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Storia del Tour de France. Trentunesima puntata

di Alberto Sigona


1990 LEMOND “BEFFA” CHIAPPUCCI

Nel 1990 il Tour venne vinto da Greg Lemond, giovandosi anche stavolta dell'ultima cronometro, rivelatasi ancora decisiva per l'esito finale. In avvio di Tour l'outsider Claudio Chiappucci (classe '63) - che alla vigilia della Grande Boucle, visto il suo curriculum, non era stato inserito nel novero dei favoriti - aveva partecipato ad una lunghissima fuga bidone in pianura già alla 1^ tappa (Futuroscope), rifilando nella Generale circa 10 minuti all'americano e agli altri big, che assai colpevolmente avevano sin troppo sottovalutato l'azione spregiudicata dei fuggitivi, a torto non ritenuti pericolosi per l'alta Classifica (è giusto precisare però che un blocco di protesta di allevatori contribuì ad aumentare il ritardo degli inseguitori...). A quel punto Chiappucci diventava a sorpresa uno dei principali contendenti al Titolo. Tuttavia man mano che le salite si fanno più dure il margine di vantaggio che il corridore della Carrera vanta sui migliori inizia a diminuire progressivamente. Ad ogni modo il giorno che l'azzurro indossa la maglia gialla (12^ tappa) Lemond è ancora ad oltre 7’, un divario apparentemente rassicurante. Tuttavia nella frazione successiva, che porta la carovana gialla da Villard de Lans a St.Etienne (il percorso includeva salite intermedie, come il Col de la Croix de Chaubouret), accade quello che tutti i tifosi azzurri temevano: Chiappucci stenta a reggere il passo dei più forti, rimediando quasi 5’ da Lemond, che ormai in classifica generale gli è ad appena 2'34’’. Il nativo di Lakewood continua a farsi sotto e nella frazione con arrivo ad Ardiden (dopo aver scalato salite significative come il Col d'Aspin e il Col du Tourmalet), in compagnia di un giovane Miguel Indurain (poi vincitore di tappa) sferra un altro attacco debilitante per il nostro atleta, che al termine della giornata si ritrova col fiato dell’americano sul collo. Quando ormai soltanto 5’’ dividono i due contendenti alla vittoria finale, si arriva alla cronometro di Lac de Vassivère. Come da copione il fresco bi-campione del Mondo americano gli strappa il simbolo del primato, andando a vincere il Tour con 2'16'' sull'azzurro. Terza piazza per l'olandese Erik Breukink. L’Italia si può consolare per aver tornato a sognare (un corridore italiano tornava dopo ben diciotto anni di assenza sui gradini del podio); per aver vinto 5 tappe (una col Campione del Mondo 1986 Moreno Argentin, le altre con Massimo Ghirotto, Gianni Bugno, ancora Bugno e Guido Bontempi) ed aver vestito la m.g. 8 volte. Tornando a Lemond, nel corso della competizione aveva mostrato anche ottime doti di discesista, senza le quali probabilmente non avrebbe vinto quello che fu il suo terzo ed ultimo Giro di Francia.


LA CINQUINA DEL NAVARRO

1991 L’ARRIVO DI UN NUOVO RE

In molti si attendono un altro Tour che veda Lemond tra i protagonisti assoluti, ma l'americano a soli 30 anni inizia già ad avvertire il peso degli anni, e dopo aver vestito la maglia gialla per 5 giorni inizierà a defilarsi (finirà 7°), lasciando spazio ad altri interpreti. Il ’91 diventa pertanto l’anno della ribalta per lo spagnolo Miguel Indurain, che a 27 anni (dopo aver egregiamente svolto compiti di gregariato in favore di Pedro Delgado nell'edizione precedente) trova finalmente la sua maturità agonistica, andando a trionfare a redini basse. Alla fine il corridore iberico conquisterà il Giro di Francia con 3’36’’ sul futuro Iridato Gianni Bugno e 5’56’’ su Chiappucci. Il navarro della Banesto sembra una fotocopia di Anquetil: corridore molto tattico, calcolatore e poco spettacolare, domina a cronometro per poi difendersi benissimo in salita, sfruttando le sue notevolissime doti atletiche e fisiche (come ad esempio i 28 battiti al minuto che registra a riposo). Nel 1991 sembrava un campione tra i tanti, un asso di transizione, ma in realtà fu solo l'inizio di un lungo dominio che avrebbe segnato un'era del Ciclismo mondiale. L’Italia stabilì un primato nazionale di rilievo vincendo consecutivamente 5 tappe, nell’ordine con Chiappucci, Bruno Cenghialta, Moreno Argentin, Marco Lietti e Bugno.

Secondo molti esperti del settore, compresi diversi ciclisti professionisti, il 1991 vide l'Eritropoietina (sostanza che aumenta i globuli rossi e quindi la capacità di trasporto dell’ossigeno) divenire la vera protagonista nel Ciclismo agonistico. Introdotta nel gruppo alla fine degli Anni ’80, per via delle sue grandi capacità di aumentare le prestazioni dei corridori aumentandone la resistenza, l'EPO, grazie a controlli ancora inadeguati ed a sanzioni blande che non scoraggiavano certi escamotage, avrebbe iniziato all'inizio degli Anni '90 a diffondersi rapidamente nel peloton come un virus, sino a diventarne un'arma imprescindibile per ogni corridore che aspirasse a non rimanere nell'ombra.

Il doping nel mondo del pedale era sostanzialmente sempre esistito. Inizialmente adoperato in maniera “rudimentale” e approssimativa, poi in modo sempre più scientifico, per anni, vista l'assenza di una seria regolamentazione, sarebbe stato una presenza autorevole ed indisturbata nel gruppo, e, in un'epoca non sufficientemente evoluta e attenta in materia di salute, sarebbe stato generalmente tollerato tra corridori e buona parte dell'opinione pubblica, che lo consideravano un modo sano (o quasi) come un altro per alimentarsi e gestire lo sforzo fisico. Sino all'arrivo delle prime normative e delle prime sanzioni, che avrebbero mutato drasticamente la prospettiva. Gradualmente il doping sarebbe stato equiparato ad una vera droga nonché ad un mezzo illecito per prevalere sugli altri e fare carriera, ma nonostante tutto esso avrebbe continuato a lungo ad agire più o meno indisturbato tra i professionisti, caratterizzando svariati decenni e numerosi successi. Quindi negli anni Novanta, “grazie” all'EPO, il doping faceva registrare un autentico salto di qualità senza precedenti, condizionando come mai prima le prestazioni dei corridori e le competizioni. Ciò ovviamente in quegli anni non era di dominio pubblico, ma quando a fine millennio lo sarebbe diventato, dimostrando come per troppo tempo Ciclismo ed EPO fossero stati uniti in maniera indissolubile, il Ciclismo avrebbe perso per tantissimi anni il suo antico fascino e il suo suggestivo romanticismo. E soprattutto la sua credibilità. Ho deciso di titolare il paragrafo dedicato al Tour de France 1991 “L'arrivo di un nuovo Re”: ma non è detto mica che mi riferisca ad Indurain... Lascerò al lettore scegliere il “suo” vero sovrano di quel Giro di Francia.


Nell'immagine, Miguel Indurain, vincitore del Tour de France del 1991.

Documento inserito il: 31/07/2026
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