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Primo maggio 2003: missione compiuta

di Pietro Ratto (*)
Primo maggio 2003. George Bush, col suo solito sguardo tra l’ebete e il trionfale, si fa riprendere raggiante, mentre alle sue spalle un cartello annuncia: Missione compiuta! E il mondo al servizio degli USA esulta: la Guerra in Iraq è finita.
L’Iraq, sì. Quello stato che Churchill si era letteralmente inventato, nel lontano marzo 1921, tracciandone i confini col righello, nella hall di un lussuoso hotel del Cairo. L’Iraq, uno dei territori per la conquista e lo sfruttamento dei quali era stata combattuta la vera Grande Guerra. Non quella del fronte occidentale francese, delle trincee, della guerra d’usura. Non quella sotto i riflettori, insomma, quella di Verdun o della Somme. E nemmeno quella dei Laghi Masuri, di Tannenberg. No, no: quello era il paravento. La guerra vera era un’altra. Era quella Prima Guerra mondiale che costituiva il frutto più perverso e devastante della Seconda Rivoluzione industriale; era quel massacro di milioni di vite umane segretamente assetato della cosa che più interessava alle forze occidentali in gioco. Il petrolio, naturalmente.
Bush è lì, insieme al suo grugno, a prendersi gli applausi. E tutti intorno a gioire, a magnificare la smisurata, inarrestabile potenza di fuoco statunitense. Alle sue spalle, però, a ben guardare non c’è solo quel variopinto cartello. Ci sono centinaia di migliaia di morti, soprattutto civili. Ci sono bombardamenti selvaggi, missili chirurgicamente vomitati su case, ospedali, scuole, supermercati; ci sono le rovine di decine e decine di città. E c’è lo scempio di migliaia di antichissimi libri della Biblioteca di Baghdad, “misteriosamente” andata in fumo venti giorni prima, sotto lo sguardo assente dei marines, con conseguenti, immancabili operazioni di sciacallaggio. Ci risiamo: la prassi bellica ha i suoi riti da rispettare, dopotutto. Ogni volta, oltre che la vita delle persone, ci vanno di mezzo la cultura, l’arte, la letteratura. Tutto ciò, insomma, che è necessario distruggere meticolosamente, se davvero si vuol soggiogare, sottomettere, annullare lo spirito di un popolo. Se si vuol trasformare in un solo gigantesco incubo le sue Mille e una notte.
Missione compiuta. Eppure il peggio deve ancora arrivare. La guerra sporca, quella di occupazione, quella che costerà innumerevoli vite anche all’esercito USA, quella che vedrà gli invincibili americani infognati peggio che in Vietnam, quella deve ancora partire. Naturalmente, con la servile complicità di altri Stati come il nostro, ufficialmente precipitatisi a perseguire le più lodevoli Missioni di pace. E via, allora, con le commuoventi immagini e i melensi filmati di soldati dal sorriso sgargiante, che a piene mani distribuiscono caramelle ai bambini, pari opportunità alle donne, democrazia alle genti! Via, via con tutto ciò, anche se dietro ai gesti plateali e accattivanti si stagliano, lugubri, le ombre più tetre.
Soltanto per restare a casa nostra, restano sullo sfondo parole di ghiaccio, sepolte in dossier come quello del Ministero delle attività produttive del Governo Berlusconi, che il 21 febbraio – ben un mese prima dell’annuncio dell’inizio della guerra – si era lasciato scappare considerazioni come: “Esiste un’elevata possibilità che entro la metà dell’anno venga rovesciato da un’azione militare guidata dagli USA il regime di Saddam Hussein […] L’Iraq ha stabilito una serie di accordi commerciali nel settore degli idrocarburi […] la contromossa americana sembra consista nel garantire il mantenimento degli accordi […] Forse anche l’Italia potrebbe giocare la stessa carta per le iniziative dell’Eni circa i giacimenti di Halfaya e Nassiriya”. Eccole qui, le Missioni di Pace. Eccola la Guerra al terrorismo!
Eh, sì: Nassiriya! L’italiano medio, quello drogato di talk show, non sa che dal 1997 Saddam Hussein ha concesso alla nostra Eni lo sfruttamento dei pozzi di Nassiriya. Eccola lì, la Missione di pace: correre a difendere il nostro privilegio, prima che agli iracheni venga in mente di “riappropriarsi” di ciò che, in realtà, è già assolutamente loro. Ci penserà il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Cosimo Ventucci, a chiarire bene nel 2005 i termini della questione, dichiarando: “Se a Nassiriya c’è una fonte energetica importante, con oleodotti e raffineria, è giusto che noi tuteliamo tutto questo nell’interesse del popolo iracheno. E non è un male se, poi, noi possiamo fare qualche affare”.
Eh, sì, l’italiano incollato alla Tv ben poco sa di quella guerra; non sa che ci serve per ripristinare il privilegio di sfruttamento dei giacimenti di oro nero iracheno che, con fatica, il Duce e la sua Agip si erano conquistati esattamente settant’anni prima, al termine di un lungo e delicato lavoro di diplomazia teso ad assicurarsi la benevolenza degli arabi per poi vedersi finalmente assegnata una propria quota di paradiso, sulle rive del Tigri. Non sa o non ricorda più, l’abbonato in prima fila, che quell’angolo di felicità il Duce se l’era poi visto soffiare dall’embargo che, dalla Società delle Nazioni, l’Italia aveva dovuto subire in seguito alla sua criminale invasione dell’Etiopia. Non sa che l’11 settembre – con i suoi effetti speciali, i suoi aerei fiondati sulle Torri gemelle, le sue brave migliaia di vittime sepolte dalle macerie – ora calza a pennello anche a noi, come pretesto d’acciaio per andare a recuperare i nostri bei privilegi, per metter le grinfie sulle risorse energetiche di un territorio strappato ai turchi. Su un Paese inventato a tavolino al solo scopo di farne una dependance della finanza occidentale.
Primo maggio 2003: missione compiuta! Siamo ancora lontani dal massacro di quella Nassiriya che reputavamo provincia italiana, quella Nassiriya che sei mesi dopo sarebbe costata la vita a una trentina di persone, tra cui diciassette soldati italiani, fatti passare dai media per Eroi della pace travolti dall’ingrata furia omicida degli integralisti iracheni. Quella Nassiriya in ricordo del cui massacro il Ministro degli Esteri Frattini, a un anno di distanza, avrebbe dichiarato: “Il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un solido investimento. […] Possiamo attenderci considerevoli benefici economici dalla stabilizzazione di regioni sensibili per i nostri approvvigionamenti e per le prospettive di apertura di nuovi mercati e di nuove aree di collaborazione”. Quell’eccidio in merito a cui, nel 2005, il Presidente della Commissione Difesa della Camera, Gustavo Selva, si sarebbe lasciato scappare: “Basta con l’ipocrisia dell’intervento umanitario. E’ ora di prendere atto che la natura dell’operazione “Antica Babilonia” è inadeguata alla realtà del terreno. […] Abbiamo dovuto mascherare “Antica Babilonia” come operazione umanitaria perché altrimenti dal Colle non sarebbe mai arrivato il via libera”.
Sì, siamo ancora lontani dalla guerra più sporca, che di pacifico e democratico non ha proprio nulla; da quella schifosa occupazione che mira ad accaparrarsi la risorsa energetica più importante del Pianeta, quel petrolio che – a detta di tutti gli esperti del settore – sta inesorabilmente esaurendosi e bisogna a tutti i costi portarsi a casa. Ma nel frattempo: Missione Compiuta, miei cari abitanti della parte buona del Pianeta! Il Male è sconfitto, la democrazia è ripristinata.

E giustizia, finalmente, è fatta.

(*) Per approfondimenti, cfr. il saggio di Pietro Ratto intitolato Solo per il Petrolio, presente su IN-CONTRO/STORIA.
Documento inserito il: 04/05/2015

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