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Il Bastone e la carota: la disciplina militare in età imperiale [ di Carlo Ciullini ]

Se Roma fu quel che fu, per un tempo tanto lungo e con un dominio tanto esteso, lo dovette a svariati fattori, tutti straordinariamente concomitanti.
Tra questi, svetta e rifulge la costruzione, via via perfezionata nei secoli, di una macchina bellica sempre più efficiente, macchina che giunse, nel pieno della propria potenza, a rasentare la funzionalità assoluta.
Un livello assai alto di preparazione e addestramento, una organizzazione tattica e logistica di primissimo ordine, un armamento “moderno” ed efficace e, sopratutto, un grande senso di appartenenza e una disciplina forgiata nel ferro e nel fuoco attraverso mille battaglie, marce sfiancanti, interminabili esercitazioni: questi i segreti di un esercito invincibile, o quasi.
“Dura lex, sed lex”, sentenziavano i latini in ambito legislativo: ebbene, lo stesso tenore di durezza quasi draconiana poteva essere applicato alla disciplina militare, grazie alla quale si era in grado di tenere assieme i molteplici aspetti di un esercito vasto, variegato e complesso come quello romano.
Regole ferree, dunque, quali elemento imprescindibile per il mantenimento rigoroso dell'ordine: all'interno di ogni singola legione, il pericolo di insubordinazioni e proteste, passibili nei casi peggiori di sfociare in aperte rivolte e sedizioni, era tenuto sotto controllo (nei limiti del possibile) solo grazie a una applicazione normativa ben precisa.
Parliamo di un esercito, quello dell'epopea imperiale, strutturato su salde basi professionali, basi poggianti sulla fondamentale riforma di Gaio Mario, che l'attuò intorno al 107 avanti Cristo, dunque in piena età repubblicana: era un vero e proprio mestiere delle armi, il servizio prestato dal legionario, che si dedicava alla vita di soldato per trecentosessantacinque giorni all'anno, nell'arco di un paio di decenni e più.
La figura arcaica e repubblicana del contadino che, deponendo la zappa, impugnava la spada nella bella stagione (quella adatta a far campagne militari) era ormai un lontano e nostalgico ricordo: l'indossare corazza, elmo e scudo si era trasformata in una attività lavorativa a tutto tondo, pericolosa ma egualmente retributiva.
Fu l'eccezionale senso di rigore, cui i milites divennero avvezzi fin dai primi giorni da giovani reclute, a rendere le armate romane pressoché imbattibili.
Una costante, forzata, imposta disciplina diveniva in tal modo, quasi naturalmente, un fisiologico modus vivendi del soldato: quando un simile pensiero si installa nel profondo dell'animo di un uomo, radicandovisi, diventa patrimonio inestirpabile e duraturo.
E' la propria coscienza, in questi termini, a farsi la guardiana principale, diciamo l'aguzzina, del personale comportamento di ciascuno: la disciplina, applicata a se stessi senza mezze misure, si fa giudice ineluttabile e insindacabile, un arbitro silente e severo che ci si porta appresso in perpetuo.
Il soldato romano, quando impegnato in una dura battaglia, sapeva molto bene che soltanto attenendosi alle conoscenze acquisite nel corso della sua intera esperienza militare, e perseguendo indefessamente gli assiomi impartiti dalla disciplina e dalla sua feroce applicazione sul campo, poteva cavarsela e non perire.
Solo chi si atteneva a essa aveva buone possibilità di sopravvivenza; chi, invece, in preda al panico, se la fosse sfilata di dosso come una veste, per liberarsene e potersi dare alla fuga, avrebbe avuto la certezza o di soccombere per mano nemica, oppure di essere punito duramente.
Quando Mario riformò l'esercito di Roma, elevando a professionisti i volontari provenienti da ogni ceto sociale (i nullatenenti, in primis), fece dei suoi uomini soldati tanto caparbi, tenaci e instancabili da far meritare loro il nomignolo di “muli di Mario”.
Ebbene, questi “muli”, nei decenni e nei secoli a venire, furono ampiamente premiati del proprio valore e delle azioni coraggiose con metaforiche “carote”, sotto forma di ricompense e onorificenze; tuttavia, non di rado, quando essi mancarono al dovere furono anche sottoposti a bastonatura (e non soltanto in senso lato, come vedremo...).
La indisciplina palesata, infatti, costituiva un virulento attacco al rigoroso ordine militare, un pernicioso veleno per la sicurezza e la salute dello Stato.
E precipuamente di premi e riconoscimenti da una parte, e di drastiche punizioni dall'altra, tratteremo brevemente nelle pagine seguenti.
Una prima, sommaria differenza tra il soldato d'età repubblicana e quello prestante servizio durante l'impero: avanti di divenire un militare professionista, il legionario-contadino partecipava alla divisione del bottino di guerra; il miles post-riforma, che lo avvicendò, oltre alla paga vera e propria poteva invece godere di donativi speciali, generosamente elargiti dai grandi generali del I° secolo prima di Cristo (Mario, Silla, Metello, Pompeo, Cesare) e, successivamente, dagli imperatori, in occasione della loro salita al potere o di eventi e ricorrenze particolari.
Ad ogni cambio di princeps, ad esempio, la regalìa conferita rischiava di ammontare alla somma percepita dai soldati in cinque anni di salario regolare: non meraviglia, dunque, che specialmente in periodo di Pax Romana la successione imperiale fosse spontaneamente facilitata (diciamo così) da sollevazioni, sedizioni e congiure militari.
Con la Pax che Roma seppe tanto abilmente mantenere entro i confini del suo immenso Impero, bottini e conquiste belliche rappresentavano un introito remunerativo utopico, una fonte di guadagno che veniva mestamente a mancare: ecco perciò che, da parte delle truppe dell'esercito e delle coorti pretoriane (le quali, ironia della sorte, erano adibite alla tutela fisica dell'imperatore), si ricercava la via più semplice e breve per intascare denaro sonante.
Eliminare una sola persona, o tutt'al più un ristretto nucleo dinastico, risultava di sicuro più agevole e attuabile che non sottomettere e depredare molte popolazioni.
Ad esempio, i pretoriani (che forse non a sproposito ostentavano il simbolo dello scorpione zodiacale...) ricevettero dal neo-imperatore Galba, succeduto a un Nerone ripudiato, braccato e costretto al suicidio, una gratifica pari a ben dieci anni di servizio regolare.
Casi del genere sono del tutto paradigmatici di uno stato di stressante allerta cui ogni princeps era sottoposto: ci si doveva guardare da tutto e da tutti, poiché la propria caduta avrebbe certamente arricchito qualcuno, e non di poco.
Mettiamo da parte, tuttavia, le vili questioni pecuniarie, sovente legate a reali misfatti, e sottolineiamo, invece, il prestigio che accompagnava il rituale conferimento di una decorazione militare dando una occhiata alle ricompense elargite in seno all'esercito.
In epoca repubblicana ognuno, a prescindere dal grado, aveva diritto a essere solennemente premiato anche con le massime onorificenze, se ne era stato provatamente meritevole; in periodo imperiale, invece, solo al corpo degli ufficiali spettavano le decorazioni più ambite.
Ecco perciò che, nell'ordine gerarchico, soltanto dal centurione in su (centurione equivalente, a grandi linee, a un sergente o a un sottotenente di un esercito moderno) poteva esser ricevuta la corona muralis, conferita a chi per primo avesse valicato le mura di una città assediata; lo stesso accadeva per la corona vallaris, relativa al superamento di un vallo, cioè una fortificazione o palizzata protettiva.
Al centurione in servizio durante il principato si consentiva di aspirare, quale massimo conferimento onorifico per il proprio ardimento in battaglia, alla corona aurea.
Con l'aumentare di grado, i premi distribuiti all'élite militare imperiale assumevano sempre maggior valore: l'hasta pura, cioè una lancia argentea, era riservata ai tribuni e ai primipili, vale a dire i centurioni a capo della prima coorte.
Invece, ai tribuni che da lungo tempo avessero prestato servizio in legione, potevano essere consegnate due coronae aureae, due hastae purae e un paio di vexilla (piccole insegne d'oro).
Tre le vexilla conferibili ai legati, fino a quattro ai governatori proconsolari.
E riguardo ai soldati semplici? Un riconoscimento significativo era loro dovuto comunque, una gratificazione che testimoniasse efficacemente il valore guerriero messo in atto: ecco, dunque, la consegna di grandi medaglie (phalerae) che venivano orgogliosamente ostentate sul petto, di braccialetti chiamati armillae e di collari, i torques, che i Romani avevano visto per la prima volta cingere le gole dei Celti.
Ad ogni buon conto, il legionario “mulo”, pasciuto con la carota per l'obbedienza e l'abnegazione mostrate in modo tangibile, era soggetto anche a subire dure punizioni, nel caso si mostrasse riottoso, se non recalcitrante e dannoso verso chi fosse adibito a comandarlo.
Per quel che concerne le punizioni di minore entità, si addebitavano al soldato turni supplementari o la degradazione, ma anche, nei casi più importanti, l'allontanamento coatto dall'esercito (ignominiosa missio); circa le pene corporali, ci si limitava di solito al battimento con un tralcio di vite.
Ben altro tenore ricopriva la punizione impartita in caso di insubordinazione: sebbene raramente applicata, essa si risolveva nella esecuzione per decapitazione o tramite lapidatio.
Chi, all'interno della legione, fosse stato scoperto a rubare o a disertare, abbandonando magari la postazione di sentinella, era sovente sottoposto a una bastonatura definita fustuarium, nel corso della quale il colpevole, denudato, passava tra le fila dei commilitoni schierati, che lo colpivano con nodosi randelli.
Pur non scientemente atta all'uccisione dello sventurato, talvolta una condanna di tal genere poteva degenerare e portare alla morte.
Il medesimo trattamento era riservato alla mendacia.
Nella lunga storia dello straordinario esercito di Roma sono presenti casi di ammutinamento generale o diserzione di massa, realmente operati da unità intere: si applicava allora la terribile decimatio, con la quale veniva tirato a sorte e sommariamente giustiziato un soldato ogni dieci, tra coloro che avevano preso parte al vergognoso gesto.
Chi se l'era cavata al momento dell'estrazione letale, dunque la maggioranza, subiva comunque una punizione esemplare: la notte, infatti, ritenuto indegno di trovar riparo all'interno dei sicuri castra, doveva accamparsi fuori delle palizzate, e nutrirsi non di grano ma del meno nobile orzo.
Nel caso di ignominia assoluta da parte di tutta una legione, o qualora questa avesse evidenziato una palese, pericolosa ostilità nei confronti del comando, si giungeva financo al suo scioglimento: vengono ricordate, ad esempio, le quattro legioni renane avverse al neo-imperatore Vespasiano che, nel 69 dopo Cristo, furono del tutto cancellate dalla mappa a causa del loro patente appoggio al predecessore Vitellio.
Il legionario “mulo” continuò imperterrito ad attraversare l'ecumene romano in lungo e in largo, dando prova, nella maggior parte dei casi, della propria affidabilità, della personale efficienza e della testardaggine nel voler perseguire gli obbiettivi. Un mulo umano, il miles di Roma, instancabile, indistruttibile e cocciuto, rotto a tutte le esperienze, buono per tutte le stagioni: da quelle gelide e nebbiose trascorse nelle lande di Caledonia, a quelle arse dal sole dei deserti di Egitto e di Parthia. Nella lunga storia degli eserciti antichi, il soldato romano godette di una versatilità senza pari, e proprio la sua adattabilità a ogni circostanza lo rese protagonista assoluto di molti secoli.
Nonostante queste sue caratteristiche, che tanto seppero elevarlo al di sopra di qualunque avversario, il legionario fu anche e soprattutto un uomo, con i suoi atti densi di estremo coraggio, di provata lealtà e di profondo senso del dovere; talvolta, però, essi si mostrarono pregni di ansia, paura, desiderio di fuggire il pericolo e di ribellarsi all'autorità.
Ecco perciò insubordinazione, rivolte, sedizioni: anche una mirabile macchina da guerra come l'esercito romano, dunque, ebbe le sue innate pecche, e l'ingranaggio bellico, quasi perfetto, serbò in realtà falle in grado di condurre a conseguenze nefaste, reprimibili solo duramente.
Il premio e la punizione, la carota e il bastone si applicano ai figli, agli scolari, ai discepoli, ai dipendenti e anche ai soldati: in ciascun ambito, diverso l'uno dall'altro per metodi e scopi, si fanno comune denominatore la regola e la disciplina, l'obbligo e il divieto.
Solo il mantenimento ferreo, non di rado severo, delle norme, solo l'osservanza totale delle convenzioni prestabilite può mantenere in vita l'istituzione, sia essa una famiglia, una scuola, una comunità, un'azienda e, certamente, anche un esercito. E se quello di Roma seppe imporre il proprio dominio al mondo occidentale per mezzo millennio e più, ciò fu in grazia del suo efficientissimo apparato, prodigo nel premiare il coraggio e il rispetto dell'ordine ma, in egual modo, drastico nel soffocare e annientare ogni virus pernicioso per la propria sopravvivenza e funzionalità.


Riferimenti bibliografici

BRIZZI GIOVANNI, “Il guerriero, l'oplita, il legionario”, Il Mulino, Bologna, 2007;
CONNOLLY PETER, “The roman army”, Mondadori, Milano, 1976.
Documento inserito il: 29/06/2016
  • TAG: impero romano, legionari, vexilla, corona muralis, corona vallaris, hastae purae, bastone, carota, legioni, legionario mulo

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