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Potere al femminile a Roma: il ventennio siriaco [ di Carlo Ciullini ]

No, non siamo in Grecia.
Nella Grecia arcaica e in quella classica le donne contavano meno del due di briscola, in politica.
Magari, come Elena a Troia, avevano quasi cagionato la fine del mondo, con guerre epocali ch'erano state fonte d'ispirazione per poeti divini.
O avevano comunque saputo affiancare, con amore, acume e saggezza, grandi uomini di Stato: è il caso dell'etera Aspasia, apprezzata compagna di Pericle. Ma, in definitiva, la vita femminile nell'Ellade di millenni fa era avulsa da quella pubblica, propria (ed esclusiva) dei maschi adulti: il luogo ufficialmente deputato alle donne era il gineceo, settore della oikìa dove vivevano appartate madri, spose, sorelle, figlie e serve del padrone di casa.
Là esse attendevano ai doveri domestici, esaltando le personali virtù muliebri nell'educazione dei figli e nella conduzione quotidiana della casa.
A Roma, invece, era tutta un'altra cosa: le donne, in riva al Tevere, non si può dire spadroneggiassero, tuttavia godevano di un livello di libertà straordinario per quei tempi.
Tale libertà, pubblica e privata, si sviluppò vieppiù nel periodo tardo-repubblicano e in quello imperiale.
L'Urbs era un poco come la New York o la Los Angeles di adesso: matrone emancipate, liberte in ascesa sociale, eredi imprenditrici e in carriera, fanciulle sulla via del successo più o meno lecito.
E al posto di fiammanti fuoriserie moderne, costosissime lettighe all'ultima moda sostenute da muscolosi (e assai cari sul mercato) portatori.
La donna romana non si celava al buio e nel silenzio delle stanze più recondite come quella greca: amava anzi apparire, fosse nei banchetti, per le vie del Foro, nel corso degli eventi istituzionali più importanti.
Sotto questo punto di vista, in nessun altro luogo come a Roma, in seno alle civiltà antiche, la donna fu padrona di se stessa e libera di fare, di pensare e di mostrarsi. Livia Drusilla, seconda moglie di Ottaviano Augusto, recitò un ruolo di primo piano nella conduzione politica dello Stato: non poche delle decisioni augustee furono ispirate dai consigli di questa madre ambiziosa che riponeva nei figli di primo letto, Tiberio e Druso, grandi speranze di futuro potere.
Altre imperatrici, in seguito, dimostrarono ampiamente non tanto spiccate qualità di governo, quanto piuttosto notevole ascendente su mariti malleabili: Messalina e Poppea Sabina, ad esempio, seppero abilmente ottenere dai coniugi, Claudio e Nerone, l'esaudimento di molti dei loro desideri in ambito di vita di corte.
In tal modo, non pochi furono i favoriti delle imperiali consorti che ottennero prestigiosi incarichi politici e militari grazie alla maritale compiacenza del princeps.
Che poi tale solerte benevolenza degli imperatori abbia trovato, in entrambi i casi, un tragico epilogo nell'uccisione di mogli tanto influenti quanto...ingombranti, certifica altresì il livello di potere ormai assunto dalle donne in questione.
Lo zenit del potere femminile a Roma, tuttavia, ha il volto e il nome di dominae venute dall'Oriente, talmente capaci di reggere i fili, a mò di burattinaie, della propria imberbe prole da costituire le vere anime padrone dell'Impero.
La sensualità mediorientale, l'astuzia e l'affabulazione levantine, l'intrigo raffinato nel DNA fecero di alcune signore giunte dalla Siria le primattrici di circa un ventennio di storia imperiale, ventennio nel corso del quale imperatori poco più che adolescenti fecero da paravento alle reali detentrici delle leve di comando.
Le grandi tessitrici di un ordito complesso ma assai funzionale furono quattro, strettamente legate tra loro da legami di sangue: Giulia Domna, la sorella Giulia Mesa e le figlie di questa, Giulia Soemia e Giulia Mamea.
Il “la” all'esercizio di una indiscussa influenza in casa imperiale, in quei decenni di fine II° secolo dopo Cristo-inizio del III°, fu dato senza dubbio dall'imperatrice Giulia Domna, moglie del grande Settimio Severo: di origine africana, Settimio, ancor prima di vestire il manto purpureo, aveva saputo che chi avesse sposato la fanciulla siriaca sarebbe divenuto, secondo un oracolo, un futuro princeps.
Spinta da affetto sororale, Domna favorì l'ingresso di Mesa nella altolocata aristocrazia di corte: d'altra parte, le donne protagoniste del nostro racconto appartenevano a una nobilissima famiglia di Emesa, in Siria, famiglia alla quale era conferito il privilegio di rappresentare la classe sacerdotale addetta al culto del dio Sole, chiamato nella lingua indigena El-Gabal, il “dio della montagna”.
Nonna Giulia Mesa, grazie anche al grande potere conferitole dalla consanguineità con l'imperatrice dei Severi, fu la straordinaria interprete di una magistrale opera di “ricamo” delle vicende imperiali fatta a misura della propria famiglia.
Divenne così, grazie alla sua infaticabile trama, madre di due auguste reggenti l'Impero, e nonna di due giovani imperatori, per quanto poi tutti e quattro avessero dovuto, in seguito, abbandonare tragicamente la scena della Storia.
Mesa diede inizio ai suoi raffinati progetti di dominio dinastico insediando sul trono il giovane nipote Avito Bassiano, riconosciuto imperatore col titolo ufficiale di Marco Aurelio Antonino: solo in età tardo-antica lo stesso venne chiamato dalle fonti storiche Eliogabalo, in stretto rapporto con la divinità di Emesa della quale il giovinetto era Gran Sacerdote.
Siamo nel Maggio del 218, e il ragazzo ha poco più di quindici anni: non arriverà a regnare, tuttavia, neanche un lustro.
Nonna Mesa affidò il pieno controllo del nipote alla figlia Giulia Soemia, che in qualità di reggente poteva in tutto e per tutto intervenire (per quanto spesso velatamente) nelle grandi decisioni politiche, sociali, economiche e militari del figliolo.
Adolescente, questi, invero alquanto bizzarro, o così almeno dovette apparire agli occhi dei tradizionalissimi Quirites: il giovane, infatti, andava assumendo sempre più comportamenti “sui generis”, un vero e proprio borderline venuto dal mellifluo e ambiguo Oriente.
E così l'effemminato Eliogabalo, sovrano dagli atteggiamenti criticabili quando non scandalosi, alimentava pian piano l'avversione della Caput Mundi, offesa negli atavici mores latini: ebbe, in un lasso di tempo esiguo, ben cinque mogli, tra cui una vestale votata alla castità, e due “mariti”, l'auriga Ierocle e l'atleta Zotico...
Nella salita al trono il siriaco aveva saputo eliminare la figura del suo predecessore Macrino, sconfiggendolo tramite i suoi generali nella decisiva battaglia di Antiochia.
Cosa era avvenuto, nei mesi precedenti?
Era stato assassinato Caracalla, e sua madre Giulia Domna, vedova da tempo di Settimio Severo, si era fatta morire di fame: d'altronde, il figlio compianto all'estremo aveva già provveduto, agli inizi del suo regno, a togliere di mezzo il fratello minore Geta, che lo affiancava in qualità di co-augusto.
Con la morte di Caracalla si era estinta la dinastia dei Severi, e il neo-imperatore acclamato dai suoi eserciti, Macrino, aveva proveduto a esiliare a Emesa ciò che restava della stirpe.
Giulia Mesa, le due figlie e il piccolo nipote erano perciò stati rispediti in Siria: qui, tuttavia, il grande prestigio familiare e le ricchezze legate al loro ruolo sociale catturarono i favori delle truppe orientali, grazie ai generosi donativi che Mesa, indefessa ricamatrice di potere, fece alle legioni acquartierate, la Legio IIIa Parthica, in primis.
Ad Antiochia, come detto, l'usurpatore ebbe la meglio: iniziava per lui imperatore, e per la nonna e la madre, auguste, un quadriennio di potere supremo.
A condire il tutto, la divinizzazione da parte del Senato di Giulia Domna, cioè di colei che, in fondo, aveva fatto sprigionare la scintilla del dominio siriaco a Roma.
Prima che le dissolutezze e i costumi smodati e stravaganti di Eliogabalo alimentassero nel popolo, nell'esercito e nel Senato un astio sempre più aspro nei suoi confronti, il ragazzo aveva saputo attirarsi le simpatie dell'Urbs.
La “super-nonna” Mesa, infatti, aveva messo in circolazione la voce che il nipote fosse il figlio illegittimo di Caracalla, frutto di una relazione di questi con la cugina Giulia Soemia.
A tanto arrivava la raffinata astuzia delle dominae siriache: l'esercizio del potere era davvero cosa loro.
Ma le donne non avevano fatto i conti con le bizzarie di Eliogabalo: il ragazzo aveva voluto che in Senato si ponesse la propria statua accanto a quella della Vittoria; inoltre fece portare nell'Elagabalum (il tempio dedicato al dio Sole di Emesa, fatto da lui costruire sul Palatino) tutte le icone secolari della religione tradizionale. Così, il fuoco di Vesta, gli scudi dei Salii, il Palladio fecero da mesta cornice al betilo del dio Sole, la pietra sacra che lo rappresentava e che l'imperatore aveva fatto appositamente portare dall'Oriente.
A peggiorar le cose, le due donne potevano assistere alle sedute del Senato, contravvenendo così a una inveterata tradizione che lo vietava.
A maggior onta dei costumi atavici, fu costituito un “Senaculum mulierum” presieduto dalle auguste, in seno al quale un consiglio di sole donne legiferava su argomenti futili e minuzie.
Era troppo per Roma...E lo era anche per la guardia pretoriana, il corpo scelto dell'imperatore, che pensò bene di sbarazzarsene.
Anche in questo caso, prodigiosamente, nonna Mesa si volse alla miglior soluzione possibile atta a preservare il controllo assoluto del potere imperiale.
Lei stessa, d'altronde, aveva constatato di persona quanto il nipote avesse ormai perduto il contatto concreto con la realtà e col ruolo che ricopriva: si era addirittura autoproclamato console per tre anni consecutivi.
Giulia Mesa ritenne così che fosse tollerabile l'uscita di scena da parte di un ramo filiale, purché subentrasse al suo posto l'altro, quello formato dalla figlia Giulia Mamea e dal nipotino Alessiano (che sarebbe poi divenuto imperatore col nome di Alessandro Severo).
Dapprima, con somma abilità, la “grande tessitrice” fece affiancare al nipote maggiore Eliogabalo il tredicenne Alessiano, affidandogli in qualità di cesare la cosa pubblica (sic!) affinché l'augusto potesse dedicarsi senza pensieri ai suoi impegni di culto.
Ma l'invidia verso il ragazzino, amato dal popolo e dalle truppe, esacerbava l'imperatore, che rischiò la vita avendo tentato di fare assassinare chi d'improvviso si era ritrovato catapultato a dividere il comando con lui.
La fine del Gran sacerdote solare era ormai scritta; l'occasione si palesò nel Castro Pretorio, dove Alessiano ed Eliogabalo videro concretizzarsi, in forma opposta, il proprio destino: il primo venne acclamato imperator, il secondo fu ucciso senza misericordia.
Assieme a lui trovò la morte anche Giulia Soemia, che non aveva voluto abbandonare il figlio nel momento estremo.
Ma la Siria avrebbe continuato a comandare, sul Palatino, ancora per diversi anni.
Il piccolo Alessiano, già cesare a tredici anni, salì così sul trono imperiale, assumendo il nome ufficiale di Marco Aurelio Severo Alessandro: anche riguardo lui nonna Giulia Mesa ordì il racconto che fosse un figlio di Caracalla, nato dal rapporto extra-coniugale con l'altra cugina Mamea, dopo Eliogabalo frutto della relazione con Soemia.
Ciò conferiva pienamente dignità regale al giovanissimo imperatore, tra l'altro di nobile origine anche da parte di madre, appartenente, come sappiamo, alla assai illustre casa di Emesa.
Proseguiva così, almeno secondo le versioni ufficiali, la stirpe dei Severi, al cui nome il ragazzo aveva unito quello di Alessandro, in onore del grande Macedone.
Invero, durante gli anni di governo, egli mostrò, grazie agli ottimi studi, maggior competenze letterarie e urbanistiche legate alla tradizione classica piuttosto che capacità di comando militare e sagacia strategica.
Opera previdente dell'accorta madre Giulia Mamea fu infatti quella di far sì che Alessiano, fanciullo influenzabile, durante il periodo di partnership col cugino maggiore non imitasse gli atteggiamenti e le disposizioni filo-orientali dell'ambiguo Eliogabalo: ciò aveva favorito la sua piena propensione verso la tradizione socio-religiosa della città.
Giulia Mesa non sopravvisse molto tempo all'acclamazione a imperator del secondo nipote: era il 223, e il compito dell'anziana donna di rendere stabile e saldo il potere di famiglia, sino ad allora assolto in pieno, si era esaurito.
Tuttavia, alla lunga la sua assenza pesò, e la lucida e fredda accortezza della vecchia siriaca, tanto fondamentale per il successo e le fortune della stirpe, venne a mancare.
Rimasta da sola, Giulia Mamea tentò di non allentare la presa nella ferrea gestione del figlio: e fu probabilmente la personale idiosincrasia nei confronti della giovanissima nuora, Sallustia Orbiana, sposata da Alessandro Severo nel 225, che la spinse a farla esiliare in Libia (dalla quale ella non tornò più) con l'accusa di cospirazione.
Per il princeps il dolore per la perdita coniugale fu grande, ma è indubitabile quanto il ragazzo fosse frenato nella propria autonomia decisionale dal riverente rispetto/timore nutrito nei confronti della madre.
Eppure appariva grande il sostegno popolare e senatorio: Alessandro passava per sovrano mite e giusto, capace di presiedere rettamente i tribunali nei processi.
Inoltre, l'animo pio e devoto lo mantenne sempre nei limiti canonici della religio tradizionale.
Purtroppo per lui, si sfaldò sempre più sotto i piedi il sostegno delle legioni, legioni sensibili oltremodo a elargizioni e donativi che andavano scarseggiando col passare del tempo.
Anche la sorte dell'ultimo dei Severi si tinse così, ineluttabilmente, a tinte fosche: due importanti campagne militari presso i limina imperiali (l'una contro i Parti Sasanidi, la seconda contro gli Alamanni) si erano inoltre concluse con un nulla di fatto (stando almeno alle fonti, che al riguardo peccano di chiarezza).
Nel caso della spedizione in Germania pare addirittura che Alessandro fosse addivenuto a una sorta di “tregua contrattata” coi barbari: ciò gli fu fatale, inasprendo irrimediabilmente l'atteggiamento delle truppe nei suoi confronti, specie quelle allocate in Illiria, che si vedevano private, nella loro forzata inazione, di bottini copiosi.
Fu dunque nel corso di questa ultima campagna che il giovane Severo venne trucidato, presso l'odierna Magonza, dai suoi stessi soldati, assieme alla madre che come sempre lo seguiva (ma ne dubiteremmo?).
Al suo posto, si inneggiò a Massimino Trace (un comandante d'origine barbarica) quale nuovo imperator: anche a lui, ad ogni modo, il futuro avrebbe riservato le lame dei congiurati.
Soggetti dopo la morte alla “damnatio memoriae”, figlio e madre assassinati furono riabilitati dopo la scomparsa di Massimino, e Alessandro Severo godette financo di una divinizzazione ufficiale.
I tre lustri e passa di storia imperiale, qui descritti, rappresentano bene il declino imboccato da Roma e dai suoi apparati governativi.
L'epoca d'oro era ormai tramontata: i Giulio-Claudii, i Flavi, gli Ispanici, gli Antonini, i Severi (di cui i giovani regnanti portavano solo il nome) erano dinastie il cui valore si era estinto, alle pendici dei sette colli; con la morte violenta di Alessandro Severo e il subentro di Massimino Trace è definitivamente imboccata la via che porterà alla profonda crisi del III° secolo.
Crisi la cui morsa verrà allentata sporadicamente dalla comparsa di imperatori validi ma isolati, se visualizzati in un contesto di fondo nel quale la certezza di poter governare Roma almeno per un paio d'anni risultava flebile.
Gallieno, Aureliano, Diocleziano rappresentarono i sussulti vitali dentro a un secolo ormai distintamente avviato all'età del basso impero.
Il ventennio siriaco costituì lo strappo vero e proprio dato al concetto di Impero aulico, fulgido pur nei suoi drammi: si ha la netta sensazione che, dal 218 in poi, abbia inizio un'era più oscura e maggiormente intorbidita dalle contaminazioni, un'era denudata di quell'aurea di purezza gentile del periodo classico.
Le dominae siriache seppero incunearsi abilmente tra le maglie slargate e lacerate di questa fase di transizione, muovendo a proprio piacimento le pedine sulla scacchiera della corte imperiale, e facendo delle decisioni dei figli vestiti di porpora l'emanazione diretta della propria volontà.
Furono anni in cui trasparse evidente la totale, inadeguata, puerile sprovvedutezza dei due giovani imperatori, succubi dell'autorità materna e della capacità tutta femminile di tessere ad alti livelli intrighi sottili quanto efficaci.
Roma imperiale, nella sua pentasecolare storia, non ebbe mai una donna sola al governo, come invece accadde e accade oggi in molte grandi monarchie (si pensi ad Artemisia, a Semiramide, a Cleopatra nei tempi antichi, alle Elisabette e alle Vittorie inglesi in quelli moderni): tuttavia, le imperatrici-madri siriache furono, se pur non ufficialmente, le reali governanti di un Impero immenso.
Giulia Soemia e Giulia Mamea, scomparsi drammaticamente i figli, furono costrette ad abbandonare le redini del potere: ma il ventennio siriaco marcò per sempre un tempo in cui fascino e sagacia femminile poterono più della virilità flaccida e sopita.

Nell'immagine, l'imperatore Eliogabalo.


Riferimenti bibliografici

ERODIANO, “Storia dell'Impero dopo Marco Aurelio”, Sansoni, Firenze, 1967 HISTORIA AUGUSTA (aa.vv), “Vita di Eliogabalo/Vita di Alessandro Severo”, Harvard Univerity Press, 2000 (in inglese) Documento inserito il: 17/10/2015
  • TAG: impero romano, eliogabalo, ventennio siriaco, congiure, imperatori siriaci

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