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Spedizione alle sorgenti del Rio Colorado, nel Parco Nazionale del Madidi [ di Yuri Leveratto ]

Oggigiorno è opinione comune che il nostro pianeta sia stato esplorato completamente e che con le nuove tecnologie, tipo le foto satellitari, si possano cartografare anche le zone più remote, dove non vive nessuno.
Non è proprio così: innanzitutto le foto satellitari vanno bene per estensioni desertiche o polari, ma dove la superfice terrestre è coperta da folta vegetazione, e dove l’orografia è fortemente accidentata, come le zone di selva alta amazzonica, che inoltre sono quasi sempre coperte da una spessa coltre di nubi, ecco che le foto satellitari o aeree (come del resto google earth), si rivelano poco utili, o addirittura ingannevoli.
In Amazzonia vi sono ancora alcuni luoghi come l’Alto Purus, il Parco Nazionale del Manu, il Santuario Nazionale del Megantoni (collidente con il Manu), e il Parco Nazionale del Madidi, dove quasi nessuno (si si escludono sparuti gruppi di indigeni non contattati), ha mai posto piede. In questi territori l’accesso è pericoloso e difficile (e a volte addirittura proibito senza autorizzazione, come nel caso del Manu e del Megantoni), innanzitutto per la lontananza da centri urbani, ma soprattutto per l’immensità delle foreste, che si rivelano implacabili barriere all’esplorazione.
Il clima, caldo umido e piovoso, non aiuta, ma anche gli insetti si rivelano un problema non da poco, non solo per il fastidio e il prurito che provocano, ma per le possibili malattie che trasmettono (malaria, lesmaniasi, dengue, encefalite, meningite, tifo).
Durante gli anni che ho trascorso vivendo in Sud America ho potuto esplorare alcuni di questi paradisi verdi (e non “inferni verdi”, come li aveva denominati Percy Fawcett).
Ho esplorato parte del Parco Nazionale del Manu (petroglifi di Pusharo e Piramidi di Pantiacolla), il Megantoni (Lago de Angel e Rio Urubamba) e parte del Parco Nazionale del Madidi (Rio Alto Madidi, Fortezza di Ixiamas e Rio Hondo).
Questa volta il mio obiettivo era una zona totalmente inesplorata e leggendaria, uno degli ultimi luoghi sconosciuti del pianeta: le sorgenti del Rio Colorado, il fiume più remoto della Bolivia, le cui acque confluiscono nel Tambopata, in Perù.
Nella valle in questione è probabilmente scomparso il norvegese Lars Hafskjold nel 1997. Secondo alcuni sarebbe stato ucciso da alcuni indigeni non contattati che vengono denominati Toromonas, che vivrebbero appunto nella valle del Rio Colorado.
Dopo l’arrivo a La Paz, la capitale della Bolivia ubicata in una stretta vallata a 3600 metri s.l.d.m., ho acquistato un biglietto di autobus di sola andata per Apolo, un paese situato a circa 450 chilometri di distanza. Apolo è la porta di acceso alla zona sud-ovest del Parco Nazionale del Madidi.
L’indomani mattina, avvicinandomi alla zona di partenza dell’autobus a lunga percorrenza per Apolo, mi sembrava di tornare indietro nel tempo.
Vari viandanti si accalcavano nel marciapiede nell’intento di caricare le proprie masserizie impolverate nel “pancione” del bus. Durante il primo tratto di strada abbiamo costeggiato il lago Titicaca nel suo lato nord. Ci siamo fermati per un veloce pranzo a base di carne di montone nel paese di Achiocacha, a circa 3900 mt. s.l.d.m. Poi il bus si è letteralmente arrampicato nella cordigliera di Muñecas le cui cime innevate sono alte circa 6000 mt. s.l.d.m.
Verso le 3 p.m., dopo aver percorso stretti passaggi a picco sul precipizio, siamo giunti a Charazani, a 3150 mt. s.l.d.m., dove abbiamo sostato brevemente.
Poi il nostro bus, caracollando, ha ripreso lentamente la marcia, infilandosi in una valle strettissima, sovrastata da montagne alte e tetre, i cui contorni neri erano ripidissimi.
Mano a mano che avanzavamo a valle scendendo di quota, sterili cespugli si trasformavano in alberi d’alto fusto. La selva si avvicinava ed io, sporgendomi dal finestrino, ne sentivo il suo odore.
Poco dopo il cielo si è fatto plumbeo e nubi minacciose si sono addensate sopra di noi. Un vento fortissimo ha iniziato a spirare e in pochi minuti si è scatenato un nubifragio che ci ha impedito di avanzare. Siccome il vento ha fatto crollare alcuni alberi, abbiamo perso tempo per rimuoverli dalla strada e siamo giunti ad Apolo all’una di notte, dopo ben 18 ore di viaggio.
Mi sono sistemato in un alberghetto adiacente alla chiesa della piazza principale e sono caduto in un sonno profondo. L’indomani mattina ho conosciuto la mia guida Agustin Zambrana e il suo assistente Raul.
Apolo è un paese fuori dal tempo: non ci sono banche, ne distributori di benzina. La luce va e viene, molte auto sono senza targa e le macellerie espongono le teste dei bovini fuori dal negozio, in un tavolo sanguinante sistemato nel marciapiede. Molte persone camminano scalze e le nonnine dei negozi indicandomi dicevano “mira, el gringo!” (guarda, lo straniero!).
Dopo aver proceduto all’acquisto di viveri necessari per un’esplorazione di 14 giorni, abbiamo contrattato il viaggio da Apolo ad Azariamas con il padrone di un vecchio fuoristrada UAZ di fabbricazione russa.
Dopo gli ultimi acquisti siamo riusciti a partire, alle 2 p.m.
Il tratto iniziale è costituito da un bosco secco il cui albero più significativo è il chuchikaspi, caratteristico per il rigonfiamento centrale del tronco.
Dopo circa 2 ore di viaggio si entra nella valle del Rio Tuichi. Si guadano vari fiumi tra i quali l’Ubito, e si attraversa sempre il bosco secco, ma più folto e intricato.
Dopo circa 4 ore di viaggio siamo giunti nel villaggio di Azariamas Nuevo e abbiamo proceduto subito per le rive del Rio Tuichi. Abbiamo fatto un tentativo di attraversare il fiume camminando, ma ci siamo resi conto che la corrente era fortissima e la profondità superava i due metri.
Purtroppo nessuno dei contadini di Azariamas Nuevo era in possesso di zattere o battelli gonfiabili, e così, considerato che era già tardi, abbiamo deciso di accampare (campo 1) e posticipare all’indomani mattina il difficile attraversamento del Rio Tuichi.
Durante la notte c’è stato un nubifragio che ha messo a dura prova la tenuta delle nostre tende.

Attraversamento del Rio Tuichi
L’indomani mattina, alle 6.30 a.m., il cielo era plumbeo e un’insistente pioggierellina continuava a cadere. Inoltre il fiume era aumentato di livello. Abbiamo deciso di camminare lungo le sue rive nell’intento di trovare un luogo adatto all’attraversamento, ma presto ci siamo resi conto che ciò era impossibile in quanto, anche se noi potevamo nuotare, i nostri pesanti zaini che contenevano l’equipaggiamento e i viveri non potevano galleggiare ne bagnarsi. La corrente li avrebbe portati via. Abbiamo costruito una piccola zattera, allo scopo di appoggiarvi sopra gli zaini, ma anche questa opzione si è rivelata improponibile per la sua ingovernabilità.
Il Tuichi si stava rivelando un incubo che avrebbe potuto impedirci di iniziare la nostra avventura. A questo punto Agustin si diresse verso il villaggio alla ricerca di una lunga corda. Forse avremmo potuto avvolgere i nostri zaini nei teloni di plastica, e tenendoci alla corda tentare di attraversare il fiume, ma la corrente era fortissima. Agustin tornò dal villaggio senza corda, ma con un grande borsone di gomma. L’idea era di infilare uno zaino nel borsone di gomma, chiuderlo ermeticamente con il laccio di un pneumatico e farsi trascinare dalla corrente, tenendosi attaccati al borsone, che avendo aria nel suo interno, galleggiava. Sono stato il primo a tentare il passaggio e ce l’ho fatta, anche se sono arrivato stremato dall’altra parte, qualche centinaio di metri più a valle. Poi, allo scopo di riportare il borsone di gomma dove erano le mie due guide, così da poter ripetere l’operazione di attraversamento degli altri due voluminosi zaini, ho dovuto prima camminare attraverso la selva (mi trovavo in realtà in un’isola e non dall’altra parte del fiume), raggiungendo un punto ubicato più a monte delle mie guide. Ancora una volta mi sono lasciato trasportare dalla corrente, con il rischio di non riuscire ad attraversare il fiume, verso il punto dove si trovavano Agustin e Raul, ma alla fine, con estrema fatica, ce l’ho fatta. Loro hanno fatto lo stesso con i loro zaini, e dopo circa un’ora ci siamo trovati tutti e tre nell’isola al centro del fiume. Dovevamo ancora attraversare un braccio minore del Tuichi, e lo abbiamo fatto camminando, con l’acqua alla vita.
Da quel punto abbiamo avanzato sulla riva sinistra del Tuichi, in direzione del villaggio di Azariamas Viejo, ma siccome non vi era un sentiero aperto abbiamo dovuto utilizzare il machete facendoci strada tra arbusti spinosi e boscaglia. Siamo stati punti da alcuni calabroni e vari tafani. Inoltre abbiamo subito le prime punture del cosidetto “polvorín” o “mariuí” (insetti ceratopogonidi), il piccolo moscerino che si infila sottopelle rilasciando del veleno che causa forti pruriti e irritazioni (oltre ad essere veicolo della febbre catarrale).
Solo alle 2 del pomeriggio, sotto un sole cocente, siamo giunti presso il sentiero e dopo circa sette chilometri siamo arrivati presso il villaggio di Azariamas Viejo. Abbiamo poi allestito il campo 2 presso le sponde del Rio San Juan, un affluente del Rio Tuichi.

Verso le sorgenti del Rio Colorado
Il terzo giorno abbiamo cominciato l’esplorazione vera e propria, salendo il costone della montagna che sta a nord rispetto alla bocca del Rio San Juan nel Rio Tuichi.
Inizialmente abbiamo attraversato una zona di foresta tropicale umida, dove abbiamo notato vari alberi del genere chuchukaspi, ed inoltre abbiamo ascoltato in lontananza l’urlo di alcune scimmie (alouatta seniculus).
Dopo circa due ore seguendo un sentiero appena accennato, siamo giunti ad un punto dove la selva si faceva più secca e dove il sentiero finiva.
Da li abbiamo iniziato ad utilizzare il machete con difficoltà, sempre salendo (ci trovavamo a circa 1000 mt. s.l.d.m., raggiungendo un punto da dove si vedeva il Rio Tuichi dall’alto, dove abbiamo consumato il nostro “tapeche” (pranzo al sacco).
Quindi abbiamo continuato a salire, in direzione nord, trovandoci presso una boscaglia fittissima, costituita da muri di felci e rovi spinosi. Con enorme difficoltà riuscivamo ad aprirci il cammino. Siamo stati nuovamente punti da calabroni, api e tafani anche attraverso la camicia, ed io ho cominciato a temere che proprio gli insetti così agressivi sarebbero stati il principale ostacolo alla nostra esplorazione. Ci trovavamo su filo dei 1500 metri s.l.d.m. In lontananza si vedeva la serrania alta circa 2000 metri s.l.d.m., che fa da spartiacque tra la conca del Rio Colorado e quella del Rio Tuichi. Era il nostro obiettivo ma distava ancora circa 7 chilometri in linea d’aria e con la vegetazione così intricata riuscivamo ad avanzare solo uno o due chilometri al giorno, e questo era un altro difficile ostacolo alla nostra esplorazione.
Oltre a ciò dovevamo stare attenti a dove mettevamo i piedi per il fatto che questa zona del Parco è infestata dalla temibile “cascabela”, il serpente a sonagli più velenoso del Sud America, che può colpire con uno scatto velocissimo (più di 300 km/h!). Avevamo con noi il siero antiofìdico ma in certi casi neppure con 4 o 5 dosi di siero il soggetto colpito riesce a salvarsi.
Ad un certo punto abbiamo visto in lontananza una specie di oasi tropicale, una parte di montagna dove la vegetazione tornava ad essere formata alberi tipici della giungla, probabilmente perché in quel luogo c’era acqua.
Ormai erano le 4.30 del pomeriggio ed eravamo stremati. Una volta all’interno della selva, da noi battezzata “oasi” ci siamo resi conto che non c’era acqua superficiale (forse era sottoterra) e così non avremmo potuto cucinare ne una zuppa ne una pastasciutta. Disponevamo solo di una piccola bottiglia d’acqua ciascuno e abbiamo deciso di economizzarla per poter bere al nostro risveglio l’indomani. Abbiamo cucinato delle frittelle di farina in olio bollente e abbiamo allestito il campo 3, dove abbiamo dormito.
L’indomani mattina, dopo aver bevuto e terminato completamente l’acqua a nostra disposizione, mentre ci domandavamo se avanzando nella nostra esplorazione avessimo trovato il prezioso liquido, siamo stati circondati da una decina di agressivi pecari (tayassu pecari o jabalí). Siamo riusciti ad allontanarli tirando loro dei bastoni e delle pietre, mentre afferravamo saldamente i nostri machete pronti al peggio. La mia guida mi ha raccontato che varie persone sono state uccise e smembrate da questi grossi suini della selva, che a volte si muovono in gruppi di 300 esemplari.
Dopo aver ripreso l’esplorazione, sempre sul filo dei 1500 mt. s.l.d.m. siamo usciti da quella folta foresta e finalmente abbiamo camminato circa due ore in campo aperto con pochi arbusti e cespugli. In lontananza si vedeva sempre la montagna che fa da spartiacque tra la conca del Colorado e quella del Tuichi, completamente coperta di selva vergine.
Avvicinadoci sempre più alla montagna, la vegetazione si faceva sempre più fitta e umida. Dopo ore di machete siamo riusciti a scavare dei “tunnel”, in autentici muri di vegetazione intricata, principalmente felci e arbusti spinosi. Dopo aver superato alcuni piccoli canyons dal terreno molto accidentato, siamo riusciti, scendendo, a raggiungere la foresta.
Agustin era sicuro che in quel punto vi fosse acqua. L’arsura, la sete e il prurito causato dalle punture di insetti, soprattutto tafani, era ai massimi.
Una volta entrati nella giungla abbiamo teso le orecchie tentando di captare il rumore dell’acqua che scorre. In lontananza abbiamo sentito un flebile sciabordio: eravamo salvi! C’era acqua in quella foresta umida. Abbiamo quindi allestito il campo 4 vicino ad un piccolo rigagnolo. Nelle vicinanze c’erano anche alcune pozze d’acqua piene di terriccio e insetti acquatici.
Dopo averla filtrata e bollita abbiamo bevuto, dissetandoci.
Dopo esserci rifocillati abbiamo fatto il punto della situazione. Ci trovavamo a 1400 mt. s.l.d.m., ancora lontani dal nostro obiettivo. Nella notte dentro la tenda, mi sono reso conto che le mie gambe erano piene di zecche (ixodoideos), che ho opportunatamente asportato. Questi piccoli aracnidi sono pericolosi perché possono veicolare l’encefalite, la meningite e il tifo.
L’indomani mattina abbiamo ripreso la nostra marcia, camminando in salita attraverso la foresta densa. Ad un certo punto abbiamo sentito delle fortissime urla, quasi spaventose, come fossero grida provenienti da un altro mondo. Erano alcune scimmie urlatrici, che dall’alto di frondosi alberi ci osservavano, scquotendo energicamente alcuni rami, irritate per la nostra incursione nel loro territorio.
Quindi abbiamo dovuto avanzare ancora attraverso dei difficilissimi “muri di vegetazione” che aprivamo con i machete, arrampicandoci su pendenze di 60 gradi, sotto un sole cocente, mentre i tafani ci punzecchiavano attraverso la camicia.
Con estrema difficoltà abbiamo raggiunto la cima del monte a circa 1900 metri s.l.d.m.
Quindi abbiamo deciso di allestire il campo 5 e dopo una zuppa di riso con patate, carote e cipolle, abbiamo riposato.
L’indomani mattina alle 6.30 a.m. il cielo era terso e la visibilità era ottima: in effetti si riusciva a vedere la montagna Illimani, non lontana da La Paz.
Abbiamo poi ripreso la nostra marcia raggiungendo la parte opposta della cima, in un punto che abbiamo chiamato C1 le cui coordinate sono:

Lat. Sud. 14° 10’ – Long. Ovest 68° 33’ - altezza: 1929 metri s.l.d.m.

Quindi abbiamo proceduto in direzione nord-ovest avanzando per circa 7 ore lungo il costone. La vegetazione rappresentava sempre il principale ostacolo alla nostra esplorazione, per fortuna però camminando nello spartiacque riuscivamo ad evitare la zona di arbusti spinosi difficili da attraversare, che si trovava inmediatamente al di sotto del nostro cammino.
Ci trovavamo però nuovamente lontano da fonti d’acqua e avanzavamo fiduciosi di poter scendere di quota per trovare alcune pozze d’acqua.
Le acque che scorrevano a valle alla nostra destra però, non erano ancora quelle del Colorado, ma di un affluente del Tuichi, zona anch’essa inesplorata, ma che non rappresentava il nostro obiettivo.
Verso le 5 del pomeriggio, quando già eravamo stanchi, ho avuto la fortuna di scorgere un puma in lontananza. E’ stata una visione fugace, ma sono riuscito a cogliere la maestosità del felino che da lontano ci controllava. Era come se, dopo tante difficoltà, il guardiano di quel luogo ancestrale, le sorgenti del Rio Colorado, ci stesse permettendo di entrare nel suo territorio, ma solo per un breve periodo di tempo.
In serata mentre allestivamo il campo 6 ho avuto realmente paura di poter subire uno schock anafilattico. A causa delle punture di insetti le mani e parte degli avambracci mi si erano gonfiati, ed inoltre avevo alcune reazioni allergiche nella zona inguinale.
Che fare? Tornare indietro senza aver raggiunto l’obiettivo dell’esplorazione? Decisi di inghiottire una pastiglia di diclofenaco, un anti-infiammatorio, e pensai che il giorno dopo avrei deciso sul da farsi.
L’indomani mattina il gonfiore sulle mani era scomparso, e così, anche se il prurito era forte sia nelle gambe che nelle braccia decisi che dovevo andare avanti. La curiosità e e la voglia di conoscere l’ignoto prevalsero ancora una volta sull’istinto di conservazione, ma ancora per quanto?
Prima di partire abbiamo fatto il punto della situazione: Ci trovavamo nel punto da noi denominato C2 le cui coordinate sono:

Lat Sud: 14° 08’ – Long. Ovest 68° 35’ - altezza: 2022 metri s.l.d.m.

Ci trovavamo a circa 3 chilometri in linea d’aria dall’obiettivo. Abbiamo quindi avanzato per circa 5 ore lungo lo spartiacque, in una zona di poca vegetazione, per nostra fortuna. Abbiamo raggiunto il punto C3 verso le 2 p.m. le cui coordinate sono:

Lat Sud: 14° 06’ – Long. Ovest 68° 36’ - altezza: 2062 metri s.l.d.m.

Da quel luogo si vedeva la vallata del Rio Colorado, guardando in direzione nord-ovest. Era uno spettacolo meraviglioso: una valle incantata, un “mondo perduto”, ancora completamente intatto, regno incontrastato degli animali.
Ci trovavamo già presso le sorgenti del Rio Colorado, ma per trovare acqua dovevamo scendere di livello lungo il letto del ruscello, che nella sua parte più alta era secco. Abbiamo allestito il campo 7 verso le 5 p.m. riproponendoci di esplorare la parte alta della valle l’indomani mattina.
Il giorno seguente abbiamo avanzato senza tende, trasportando con noi solo il “tapeche”, costituito da riso già cucinato ed alcune scatolette di tonno.
Scendere lungo la strettissima vallata del Rio Colorado era sommamente difficile, sia per la vegetazione intricata che per gli onnipresenti tafani che continuavano a pungerci attraverso la camicia. Presto abbiamo trovato alcune profonde pozze di acqua pura, che abbiamo opportunamente raccolto nelle nostre bottiglie di plastica.
Abbiamo poi deciso di continuare l’esplorazione scendendo di quota fino a circa 1800 metri s.l.d.m., dove c’era acqua corrente, ma ad un certo punto abbiamo trovato l’ennesimo “muro” di vegetazione, che ostruiva completamente il cammino e bloccava l’accesso alla parte più bassa del Rio Colorado. Era un autentico intreccio di alberi d’alto fusto. Ci trovavamo nel punto denominato RC1, le cui coordinate sono:

Lat Sud: 14° 05’ – Long. Ovest 68° 35’ - altezza: 1776 metri s.l.d.m.

E’ stato il punto più a valle che abbiamo potuto raggiungere, e quindi abbiamo deciso di ritornare al campo 7 ed eventualmente l’indomani proseguire l’esplorazione. Nella zona non abbiamo trovato nessuna orma umana o altri segni (come frecce o arbusti spezzati) di presenza umana.
A mio parere i Toromonas, se esistono, non vivrebbero presso le sorgenti del Rio Colorado, ma più a valle. Un’esplorazione completa della vallata però, scendendo lungo il Rio Colorado fino a San Firmin, richiederebbe almeno un mese con un’organizzazione ben più complessa.
L’indomani, anche considerando che stavamo rapidamente finendo i nostri viveri e tutti e tre avevamo subito moltissime punture d’insetti, abbiamo deciso di ritornare verso il punto C3 dove abbiamo allestito il campo 8.
Il decimo giorno della nostra esplorazione siamo ritornati sui nostri passi, camminando velocemente giacché il sentiero era già aperto. In otto ore di camino siamo giunti al punto C1 dove abbiamo pernottato.
Il giorno sucessivo siamo arrivati con varie difficoltà, fino al ruscello inmerso nella selva umida, dove abbiamo allestito il campo 9, e li abbiamo dormito.
Il dodicesimo giorno siamo giunti fino al Rio San Juan e il tredicesimo giorno della nostra esplorazione, dopo aver attraversato il Rio Tuichi con l’aiuto del borsone di gomma, (che avevamo preventivamente nascosto), siamo giunti fino al villaggio di Azariamas Nuevo, dove abbiamo pernottato.
Il quattordicesimo giorno siamo rientrati ad Apolo, stanchi ma felici di aver potuto raggiungere ed esplorare uno dei luoghi più occulti del pianeta Terra.
Documento inserito il: 02/01/2015
  • TAG: parco nazionale madidi, immensità foreste, clima ostile, insetti, chuchikapsi, sorgenti rio colorado, flora, fauna
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