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Kosovo. Nascita di una nazione

di Francesco Caldari


Il lascito di Wilson

Woodrow Wilson (1856-1924), fu docente universitario e studioso di scienze politiche prima di divenire il 28º Presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921, guidandoli durante la Prima guerra mondiale. Divenne celebre per i Quattordici Punti (1918), il programma con cui propose un nuovo ordine internazionale fondato sulla cooperazione tra le nazioni ed in particolare su quello che sarà interpretato come il principio dell'autodeterminazione dei popoli, seppure, giuridicamente, di questo ne troveremo traccia molto più tardi, nella Carta delle Nazioni Unite del 1945 e nei Patti internazionali sui diritti umani del 1966. Da vincitore del conflitto egli affermò: "chiediamo che il mondo divenga un luogo sicuro per vivere e, in particolare, che ogni Nazione pacifica possa vivere la propria vita e determinare le proprie istituzioni", sostenendo che “ai popoli dell'Austria-Ungheria dovrebbe essere concessa la più ampia opportunità di sviluppo autonomo", nonché proponendo uno Stato polacco indipendente.


Kosovo, una rilevanza soprattutto simbolica

Situato nel cuore della Penisola Balcanica, il Kosovo costituisce un crocevia geografico tra il mondo slavo e quello albanese. Privo di sbocchi al mare ma posto lungo importanti direttrici di collegamento regionali, il territorio ha assunto nei secoli una rilevanza strategica, politica e simbolica. La sovrapposizione tra geografia, storia e identità nazionali lo ha reso uno dei più complessi e controversi casi di costruzione nazionale nell'Europa contemporanea. Fu un centro importante dello Stato serbo medievale, con monasteri e luoghi raffigurativi dell'identità ortodossa serba. La battaglia della Piana dei Merli del 1389 acquisì nei secoli un valore fondativo nella memoria nazionale.
Questa rappresenta un esempio perfetto di come un evento possa contribuire alla costruzione di una nazione, rappresentando – contestualmente - due memorie storiche concorrenti. Da una parte, nella narrazione serba, il Kosovo è il cuore storico, il luogo della battaglia del 1389 e il centro spirituale della Chiesa ortodossa (monasteri di Dečani, Gračanica e Patriarcato di Peć). Gli albanesi del Kosovo (circa il 92% della popolazione dell’attuale Stato) sottolineano invece la propria maggioranza demografica moderna e – per la parte che più da vicino interessa la nostra trattazione - una presenza storica pluricentenaria nella regione e il diritto all'autodeterminazione.


Principi balcanici contro l’Impero Ottomano

Nel XIV secolo l'Impero Ottomano stava avanzando rapidamente nei Balcani. Dopo aver attraversato gli Stretti e consolidato il proprio dominio in Tracia, i turchi minacciavano ormai direttamente i principati cristiani della penisola balcanica. Il mondo serbo era però politicamente frammentato. Dopo la morte dell'imperatore Stefan Dušan (1355), il potente Impero serbo si era disgregato in vari principati rivali. In questo contesto emerse la figura del principe Lazar Hrebeljanović, che tentò di organizzare una coalizione di nobili serbi e balcanici contro l'avanzata ottomana.
Lo scontro avvenne nella piana del Kosovo (Terra dei merli), il 15 giugno 1389 secondo il calendario giuliano (28 giugno secondo quello gregoriano) nei pressi dell'odierna capitale Pristina (in albanese Prishtinë, in serbo Priština / Приштина). La coalizione cristiana era guidata dal principe Lazar e comprendeva contingenti serbi, ma partecipavano anche nobili bosniaci e altri signori balcanici. Gli Ottomani erano guidati dal sultano Murad I, comprendendo truppe anatoliche e balcaniche e disponendo dei giannizzeri, corpo d'élite della fanteria che costituiva una guardia militare professionale direttamente fedele al sultano. Le fonti medievali sono spesso contraddittorie e gli storici discutono ancora molti dettagli. L'episodio più celebre riguarda il cavaliere serbo Miloš Obilić (figura a metà tra storia e leggenda), che secondo la tradizione riuscì a infiltrarsi nel campo ottomano e ad assassinare il sultano Murad I. Egli fu effettivamente ucciso durante la battaglia, fatto eccezionale nella storia ottomana. Ma anche il principe Lazar venne catturato e giustiziato.
Dal punto di vista militare immediato, la battaglia fu probabilmente inconclusa: entrambe le parti subirono perdite enormi e – anche per la morte dei rispettivi comandanti - nessun esercito conservò una piena capacità offensiva. Dal punto di vista strategico la vittoria fu ottomana. Infatti, nei decenni successivi gran parte della Serbia divenne vassalla degli ottomani e l'Impero Ottomano si impose come potenza dominante dei Balcani.
La battaglia assunse nel corso dei secoli un significato che va ben oltre la storia militare. Nella tradizione epica serba, il principe Lazar sarebbe stato posto di fronte a una scelta: ottenere una vittoria terrena oppure sacrificarsi per il "Regno dei Cieli". Lazar avrebbe scelto il sacrificio. Di conseguenza il Kosovo divenne il luogo del martirio nazionale, simbolo della resistenza serba e fondamento della memoria storica collettiva (così detto "mito del Kosovo"). Questo spiega perché per i serbi il Kosovo rappresenta qualcosa di simile a ciò che Gerusalemme rappresenta per ebrei e cristiani.
Nel corso dei secoli cambiarono gli equilibri demografici, religiosi e sociali, con una crescente presenza albanese, in larga parte musulmana. Nell’Ottocento la competizione tra nazionalismo serbo e albanese si intensificò, accompagnata da rivendicazioni territoriali, migrazioni e violenze.
A seguito delle guerre balcaniche del 1912-1913 il Kosovo passò sotto il controllo serbo, interrompendo la precedente dominazione ottomana e alimentando le tensioni con la predominante popolazione di etnia e lingua albanese.
Nel 1939 l'Italia fascista occupò l'Albania. Nell'aprile 1941, durante l'invasione e lo smembramento del Regno di Jugoslavia da parte delle potenze dell'Asse, gran parte del Kosovo venne separata dalla Serbia e inserita nell'Albania sotto controllo italiano. Altre porzioni del territorio kosovaro ricaddero in zone d'occupazione tedesca o bulgara.
L'occupazione ebbe conseguenze profonde: la separazione amministrativa dalla Serbia e il mutamento dei rapporti di potere alimentarono aspettative nazionali albanesi, mentre la comunità serba subì espulsioni e violenze in alcune aree. Allo stesso tempo, anche gli albanesi furono coinvolti in repressioni e conflitti sotto il sistema d'occupazione. Dopo la capitolazione italiana dell'8 settembre 1943, la Germania nazista assunse il controllo delle aree precedentemente occupate dagli italiani, mentre la situazione militare e politica cambiava rapidamente, sino a giungere alla sconfitta nazista.
Nell’immediato secondo dopoguerra il Kosovo entrò nella nuova Jugoslavia socialista guidata da Josip Broz Tito.
La Costituzione jugoslava del 1974 riconobbe un'ampia autonomia, con proprie istituzioni e significativi poteri di autogoverno. La provincia non diventò - a differenza di altre - tuttavia una repubblica federata indipendente: rimase formalmente parte della Serbia.
Negli anni successivi emersero tensioni legate alla rappresentanza politica, allo sviluppo economico, all'istruzione e ai rapporti fra la maggioranza albanese e la minoranza serba. Le proteste del 1981, dopo la morte di Tito, evidenziarono la fragilità dell'equilibrio jugoslavo.
La svolta arrivò con Slobodan Milošević, che utilizzò la questione kosovara come elemento centrale della propria mobilitazione nazionalista. La memoria della battaglia “della piana dei merli” tornò al centro della politica serba nel 1989, durante il 600º anniversario. Il 28 giugno (Vidovdan, giorno di San Vito), il leader serbo pronunciò un famoso discorso a Gazimestan, presso il monumento dedicato alla battaglia, che viene interpretato come uno dei momenti simbolici che precedettero le guerre jugoslave degli anni Novanta. Nel 1989-1990 l'autonomia kosovara venne drasticamente ridotta e Belgrado rafforzò il controllo politico e amministrativo, accompagnandolo con misure repressive e con l'esclusione di molti albanesi da istituzioni e posti di lavoro.
La popolazione albanese sviluppò inizialmente una resistenza prevalentemente non violenta, legata alla leadership di Ibrahim Rugova e alla creazione di istituzioni parallele. Negli anni Novanta acquistò però forza l'Esercito di liberazione del Kosovo (UÇK/KLA, Ushtria Çlirimtare e Kosovës/ Kosovo Liberation Army, Esercito di Liberazione del Kosovo), che ricorse alla lotta armata contro le autorità serbe. Uno dei suoi maggiori esponenti, Hašim Tači, che sarà presidente e primo ministro, è stato recentemente condannato dal Tribunale speciale per il Kosovo dell’Aja in primo grado, per crimini di guerra.
La repressione delle forze jugoslave e serbe, gli attacchi dell' UÇK, le uccisioni di civili e gli spostamenti forzati della popolazione trasformarono la crisi in un conflitto armato sempre più grave.
Uno degli episodi che ebbe maggiore eco internazionale fu il massacro di Račak (gennaio 1999), nel quale furono uccisi decine di kosovari di etnia albanese. Per molti governi occidentali ciò rappresentò la prova dell'esistenza di una grave crisi umanitaria; Belgrado contestò invece tale interpretazione e sostenne che si trattasse di combattenti dell'UÇK caduti in azione. Molti governi occidentali temevano che il Kosovo potesse trasformarsi in un nuovo scenario simile alla Bosnia degli anni precedenti.
Tra febbraio e marzo 1999 si svolsero in Francia i negoziati di Rambouillet, vicino Parigi. L'obiettivo era trovare una soluzione politica che evitasse l'intervento militare. Il piano prevedeva il mantenimento formale del Kosovo all'interno della Repubblica Federale di Jugoslavia, una ampia autonomia politica attraverso istituzioni autonome, la presenza di una forza militare internazionale guidata dalla NATO per garantire l'applicazione dell'accordo ed il riesame dello status del Kosovo dopo alcuni anni. La delegazione kosovara, dopo forti pressioni occidentali, accettò sostanzialmente il piano, ma quella serba lo respinse. Dal punto di vista di Belgrado, il problema principale era la presenza di truppe NATO sul territorio jugoslavo, percepita come una limitazione della sovranità nazionale. Da quello statunitense ed europeo, il rifiuto dimostrava l'assenza di volontà politica da parte di Milošević di trovare una soluzione negoziata.
Il 24 marzo 1999 la NATO avviò l'operazione Allied Force, una campagna aerea contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, che durò 78 giorni. Un intervento senza una specifica autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU (Russia e Cina avrebbero probabilmente posto il veto a una risoluzione che autorizzasse l'uso della forza). A tutt’oggi uno dei casi più dibattuti del diritto internazionale contemporaneo.
Nel giugno 1999 Milošević accettò le condizioni imposte dalla comunità internazionale. Con la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il Kosovo venne posto sotto amministrazione ONU (UNMIK). Fu dispiegata la forza internazionale KFOR guidata dalla NATO, tuttora presente seppure il numero dei militari è in prevista diminuzione. Se la Serbia mantenne formalmente la sovranità sul territorio, il futuro status del Kosovo venne rinviato.
Dal punto di vista storico, il 1999 rappresenta quindi il momento fondativo della futura statualità kosovara. L'indipendenza che verrà proclamata unilateralmente il 17 febbraio 2008 fu, in larga misura, la conclusione di un processo iniziato con l'intervento NATO e l'amministrazione internazionale istituita dalla Risoluzione 1244.


Il nodo del problema. Autodeterminazione e integrità territoriale degli Stati esistenti

Nel 2010 la Corte internazionale di giustizia stabilì, nel parere consultivo richiesto dall'Assemblea generale dell'ONU, che la dichiarazione d'indipendenza non aveva violato il diritto internazionale applicabile. È essenziale, però, precisare che la Corte non riconobbe automaticamente il Kosovo come Stato sovrano né impose agli altri Paesi di riconoscerlo.
Il Kosovo dispone oggi di proprie istituzioni e governa autonomamente il proprio territorio, ma il suo status internazionale rimane contestato. Non è membro delle Nazioni Unite e la Serbia continua a considerarlo parte del proprio territorio. Il Kosovo rivendica un numero di riconoscimenti superiore a quello generalmente riportato da alcune fonti indipendenti, mentre la Serbia sostiene che diversi Paesi hanno ritirato il riconoscimento. Al dicembre 2025, una ricostruzione disponibile riportava circa 110 riconoscimenti da parte di Stati membri dell'ONU, ma il numero esatto rimane oggetto di controversia diplomatica.

Quello della autodeterminazione esterna (un popolo che esercita il diritto di scegliere liberamente il proprio ordinamento politico, economico, sociale e culturale, conseguendo la creazione di una nuova Nazione) è un caso particolarmente controverso, perché entra in conflitto con il principio dell'integrità territoriale degli Stati. Nella storia contemporanea, Eritrea (1993), Timor Est (2002), Sud Sudan (2011) sono divenuti Stati indipendenti, oltre naturalmente al Kosovo (2008), che rappresenta forse uno dei casi più discussi del diritto internazionale contemporaneo, collocandosi al confine tra due principi fondamentali delle relazioni internazionali, come abbiamo accennato: il diritto dei popoli all'autodeterminazione e l'integrità territoriale degli Stati esistenti.
L'intera storia politica del Kosovo può essere letta come il tentativo di risolvere la tensione tra questi due principi. In questo senso, la "nascita della nazione kosovara" non è soltanto una vicenda balcanica, ma uno dei più importanti laboratori contemporanei del rapporto tra nazionalismo, identità collettiva e diritto internazionale.


Nell’immagine, dipinto di Adam Stefanović “La battaglia della Piana dei Merli”, del 1875, episodio fondamentale della memoria storica serba, ripreso nel 1989 dal premier Milošević per comprimere le libertà della popolazione kosovara di etnia albanese.

Documento inserito il: 24/10/2026
  • TAG: Kosovo, Autodeterminazione, Balcani

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