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Otone: una nobile morte per l'usurpatore dell'Impero [ di Carlo Ciullini ]

“Ma Otone, contrario a propositi di guerra, così rispose: ''Esporre più a lungo ai pericoli questa vostra devozione, questo vostro valore è, ritengo, un prezzo troppo alto per la mia vita.
Tanto più grande è la speranza che mi offrite, qualora volessi vivere, tanto più bella sarà la morte.
[...]Da tale esempio giudichino i posteri Otone.
Gli altri hanno tenuto più a lungo l'Impero, nessuno l'avrà tenuto con maggior forza d'animo.
O dovrò accettare che tanta gioventù romana, tanti meravigliosi eserciti siano ancora una volta falciati a terra e strappati allo Stato?
Lasciate che io vada sapendo che sareste morti per me, ma che siete vivi.
[…]A prova suprema della mia determinazione, sappiate che non mi lamento di nessuno: prendersela con gli dei o con gli uomini è gesto di chi vuol vivere”.

Morì a trentasette anni, Marco Salvio Otone, poche ore dopo aver pronunciato queste nobili parole, a tangibile dimostrazione di come uno spirito amorale e depravato, privo di scrupoli tanto da tradire la fiducia in lui riposta, ambizioso al punto da deporre ogni remora di natura etica, può sul finire della propria esistenza attingere a risorse inaspettate di dignitoso coraggio.
Senza una morte tanto ammirevole, la vita di questo effimero imperatore, rimasto in carica per poco più di tre mesi, non avrebbe di sicuro potuto rifulgere e lacerare, così, il velo fatto calare dalla memoria collettiva su un anno, il 69 dopo Cristo, tanto funesto per la storia di Roma.
Nell'arco di una dozzina di mesi, infatti, succedettero al trono imperiale (dopo essersi eliminati a vicenda l'un dopo l'altro) ben quattro cesari: Galba, appunto il nostro Otone, Vitellio e , infine, Vespasiano.
Soltanto con quest'ultimo, e con il suo decennale principato, si pose termine alla pletora di imperatori morti violentemente, per mano propria o altrui, e furono gettate le basi per render saldo l'Impero attraverso dinastie durature come la flavia, l'ispanica e l'antonina.
Otone, dunque, attraversò il cielo dell'Urbe con la istantaneità di un lampo: cinta la corona imperiale a metà inverno, dovette deporla che la primavera era appena iniziata.
Seppe compiere questo gesto, tuttavia, con regale decoro, manifestando forza d'animo e nobiltà di intenti quali non avremmo potuto ipotizzare: l'intero passato di quest'uomo, infatti, si era contraddistinto negativamente per protervie e dissolutezza giovanili, e per sfrenata ambizione in età matura.
Soltanto durante il governatorato in Lusitania, lontano da Roma e dalle sue spesso perverse tentazioni, Otone riuscì ad astenersi dal seguire il personale egoismo e il molle interesse privato per dedicarsi invece, e con inaspettata capacità, alla conduzione efficiente e proba della provincia affidatagli.
Per il resto, prima e dopo quella esperienza da magistrato la vita di Otone fu macchiata da atti riprovevoli, che rendono ancor più luminosa e stupefacente la metamorfosi finale: come un perfetto Romano della prima era repubblicana, come un fedele servitore della città e delle sue istituzioni, come un civis di stampo antico, quale era difficile essere in pieno I° secolo dopo Cristo, Otone antepose la salvezza dello Stato alla propria.
La sopravvivenza alla sconfitta patita dal suo esercito avrebbe infatti comportato, riassestata l'armata con le riserve e le forze fresche, il sanguinoso proseguimento della guerra civile, e un vivo pericolo per l'Impero.
Il personale sacrificio, la propria immolazione sull'altare della pace, avrebbe invece salvaguardato la salute pubblica: la tutela del bene comune valeva certamente una singola vita, pur preziosa come quella dell'imperatore.
Per questo, Otone si offrì agli dei e agli uomini perché si ponesse fine al bagno di sangue fraterno: già in molti avevano sofferto la visione, tra i caduti nel campo avverso, dei volti cari di amici e parenti.
Dopo aver toccato il fondo con l'assassinio perpetrato contro Galba, il legittimo regnante, Otone, in veste proprio di nuovo imperatore, toccò il vertice epico offrendo la sua vita in cambio di una pace ristabilita.
E compì il gesto estremo con una calma, una atarassica serenità che meravigliano: un atto simile è comprensibile, ad esempio, in un Seneca che improntò l'intera esistenza alla virtù e alla ricerca della saggezza, ma non in un malfido usurpatore di trono. E' il momento di aprire la “Vita dei Cesari” di Svetonio, e di farci accompagnare da questo valente biografo per conoscere meglio l'uomo-Otone quale era, per indole e costumi, prima dell'epilogo finale, tragicamente eroico.
La famiglia di origine era una delle più rispettabili d'Etruria, proveniente dalla zona di Ferentino, per la precisione.
Il padre Lucio fu un nobile tenuto in straordinaria considerazione presso la corte imperiale: era così simile d'aspetto a Tiberio, che lo amava, da farne ipotizzare un legame addirittura filiale; Claudio, invece, ammetteva candidamente di non desiderare progenie migliore di lui, tanto egli lo stimava.
Dal padre e dalla madre Albia Terenzia nacque Marco, il futuro princeps.
Un fanciullo agitato, è fuori di dubbio: “Sin dalla prima giovinezza -narra Svetonio- fu così prodigo e turbolento, che suo padre dovette più volte farlo correggere a colpi di frusta; si diceva che aveva l'abitudine di vagare di notte, di fermare i passanti deboli o un po' alticci e di buttarli in aria dopo averli distesi sul suo mantello”.Un vero teppistello, dunque.
Un tale spirito, goliardico e irriverente, non poteva che fraternizzare con uno scapestrato viveur ed edonista come Nerone: così come era accaduto con il padre con i sovrani precedenti (ma per ben altri meriti...), anche Otone divenne tra gli intimi dell'imperatore.
Svetonio racconta quanto la complicità tra i due si spingesse sovente all'estremo: il giorno stabilito da Nerone per far morire la madre Agrippina, ad esempio, Otone organizzò un banchetto cui invitò i due per stornare ogni sospetto dalla persona del turpe figlio.
Ancor più paradossale fu una ulteriore, complicata situazione che inizialmente guadagnò a Otone la profonda gratitudine del regale amico: “Quando Nerone [allora ancora sposato a Ottavia, poi eliminata, n.d'A] gli affidò provvisoriamente Poppea Sabina, allora soltanto sua amante, Otone la ricevette presso di sé fingendo di sposarla; ma...”.
E qui, si dimostra come anche la più ferrea delle amicizie complici possa naufragare, dinanzi al fascino ammaliatore privo di pudori: “Ma, non contento di averla sedotta, Otone se ne invaghì a tal punto da non poter più sopportare di dividerla con l'imperatore.
Si crede con un certo fondamento
-scrive il nostro storico- che non solo si rifiutò di ricevere coloro che erano stati mandati a prenderla, ma che un giorno arrivò persino a sbarrare la porta in faccia allo stesso Nerone, che invano mescolava preghiere e minacce per riavere indietro la sua donna”.
Una situazione quasi comica, quella descritta da Svetonio, che non portò a conseguenze cruente forse solo grazie al profondo legame tra i due spasimanti, ora rivali.
Da qui, una punizione soft, con l'allontanamento da Roma di Otone, spedito dall'adirato ex-amico ai confini atlantici dell'Impero, in Lusitania.
Le testimonianze, al riguardo, ci parlano di un governatorato otoniano tanto lungo (un decennio) quanto encomiabile per correttezza, onestà ed efficienza: una vera e propria rivalutazione del personaggio, forse meno disposto a compier nefandezze per la sbiadita influenza dell'aria melliflua e depravata della capitale, ora così lontana...
Ma le gesta censurabili del nostro avevano ancora da venire, e la stima e la fiducia che Galba, il principe succeduto a Nerone, gli avrebbe riservato, sarebbero state ripagate con il ferro e l'usurpazione.
Nel frattempo (siamo nel 68 dopo Cristo), Otone metteva in atto la sua vendetta nei confronti di Nerone stesso, che così brutalmente lo aveva separato dall'eccitante vita capitolina, serbandogli sì la vita, ma spedendolo tra i rozzi pastori della barbara e ubertosa Lusitania.
Fu proprio la vicinanza fisica a Galba, che nella limitrofa provincia ispanica meditava la rivolta contro il tiranno con la cetra, e la conseguente successione imperiale, ad accendere in Otone speranze di un futuro appagante.
Tanto più che anche le stelle parevano confermargli rosee prospettive e, dopo la scomparsa di Nerone, attendersi una adozione da parte del vecchio Galba pareva più che lecito: iniziativa che avrebbe condotto Otone stesso in rampa di lancio, in vista di un principato forse non troppo lontano, data l'età del suo mentore.
Scrive Svetonio: “Concepì la speranza di giungere al potere, sia per le circostanze, sia soprattutto per la dichiarazione dell'astrologo Seleuco.
Costui infatti, dopo avergli assicurato un tempo che sarebbe sopravvissuto a Nerone, era venuto allora, spontaneamente e inaspettato, per promettergli che sarebbe divenuto imperatore
”.
Non furono, probabilmente, solo predizioni di tal genere a spingere Otone a coltivare appieno il sogno di regnare: si agitava in lui, infatti, una smodata ambizione e una inestinguibile sete di potere, alimentate fortemente dalla decade trascorsa lontano dal cuore pulsante dell'Impero.
E così, con astuzia sottile e paziente, Otone mise in moto i suoi propositi; grazie a una subdola affabilità con Galba, potè ingraziarsi chi, a Roma, deteneva il vero potere: coloro, cioé, che portavano la spada.
Prodigando a tutti servizi e cortesie dei più vari generi, ogni volta che riceveva l'imperatore a cena -ci racconta Svetonio- donava un pezzo d'oro a ciascuna guardia del corpo e cercava di legare a sé i soldati: così, in breve tempo non vi fu nessuno che non fosse del parere e non proclamasse che lui solo era degno del potere”.
Quanto sarebbe servita, un giorno prossimo più di quanto auspicato, la tela di rapporti e interessi ora intessuta nascostamente con tanta tenace solerzia!
Evento scatenante l'ira di Otone e l'astio nei confronti del suo sovrano fu la scelta, da parte dell'anziano Galba, di Pisone quale figlio adottivo e successore al trono.
La rabbia e il livore montarono in Otone, messo in crisi anche da una difficile situazione personale: ormai egli non poteva più tornare indietro, e ne andava della propria salvezza.
Il motivo della sua pericolosa condizione è semplice, e Svetonio lo spiega con succinta chiarezza: “Quando la preferenza data a Pisone fece morire ogni speranza, si volse alla violenza, spintovi non soltanto dal dispetto, ma anche dalla enormità dei debiti contratti”.
L'ingranaggio clientelare che egli stesso aveva messo in atto presso i militari rischiava di triturarlo senza pietà: l'inerzia del meccanismo ideato era ormai irrefrenabile, e Galba doveva esser tolto di mezzo perché si potesse attingere ai beni imperiali, e stornare così gli impellenti problemi economici.
Per tale motivo, e ancor più freneticamente, Otone e i suoi fidati andarono ampliando, in quei mesi, la già estesa rete di rapporti e di contatti con esercito e coorti pretoriane: di loro, al momento opportuno, ci sarebbe stato estremo bisogno...
Ci accompagna il passo di Svetonio, rievocante quel fatale 14 Gennaio del 69, quando, con l'assassinio di Galba, si dette inizio al tragico balletto di morti purpuree e di guerre civili che intrisero di sangue romano quell'anno nefasto: “Il giorno stabilito, dunque, Otone, dopo aver raccomandato ai suoi complici di attenderlo nel foro, ai piedi del tempio di Saturno presso una pietra miliare aurea, al mattino si recò a salutare Galba, come di consueto ricevendone l'abbraccio; assistette anche al sacrificio e sentì il vaticinio degli aruspici.
In seguito
-prosegue lo storico- un liberto gli annunciò che erano arrivati gli architetti: era questo il segnale convenuto. Otone si ritirò allora con la scusa di vedere una casa in vendita e si precipitò all'appuntamento, uscendo dal Palatino attraverso la porta posteriore”.
La descrizione svetoniana della presa di potere da parte di Otone assume davvero i contorni comici di una commedia plautina: “Nascostosi allora prontamente in una lettiga da donna, Otone si diresse veloce all'accampamento [il Castra Praetorum, n.d'A], poi, dal momento che i portatori non ne potevano più, discese e si mise a correre, ma le calzature si slacciarono e dovette fermarsi, finché, preso sulle spalle senza alcun indugio dai suoi compagni e salutato imperatore, giunse nella piazza d'armi, circondato dai soldati che lo acclamavano con le spade in pugno”.
Infine, a rompere l'atmosfera di festoso schiamazzo, il truce ordine del nuovo princeps: “Di qui inviò alcuni ad ammazzare sia Galba sia Pisone, poi, allo scopo di accattivarsi le simpatie dei militari, dichiarò pubblicamente che avrebbe tenuto soltanto quello che essi gli avrebbero lasciato”.
Dopo solo sette mesi di principato, moriva il vecchio Galba, vittima di quelle stesse armi preposte a sua difesa, e gli succedeva Otone, pieno di vigoroso e giovanile ardore, smanioso di assaporare appieno il gusto del potere e del comando: ne avrebbe goduto, però, per un lasso di tempo inferiore alla metà di quello riservato al suo predecessore.
Svetonio racconta come, tuttavia, fin dalle ore immediatamente seguenti il regale assassinio Otone fosse scosso fortemente dalla paura e dal rimorso: in fondo, Galba aveva sempre mostrato di apprezzarlo e di riservargli non pochi favori.
Si dice che le notti successive, preso dal terrore durante il sonno, emise profondi gemiti, e che i suoi schiavi subito accorsi lo trovarono steso a terra davanti al suo letto; si racconta poi che si sforzò con ogni genere di cerimonia di propiziarsi i Mani di Galba, dai quali si era visto tormentato e scacciato.
Perfino il giorno dopo, scoppiato un temporale mentre prendeva gli auspici, sarebbe caduto pesantemente e avrebbe gridato più volte: ''Che bisogno avevo di così grandi flauti ?''
”.
E', questo, un proverbio latino riservato a chi compiva azioni inutili e fini a se stesse: il tarlo del gesto inconsulto, del passo troppo lungo della gamba cominciava a tormentare Otone.
Ma se il demone di Galba angustiava il reietto per vie metafisiche, si palesava minaccioso e incombente un nuovo pericolo, stavolta in carne e ossa.
Le legioni renane, infischiandosene ampiamente dell'avvento otoniano, inneggiavano a Vitellio quale loro nuovo imperatore.
Perciò, da Roma, Otone ritenne prudente sia inviare emissari in Germania per calmare le truppe in fermento e ridurle a più miti consigli, sia far giungere allo stesso Vitellio una missiva con la quale invitarlo ad associarsi al trono, unendosi alla famiglia imperiale in qualità di genero.
Tutto inutile, ad ogni buon conto: le legioni ribelli si volsero in marcia verso la penisola.
Ad esse venne incontro l'esercito di Otone, il quale non cercò, dunque, di evitare pavidamente lo scontro: punto fisiologico di contatto fu, a mezza strada, il confine padano tra le odierne regioni di Lombardia, Emilia e Veneto.
Qui, tre scaramucce, più che vere e proprie battaglie, videro prevalere le forze lealiste: dapprima presso una località ai piedi delle prealpi, quindi nei paraggi di Piacenza, infine vicino a un non meglio identificato tempio dedicato a Castore e Polluce.
Ma fu a Bedriaco, lungo il cammino tra Verona e Mantua, antichi e prestigiosi municipi latini, che si svolse lo scontro decisivo.
In questa località, il 14 Aprile del 69, cozzarono furiosamente tra loro le armate otoniane e quelle di Vitellio: nella prima svettavano la Legio I Audiutrix e la XIII Gemina, nella seconda la XXI Rapax e la V Alaudae.
Le legioni germaniche ebbero la meglio, pare grazie anche a una subdola tregua che allentò la tensione e la vigilanza presso l'esercito nemico: di questo seppero profittare i vitelliani, che mandarono in rotta le truppe di Otone, e con gravi perdite.
Ciò nonostante, la sconfitta patita pareva non inficiare in modo assoluto la possibilità di rivalsa delle legioni sconfitte: Svetonio scrive che “subito Otone cercò la morte, più perché si faceva scrupolo ad ostinarsi nel conservare il potere con grande pericolo dell'Impero e dei soldati, che per disperazione o mancanza di fiducia verso le truppe; infatti gli restavano ancora intatte quelle che aveva trattenuto presso di sé nella speranza di una vittoria, e gliene stavano arrivando altre dalla Pannonia, dalla Dalmazia e dalla Mesia. Per di più -si conclude- gli stessi soldati sconfitti erano così poco scoraggiati che anche da soli avrebbero affrontato qualsiasi pericolo per lavare l'onta subita”.
Ma ormai nella mente confusa di Otone, soverchiato dalla celerità degli eventi e per niente fiducioso in una risoluzione pacifica della guerra intestina, si insidiava profondo il pensiero della morte ineluttabile.
Basta sangue romano sparso, basta fratello contro fratello, parente contro parente, amico contro amico: nessuna iattura peggiore, per Roma, che la prosecuzione di una ulteriore guerra civile, l'ennesima.
Otone gridò di non avere più intenzione di esporre al pericolo soldati così coraggiosi, ai quali doveva tanto”, testimonia Svetonio.
La metamorfosi è compiuta: da uomo abbietto, scostumato, umorale, forse vile, di sicuro irriconoscente usurpatore, Otone si trasforma in eroe epico, in Romano nel senso più nobile del termine, il civis pronto a perdere la vita, a scapito del personale egoismo, in nome della salute pubblica e della sopravvivenza dello Stato.
Ormai incrollabile nel suo intento, congedò i parenti stretti (il fratello, il nipote) e gli amici più cari, quindi invitò anche le sue truppe a lasciare i castra: lo avrebbero assistito solo pochi servi.
Quindi, vergate due lettere, una alla sorella, l'altra alla vedova di Nerone, Messalina, che bramava di sposare, divise le sue sostanze tra i membri più intimi della sua familia, e si ritirò nella propria tenda, al centro del campo quasi del tutto abbandonato.
Sembra che, costretto a procrastinare l'atto estremo per sedare alcuni disordini scoppiati tra i soldati in uscita dall'accampamento, Otone abbia mestamente sussurrato: “Aggiungiamo ancora questa notte alla nostra vita...”.
Ma la scelta fatale era ormai compiuta.
Tacito ci narra, con commosso rispetto, le ultime ore che, infine, nobilitarono l'intera esistenza di un individuo: “Al calar della sera si dissetò con un sorso d'acqua fresca.
Poi si fece portare due pugnali, ne provò il filo e ne pose uno sotto il cuscino.
Assicuratosi della partenza degli amici, passò una notte tranquilla, come affermano, priva di insonnia.
Alle prime luci si gettò col petto sul ferro.
Al gemito del morente
-prosegue Tacito- entrarono i liberti, gli schiavi e il Prefetto del Pretorio: gli trovarono una sola ferita.
Celebrarono in fretta le esequie: lo aveva lui stesso caldamente sollecitato, per evitare che il capo gli venisse mozzato ed esposto agli oltraggi
”.
Per quanto Otone avesse cinto il manto imperiale in modo fraudolento e sanguinoso, disprezzando la fiducia che Galba aveva riposto in lui, tuttavia egli seppe, in quel pugno di mesi di principato, attrarre a sé la simpatia e la benevolenza dei suoi soldati. In effetti, il trasporto dei milites nei suoi confronti fu di devozione quasi viscerale: lo conferma drammaticamente il resoconto tacitiano delle ore seguenti la scomparsa dell'imperatore.
Portarono la salma, fra lodi e lacrime, le coorti pretoriane, coprendo di baci la ferita e le mani.
Alcuni si suicidarono presso il rogo […] per emulare il nobile gesto e per ossequio al principe.
In seguito, un po' dovunque, a Bedriaco, a Piacenza e in altri accampamenti si moltiplicò questo modo di cercare la morte.
A Otone
-conclude lo storico narbonense- fu eretto un sepolcro, modesto ma duraturo.
Così terminò, a trentasette anni, la sua vita
”. Era il 16 di Aprile del 69 dopo Cristo.
Una vita piena, vissuta intensamente tra corti imperiali, governatorati, amori altolocati e, infine, ricoprendo (seppur per pochi mesi) la carica conferente uno dei massimi poteri conosciuti nel corso dell'intera Storia umana: quello di imperatore di Roma, cioè del mondo.
Dalle righe di Tacito, di solito non prodigo di profonda empatia nei confronti dei prìncipi (che da sempre, silentemente o no, andavano frustrando le prerogative della élite aristocratica e senatoria), traspare invece una vicinanza emotiva a Otone e alla sua ammirevole decisione, decisione che tende a rivalutarne appieno la figura di uomo e di sovrano.
Un sovrano che regnò per meno di cento giorni.
Non è un caso, forse, che il più grande tra gli storici latini prenda congedo da questo enigmatico personaggio ammantandone la morte di leggenda: un tributo, forse, alla redenzione morale di chi aveva trascorso la vita con scarso decoro etico.
Queste, infatti, le ultime parole di Tacito dedicate a Marco Salvio Otone Cesare Augusto: “Ricordano gli abitanti del posto che, il giorno della battaglia di Bedriaco, un uccello di specie sconosciuta si era posato in un bosco sacro, assai frequentato, presso Regio Lepido [l'odierna Reggio Emilia, n.d.A], e che non si era lasciato spaventare o cacciare né dall'affollarsi delle persone, né dal volteggiare degli altri uccelli, finché Otone non si uccise: poi, scomparve dalla vista”.
Una sorta di apoteosi, quella descritta, una rappresentazione gloriosa riservata ai grandi e ai meritevoli, tra gli imperatori.


Riferimenti bibliografici

SVETONIO, “Vite dei Cesari”, Garzanti, Milano, 2008
TACITO, “Storie”, Garzanti, Milano, 2005
Documento inserito il: 18/07/2016
  • TAG: impero romano, storia antica, otone, tacito, svetonio, vite cesari, storie

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