi atti e altri suoi discorsi fecero pendere la bilancia a suo sfavore a tal punto -è l'amara constatazione- da credere che abbia abusato del suo potere, e che abbia meritato di essere ucciso.
Infatti non solo accettò onori eccessivi, come il consolato a vita, la dittatura e la prefettura dei costumi in perpetuo, senza contare il titolo di imperatore, di Padre della Patria, la statua in mezzo a quella dei re, un palco nell'orchestra
-tuona disgustato Svetonio- ma permise anche che gli venissero attribuite prerogative più grandi della sua condizione umana: un seggio dorato in Senato e davanti al tribunale, un carro e un vassoio nelle processioni del circo, templi, altari, statue a fianco di quelle degli dei, un letto imperiale, un flamine, Luperci; con il suo nome venne chiamato un mese, e per di più non vi furono cariche che egli non abbia preso o assegnato a suo piacimento”.
Con Cesare muore la Repubblica e risorge la monocrazia, estinta da cinque secoli; il buon Svetonio non lo nasconde: “come scrive Tito Ampio, teneva pubblicamente discorsi che rivelavano non minore imprudenza: ''La Repubblica non è che un nome vano, senza consistenza e senza realtà - Silla, quando rinunciò alla dittatura, fu uno sprovveduto – Bisogna ormai che gli uomini mi parlino con più rispetto, che considerino legge quello che dico”.
Infine, salutiamo il Cesare svetoniano con alcune parole che non sapremmo davvero a quale categoria attribuire: l'ardore erotico e le conquiste sentimentali a ritmo sincopato sono infatti da considerarsi mascolina virtù, o debolezze d'animo?
Ciascuno tragga le sue considerazioni, al riguardo. Ecco quelle di Svetonio: “tutti concordano nell'affermare che era portato alla sensualità ed era assai generoso nei suoi amori; che sedusse moltissime donne di nobile nascita: tra queste Postumia, moglie di Servio Sulpicio, Lollia, moglie di Aulo Gabinio, Tertulla, moglie di Marco Crasso e anche la moglie di Gneo Pompeo, Mucia.
Ma in particolar modo Cesare amò Servilia, la madre di Marco Bruto: per lei, durante il suo primo consolato, acquistò una perla del valore di sei milioni di sesterzi e, nel corso della guerra civile, tra le altre donazioni, le fece aggiudicare, al prezzo più basso possibile, immense proprietà messe all'asta.
Quando molti
-conclude con ironia lo storico latino- si stupirono del prezzo irrisorio, Cicerone assai spiritosamente disse: ''La spesa fu ancor più esigua, perché è stata dedotta la terza parte''. Si supponeva infatti che Servilia avesse procurato a Cesare anche i favori della figlia Terza”.
Amori, quelli di Cesare, davvero di alto rango, visto il suo ruolo di assoluto protagonista: “Ebbe per amanti anche le regine, tra le quali Eunoe di Mauritania, moglie di Bogude: a lei e a suo marito, come scrive Nasone, fece molte e grandi donazioni.
La sua più grande passione fu però Cleopatra, con la quale protrasse i banchetti fino alle prime luci dell'alba.
Conducendola con sé, su una nave dotata di camera da letto, avrebbe attraversato tutto l'Egitto se l'esercito non si fosse rifiutato di seguirlo.
Infine la fece venire a Roma e poi la rimandò ad Alessandria, dopo averla colmata di onori e di magnifici regali, permettendole di dare il proprio nome al figlio nato dal loro amore
”.
Un uomo, Cesare, che davvero visse appieno, anzi al limite, ogni istante della sua vita leggendaria.
E, dopo di lui, parleremo di Nerone: una sorta di infame contraltare, una personificazione della legge del contrappasso rispetto alla eccellenza cesariana, entrata nel mito.

Nell'immagine, Gaio Giulio Cesare.


Riferimenti bibliografici

SVETONIO, “Vita dei Cesari”, Garzanti, Milano, 2008
Documento inserito il: 16/04/2016
  • TAG: svetonio, gaio giulio cesare, antica roma, impero romano, cesari

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