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Destinazione Port Said e Alessandria

di Leo Heiman

La misteriosa scomparsa del sommergibile israeliano DAKAR (gennaio 1968) ha contribuito a gettare un'ombra sullo sviluppo della Marina. Una speciale Commissione d'inchiesta è stata istituita, per dimostrare le cause del disastro e specialmente, per appurare gli aspetti politico-diplomatici dell'avvenimento, specie per quanto concerne una possibile implicazione d'uno stato straniero.
La Commissione, presieduta dal generale Israel Tal, Comandante in Capo delle forze corazzate israeliane, ha indagato sugli aspetti tecnico-amministrativi e ha fatto raccomandazioni circa la futura organizzazione, sicurezza e amministrazione della Marina.
Parte di questi rapporti non è stata resa di pubblico dominio, ma da quanto pubblicatosi son potuti stralciare i seguenti punti: - Israele domandò, attraverso un non identificato terzo paese, all'Unione Sovietica assistenza nella ricerca di un battello. Nessuna risposta fu mai ricevuta da Mosca, ma la stampa e la radio sovietiche accusarono apertamente, Gran Bretagna, Turchia e Grecia d'aver partecipato alla ricerca del DAKAR che, come dichiarato dalla propaganda russa, stava compiendo una "sinistra e segreta missione" diretta contro "i pacifici" paesi arabi. E' stata la prima volta nella storia navale che una nazione civile ha rifiutato la ricerca di una nave dispersa e l'aiuto a marinai stranieri in pericolo;
- quantunque navi egiziane non fossero nelle immediate vicinanze del sommergibile, è tuttavia nota la presenza di alcune navi sovietiche. Inoltre, s'è saputo che la rotta di taluni mercantili russi, provenienti dal Mar Nero e diretti in Egitto, s'è intersecata in diversi punti con quella del DAKAR (più ampi dettagli sono stati conosciuti dalla Commissione, ma sono rimasti segreti);
- non esiste alcuna connessione tra la catastrofe del DAKAR e quella similare che ha coinvolto il sommergibile francese MINERVE.
Il rapporto Tal ha inoltre sottolineato che:
- la possibilità d'un sabotaggio o d'un guasto meccanico poteva essere esclusa;
- non v'era alcuna prova che suffragasse l'ipotesi d'un qualsiasi intervento nemico;
- che, quantunque entrambe fossero da considerarsi piuttosto improbabili, le sole possibili cause erano un errore umano o un incidente naturale.
Dall'elaborazione di questi dati, si sono conosciuti parecchi nuovi aspetti dell'incidente:
- il sommergibile aveva compiuto una lunga serie di prove, comprese immersioni a una profondità di oltre 100 m, lanci di siluri ed esperimenti di procedure d'emergenza e procedure "schnorchel". Il DAKAR era in ottime condizioni meccaniche, prima e durante il suo viaggio da Portsmouth a Israele;
- l'equipaggio era stato addestrato a bordo per più di due anni e aveva ricevuto un altissimo grado di efficienza meccanica e professionale da istruttori della Royal Navy;
- il battello lasciò Portsmouth il 9 gennaio 1968 diretto a Gibilterra. In entrambi questi porti, secondo le istruzioni del Quartier Generale Navale, venne sottoposto a una completa ispezione anti-sabotaggio;
- le procedure di comunicazione erano le seguenti: ogni mattina, alle 6.00 h, un rapporto dettagliato sulle operazioni delle 24 ore precedenti e sui piani operativi delle successive 24 ore; comunicazione, inoltre, sulla esatta posizione e sullo stato dei motori, del combustibile e dell'equipaggio. Un breve segnale che annunciasse, ogni 8 ore, che tutto procedeva regolarmente, ma che non forniva dettagli ulteriori. La ragione era che il messaggio antimeridiano era codificato, mentre i brevi segnali erano dati in chiaro (secondo la testimonianza del contrammiraglio Shlomo Erel, Comandante della Marina israeliana, il DAKAR aveva ordine di navigare immerso il più a lungo possibile e di salire a quota periscopica solo per far fuoriuscire le antenne per le comunicazioni radio);
- l'ultimo intero rapporto operativo del sommergibile venne ricevuto dalla stazione radio del Quartier Generale Navale il mattino del 25 gennaio 1968. Alle 12.20 h di quello stesso giorno, venne ricevuto anche un cortissimo e disturbato segnale radio. Durante la sera e nel corso della notte, non vi furono nuovi segnali e il battello non rispose ai segnali via radio d'emergenza. Una ricerca su vasta scala venne ordinata quando il battello non diede il regolare messaggio alle 06.00 h del 26 gennaio. La Commissione ha indagato se il Quartier Generale Navale avrebbe potuto ordinare le ricerche nelle ore pomeridiane del 25 gennaio. Accadde però che, a causa delle avverse condizioni atmosferiche, le comunicazioni radio fossero difficili su tutto il Mediterraneo. Ogni normale messaggio alle navi israeliane in mare e i loro stessi messaggi al radiocentro costiero di Haifa erano disturbati dal tempo. Viste queste circostanze, era logico dedurre che il sommergibile non stimasse opportuno salire a quota periscopica per dare il solito messaggio delle "otto ore". Soltanto dopo l'omissione del rapporto quotidiano, che doveva essere inviato in qualsiasi condizione, vennero autorizzate le ricerche.
La Commissione d'inchiesta ha concluso il suo rapporto indicando che, quantunque il DAKAR debba essere considerato perduto, anche nel futuro verranno fatte opportune indagini per scoprire la verità.


ALCUNI ASPETTI POCO CONOSCIUTI DELLA GUERRA DEL GIUGNO 1967
Come per compensare l'effetto negativo originato dal disastro del DAKAR, è stato reso pubblico il primo rapporto operativo sulle operazioni dei commandos della Marina israeliana durante la guerra del giugno 1967.
Queste operazioni hanno compreso incursioni di sabotaggio subacqueo contro le basi navali egiziane di Alessandria e Port Said e operazioni di commandos lungo il canale di Suez, durante i combattimenti che sono divampati lungo la linea del "cessate il fuoco" prima della sua stabilizzazione.
Il rapporto indica che, sebbene gli effetti tattici delle operazioni siano stati ridimensionati, contrariamente ai primi entusiastici commenti, l'effetto politico-strategico è stato superiore a ogni aspettativa.
Il primo giorno delle ostilità (5 giugno 1967), due gruppi di incursori subacquei della Marina israeliana vennero destinati all'attacco delle navi egiziane di stanza ad Alessandria e Port Said. Il gruppo destinato a Port Said s'imbarcò sul caccia YAFFO che lasciò Haifa alle 08.00 h del 5 giugno(dieci minuti dopo l'inizio delle ostilità) e che giunse sull'obbiettivo alle 20.30 h dello stesso giorno. Il caccia era scortato da due motosiluranti che, durante l'attacco, dovevano compiere una manovra diversiva. Quantunque questo gruppo d'assalto abbia dimostrato coraggio e ottimo addestramento, i risultati tattici sono stati molto scarsi, per la semplice ragione che in porto non vi erano navi da guerra egiziane e gli uomini rana avevano l'ordine assoluto di non attaccare unità mercantili.
"Penetrammo all'interno del porto di Port Said alle 23.00 h", ha dichiarato il comandante del gruppo, noto solo con lo pseudonimo di Ginger. "Non vi erano navi da guerra all'interno e così continuammo per oltre due ore e mezzo, a ricercare bersagli. Infine vedemmo due vedette lanciamissili nemiche che uscivano dal porto e che, prima, erano rimaste nascoste da alcune navi mercantili. I nostri ordini erano di rientrare per le 02.00 h del giorno seguente, ma non desideravamo tornare a mani vuote. E siccome sospettavamo che altre vedette lanciamissili fossero nascoste nei paraggi, diedi ordine ai miei uomini di avvicinarsi a terra e di cercare attraverso le banchine".
Dopo cinque ore di nuoto, gli uomini rana israeliani raggiunsero il loro comandante sull'ex-molo Ferdinand Lesseps, ribattezzato "molo della liberazione" dopo la campagna del Sinai del 1956. Sovraccaricati dalle mute subacquee, da speciali apparecchiature, dall'armamento personale e dai materiali di sabotaggio, i commandos si stesero lungo le banchine. Guardie egiziane, polizia, e stivatori che si trovavano nei magazzeni non uscirono all'aperto, ma si limitarono a domandare dall'interno: "Min Hadda?" (Chi è la?). "El Jish El Muskoviya" (Truppe di Mosca), rispose Ginger in arabo. E da quel momento più nulla accadde.
Nel frattempo, il caccia israeliano che evoluiva al largo di Port Said venne scoperto dai radar egiziani. Le batterie costiere aprirono il fuoco e le due vedette lanciamissili egiziane del tipo KOMAR, che erano uscite dal porto alle 01.00 h lo attaccarono. Esse, tuttavia, vennero intercettate dalle due motosiluranti israeliane che non erano state rilevate dal radar. La battaglia durò un'ora (dalle 01.00 h alle 02.00 h): una KOMAR venne affondata nel suo ancoraggio esterno, mentre l'altra venne così gravemente danneggiata da arenarsi all'ingresso principale del porto. Secondo informazioni successive, essa è stata recuperata da specialisti sovietici e, a bordo d'una nave da carico sovietica, condotta a Sebastopoli per le necessarie riparazioni. Mentre la battaglia divampava fuori dal porto, gli uomini rana erano ancora in marcia lungo le banchine. mancavano loro due ore al tempo fissato per il rientro (02.00 h), quando Ginger si accorse che in porto non v'erano altri bersagli. Poiché gli ordini erano di attaccare solo navi da guerra, trascurando unità mercantili e installazioni portuali, il deluso gruppo rientrò in acqua e cominciò a nuotare verso il caccia YAFFO.
"Noi eravamo certi che il caccia non ci avrebbe atteso per lungo tempo, specie dopo essere stato scoperto e dopo lo scontro sostenuto appena fuori dal porto. Vi erano riflettori e cellule fotoelettriche dovunque, le batterie AA sparavano verso il cielo e le mitragliatrici tiravano sventagliate in ogni direzione. Tutto ciò agevolava la nostra marcia, ma noi sapevamo che il caccia aveva l'ordine di partire alle 04.00 h. Tuttavia, piuttosto di arrenderci ed essere linciati dalla folla, avevamo deciso di nuotare lungo la costa del Sinai, prendere terra in qualche spiaggia isolata e di li raggiungere a piedi le nostre truppe che stavano avanzando in quel settore costiero. Erano le 07.15 h e il sole era già alto quando avvistammo il caccia che, sebbene in piena vista degli Egiziani, ci stava cercando".
Era accaduto che, dopo che le due KOMAR erano state messe fuori combattimento, gli Egiziani avevano temuto che il caccia sarebbe entrato in porto, mentre le informazioni sulla presenza di uomini rana erano state definite, con la solita immaginazione orientale, "un'invasione su larga scala".
Alle 04.00 h, il capitano di vascello Isaac, comandante del YAFFO, annunciò ai suoi uomini che il caccia doveva rientrare alla base. L'equipaggio, tuttavia, rifiutò di lasciare i suoi posti e dichiarò di voler ancora concedere una possibilità ai sabotatori. Questo era anche ciò che desiderava il comandante e così egli lasciò gli uomini ai posti di combattimento fino al levar del sole. All'alba, il caccia iniziò a manovrare al largo di Port Said, fiancheggiato dalle due motosiluranti che avevano ordine di "fare la seppia" (stendere cortine fumogene) nel caso in cui le batterie costiere avessero aperto il fuoco. Ma i cannoni egiziani rimasero silenziosi, quantunque la squadriglia israeliana rimanesse in piena vista dei loro posti di osservazione.
Alle 07.00 h, dal ponte del caccia venne avvistato un battello col gruppo dei sabotatori che, alle 07.15 h, completamente esausti vennero issati a bordo e fatti segno a trionfali accoglienze.
Quantunque il "Ginger Team" non avesse affondato alcuna nave, il Comando egiziano pensò che questa doveva essere solo una missione ricognitiva preliminare, preludio a operazioni anfibie su scala più vasta. Altrimenti, perché inviare sabotatori sulle banchine per osservare il porto? E perché trattenere un caccia e due motosiluranti dinnanzi al porto in pieno giorno, se non per rilevare le batterie e le difese costiere?
Questa era un'ipotesi logica e così parecchie truppe, che con molto maggior profitto avrebbero potuto essere impiegate nel Sinai, vennero urgentemente inviate a Port Said per respingere un'invasione che non ebbe mai luogo. Una divisione egiziana rimase così inattiva e impossibilitata a coadiuvare le truppe sconfitte che tentavano di riattraversare il Canale. Così, quantunque il risultato tattico fosse stato fallimentare (perché non venne affondata nessuna nave), l'impatto strategico fu considerevole. Meno fortunati furono gli uomini rana israeliani ad Alessandria. Comandato dal maggiore Eytan Lipschitz (a quel tempo era capitano ma ricevette, tramite la Croce Rossa, la promozione a maggiore nelle prigioni egiziane), il gruppo d'attacco venne imbarcato sul sommergibile TANIN che doveva mettere in acqua i sei uomini rana all'entrata principale del orto di Alessandria. Anche qui, con poco significative differenze, si ripeté l'identica storia di Port Said.
Una ricognizione preliminare dei bersagli attraverso il periscopio del sommergibile, svelò al maggiore Lipschitz che il grosso della flotta egiziana (caccia, sommergibili, vedette lanciamissili, ecc.) si trovava all'ancora nel porto principale. Gli incursori israeliani penetrarono nel porto interno verso le 22.00 h, ma, con la loro delusione, trovarono che le navi erano state spostate, dopo il tramonto, nel più piccolo porto orientale. E questa fu una misura di sicurezza che salvò dalla distruzione la flotta egiziana.
Ancora una volta gli irati incursori rifiutarono di tornare al loro sommergibile a mani vuote. Essi continuarono a cercare e, infine, rilevarono tre bersagli: due vedette lanciamissili tipo OSA e un dragamine. Attaccando le cariche esplosive a tutte e tre le unità, essi (gli uomini rana) scoprirono di aver perduto l'ultimo "rendez vous" col sommergibile. Il sole cominciava a sorgere e poiché erano certi che il TANIN sarebbe venuto a prelevarli la notte dopo, presero terra per nascondersi.
Essi trovarono un piccolo anfratto in una diga frangiflutti dove trascorrere la giornata. Ma, verso mezzogiorno furono scoperti da un ragazzo arabo che mise in allarme la folla. Questa era in procinto di linciare gli uomini rana, quando il maggiore Lipschitz fece un passo avanti e domandò se nessuno parlasse inglese. Un corpulento pescatore in divisa bianca replicò affermativamente. "Siamo dei marinai americani naufraghi", gli disse il maggiore, "per favore, dov'è la vostra Polizia Militare?" Fortunatamente Lipschitz aveva acquistato ad Haifa, appena prima dello scoppio della guerra, un pacchetto di sigarette americane che trasse da una tasca della sua tuta. Gli altri uomini rana avevano solo sigarette israeliane. Egli prese così le sigarette dal pacchetto e le offrì ai primi uomini della minacciosa folla che, nel frattempo, era salita a centinaia di persone.
Una Jeep della Polizia Militare egiziana giunse sul posto proprio mentre le esplosioni affondavano al loro posto d'ancoraggio le navi precedentemente minate. La folla divenne minacciosa, tentò di linciare i prigionieri ma allora la polizia sparò sulla massa, che allora tentò di linciare anche i poliziotti. Ma il maggiore Lipschitz riporta nel suo rapporto che la M.P. egiziana si comportò secondo le Leggi internazionali. I poliziotti avrebbero potuto lasciar linciare i prigionieri , ma preferirono sparare sulla folla piuttosto che permettere di ucciderli. Forse, stimavano i prigionieri più importanti dei loro compatrioti, oppure speravano di guadagnare elogi e promozioni per questa cattura che volevano ascrivere a loro esclusivo merito.
Nella confusione, due israeliani riuscirono a fuggire. Essi si nascosero per tutto il giorno tra i magazzeni di Alessandria, uscirono nottetempo, rubarono una macchina e si diressero verso Port Said, sperando di superare a nuoto il Canale e di congiungersi poi alle forze israeliane nel Sinai. Ma essi incapparono in un posto di blocco della polizia, vennero catturati e raggiunsero in prigione i loro commilitoni.
Nella prima settimana, i prigionieri furono trattati brutalmente, ma dopo che la guerra terminò, il trattamento divenne migliore e, in alcuni casi, veramente ottimo. Secondo il rapporto di Lipschitz, il loro trattamento da prigionieri era senz'altro migliore di quello riservato ai generali e agli uomini politici egiziani arrestati per ordine di Nasser. Gli israeliani scoprirono anche che i secondini e l'amministrazione carceraria potevano essere "addolciti" con danaro e sigarette.
Dopo la prima settimana, non vi furono più interrogatori e infine, nel gennaio 1968, gli incursori di Alessandria, scambiati con 9 generali egiziani e 5.000 altri prigionieri, appresero che i loro sforzi non erano stati vani.
Il sommergibile TANIN, ch'era ritornato sul posto la notte seguente, fu impegnato in uno scontro con una fregata egiziana; inoltre lanciò i suoi siluri (senza successo) contro un caccia tipo SKORY nel porto.
Tutta quest'attività, unita ai rapporti provenienti da Port Said, convinse il Comando egiziano che Alessandria stava per essere invasa, o almeno bloccata da parte delle forze navali israeliane. La flotta egiziana rimase in porto per tutta la durata della guerra e le riserve furono concentrate ad Alessandria, tutto ciò per prevenire uno sbarco che non avvenne mai.
Ancor più importante, i raid contro Alessandria e Port Said dimostrarono che nessuno di questi due porti era adatto da fungere da base per la Flotta. Ciò ha portato alla decisione di costruire una nuova base a Tartus, presso il confine libico.
Le operazioni dei commandos sul Canale di Suez, invece, nella prima settimana dopo la guerra perseguirono scopi politico-diplomatici, come anche obbiettivi tattico-navali.
Gli Egiziani chiedevano che le forze israeliane, che s'erano attestate sulla sponda meridionale del Canale, non controllassero la via d'acqua stessa. Perciò essi (gli israeliani)non potevano vantare nessun diritto di controllo sui battelli e le navi pattuglia egiziane che, protetti dal "cessate il fuoco", continuavano a percorrere il Canale in ogni senso.
Allora, due gruppi di commandos israeliani furono inviati sul Canale. Un'unità riunì i suoi battelli d'assalto sul Grande Lago Amaro, mentre l'altro gruppo entrò nel Canale a Port Tewfiq. Vennero usati due tipi d'imbarcazioni: battelli d'assalto (galleggianti d'alluminio, struttura rigida rinforzata e motori fuoribordo) e navi pattuglia veloci ch'erano state trasportate su rimorchi stradali adatti al trasporto di mezzi corazzati.
Lo scopo dell'operazione era di far sventolare la bandiera e dimostrare la presenza israeliana sul Canale. I combattimenti ripresero ad intermittenza per undici giorni, nel corso dei quali vennero abbattuti tre aerei e affondate tre navi pattuglia egiziane, al prezzo di due battelli d'assalto e di un aereo israeliano. Due commandos israeliani vennero catturati e condotti al Cairo nella stessa prigione che ospitava gli uomini rana del maggiore Lipschitz.
l'11 luglio 1967 venne stipulato un nuovo accordo di "cessate il fuoco", secondo il quale né Egitto, né Israele avrebbero avuto il diritto di usare per la navigazione il Canale di Suez, senza il consenso dell'altra parte. Questa fu una grande vittoria politico-diplomatica per Israele. In termini pratici, essa stava a indicare che il Canale sarebbe rimasto chiuso a tempo indefinito, sino a quando l'Egitto non avesse garantito a Israele eguali diritti di navigazione.
In un recente rapporto, è stata anche svelata la triste sorte della Marina giordana.
Prima della "guerra dei sei giorni", i Giordani avevano sei cannoniere: tre unità da 20 ton. e armate con un pezzo da 75mm operavano nel Mar Morto, mentre altrettante da 25 ton. e dotate di cannoni da 40mm e da 20mm, operavano nel Mar Rosso ad Aqaba.
Quando i carri armati israeliani conquistarono la base navale di Kalilla, all'estremità settentrionale del Mar Morto, le tre unità fuggirono fino alla foce di Wadi Uzeima, furono tratte a terra e rimasero lì per tutto il mese di giugno 1967.
Le tre cannoniere di stanza ad Aqaba rimasero invece nel porto, insieme allo yacht reale di Hussein e la sua imbarcazione veloce per lo sci d'acqua. La base navale giordana di Kalilla è stata adesso convertita dagli israeliani in un centro turistico.
Nel Mar Rosso, due cannoniere giordane sono state impegnate in un breve combattimento il 5 febbraio dello scorso anno (1968) da una motosilurante israeliana. Le cannoniere tentavano di catturare un peschereccio israeliano e la motosilurante era intervenuta e aveva danneggiato un'unità giordana con colpi da 20mm.
Attualmente, tutte e tre le cannoniere giordane sono di stanza ad Aqaba ed hanno l'ordine tassativo dello stesso re Hussein di non lasciare assolutamente il porto, senza suo ordine personale , al fine di ridurre al minimo il pericolo di nuovi incidenti che potrebbero originare rappresaglie d'Israele contro il porto di Aqaba.

Nell'immagine, il cacciatorpediniere israeliano Eilat, gemello dello Yaffo. Su quest'ultimo era imbarcato il Ginger Team che effettuò l'azione di Port Said, nel corso della guerra dei sei giorni.


Articolo pubblicato sul n°57 del giugno 1969 di Interconair Aviazione e Marina
Documento inserito il: 22/10/2016
  • TAG: guerra sei giorni, conflitto arabo israeliano, caccia yaffo, sommergibile tanin, sommergibile dakar, port said, alessandria

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