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Esplorazione del Rio Alto Maniqui [ di Yuri Leveratto ]

Nel 2011 l’archeologo boliviano Freddy Arce mi consegnò alcune fotografie di un enigmatico sito megalitico ubicato nella profondità della selva. Secondo lui questo sito corrisponderebbe al mitico Paititi, ubicato approssimativamente lungo una linea perpendicolare al “cammino di Viracocha” che da Tihuanaco si dirige verso nord est fino all’isola di Marajò (1), nell’estuario del Rio delle Amazzoni.
Freddy Arce non sapeva con certezza dove fosse situato quel sito megalítico in quanto la foto era stata scattata da un suo amico che aveva però perso di vista da tempo. Con Freddy Arce ci riproponemmo di andare a cercare quel sito, ma purtroppo, nel 2011, è deceduto (2) senza poter ubicare quel luogo, che aveva cercato a lungo.
Quest’anno mi sono deciso ad intraprendere una nuova esplorazione alla ricerca del Paititi seguendo la pista del compianto Freddy Arce.
Alcuni indizi mi hanno spinto a pensare che quel misterioso sito megalitico sia ubicato alle falde della cordigliera di Mosetenes, un’aspra formazione rocciosa presso le sorgenti del rio Maniqui e del Rio Secure, entrambi affluenti del Rio Mamoré.
Ho cosí viaggiato fino a San Borja dove mi sono incontrato con il mio amico Waldo Valer che ha anni di esperienza come guida nelle foreste impenetrabili della Bolivia.
Con lui ci siamo spostati a Yucumo, dove abbiamo organizzato la spedizione al Rio Alto Maniqui, la terra degli indigeni Tsimane.
Dopo aver comprato i viveri sufficienti per circa 10-12 giorni di esplorazione e dopo aver contrattato un motorista con una maneggevole canoa a motore ci siamo scontrati con il primo, serio, problema: comprare circa 100 litri di benzina, quantitá suffieciente per raggiungere le fonti del Rio Alto Maniqui e per tornare indietro. In Bolivia, e specialmente nelle zone amazzoniche é proibita la vendita di piú di 10 litri di benzina in tanche alla stessa persona, nell’intento di porre un freno alla produzione di cocaina (com’é noto infatti per produrre cocaina serve la benzina).
Waldo ha fatto i salti mortali per poter farsi vendere i circa 100 litri che necessitavamo e anche il trasporto delle quattro tanche fino al nostro ostello, é stato complicato, con l’obiettivo di non dare nell’occhio.
Ha infatti contrattato un tassista, che inizialmente non voleva caricare le tanche di benzina nella sua auto, per paura di poter essere fermato dai gendarmi.
Per fortuna peró tutto é andato bene.
Abbiamo comperato anche 1 kg. di coca per gli indigeni Tsimane che la consumano nel tradizionale “bolo”, che succhiano per ore, riuscendo cosí a calmare la fame e la sete.
L’indomani mattina, dopo aver raggiunto un luogo chiamato Puerto Arenales, ubicato in una sponda del Rio Maniqui, non lontano da Yucumo, abbiamo iniziato a caricare l’equipaggiamento e i viveri nella nostra canoa a motore il cui motorista Victor é di etnia Tsimane.
E’ iniziato peró un diluvio dirompente e la temperatura é scesa in modo precipitoso dai 30° abituali a circa 15° con forti venti che soffiavano da sud.
Siamo stati costretti a posticipare di alcune ore la partenza. Una volta partiti, verso le 11 AM, in direzione controcorrente nel Rio Maniqui, siamo stati costretti a coprirci con maglione e poncho, in quanto il freddo pungente era reso ancor piú insidioso dal forte vento contrario.
E’ stata la prima volta della mia vita che ho dovuto indossare uno spesso maglione nella selva bassa amazzonica, ma la cosa positiva é stata che il freddo ha fatto scomparire zanzare moscerini e insetti vari, rendendo totalmente asettico il primo giorno della nostra esplorazione.
Abbiamo dormito in un’enorme spiaggia lungo il Rio Maniqui, intabarrati nei nostri maglioni e avvolti nei sacchi a pelo. Piú che in Amazzonia, sembrava stessimo nella Ande, a 3500 metri d’altezza!
L’indomani ci siamo svegliati alle 6 del mattino, intirizziti nelle nostre umide tende. Alle 7 AM il cielo era coperto e il vento freddo da sud, anche se meno intenso, continuava a soffiare insistentemente.
Dopo aver ripreso la navigazione, verso le dieci del mattino é finalmente uscito un timido sole, che peró lentamente é riuscito a dissolvere le nubi. Verso mezzogiorno il sole regnava incontrastato nel cielo; la temperatura peró era piacevole, non torrida e gli insetti non erano aggressivi come é invece normale nella selva bassa. Durante tutto il secondo giorno abbiamo continuato a risalire il Rio Maniqui, che é un fiume meandrico, mutevole, cangiante: da una parte il flusso dell’acqua scava e si formano enormi spiagge, mentre dall’altra la vegetazione avanza e si formano piccoli boschi in pochi giorni.
Lungo le sue sponde vivono molti indigeni di etnia Tsimane. Non conoscono la proprietá privata, ma utilizzano la terra in comunitá. Pescano, cacciano e piantano mais, mandioca, banane, platano (Musaceae) e riso. Non hanno elettricitá ne acqua corrente, ne tantomeno telefoni.
E’ come entrare in un mondo incantato, un’incommensurabile paradiso di acqua, alberi e gente felice, che vive in una dimensione lontana, totalmente fuori dal “nostro mondo”.
Mano a mano che risalivamo il Rio Maniqui c’inoltravamo sempre piú in un mondo ancestrale, fatto di riti e cerimonie sciamaniche, di credenze ataviche, leggende e miti. Nei volti delle donne e dei bambini che ci vedevano passare fugacemente con la nostra canoa ronzante, c’era incredulitá, curiositá, timore e a volte paura. Si domandavano chi fossimo e se potevamo rappresentare un pericolo per loro. Dopo secoli di sopprusi, sfruttamento e umiliazioni gli Tsimane si sono organizzati in comunitá e controllano con attenzione gli accessi al loro territorio.
I pericoli peró sono costanti e sia i cercatori d’oro e i madereros, come la grandi imprese petrolifere, rappresentano per loro una forte minaccia.
Il terzo giorno abbiamo continuato la navigazione risalendo il fiume. Spesso ci incrociavamo con alcune zattere dove i Tsimane avevano caricato enormi volumi di jatata, una foglia che serve da isolante contro il calore e funge da tetto, molto piú eficiente dei moderni pergolati di alluminio o del famigerato eternit di asbesto!
Ad un certo punto ci siamo inoltrati in una zona di fume circondata da ripide colline ricoperte di folta vegetazione lussureggiante. Enormi pietre giacevano nel letto del fiume, che si faceva sempre piú tortuoso e tumultuoso. Sul finale della giornata siamo giunto nella terra di Don Crisanto, il padrino del nostro motorista Victor. La terra di Don Crisanto é una delle ultime comunitá dell’Alto Maniqui.
Don Crisanto si é offerto di accompagnarci nell’esplorazione, ma quando gli ho mostrato la foto dell’enigmatico sito di Freddy Arce ha dichiarato di non averlo mai visto:

“Icci”! (in lingua Tsimane vuol dire : “non c’é”).

L’indomani mattina, il quarto giorno di esplorazione, abbiamo continuato a navigare risalendo il Rio Alto Maniqui. Avanzare era peró sommamente difficile, in quanto il livello del fiume era calato e ció rendeva piú complesso risalire le rapide, che erano sempre piú frequenti. A volte dovevamo scendere dalla canoa e spingerla controcorrente. Era un lavoro masacrante, durissimo. Ad un certo punto mentre spingevo sono scivolato e sono finito in acqua, con il pericolo di sbattere il capo su rocce taglienti. Per fortuna tutto é andato bene.
Non abbiamo peró potuto giungere navigando nel luogo che ci eravamo prefissati a causa del basso livello del fiume. La canoa raschiava spesso su viscidi pietroni e spingerla diventava impossibile, con un enorme dispendio di energie.
Siamo stati costretti pertanto a montare un campo base lontano dal luogo che ci eravamo dati come obiettivo , e ció avrebbe comportato piú tempo per raggiungere le fonti del Rio Alto Maniqui, procedendo a piedi attraverso la selva.
Don Crisanto si é dedicato inmediatamente a pescare e in pochi minuti é ritornato con tre grossi pesci, un surubí e due sábalo che abbiamo cucinato in una zuppa con riso cipolle, carote e patate. Nella notte prima di addormentarmi sono rimasto per circa un’ora ad ascoltare i rumori della selva. In lontananza si sentiva un forte gracidare di rane, mentre piú vicino al nostro campamento si sentiva ad intermittenza il gorgheggiare di uno strano uccello.
Il quinto giorno abbiamo continuato ad avanzare attraverso la selva, inicialmente lungo un cammino appena accennato, quasi completamente coperto da vegetazione. Avanzavamo a colpi di machete, molto lentamente e con difficoltá. Abbiamo attraversato varie volte il Rio Maniqui con l’acqua alla vita, stando attenti a non bagnare i nostri zaini, dove vi erano le macchine fotografiche e l’equipaggiamento GPS.
Ad un certo punto era praticamente impossibile avanzare attraverso la selva per la folta e spessa vegetazione e quindi siamo stati costretti a camminare lungo il fiume. Le spiagge del Rio Alto Maniqui, che sono formate da enormi pantani e insidiosissime sabbie mobili si sono rivelate molto difficili da percorrere. Sono affondato varie volte fino alle coscie nel fango, e solo con l’aiuto di Waldo e Don Crisanto sono riuscito a raggiungere un terreno piú duro e consistente.
In serata, esausti, abbiamo approntato il campo 2, da dove ci siamo riproposti di continuare l’esplorazione il giorno sucessivo senza il pesante gravame delle tende e dei viveri.
Dopo aver cucinato una zuppa di lenticchie e vegetali, siamo rimasti a lungo davanti al fuoco a discorrere. Waldo ha domandato a Don Crisanto se lui e i suoi figli sono registrati all’anagrafe e se hanno la carta d’identitá.
“Icci”! rispose Don Crisanto, ovvero disse che nessuno di loro e neppure decine di suoi altri amici hanno la carta d’identitá. Per lo Stato boliviano non esistono.
E’ bello pensare che a tutt’oggi, nel 2013, in un mondo sempre piú controllato e vigilato, ci siano ancora delle comunitá di esseri umani che vivono felici, senza il controllo dello Stato, che a volte é opprimente.
Il sesto giorno abbiamo continuato ad avanzare lungo le sponde insidiose del Rio Maniqui. Proprio dopo pochi minuti di camminata abbiamo visto un’aquila a pochi metri da noi. Stranamente l’animale non aveva paura e cosí abbiamo potuto fotografarlo.
Poi abbiamo ripreso a camminare. Anche se eravamo piú leggeri rispetto al giorno prima, la fatica non tardó a farsi sentire e gli insetti iniziavano ad essere particolarmente agressivi.
Ad un certo punto in lontananza abbiamo notato una strana formazione petrea che sembrava il volto di un vecchio. Sicuramente era una pareidolia, ma dopo aver letto e assimilato le tesi di Freddy Arce sulla legenda di Viracocha, tutto sembrava indicare che eravamo sulla giusta via. Per avvicinarci a quello strano volto petreo peró, siamo stati costretti a rientrare nella foresta e a risalire un ripidissimo costone. Durante la discesa Don Crisanto ha ucciso un pericoloso serpente verde che avrebbe potuto facilmente morderci.
Una volta giunti nuovamente sulle sponde del fiume ci siamo trovati di fronte ad uno spettacolo di rara belleza: il fiume si incassava in uno strettissimo canyon dove le pareti sono pressoché verticali e dove le acque sono profondissime.
Sembrava realmente di essere giunti alle porte del Paititi.
Sembrava inoltre che oltre il canyon ci fosse un “mondo perduto” la terra ancestrale di alcuni nativi non contattati che, secondo Don Crisanto proteggerebbero l’enclave segreta da ogni intrusione di estranei.
Per procedere oltre il canyon vi erano solo due modi: o costruire una zattera con tronchi di sughero, o risalire il ripidissimo costone fino alla cima della montagna per poi ridiscendere dall’altro lato del canyon.
Costruire una zattera si è rivelato impossibile per la totale mancanza di tronchi adeguati (un legno simile al sughero), che invece si trovano in grande abbondanza nella parte bassa del Rio Maniqui.
Così abbiamo deciso di risalire il ripidissimo costone tentando di raggiungere la cima della montagna, però ci siamo presto resi conto che senza sentiero era complicatissimo avanzare.
Si trattava di avanzare lungo un fondo viscido e insidioso con una pendenza di circa 60º. Dopo vari scivoloni ci siamo aiutati con una corda ma tutto ciò era complicato dal fatto che i pochi alberi dove avremmo potuto ancorarci avevano delle durissime cortecce spinose.
Con molta fatica abbiamo raggiunto la cima del monte dopo circa un’ora.
Eravamo stanchi, assetati, completamente madidi di sudore. Davanti a noi si stagliava la parte alta della vallata, un territorio enorme, inesplorato, un prezioso scrignio che forse racchiude reliquie di inestimabile valore storico-archeologico. Forse.
Per continuare la nostra esplorazione avremmo dovuto giungere fino alla cime del monte con con le tende, tutto l’equipaggiamento e i viveri per poi scendere lungo il costone con notevoli rischi, e quindi solo il giorno seguente (sarebbe stato l’ottavo), continuare ad esplorare senza il gravame delle tende e dei viveri. Così facendo avremmo dovuto tenere in conto un totale di circa 11 giorni più almeno altri 10 per il ritorno.
Sarebbe stato pertanto impossibile, in quanto avevamo solo viveri per un totale di 12 giorni. Certo, potevamo contare sull’abilità di Don Crisanto nel pescare, ma non era sicuro.
Così, nostro malgrado, abbiamo deciso di tornare indietro, lasciandoci alle spalle quella vallata inviolata e magica.
La lunga camminata fino al campo 2 si è verificata insidiosa in quanto eravamo molto stanchi. Vi siamo arrivati alle 7 pm quando già era buio, proprio quando i serpenti escono dalle loro tane.
Il settimo giorno abbiamo camminato fino al luogo dove avevamo lasciato la nostra conoa a motore. Poco prima di giungere in quel luogo abbiamo visto un grosso caimano di circa 4 metri di lunghezza. L’ottavo giorno abbiamo navigato lungo la corrente fino alla terra di Don Crisanto. Il nono e il decimo giorno abbiamo continuato la navigazione lungo la corrente. Il sole cocente ci ha scottato la pelle. Ci siamo fermati in vari villaggi di indigeni Tsimane.
Ad un certo punto durante il viaggio abbiamo visto un grosso uccello della famiglia dei cicogniformi, la cui apertura alare puó raggiungere i 3 metri (Jabirú): é come se ci avesse dato il benvenuto nella parte bassa del Rio Maniqui.
Verso le 5 PM del decimo giorno siamo giunti finalmente a Puerto Arenales.
Ci siamo riproposti di tornare il prossimo anno nel Rio Alto Maniqui, per tentare di esplorare la parte alta della vallata. E per tentare di scoprire se realmente vi é nascosta la famosa enclave segreta.


Note
(1) Nell’isola di Marajó é stata trovata ceramica tihuanacoide, prova che vi era un certo flusso commerciale lungo i fiumi amazzonici, in particolare il Beni e il Madeira.

(2)http://arqueobolivia.blogspot.com/2011/11/fallece-freddy-arce-helguero.html
Documento inserito il: 29/12/2014

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