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Il problema delle terre indigene in Brasile [ di Yuri Leveratto ]

La riserva Roosevelt, dove è situata una delle più grandi miniere di diamanti del pianeta.

Il presidente degli Stati Uniti d’America Theodore Roosevelt (1858-1919), il cui volto è scolpito nel monte Rushmore (Dakota del Sud, U.S.A.), insieme a quelli di George Washington, Thomas Jefferson e Abram Lincoln, fu anche uno scrittore di Storia e un esploratore.
Dopo il termine del suo mandato decise di intraprendere una spedizione nella selva amazzonica brasiliana, e contattò il maresciallo Candido Rondon (1865-1958), un indigenista esperto nelle questioni amazzoniche.
La spedizione, che si svolse a cavallo tra il 1913 e il 1914, aveva lo scopo ufficiale di esplorare il cosidetto “Rio da Duvida”, (fiume del Dubbio), un fiume misterioso nascosto nella foresta tropicale del quale si ignorava il luogo esatto delle sue fonti e anche il suo effettivo sbocco. La spedizione ebbe inizio nella città di Caceres, situata sulle rive del Rio Paraguay. Il 27 febbraio del 1914 i partecipanti della spedizione arrivarono presso le sponde del Rio da Duvida.
A quel punto, in seguito alle difficili condizioni ambientali, e alla forte presenza di insetti portatrici di malaria e altre infermità, il gruppo si divise: una parte continuò esplorando il corso del fiume, mentre un’altra parte si diresse verso il Rio Madeira.
Quale fu il reale obiettivo della spedizione di Theodore Roosevelt?
E’ possibile che il progetto di creare delle aree protette in Brasile, che avesse lo scopo occulto quello di preservare enormi ricchezze che sarebbero poi sfruttate in un secondo tempo, sia iniziato proprio con la spedizione di Roosevelt? E’ possibile che l’obiettivo nascosto della spedizione sia stato quello di verificare l’esistenza di una delle più grandi miniere di diamanti del mondo?
In seguito si comprovò che il Rio da Duvida, che fu poi battezato Rio Roosevelt, è in realtà un affluente del Rio Madeira, ed ha le sue fonti non lontano dalla cittadina di Espigao do Este.
Nel 1960 la zona del Rio Roosvelt fu teatro di un massacro di proporzioni enormi: circa 3500 indigeni appartenenti all’etnia Cinta Larga (idioma Mondé), furono avvelenati con arsenico (1) da mercenari senza scrupoli assoldati da impresari illegali.
Negli anni seguenti molti cercatori di diamanti illegali si sono introdotti nella riserva o si sono instaurati ai margini della stessa per contrabbandare le pietre preziose. Tutto ciò ha portato a forti conflitti con gli indigeni presenti nella riserva, che volevano mantenere il monopolio del commercio e dell’estrazione dei diamanti. Anche se nelle terre indigene è formalmente vietata l’estrazione di minerali, la realtà è purtroppo ben diversa. Nel 1973 fu creata la terra indigena Roosevelt, ufficialmente per preservare le tradizioni e la vita ancestrale degli indigeni Cintas Largas, che vi vivono fin da tempi pre-colombiani.
Si è creata così un’area protetta di 27.000 chilometri quadrati (grande come la Lombardia), dove vivono appena 1200 indigeni.
Stranamente la riserva è stata creata proprio in una zona di massima importanza dal punto di vista economico, in quanto vi è stata individuata una delle miniere di diamanti più grandi del mondo, che per ora può produrre un milione di carati all’anno, ma le cui riserve stimate sono maggiori di alcune miniere del Botswana, in Africa.
Nel 2003 la polizia federale ha espluso quasi tutti i garimpeiros (cercatori di minerali illegali), dalla riserva Roosevelt, allo scopo di porre fine allo sfruttamento illegale.
Purtoppo però le cresenti tensioni all’interno della riserva per il controllo dei giacimenti hanno portato nel 2004 ad un altro massacro che è stato poco divulgato dai media internazionali: gli indigeni hanno ucciso circa cento garimpeiros, con fucili automatici (2).
Negli anni dell’auge del contrabbando, negli hotel di Espigao do Este e Cacoal si intrattenevano trafficanti belgi e israeliani, che compravano i diamanti a basso prezzo per poi rivenderli all’estero.
L’estrazione illegale di diamanti ha causato anche notevoli danni ambientali: le scavatrici e i trattori hanno infatti aperto vari crateri all’interno della riserva, che per il suo status dovrebbe essere completamente libera da ogni tipo di sfruttamento minerario.
L’Agenzia Brasiliana d’Intelligenza ha stimato che ogni mese uscirebbe clandestinamente dal Brasile una quantitá di diamanti equivalenti a 20 milioni di dollari USA.
Purtoppo vari indigeni sono favorevoli all’estrazione illegale di diamanti e permettono così ai garimpeiros di continuare il loro lavoro illecito, dietro pagamento di una lauta commisione.
Tutto ciò mette a nudo i problemi di una terra indigena del Brasile dove è illegale l’estrazione di minerali ma continua ad essere attuato uno sfruttamento selvaggio di diamanti.
Oggi si stanno scoprendo nuovi giacimenti all’interno della riserva, ma tutto ciò che vi succede è secretato, non giunge ai media internazionali.
Ora che i garimpeiros sono stati espulsi, vi potrebbero entrare alcune tra le più grandi multinazionali del settore, all’insaputa della stampa internazionale e di ogni controllo. E’ utile ricordare che nelle terre indigene è proibita (dal Funai), l’entrata di ogni persona non autorizzata.
Seguendo questa logica gruppi privati potrebbero, con il consenso di indigeni facilmente corrompibili, ottenere enormi ricchezze, nell’indifferenza generale. L’obiettivo della spedizione del 1913-14 potrebbe essere stato raggiunto, dunque, proprio ora, che le terre indigene vengono mostrate al mondo come un esempio dove le tradizioni ancestrali vengono rispettate e valorizzate, quando invece in realtà alcuni di questi territori vengono sfruttati senza scrupoli e i nativi che vi vivono sono a volte corrotti ed utilizzati da gruppi di potere.


Webgrafia:
(1) Massacro del parallelo 11: http://pib.socioambiental.org/es/noticias?id=17879
(2) Massacro del 2004: http://pt.wikipedia.org/wiki/Reserva_Roosevelt
Documento inserito il: 31/12/2014
  • TAG: indigeni brasile, riserva roosevelt, diamanti, problema terre indigene, questioni amazzoniche, massacro rio roosevelt, indios cinta larga

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