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Gli stupri nella guerra d’Algeria - The rapes in the war of Algeria [ di Michele Strazza ]

Le truppe francesi, tra il 1954 e il 1962, furono impegnate contro la rivolta algerina guidata dal Front de Libération Nationale (FLN). L’esercito francese, reduce dalla sconfitta subita in Indocina nel maggio del 1954, adottò nel conflitto con gli indipendentisti algerini una strategia che considerava l’intera popolazione civile come complice dei ribelli.
Il conflitto fu, infatti, segnato da attentati e cruente rappresaglie nonché dall’uso generalizzato della tortura e del napalm. Non mancarono numerosi stupri ad opera dei militari francesi.
Iniziato con gli attacchi della resistenza algerina dell’1 novembre 1954, il conflitto si prolungò per lunghi anni senza esclusione di colpi e con una lotta senza quartiere. Le autorità francesi negarono qualsiasi dialogo: la sola negoziazione possibile – disse l’allora ministro degli interni François Mitterand – era la guerra.
Circa un milione tra morti e dispersi fu, alla fine, il risultato degli scontri ma le vittime delle violenze di ogni tipo furono molte di più. Non si dimentichi, inoltre, che nella Legione Straniera si arruolarono ex criminali delle SS i quali poterono sfogare la propria crudeltà contro i partigiani algerini catturati dopo averlo fatto già in Indocina.
Affianco alle innumerevoli tipologie di torture usate, comprese quelle con l’elettricità, gli stupri delle donne algerine furono veri e propri mezzi di una strategia di guerra repressiva e violenta.
Le truppe francesi praticarono anche un’altra infamia, quella di utilizzare alcune donne imprigionate nei campi di detenzione come schiave sessuali per soldati ed ufficiali. Simone De Beauvoir, nello scrivere la prefazione al libro sul racconto di Giselle Halimi, l’avvocatessa che difese la partigiana algerina Djamila Boupacha, dopo aver parlato senza remore di “uomini, vecchi, bambini mitragliati nel corso di rastrellamente, bruciati vivi nei loro villaggi, fatti fuori, sgozzati, sventrati, martirizzati a morte”, accennò proprio a “centri di raggruppamento (…) di fatto campi di sterminio – adoperati in via subordinata come bordelli per i corpi scelti”.
Moltissime furono le algerine catturate, accusate di appartenere al Front de Libération Nationale, violentate durante gli interrogatori e la detenzione. La violenza carnale fu, dunque, usata sistematicamente come mezzo di interrogatorio e tortura, potremmo quasi dire “una tortura nella tortura”.
Giselle Halimi confermò che “nove volte su dieci le donne da lei interrogate avevano subito stupri di ogni tipo, ma la loro vergogna era tale che la supplicavano di nascondere la verità”.
Anche Luisette Ighilahriz, catturata nel 1957, per ben tre mesi fu vittima di stupri e violenze, raccontando poi in un libro la sua drammatica esperienza. Ben 50 donne vennero poi torturate e violentate in un noto centro di interrogatori.
La storica francese Raphaelle Branche parla di due diversi tipi di stupro: quello usato come atto di tortura per ottenere informazioni dai prigionieri e quello praticato nel corso delle operazioni militari nelle campagne, dove le donne venivano violentate senza alcun motivo. La violenza carnale a volte era di gruppo, altre volte veniva realizzata “con oggetti di vario tipo”.
Ci furono casi di ufficiali che si opposero a tali violenze ma, in genere, ciò non avveniva anche perché la violenza carnale era l’ultima delle preoccupazioni dei graduati francesi, “soprattutto quando smisero di considerare le donne algerine come vittime civili, iniziando invece a temerle come combattenti nemiche”.
Il ricorso a tali violenze non fu, inoltre, prerogativa dei militari di carriera ma anche degli stessi soldati di leva nell’ottica di una presunzione coloniale di superiorità.
Tra il 1959 e il 1960, con l’intensificarsi dell’azione dell’esercito francese per annientare la resistenza, gli stupri assunsero un vero e proprio carattere di massa in città ma soprattutto in campagna. Le stesse perquisizioni domiciliari diventavano l’occasione ideale per sottoporre le vittime a vessazioni sessuali.
Il quotidiano parigino Le Monde riportò il racconto di un soldato: Egli aveva assistito a “centinaia di stupri” in un noto centro di tortura in Algeri dove “le donne venivano violentate in media nove volte su dieci, in funzione della loro età e del loro aspetto fisico”.
Durante le azioni di rappresaglia lo stupro diventava strumento di punizione e terrore. Il ruolo degli ufficiali fu sempre determinante a causa dell’autonomia di cui godevano nelle azioni militari.
Naturalmente le autorità militari francesi, pur non potendo negare l’esistenza di alcuni episodi, non ammettevano l’uso indiscriminato delle violenze e negli atti ufficiali condannavano tali fatti.
In realtà, le truppe francesi penetravano nei villaggi algerini che mettevano e ferro e fuoco, arrestavano gli uomini, depredavano le case e violentavano le donne in un vortice di terrore.
Della frequenza delle violenze, considerate parte della strategia della cosiddetta “pacificazione” dell’Algeria, parlò anche un pastore protestante precisando che “le viol des femmes devient une manière de pacification”.
Soprattutto dopo aver subito delle imboscate, i militari francesi, ritenendo complici le popolazioni civili, piombavano sui centri abitati civili uccidendo gli uomini e stuprando le donne e, infine, facevano saltare le case con la dinamite.
Indubbiamente, come nel primo conflitto mondiale, la violenza sulle donne rappresentò anche nella guerra d’Algeria un modo per inviare messaggi al nemico, per umiliarlo attraverso la consapevolezza della sua incapacità a difendere la proprie donne. Ma la violenza carnale rappresentò pure una chiara strategia militare imperniata sul terrorismo delle popolazioni locali viste con la presunzione coloniale dei conquistatori.


BIBLIOGRAFIA

Branche R., La torture et l’armée pendant la guerre d’Algerie 1954-1962, Paris, Gallimard, 2001.
Darbois D.-Vigneau F., Gli algerini in guerra, Milano, Feltrinelli, 1961.
De Beauvoir S. – Halimi G., I carnefici, Roma, Editori Riuniti, 1962.
Horne A., La guerra d’Algeria, Rizzoli, 2007.
Gambaro F., Stupri di massa in Algeria: la denuncia di una storica francese, in “La Repubblica”, 14 ottobre 2001.
Keramane H., La pacificazione. Libro nero di sei anni di guerra in Algeria, Milano, Feltrinelli, 1960.
Kessel P.-Pirelli G., Lettere della Rivoluzione algerina, Torino, Einaudi, 1963.
Lanza del Vasto G., Pacification en Algérie ou mensonge et violence, Paris, L’Harmattan, 1987.
Pouillot H., Mon combat contre la torture, Paris, Editions Bouchêne, 2004.
Rousseau F., Sexes en guerre et guerre des sexes. Les viols durant la guerre d’Algérie (1954-1962) , in "DEP, Deportate, esuli, profughe", n. 10/2009.
Sambron D., Femmes musulmanes. Guerre d’Algérie 1954-1962, Paris, Editions Autrement, 2007.
Vidal Naquet P., Face à la raison d’état. Un historien dans la guerre d’Algérie, Paris, 1989.
Vidal Naquet P., Les crimes de l’armée française. Algérie 1954-1962, Paris, La Découverte/Poche, 2001.


French troops between 1954 and 1962, were committed against the Algerian Front de Libération Nationale led by (FLN). The French army, fresh from defeat in Indochina in May 1954, adopted in conflict with the Algerian independence a strategy that considered the entire civilian population as an accomplice of the rebels.
The conflict was, in fact, marked by attacks and bloody reprisals as well as the widespread use of torture and napalm. There was no lack many rapes at the hands of the French military.
Began with the attacks of Algerian resistance by 1 November 1954, the conflict lasted for many years with no holds barred and with a fight without quarter. The French authorities denied any dialogue: the only possible negotiation - said the then interior minister François Mitterand - was the war.
About one million people dead or missing was, in the end, the result of the clashes but the victims of violence of all kinds were many more. Do not forget also that the Foreign Legion enlisted former SS criminals who were able to vent their cruelty against the partisans Algerians captured after having done so already in Indochina.
Next to the many types of torture used, including those with electricity, the rapes of Algerian women were veritable means of a repressive and violent war strategy.
The French troops also practiced another infamy, to use some women imprisoned in detention camps as sex slaves for soldiers and officers. Simone De Beauvoir, writing the preface to the book on the story of Giselle Halimi, the lawyer who defended the guerrilla Algerian Djamila Boupacha, after speaking without hesitation of "men, old people, children machine-gunned during rastrellamente, burned alive in their villages , made out, slaughtered, gutted, martyred to death ", mentioned precisely" grouping centers (...) in fact death camps - used in the alternative as brothels for the bodies chosen. "
Many were captured Algerian accused of belonging to the Front de Libération Nationale, raped during interrogation and detention. Rape was therefore used systematically as a means of interrogation and torture, we might almost say "torture in the torture."
Giselle Halimi confirmed that "nine times out of ten women she interviewed had suffered rapes of all kinds, but their shame was such that begged to hide the truth."
Even Luisette Ighilahriz, captured in 1957, for three months he was the victim of rapes and violence, then in a book recounting her ordeal. Ben 50 women were then tortured and raped in a well-known center of interrogations.
The French historical Raphaelle Branche speaks of two different types of rape: one used as an act of torture to obtain information from prisoners and that practiced during the military operations in the countryside, where the women were raped for no reason. Rape was sometimes in groups, sometimes being made "with various objects."
There were cases of officers who opposed the violence, but in general, this did not happen because the rape was the least of the concerns of the French graduated, "especially when they stopped to consider the Algerian women as civilian casualties, instead starting to fear them as enemy combatants. "
The use of such violence was not also the prerogative of professional soldiers but also of the same conscripts in view of a colonial presumption of superiority.
Between 1959 and 1960, with the intensification of the action of the French army to crush the resistance, the rapes took a real mass character in the city but especially in the countryside. The same house searches became the perfect opportunity to subject the victims to sexual harassment.
The Paris daily Le Monde reported the story of a soldier: he had witnessed "hundreds of rapes" in a notorious torture center in Algiers, where "the women were raped on average nine times out of ten, depending on their age and their physical aspect". During the reprisals rape became an instrument of punishment and fear. The role of the officers was always decisive because of the autonomy they enjoyed in military actions.
Of course the French military authorities, although they can not deny the existence of some episodes, did not admit the indiscriminate use of violence and in official acts condemned those facts.
In fact, the French troops penetrated in Algerian villages and they put fire and sword, arrested the men, robbed the houses and raped women in a vortex of terror.
The incidence of violence, considered part of the strategy of the so-called "pacification" of Algeria, also spoke a Protestant minister, adding that “le viol des femmes devient une manière de pacification”.
Especially after suffering ambush, the French military, believing accomplices civilians, swooped on civil towns, killing the men and raping the women and finally blew up the houses with dynamite.
Undoubtedly, as in the First World War, violence against women also featured in the Algerian war a way to send messages to the enemy, to humiliate him through awareness of his inability to defend their women.
But rape also represented a clear military strategy centered on terrorism of the local population views with the colonial presumption of conquerors.


BIBLIOGRAPHY

Branche R., La torture et l’armée pendant la guerre d’Algerie 1954-1962, Paris, Gallimard, 2001.
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Vidal Naquet P., Les crimes de l’armée française. Algérie 1954-1962, Paris, La Découverte/Poche, 2001.
Documento inserito il: 12/07/2016
  • TAG: guerra algeria, stupri guerra, violenza, tortura

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