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18 luglio, l'anniversario dell'incendio di Roma

Nella notte del 18 luglio, un incendio si sviluppò nei quartieri poveri e malsani della città. Un luogo dove le costruzioni erano quasi tutte in legno. Divampando subito fin dal primo giorno le fiamme distrussero l’intero quartiere. Il fuoco favorito anche dalla stagione canicolare, diventato inarrestabile, si estese nei quartieri vicini; dopo tre giorni raggiunse i quartieri della borghesia e dopo altri quattro le fiamme avvamparono su tutta Roma. In 9 giorni il novanta per cento della città era in cenere. Solo 3 quartieri degli esistenti 14 furono risparmiati. Andarono persi nel rogo un numero incalcolabile di opere d’arte del periodo repubblicano e del primo impero, distrutti completamente i monumenti più antichi e venerati dell’antica Roma, ma anche quelli nuovi, come il Ginnasio appena fatto costruire da Nerone, bruciato anche quello. Non mancarono accuse contro Nerone che voleva disfarsi in un sol colpo delle brutture della città e di quegli straccioni che la abitavano, infatti si racconta che dalla finestra del suo stupendo palazzo sul colle esultava in un modo troppo soddisfatto da far venire il dubbio ai presenti che era lui l’autore o il mandante. Pur ammettendo che fosse stato lui il responsabile (ma allo scoppio dell’incendio lui era assente da Roma) ignorò forse le conseguenze, l’indomabilità, forse le sottovalutò cinicamente. In un modo o nell’altro, vere o false, Nerone si trovò a doversi difendere dalle accuse di piromane, che respinse in modo sdegnato. In questa strenua difesa, forse senza una via d’uscita credibile, riprese in mano e diede credito a una delle tante denunce che alcuni sacerdoti di culti pagani (che si sentivano ridicolizzati e esautorati dalle prediche delle nuove dottrine sia ebraiche che cristiane) avevano alcuni giorni prima inoltrate all’Imperatore lamentandosi dei gravi disordini istituzionali-ideologici che sarebbero potute derivare da queste nuove dottrine imperanti venute dall’oriente; che temevano gravi attentati alla sua stessa persona se non interveniva a far allontanare questi individui che predicavano la povertà, il rigore dei costumi, l’arroganza dei potenti, la diserzione, la rivolta fiscale, la distruzione degli idoli, che erano l’oggetto delle loro entrate.
Nerone sposò ipocritamente la causa di questi invidiosi sacerdoti (e forse dietro c’era la stessa borghesia ad alimentare il sospetto per disfarsi di Nerone e far scendere la grande popolarità che godeva nella plebe) e ordinò che si perseguitassero anche con la morte per crocifissione o decapitazione tutti quei seguaci di quelle comunità se si rifiutavano di abbandonare subito Roma. Seguirono quindi numerose delazioni, si presero dalle carceri chi vi era stato rinchiuso per i vari reati di ordine pubblico, e si passò in rassegna tutti i nomi che avevano dei precedenti di quel genere e forse qualcuno andò oltre, prendendosi delle vendette private. La popolazione - dopo l’incendio- rimasta senza casa, senza averi, voleva dei responsabili, dei capi espiatori e la si accontentò incolpando Nerone che a sua volta incolpò sia i Cristiani che gli Ebrei di Roma (tale editto fu infatti limitato solo nella capitale) anche se gli ebrei furono meno incolpati.
Anche questi ultimi, dai sacerdoti erano odiati, ma due considerazioni si devono fare, una che i Giudei avevano un loro modo di vivere meno segreto di quello dei cristiani ed erano da molti anni già presenti a Roma con le loro comunità con le loro molteplici attività; l’altra è che sappiamo che Poppea era molto vicina alla religione giudaica fin dalla sua gioventù e che pertanto sembra che sia stata lei a non far prendere a Nerone in considerazione le infamanti accuse rivolte agli ebrei.
Le condanne alle quali i cristiani vennero sottoposti furono proprio per l’accusa di essere stati i piromani, e oltre che essere crocefissi, decapitati e buttati in pasto alle belve, alcuni furono fatti morire con lo stesso mezzo che avevano usato per incendiare Roma, cioé usati come torce viventi ai giochi notturni nei giardini imperiali e nel circo vaticano. Naturalmente sono fonti che ci dipingono Nerone come un sanguinario, e la fonte è unica, quella dei successivi storici cristiani; tutti i testi dove forse di Nerone c’era qualcosa di positivo furono fatti sparire subito dopo la sua morte e poi nel corso dei secoli. Bisognava cercare un “Satana”, e Nerone fu scelto come la personificazione dell’impero del male, col titolo di “Anticristo”, l’uomo del “male” che preparava la fine del mondo, in opposizione al bene che invece prometteva la Chiesa e con Cristo il “salvatore del mondo”. Quindi di Nerone conosciamo solo il male, la frivolezza e quasi nulla delle sue virtù.
Nella rappresaglia si aprirono le carceri dove vi erano rinchiusi cristiani con varie accuse, e si aggiunsero anche quelli che erano agli arresti domiciliari in attesa di giudizio, come Paolo e Pietro. (Fu insomma una specie di rappresaglia come alle Fosse Ardeatine del ‘43. Non si andò molto per il sottile. Alle Ardeatine gli uomini dopo 2000 anni non erano per nulla cambiati. Sia quelli che misero la bomba e sia quelli che si vendicarono in quel modo. Dove morirono degli innocenti.
Nella tradizione cristiana infatti si colloca in quest’anno (altre fonti però dicono il 67) sia la crocifissione di Pietro, che la decapitazione di Paolo. Quest’ultimo da Cesarea giunto a Roma da alcuni mesi, sappiamo che era agli arresti domiciliari in attesa di discolparsi da certe accuse di sedizione. Le fonti sono discordanti sia nell’anno che nel modo come morì l’apostolo; alcune riportano che Paolo non fu crocifisso nè decapitato, ma invitato a suicidarsi di spada, un onore riservato solo ai cittadini romani, e Paolo era un cittadino romano di Cesarea.
Tuttavia Nerone, domato l’incendio, diresse personalmente l’organizzazione dei soccorsi; per sua iniziativa furono aperte le porte del suo palazzo sul Palatino, mentre negli stessi giardini e a Campo Marzio fu costruita una grande tendopoli per tutti i senza tetto; qui Nerone provvide all’alimentazione della popolazione distribuendo grano dopo averlo requisito nelle campagne e nei grandi magazzini dei latifondisti. Inoltre contribuì lui stesso alle spese per la ricostruzione delle case, essendo da tempo in difficoltà il gravoso bilancio dello stato.
Poi incaricò gli architetti Celere e Severo, prima di ripulire poi di abbellire la città, ricostruendola (rapidamente) su basi più moderne. Iniziarono così grandiosi lavori che trasformarono tutta Roma. Spettacolari costruzioni che diedero adito ai maligni a molti dubbi, cioè che Nerone avesse incendiato deliberatamente Roma per ricostruirla secondo il suo gusto. Fra queste costruzioni la domus aurea in sostituzione della domus transitoria. Poi il palazzo imperiale di cui gli antichi raccontarono le meraviglie dei suoi parchi, con i boschetti, i laghi e le acque che arrivavano dalle sorgenti di Tivoli e poi scorrevano fino al mare. Sorgeva in parte sul luogo dove poi Vespasiano, - quando i lavori progettati da Nerone non erano ancora finiti - fece demolire tutto e costruì su una parte di questa zona spianata il Colosseo.

La versione di C. Cornelio Tacito, Annali, XV, 38-44
"“”[Sotto Nerone, nell’anno 65 d. C.,] avvenne un incendio, non si sa se fortuito o dovuto al Principe, poichè vi sono autori che sostengono l’una e l’altra ipotesi, essendo per altro tutti d’accordo nel dirlo il più grande e spaventoso che mai affliggesse la città di Roma. Si accese dapprima in quella parte del Circo Massimo che è contigua ai colli Palatino e Celio, dove, a causa delle botteghe che vi erano ripiene di quelle cose che sono esca al fuoco, appena accese, le fiamme divamparono prepotenti, e, alimentate dal vento, in un baleno guadagnarono tutto il Circo, non essendovi qui case nè templi in muratura, nè altro che potesse tagliare la via al fuoco. Pertanto l’incendio divampò dapprima sul piano, poi salì sui colli, e discese di nuovo a devastare le parti basse, prevenendo con la sua velocità quanto veniva tentato per spegnerlo, e facendo strage nella città, impotente alla lotta per le sue vie strette, qua e là ricurve, ed i suoi innumerevoli vicoli, quali vi erano nella Roma di allora. Oltre a ciò si aggiungevano, a rendere impossibile il salvataggio, le donne che gridavano per lo spavento, i vecchi ed i fanciulli impotenti a fuggire, coloro che volevano salvare sè o gli altri, non sapendo dove mettere in salvo gli ammalati e volendoli aspettare nella fuga, quelli che non si decidevano a muoversi e quelli che si affrettavano troppo. Spesso alcuni, mentre si volgevano indietro per vedere se le fiamme non li raggiungessero, ne erano investiti di fianco o di fronte; ed altri, che erano appena fuggiti da un luogo dell’incendio, erano di nuovo avvolti dal fuoco, che ritrovavano anche quando credevano essere in tutt’altra parte della città di quella non incendiata. Cosicchè, non sapendo dove fuggire, nè dove andare, molti si accalcavano nelle strade e si accasciavano per terra: alcuni per aver perdute tutte le cose loro, perfino quanto poteva bastare a mantenerli per un giorno, altri pel dolore di aver perduto i propri cari, periti nel fuoco, a cui non avevano potuto strapparli, si abbandonavano alla morte, quantunque fosse loro facile la fuga. Nè alcuno osava tentare di spegnere il fuoco, a causa delle minacce di parecchi individui che lo impedivano, mentre altri gettavano fasci sulle case e gridavano forte che il fuoco era fatto per loro; sia che ciò facessero per poter più liberamente rubare, sia che ne avessero ricevuto ordine.
Nerone, che in quel tempo era ad Anzio, non fece ritorno a Roma, se non quando il fuoco si avvicinava alla sua casa, che sorgeva in continuazione del Palatino e dei giardini di Mecenate. Nè si potè impedire che il Palatino e la casa imperiale e tutte le cose attorno ardessero.
Per sollievo al popolo atterrito, fuggente dalla città, egli fece aprire alla folla il Campo Marzio, i monumenti di Agrippa e perfino i suoi giardini; e fece in fretta innalzare delle costruzioni provvisorie per dar ricovero alla massa dei miseri, fece venire suppellettili da Ostia e da altri municipi vicini, e fissò il prezzo di vendita al minuto del frumento a tre nummi il moggio. Questi atti benefici dell’imperatore perdettero peraltro di valore per ciò che si diffuse la voce che, mentre il fuoco infuriava per la città, egli avesse cantato sulla scena della sua casa l’incendio di Troia, paragonando il male presente con quell’antica strage.
Finalmente al sesto giorno il fuoco si arrestò ai piedi dell’Esquilino, non essendovi più, fra gli edifizi rovinati per tutta l’immensa città, materia alle fiamme, dinanzi alle quali si presentava uno spazio vuoto. Ma non era ancora cessato il terrore del primo incendio, quando il fuoco si riaccese, sebbene con minor danno agli edifizi e strage di uomini, essendovi in quella parte della città strade più larghe. Rovinarono tuttavia molti templi degli Dèi e portici innalzati per ornamento della città. Questo secondo incendio fu causa di voci infamanti contro l’imperatore, in quanto, per essersi il fuoco appiccato prima che altrove nei giardini emiliani di proprietà di Tigellino, sembrò che Nerone l’avesse ordinato per aver la gloria di fondare una nuova città da intitolarsi dal suo nome: Neronia (Neropolis - fonte Svetonio). Certo si è che dei quattordici quartieri in cui si divideva Roma quattro soli rimasero illesi, laddove tre furono rasi al suolo e degli altri sette rimase soltanto qualche edificio in piedi ma in parte bruciato.
Non sarebbe facile dire il numero delle case, degli isolati e dei santuari distrutti: furono divorati dal fuoco i templi più venerandi per antichità, quali quello che Servio Tullio aveva innalzato alla Luna, il Grande altare e il santuario che l’arcade Evandro aveva dedicato ad Ercole, allora presente nel Lazio, il tempio di Giove Statore, eretto per voto di Romolo, e la reggia di Numa ed il tempietto di Vesta, coi Penati del Popolo Romano. E andarono perduti un’infinità di trofei di vittoria e statue e pitture greche e opere degli antichi ingegni, sino allora gelosamente conservate; delle quali, fra tanta bellezza della città rinnovata, i più vecchi si ricordano senza saperle riprodurre.
Alcuni osservano che questo incendio ebbe principio il 19 luglio, cioè nello stesso giorno in cui la città era stata incendiata dai Galli Senoni; e non è mancato chi si è preso il divertimento di contare quanti anni, mesi e giorni passarono fra l’uno e l’altro incendio.
Quanto a Nerone approfittò del disastro cittadino per costruirsi un palazzo in cui le gemme e l’oro, già tanto vantati quali indizio di lusso, non costituivano un miracolo pari a quello delle aiuole, degli stagni, delle selve imitate dalle naturali, degli spiazzi aperti e delle viste creati dagli ingegneri Severo e Celere, i quali con il loro ingegno e l’audacia erano portati a tentare con l’arte anche quelle cose che la natura faceva sembrare impossibili.
Quanto alla città, tutto il terreno non occupato dalla casa di Nerone con i relativi giardini, egli fece ricostruire, non, come dopo l’incendio gallico, senza un piano regolatore e poco per volta, bensì dopo che furono tracciati vicoli e larghe vie e prescritta l’ altezza degli edifici e lasciate aree vuote per farne piazze, e progettati portici, che dovevano circoscrivere ogni isolato. Nerone si impegnò a costruire a proprie spese tali portici, come pure a consegnare ai costruttori di case le aree libere dalle rovine; d’altra parte stabilì premi, proporzionati alla classe ed alle ricchezze di ciascuno, per chi, entro un tempo prescritto, avesse ricostruita una casa ovvero un isolato. Stabilì pure che le pietre ed i calcinacci delle rovine abbattute dovessero essere gettati nelle paludi di Ostia, a cui li portavano, quando se ne andavano via dalla città, le navi che avevano servito a trasportare sul Tevere frumento a Roma, e prescrisse che gli edifici dovessero essere, in alcune loro parti, senza travi in legno, ma costruiti in pietra di Gabio o di Alba, refrattaria al fuoco. E, per prevenire nuovi eventuali incendi, creò pure dei sorveglianti sull’acqua, già accaparrata dalla prepotenza di alcuni privati, perchè avessero cura che scorresse in grande quantità, in più luoghi, a disposizione del pubblico; prescrisse che ognuno dovesse tenere presso la propria casa quanto potesse servire a spegnere il fuoco; e vietò che una casa si appoggiasse ad un’altra, volendo che ogni edificio fosse isolato.
Tali novità, dettate da criteri di utilità, aggiunsero pure decoro alla nuova città. Vi sono tuttavia alcuni i quali credono che l’antica struttura della città fosse migliore, in quanto la strettezza delle vie e l’altezza degli edilizi offrivano allora riparo ai raggi del sole, laddove l’odierna aperta ampiezza delle strade, non affatto difese da ombra, le rende cocenti nel pieno estate.
Tutto ciò fu fatto secondo la ragione umana; ma non si trascurò di ricorrere anche agli aiuti divini. Furono consultati i Libri sibillini, e, secondo il responso di questi, fu fatta una supplicazione a Vulcano, a Cerere ed a Proserpina; fu dalle matrone sollecitata la protezione di Giunone, dapprima in Campidoglio, poi sulla spiaggia del mare, aspergendo il tempio ed il simulacro della dea con acqua marina; e le donne maritate celebrarono i sellisterni ( (1) Cerimonie religiose in cui erano invitati a banchetto gli dei, seduti su sedie; laddove nei lectiesrni i simulacri dei medesimi intervenivano sdraiati su letti alla greca) e le veglie.
Senonchè nè le disposizioni provvidenziali date dal Principe, a sue spese, per beneficare le vittime dell’incendio, nè le funzioni religiose poterono salvare Nerone dall’infamante accusa di avere egli ordinato l’incendio. Pertanto, allo scopo di liberarsi da essa, egli accusò altri di una tal colpa, destinando ad atroci pene coloro che il volgo chiamava cristiani, già mal visti per le loro ribalderie. Essi erano così detti da Cristo, che era stato condannato a morte dal procuratore Ponzio Pilato, durante l’impero di Tiberio. Benchè in quel tempo repressa, la dannosa superstizione allora di nuovo risorgeva, non soltanto nella Giudea, luogo d’origine del male, ma anche in Roma, dove da ogni parte confluiscono tutte le cose cattive e vergognose. Dapprima furono arrestati coloro che si confessavano cristiani, poi, su indizi forniti da costoro, una ingente moltitudine di altri cristiani, colpevoli, se non di avere suscitato l’incendio, di odiare il genere umano. E furono fatti perire in modo che la loro morte servisse di divertimento agli spettatori o dati a dilaniare ai cani, essendo essi rivestiti di pelli di belve, o crocefissi, e fatti bruciare [ricoperti di pece e cera], così che di notte servissero quali fiaccole. Per tale spettacolo Nerone aveva prestato i suoi giardini, dove fece celebrare una festa da circo, cui egli partecipò vestito da auriga, ora mescolato alla folla, ora guidando il suo cocchio. Cosicchè, quantunque i cristiani fossero perversi e meritevoli di ogni nuovo supplizio, tuttavia vi fu per essi un senso di commiserazione per come erano fatti morire, non per ragione di pubblica utilità, bensì per soddisfare alla crudeltà di uno solo
".
Da C. Cornelio Tacito, Annali, XV, 33-44. (Ed. Paravia).
Documento inserito il: 18/12/2014
  • TAG: nerone, incendio di roma, impero romani, i claudii

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