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Cronache da Varanasi, la città santa dell’induismo [ di Yuri Leveratto ]

Nel 1997, insieme al mio amico Gianluigi, intrapresi un viaggio in India, uno dei Paesi che avevo sognato a lungo, da bambino. L’India mi affascinava non solo per la sua Storia, le sue religioni e le sue etnie, ma anche e soprattutto per il mistero di un Paese ancorato al passato e ad arcaiche tradizioni, come le “caste”, e proteso verso il futuro, come centro dell’informatica e delle nuove tecnologie. Uno degli obiettivi del nostro viaggio fu Varanasi, la città santa dell’induismo.
Dopo il viaggio in India tentai di riunire tutte le emozioni e le sensazioni che avevo provato in un libro, dove avrei raccontato la storia di un emigrato indiano in Europa. Ne scaturì il libro “L’esilio dei dannati” del quale riporto qui un capitolo. Buona lettura.


La valle della speranza

Passò il tempo, e con esso, le stagioni. Arrivò il monsone e piovve come non mai.
Il Gange salì a dismisura fino ad inondare la città. L’acqua putrida e torbida aveva invaso ogni cosa, fino ai primi piani delle case. La gente era disperata, senza viveri, senza comunicazioni, completamente isolata dal resto dell’India.
Iadol non sapeva più che fare. Il suo capanno di latta era stato spazzato via e per giunta non poteva lavorare. Era preoccupato per sua figlia Trisha che non si trovava da due giorni. Gli altri figli e sua moglie stavano bene ma lui non sapeva darsi pace. Che futuro poteva dare alla sua famiglia?
In un attimo, prese la decisione. Di lì a poco sarebbe partito, avrebbe raggiunto l’Europa, e avrebbe lavorato per la sua famiglia.
Si appartò con sua moglie, la guardò negli occhi e disse:
Devo andare via, vado in Europa, per lavorare. Vedrai, guadagnerò e in poco tempo tornerò. Vedrai che staremo bene, vivremo una vita dignitosa. Devi renderti conto che non possiamo andare avanti così. Devi tenere duro, io ti manderò dei soldi non appena potrò. Tutto questo lo faccio per il nostro futuro, per i nostri figli.”.
Sua moglie non disse nulla, ma gli occhi le si riempirono di lacrime e il mento le cominciò a tremare.
Quella sera fu l’ultima di Iadol a Patna. Prese i suoi averi, che consistevano in una camicia, un paio di calzoncini e dei sandali di cuoio, divise tutti i suoi risparmi in parti eguali e ne diede la metà a sua moglie, poi la abbracciò e si allontanò nel buio della notte senza voltarsi.
Aveva con se tremila rupie, quanto basta per sopravvivere dieci giorni nel mondo occidentale.
Il mattino seguente era già sul treno per Varanasi, l’unico posto al di fuori di Patna di cui era venuto a conoscenza nel corso della sua vita, a parte la lontana Europa. Qualcuno gli aveva spiegato che con un giorno di treno si poteva raggiungere la “città santa”, una città mistica e decadente, anch’essa come Patna sulle rive del Gange, famosa perché sacra per la sua religione.
Iadol aveva ascoltato con interesse e si era ripromesso più volte di andare a Varanasi per ammirare da vicino quella gente e le scalinate sul Gange che aveva sognato a lungo. Tante volte aveva immaginato di bagnarsi le mani nel sacro Gange, a Varanasi. Ora finalmente poteva esaudire i suoi sogni.
Certo, mai più si sarebbe immaginato di giungere solo a Varanasi e per di più di passaggio, sulla strada per l’Europa, ma questa è la vita, un insieme di piccole realtà strane e imprevedibili che sommate tra loro costituiscono la storia di un uomo.
Aveva lasciato il suo mondo senza rimpianti né paure. L’incoscienza lo spingeva in quell’impresa disperata, l’egoismo lo aveva condotto ad abbandonare i suoi cari e a lasciarli senza aiuto e l’ignoranza gli nascondeva gli enormi pericoli a cui andava incontro.
Tuttavia lo spirito d’avventura lo sosteneva moralmente, una sorta di furbizia spicciola gli permetteva di cavarsela nelle situazioni difficili e la grinta unita alla rabbia nei confronti dei suoi simili gli conferivano un’apparente forza esteriore.
La situazione all’interno del treno era sconvolgente. Il treno era affollato all’inverosimile, infatti centinaia di mendicanti ne intasavano i passaggi e ne occupavano gli scompartimenti. Il treno proveniva da Calcutta ed era stracolmo di pellegrini che si dirigevano a Varanasi. C’erano però anche molti contadini con il loro misero carico di galline, capre e sacchi di riso.
Il fetore era forte. Iadol, anche se non era mai stato in treno si sentì quasi a casa alla vista di quei miserabili ai quali lui assomigliava così tanto.
Nel tardo pomeriggio del giorno dopo, il treno giunse nelle vicinanze di Varanasi. Aveva percorso un breve tratto della valle del Gange, la valle della speranza che conduceva attraverso città sante e decadenti fino ad Hardwar, alle sorgenti del grande fiume.
Iadol uscì dalla stazione e si ritrovò immerso in un oceano di persone. Tutto gli sembrò familiare. - E’ come Patna! - Pensò, e si accodò a quel fiume umano in direzione del Gange. Attraversò quei vicoli angusti e miseri fino a che ad un certo punto si fermò e chiese ad un uomo-risciò la giusta direzione da seguire per il fiume.
- Da quella parte! - Gli indicò l’uomo-risciò.
- Grazie! - Disse Iadol. Poi pensò al suo viaggio, e chiese innocentemente:
- Quanto è lontana l’Europa? -
- Cosa?-
- L’Europa, l’Occidente, quanto è lontana, e quante ore di treno ci vogliono per raggiungerla? -
- Tu devi essere matto - gli rispose l’uomo-risciò - non puoi andare in Europa in treno, devi prendere l’aereo e per salire devi pagare il biglietto sai che cos’è un biglietto? E inoltre devi avere il passaporto, ne hai mai visto uno?-.
L’uomo risciò si voltò verso i suoi amici e disse con tono ironico:
- Ragazzi, venite a sentire, c’è uno che vuole andare in Europa... mi ha chiesto quante ore di treno ci vogliono...-
Tutti lo guardavano ridendo e Iadol si sentì stupido e si rese conto di essere ignorante.
Lui sapeva solo di essere a Varanasi, che distava un giorno di treno da Patna, e che l’Europa era lontano, molto lontano.
Un vecchio mendicante, seduto per terra poco più in là, che aveva assistito alla scena, lo fermò, mentre lui stava dirigendosi sconsolato verso il fiume e gli disse: -Ho sentito che vuoi andare fino in Europa, ma non sai dove si trova, vero?-.
- Sì signore, devo raggiungerla, ma tutti mi dicono che è lontanissima, lei che ha esperienza mi dica, come posso fare?-
- Ragazzo mio, prima devi uscire dall’India in qualche modo, ce l’hai il passaporto?-
Iadol rimase in silenzio per qualche istante e poi chiese:
- Cos’è l’India signore? E cos’è il passaporto?-
Il vecchio sorrise, e pensò alla sua giovinezza, ai suoi anni perduti quando gli insegnavano a scrivere e gli raccontavano il mondo... si rese conto che Iadol non conosceva nulla e gli disse:
- L’India è tutta la terra che vedi, ragazzo. E’ un enorme Stato la cui capitale è Nuova Dheli e include Dheli, Varanasi, e anche la tua città... qual è la tua città, ragazzo?-.
- Io vengo dalla campagna, signore, ma ho vissuto a Patna.-
- Anche Patna fa parte dell’India, come tante altre città.-.
- E il passaporto?
- E’ un pezzo di carta, rilasciato dal governo dell’India che ti permette di uscire dal Paese, ma poi ti servono i soldi, ce l’hai quelli?-
Iadol non rispose.
- Come vedi ragazzo mio, è abbastanza complicato raggiungere l’Europa, tuttavia se non hai i soldi necessari per comprare un biglietto aereo puoi sempre tentare di raggiungere Bombay, che è un porto dell’India, e tentare di imbarcarti su una nave diretta in Europa, ma ti serve sempre il passaporto...-
Iadol si stampò nella mente quella frase... Bombay, che è un porto dell’India e pensò di raggiungerlo. Fece un cenno al vecchio con la mano in segno di riconoscenza e si diresse verso il fiume. Ormai nella sua mente riecheggiavano insistentemente quelle parole...Europa, Bombay, India, passaporto.
Pensò di poter fare a meno di quel pezzo di carta e di potersi imbarcare senza che nessuno lo potesse scorgere.
Intanto si era immerso nuovamente in quell’intrico di vicoli maleodoranti e sinistri. Pensò di essersi perso, ma ecco il fiume che si stagliava di fronte a lui con i suoi placidi silenzi. Passò la notte su quelle rive e, la mattina dopo si svegliò con un irrefrenabile desiderio: partire, e raggiungere quel porto per imbarcarsi. Riprese la strada della stazione e si fermò ai lati del selciato per mangiare, in una bancarella. Una donna gli porse un piatto di riso per pochi spiccioli. Lui tentò di parlarle, di stabilire un contatto, ma lei non parlava hindi, e così Iadol si rese conto per la prima volta di essere lontano da casa. Si alzò e si diresse alla stazione, ma fu costretto ad aspettare molte ore prima di salire sul treno a lunga percorrenza che lo avrebbe condotto a Bombay.
Il treno arrivò a Varanasi proveniente da Calcutta solo nella tarda serata. Aveva quaranta vagoni ed era trainato da una scricchiolante locomotiva diesel. Non appena lo stridulo gracchiare dei freni sulle ruote d’acciaio ruppe il silenzio della stazione, un’immensa moltitudine di viaggiatori si accalcò sulla pensilina sperando di poter trovare spazio all’interno.
Iadol si rese conto che quel treno sarebbe stato spaventosamente stracolmo di persone. Era preoccupato anche perché non aveva idea di quanto sarebbe durato il viaggio.
Ufficialmente il percorso da Varanasi a Bombay via Agra avrebbe dovuto essere coperto in trentacinque ore, ma in seguito ai vari ritardi accumulati il treno giunse a Bombay più di due giorni dopo.
Iadol non si era reso conto di quanta strada era stata fatta e non aveva neppure realizzato di aver lasciato la valle del Gange, e di aver attraversato il più grande stato indiano, il Madhya Pradesh. Il treno si fermava nelle varie stazioni del percorso, e Iadol scendeva per sgranchirsi le gambe e per respirare un po' d’aria pura. Molta gente strana saliva, e parlava una strana lingua, il marathi, e Iadol si sentì definitivamente lontano da casa. Per la prima volta si sentì veramente solo e l’impossibilità di comunicare con gli altri gli raggelò il sangue.
Durante la notte, quando la maggioranza di quei miseri viaggiatori tentava di dormire per qualche ora, Iadol fece uno strano incontro. Una bambina, che strisciando sul pavimento del treno, puliva gli scompartimenti con l’estremità di una foglia di palma, gli si avvicinò e allungò la mano chiedendo l’elemosina. Iadol le diede una rupia e la guardò a lungo negli occhi, - assomigli a mia figlia Trisha - le disse, ma lei non capì e continuò il suo triste incarico.
L’indomani mattina il treno giunse a Bombay e Iadol fu affascinato dalla magnificenza della Victoria Station. Migliaia di persone correvano di qua e di là e si affannavano per giungere prima degli altri alle uscite. Iadol si guardò intorno e rimase a bocca aperta.
Poi lentamente uscì dalla stazione e si fermò ad osservare quell’intrico di macchine, risciò, pullman, camion e persone che affollavano le strade circostanti.
Camminava tra le bancarelle, tra le urla lancinanti dei venditori di tè, immerso in un universo di colori per lui nuovo.
Quella gente parlava il marathi e altri parlavano l’inglese. Lui non comprendeva nulla di quelle lingue e si sentì nuovamente sperduto.
Si avvicinò ad un vecchio e gli chiese dove si trovava il porto, ma non ebbe risposta...
Documento inserito il: 29/12/2014

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