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I Batavi: un popolo di superman al servizio dell'Imperatore [ di Carlo Ciullini ]

Sono ragazzoni alti, grossi e forti, gli olandesi; le ultime statistiche ce li disegnano come i cittadini europei con la maggior distanza separante i propri capelli dal suolo sul quale poggiano i piedi: una media di 185 centimetri circa.
L'attacco a questo primato da parte di una piccola regione montuosa del Montenegro (un metro e 90, vera enclave di giganti) rappresenta un dato trascurabile.
Per questo (e non solo) i giovani abitanti di quelle pianure, tanto basse da estendersi al di sotto del livello del mare, eccellono in molti sport, nei quali si prevale sull'avversario grazie sopratutto alle qualità fisiche, alla vigorìa e alla resistenza: nel calcio, nel nuoto, nella pallavolo gli olandesi ottengono sovente grandi risultati; risultati, poi, tanto più apprezzabili se messi in relazione con un'entità demografica non straordinaria: sedici milioni di abitanti, quasi tutti spinti da una appassionata dedizione all'attività agonistica e sportiva, attività gratificata, come detto, da eccellenti prestazioni a livello di competizioni internazionali.
Gente agile, forte e fresca, dunque, salutarmente piena di energia.
Gli orange di oggi sono i discendenti di etnie che, nel corso dei secoli, seppero più volte imporsi in virtù della forza innata dei loro vigorosi corpi; e sebbene l'altezza media non sia sempre stata il forte di quei popoli (fino al 1800, anzi, gli abitanti dei Paesi Bassi si uniformavano a medie più meridionali che nordiche), tuttavia l'ardore, la bellicosità, la possanza fisica permetteva loro di sostenere le più dure battaglie combattute in Europa, e non solo: è noto come la piccola Olanda sia stata protagonista eccelsa dell'epopea delle colonizzazioni.
Batavi, Frisi...Erano gente di duro ceppo germanico, perfettamente dotata dalla natura per eccellere nell'arte “nobile” della guerra.
E di ciò si accorsero bene, duemila anni fa, i Romani signori del mondo, i quali attinsero a piene mani a questa genìe, così predisposta a corroborare efficacemente quella formidabile macchina da guerra che era l'esercito delle legioni.
Iniettando vigorose dosi di validi alleati (gli auxiliaria) Roma tonificava il proprio corpo bellico, attingendo in modo specifico a quelle etnie presenti geograficamente nelle varie partes Imperii.
Da sempre, la zona renana era stata fonte di forti preoccupazioni per Roma: al di là del grande fiume si estendevano lande e foreste sterminate abitate da numerose tribù germaniche, pericolose per la moltitudine e il valore dei loro guerrieri.
Catti, Tencteri,Suebi...: nomi che già al tempo di Cesare avevano intimorito non poco le truppe romane stanziate in territorio gallico, e che avevano poi perpetrato, con l'ignominioso tradimento di Arminio del 9 dopo Cristo, lo sterminio delle tre legioni augustee guidate da Varo, improvvidamente addentratosi nella selva tenebrosa di Teutoburgo.
Ci volle l'intervento, anni dopo, del miglior generale di Tiberio, Germanico (figlio del fratello dell'imperatore, Druso), per riparare all'onta subita e raddrizzare un poco la tribolata questione del Reno.
Un valido aiuto, in quella situazione e nel successivo controllo di quei turbolenti limina, giunse proprio dal popolo dei Batavi, sì di origine germanica, ma stanziato al di qua del Reno, in un isola (così racconta Cesare nel “De Bello Gallico”) situata tra la Mosa e il Waal, in quella regione, da tempo civilizzata e soggetta a Roma, chiamata Gallia Belgica.
I Batavi, dunque. Chi erano?
Innanazitutto, numericamente erano in pochi, pochi davvero. Lo sottolineamo per confermare quanto qualità e quantità vadano a braccetto raramente.
Una sorta di vera e propria truppa scelta, una enclave limitata ma impareggiabile, armi in pugno: i Batavi erano un po' gli Spartiati del Nordeuropa, l'élite guerriera di un esercito formidabile ed etnicamente variegato quale era quello romano.
Il popolo batavo, nei primi decenni imperiali, non toccava molto probabilmente i quarantamila individui tra uomini e donne: ma tutti i maschi in età militare ( dai sedici anni in su) entravano a far parte dell'esercito, e di questi circa cinquemila costituivano uno dei migliori corpi di auxiliaria esistenti.
Il ritrovamento di alcune stele funerarie ci mostra, tra l'altro, come i Batavi fossero di buon grado impiegati anche quale parte integrante della guardia imperiale, una formazione istituita da Augusto e il cui ruolo era di “corporis custodes”(letteralmente “guardie del corpo”) del princeps.
Tra di essi si distingueva il reparto di cavalleria batava, vero e proprio fiore all'occhiello, che forniva il nucleo degli Equites singulares di scorta all'imperatore.
Tanto era tenuto di conto per le sue peculiarità in campo militare, che la gente batava godeva del non trascurabile privilegio dell'esenzione dai tributi, dovuti solitamente a Roma dagli alleati.
In cosa eccellevano questi straordinari soldati? Conosciamoli meglio, accompagnati dalle rapide ma efficaci descrizioni che ne dà Tacito in una delle sue opere principali, le “Historiae”.
I Batavi vengono trattati nel quarto e nel quinto libro di questo capolavoro letterario, giuntoci purtroppo solo in minima parte: “Senza subire lo sfruttamento delle loro risorse (fatto eccezionale nell'alleanza coi più forti), forniscono all'Impero solo uomini e armi; ampiamente addestrati nella guerra contro i Germani, avevano visto crescere la loro gloria con le campagne in Britannia, per merito delle coorti colà inviate al comando, secondo l'antica tradizione, dei capi più nobili del loro popolo. Vantavano - prosegue il grande storico narbonense - anche reparti scelti di cavalleria, così specializzati nel nuoto da attraversare il Reno con armi e cavalli, in formazione compatta.”
E ancora: “Da loro non si pretendevano tributi, ma solo valore e uomini. Era la condizione più vicina alla libertà. E -chiosa con un velo d'ironia Tacito- dovendo scegliere un padrone, meglio i prìncipi romani che le donne germaniche...!”
Anche i Batavi, per quanto alleati fidati dei Romani, non furono esenti dall'aspirare a rendersi, una buona volta, autonomi da Roma; a tal scopo, scoppiò presso quel popolo una rivolta nell'anno 69 dopo Cristo, l'“annus horribilis” dei quattro imperatori (Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano): e forse non a caso proprio in quei mesi, data la galoppante anarchia politico-militare che attraversava l'Impero.
A capo dei ribelli si era posto Gaio Giulio Civile, un nobile batavo pienamente romanizzato, il quale poggiò il tentativo di rivolta sulla partecipazione, oltre che della sua gente, anche di tribù germaniche guidate dalla profetessa Veleda, che assunse il ruolo di ispiratrice divina dell'impresa, oltre che di alcuni popoli gallici retti da Giulio Sabino, re dei Lingoni.
Civile ci viene così descritto dal grande Tacito, che lo dipinge con una fugace ma profonda pennellata: “Dotato ben oltre il livello normale dei barbari, di una intelligenza raffinata e scaltra, si sentiva un Sertorio e un Annibale per una analoga deturpazione del volto”.
Il casus belli fu offerto dalla esecuzione sommaria di Giulio Paolo, imparentato con Civile e punito dai legati romani con l'accusa (risultata poi infondata) di sedizione contro l'Impero.
I tumulti, brevi ma intensi, furono soffocati a fatica; nel corso degli scontri andò totalmente distrutto l'accampamento di Oppidum Batavorum, vero e proprio centro amministrativo di quella regione posta tra il delta renano e il Mare del Nord.
Tuttavia, dopo le esemplari punizioni impartite ai capi dei rivoltosi, i Batavi tornarono di buon grado (e nuovamente affidabili) a servire nelle legioni, dove non fecero mancare la loro esperienza e la perizia bellica forgiate in decenni di alleanza con Roma.
Il Batavo era dunque un figlio della guerra dalle poliedriche capacità: nell'equitazione, nel nuoto, nello scontro armato venivano esaltate le sue eccellenze di combattente.
Ci sarebbe da chiedersi se il grande Jules Verne si sia ispirato iconicamente al soldato-tuttofare batavo, per dipingere con arte la figura di Michele Strogoff, il corriere dello Zar pronto a sobbarcarsi cavalcate, attraversamenti di freddi fiumi con poderose bracciate e duelli per adempiere alla propria missione, attraverso le steppe polverose e sterminate della Santa Russia.
Di sicuro, è proprio l'idea letteraria partorita dal genio dello scrittore francese ad aver ispirato, decenni dopo, quello sport chiamato Pentathlon e assurto alla dignità olimpica: in esso, attraverso prove di equitazione, tiro, corsa, nuoto e scherma si esalta la forza dell'atleta perfetto, del superman versatile e completo.
Ma uomini di tal fatta esistettero davvero, un paio di millenni fa; stimati da chi combatteva al loro fianco, temuti da chi si ritrovava ad affrontarli in battaglia, i Batavi seppero rappresentare con merito il tipico ceppo etnico che si distingue non per la moltitudine dei suoi appartenenti, ma per la comprovata qualità dei pregi e delle virtù.
Da pratici e genuini uomini del Nord qual erano, e lontani dal mondo mediterraneo dove andava sempre più inflaccidendosi il braccio che sostiene la spada, queste genti fecero della guerra la loro attività principale, ma anche il mezzo migliore per poter esprimere compiutamente la loro valorosa natura.


Riferimenti bibliografici

PUBLIO CORNELIO TACITO, “Historiae”, Garzanti, Milano, 2005
GAIO GIULIO CESARE, “De Bello Gallico”, Mondadori, Milano, 1991

Nell'immagine, stele funeraria che ricorda un batavo che fu guardia del corpo di Nerone.
Documento inserito il: 13/06/2015
  • TAG: batavi, impero romano, truppe ausiliarie, germani, arminio, selva teutoburgo

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