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'The Roman Revolution' [ di Carlo Ciullini ]

Syme e la nuova interpretazione del Principato augusteo.

Arnaldo Momigliano, col suo testo “Introduzione a Ronald Syme, The Roman Revolution”, pubblicato in Italia da Einaudi nel 1962 e assoluto punto di riferimento per gli studi classici, è diventato a sua volta un classico nell'analisi del metodo storico, e un punto di vista imprescindibile per gli studiosi di storia antica.
Lo studioso vi fa, se così si può dire, un'introduzione nell'introduzione, attardandosi volentieri nel descrivere le plumbee notti oxfordiane che accompagnarono l'appassionata prima lettura dell'opera di Syme, resa quasi come un monito circa gli eventi nefasti che seguirono in tempi brevi: “Ricordo di aver letto “The Roman Revolution” quando ormai la guerra era stata dichiarata e le notti si facevano sempre più lunghe su Oxford immersa nell'oscurità.
Il libro afferrava il lettore, stabiliva un rapporto immediato tra l'antica marcia su Roma e la nuova, fra la conquista del potere di Augusto e il colpo di stato di Mussolini e forse quello di Hitler.
Nell'incisiva vivezza con cui uomini e situazioni dell'antica Roma erano rappresentati, si rifletteva l'esperienza di situazioni del nostro tempo
”.
Correva l'anno 1939 e le “sante menzogne” della propaganda ideologica denunciata dal piemontese ne impedirono in Italia qualsiasi recensione o, naturalmente, traduzione.
La fondamentale opera di Syme rimane il punto di partenza, un percorso chiave per chiunque voglia occuparsi di Storia romana, con la caduta della repubblica e il crepuscolo della libertà repubblicana, sino all'ascesa del potere di Augusto e alla fondazione del suo regime.
Momigliano realizza immediatamente quanto lo stile di Syme sia in aperta rottura con i colleghi di Oxford, uno stile teso a focalizzare per vie dirette l'uomo Augusto e la classe dirigente, dotato di una prosa“nervosa e penetrante”, refrattario alla visione tradizionale e convenzionale propria della letteratura scientifica precedente nei confronti dell'atteggiamento augusteo.
Le simpatie dell'amico Momigliano pongono l'accento sull'opzione di Syme di accreditare una spiegazione più approfondita dell'oligarchia governativa della Roma del principato, in riferimento soprattutto alle figure degli uomini nuovi dell'“optimus princeps”, il quale princeps è immesso solitamente (in ambito storiografico) in un clima di onore, prestigio e autocelebrazione laddove, viceversa, lo sfondo rappresentativo di una crisi morale e intellettuale, anello di congiunzione tra repubblica e impero, diviene in Syme tema dominante della storia politica.
Le biografie e res gestae dei vari Cesari lasciano perciò il passo alle descrizioni degli alleati dei romani, delle casate, delle clientele, anche se correlate con gli avvenimenti bellici e istituzionali.
Tale impostazione cattura il plauso di Momigliano, e decreta il successo di quest'opera nonostante l'ardore polemico che la pervade
. Lo stile di scrittura narrativo consente a Syme di avvicinarsi anche al lettore non necessariamente dotato di grandi conoscenze da storico: le gerarchie precise della successione degli eventi, la cronologia puntuale, la concretezza delle ipotesi storiche vagliate, sono tutte qualità che affascinano Momigliano prima, e il lettore poi.
Il neozelandese sembra dare fiducia, a chi lo legga, di poterlo pienamente comprendere, dalla prima all'ultima pagina, anche attraverso l'utilizzazione corposa di note a margine che spiegano, puntualizzano, chiariscono eventi e personaggi, contesti e situazioni storiche, opere e contributi dei colleghi.
Tutti i 33 capitoli delle 560 pagine della “Revolution” portano il timbro di una indagine rigorosa, umile, originale e geniale certificando, nella struttura e nell'impostazione, l'esperienza e la serietà dello storiografo di Eltham, che mette in bocca ai soggetti studiati citazioni dirette derivate dai testi e tuttavia, non dimentica mai che ulteriori ricerche future potrebbero aprire spiragli interpretativi diversi, nuove ipotesi di lavoro e, perché no, anche scoperte innovative.
Lo scrupoloso e metodico lavoro di registrazione delle fonti è talmente apprezzato da Momigliano (una strategia di lavoro che lui stesso ha sempre utilizzato) da eleggerlo, con rispetto e ammirazione, a esempio di infaticabile dedizione tra gli studiosi della loro disciplina, sottolineando “gli aspetti più esteriori e prodigiosi della sua personalità: la memoria straordinaria, le abilità linguistiche eccezionali, sia in lingue antiche che moderne”.
Augusto, ad esempio (ed è questa la sua grande originalità), viene analizzato da Syme spietatamente, bollato quale “avventuriero senza scrupoli”sottoposto all'arcaico principio del dominio forse non del più forte, ma certo, tra gli uomini di cinismo, del “più fortunato”; un testo di coraggiosa denuncia che, agli occhi di Momigliano, suona come avvertimento appassionato ai popoli liberi della bufera che sta per essere scatenata dal nazi-fascismo, sull'esempio del più illustre episodio della storia antica, l'avvento del principato: vicenda che condurrà alla soppressione della libertà civile che, pure, non era mai stata limitata in Grecia, in Italia, in Occidente.
L'opera denuda l'Augusto virgiliano, facendone cadere l'aura divina e privandolo della maestà spirituale di cui lo veste il poeta; ne demolisce l'immagine di uomo sì mitico, certo capace di far accettare la pace, tuttavia al prezzo del bavaglio democratico.
Il mantovano infatti, nel VIII° libro dell'Eneide (vs. 626-732) rappresenta nello scudo di Enea lo stesso Augusto, facendone una sorta di tramite tra gli dei e gli uomini, una entità ultra-terrena. Il libro del Syme pone in modo particolare l'accento sulle clientelae, rappresentate anche nei primi capitoli tacitiani degli Annales, con una preparazione filologica del tutto moderna, idonea a dare un quadro preciso dei vincoli esistenti in quel periodo: tempi in cui ciò che contava erano gli uomini con i loro rapporti personali, di parentela, di amicizia o d'inimicizia, interpretando in tal modo la politica augustea “non in termini istituzionali e ideologici, ma in termini di clientele e di famiglie aristocratiche rivali”.
Va riconosciuto alla “Roman Revolution” di aver rappresentato una frattura sia nel metodo che nello stesso concetto di rivoluzione.
L'idea di rivoluzione degli storici moderni si basa sul refrain usuale, che implica l'adesione a un moto collettivo per il progresso sociale e l'abbattimento della tirannia; ma nel lavoro symiano lo sconvolgimento avvenuto a Roma tra il 31 a.C. e 14 d.C. esprime il cambiamento quale nuova costruzione istituzionale, voluta da un uomo e la sua piccola cerchia (o cricca?) di consiglieri e collaboratori (non già da un popolo intero, da una volontà collettiva): cambiamento ottenuto con eserciti e battaglie cruente, con sicari atti alla repressione, alla soppressione e all'eliminazione del dissenso.
Il popolo di Roma era chiamato ad applaudire con regalie, stordito da spettacoli circensi (l'elargizione da parte dell'autocrate del panem et circenses, tanto amaramente sottolineata da Giovenale).
Momigliano, a una situazione del genere, non potrebbe dare il nome di rivoluzione ma al massimo di “involuzione”, in quanto il popolo non contava più, nelle decisione pubbliche e militari (queste ultime affidate agli imperatores, comandanti militari che si combattevano tra loro più che per Roma).Quel che conta, nelle pieghe della storia di Syme, sono come detto le consorterie, i patti più o meno leciti, le famiglie nobili e le difese delle ricchezze personali; ma anche i personaggi e gli avvenimenti, e le azioni del singolo.
La storia, dunque, come somma di avvenimenti complessi, con moti e atti della volontà individuale di ciascun protagonista; e poi leggi patrimoniali e legate al matrimonio, bisogni, offese, competizione tra gruppi solidali, il cumulo della proprietà di pochi che porta alla riduzione del numero dei possessori: d'ora in avanti lo scontento o la disapprovazione potrà sfociare in ribellione, fino all'uccisione del principe, ma non nell'abolizione del sistema ormai marmorizzato nel suo radicamento. Questo è destinato a restare intatto fino alle invasioni barbariche.
L'operazione di Augusto, sembra sottintendere il Syme (che investiga il primo princeps, con acuti strumenti psicologici e sociali), ebbe palesemente terribili conseguenze nella storia dell'umanità: creò un dominio mondiale destinato a protrarsi per oltre mezzo millennio, soffocando ogni iniziativa individuale, rallentando lo slancio creativo e il progresso scientifico, premiò speculatori e ricchi faccendieri, deprimendo scienza e filosofia.
In conclusione, per Syme il trapasso politico al tempo di Augusto (per Rostovzev un princeps/dio/architetto dell'universo, artefice immutabile dell'ordine delle cose) fu opera di uomini, neppure tanto animati da ambizioni politiche personali quanto, piuttosto, sospinti da bisogni economici legati al livello di lusso sfrenato ormai raggiunto.
In Syme, l'indagine storica coincide con l'analisi dei moti interiori che sostennero i personaggi nelle loro azioni, verificando come cardini quali probità, etica, architettura pedagogico-morale, religiosità possano perdere definitivamente di valore, dinanzi al perverso egocentrismo del singolo. Finalmente, la nobile disapprovazione (se non vera e propria indignazione) verso il crudo cinismo di tali personaggi, disapprovazione che agita la storia symiana, riferisce del metodo storico in generale.
Lo storico neozelandese ha impiegato il metodo “prosopografico”, si è cioè riferito soprattutto alla descrizione in toto della persona per smascherare la politica di potere di Augusto: un metodo “narrativo” oltre che strettamente storiografico.
In “The Roman Revolution” il Syme definisce Tacito “Il più grande degli storici romani”e modella una sezione del suo lavoro su una visione tacitiana venata di pessimismo sulla politica romana.
La frase di Syme, ad esempio: “Quando i patrizi espulsero i re da Roma” è comparabile alla tacitiana sentenza “All'inizio Roma fu governata dai re” (Annales I- 1,1). L'anglosassone va rappresentando la continuazione logica di Tacito, perché l'asserzione implica la sostituzione di un potere politico da parte di un altro che, con la comparsa di Augusto e dei suoi homines novi, viene a sua volta spodestato.
Secondo Momigliano, Syme emula il denso stile letterario del senatore narbonense; frasi del tipo: “la costituzione romana era uno schermo ed un'imitazione”, ad esempio, sono assimilabili alla affermazione tacitiana “il dovere filiale e la necessità di Stato furono presenti soltanto come una maschera”.
Ci dice Momigliano, rapportandosi ai due autori: “E' la versione moderna del libro su Augusto, che Tacito non ha mai scritto.” La appropriazione del punto di vista tacitiano non consente, tuttavia, di assimilare il neozelandese al romano, se non dal punto di vista “ideologico”, di procedura, mentre sicuramente ben altri sono gli strumenti di autorevolezza e di originalità nella scrittura storica di ciascuno dei due.
In generale, Tacito confida e poggia la sua credibilità sulla autorevolezza autoreferenziale, senza quasi mai confidare da dove tragga le proprie informazioni.
Syme, al contrario, cita le proprie fonti, ricordando come Tacito scrivesse invece in piena libertà situandosi, in questo, all'interno della tradizione romana.
Lo studioso anglosassone, da parte sua, si considera l'erede naturale della tradizione storica latina, e vuole essere sicuro che il lettore ne abbia consapevolezza.
Egli, lo si può dire, mostra con enfasi il suo orgoglio per la personale continuazione di un lignaggio storiografico antico.
Attraverso il suo modo espositivo sottolinea la propria appartenenza, di diritto, alla categoria di chi ha l'autorità di scrivere di storia.
Certo, a Syme mai mancò l'autostima, spinta anzi ai massimi livelli: ad ogni buon conto, è difficile non ritenerlo, in seno agli studi storico-filologici, una tra le più fulgide menti del xx° secolo.


Riferimenti bibliografici

GIOVENALE, “Satyrae”, Salerno Editrice, Roma, 1996
MOMIGLIANO A., “Introduzione a R. Syme. The Roman Revolution”, Einaudi Torino, 1962
ROSTOVZEV M., “Storia economica e sociale dell'Impero Romano”, (tr. it.1933)
SYME R., “The Roman Revolution”, Einaudi, Milano, 1974
TACITO (Publio Cornelio), Annales, Loffredo, Napoli, 2009
VIRGILIO, “Eneide”, I meridiani-Mondadori (a cura di E. Paratore), Milano, 2004
Documento inserito il: 18/12/2014
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