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La nascita del mito del vampiro [ di Emanuela Cardarelli ]

Cercare l’origine del mito del vampiro è un’impresa pressoché impossibile, in quanto esso è universalmente conosciuto, seppure con nomi e caratteristiche diverse.
Anche chiarire l’etimologia della parola ‘vampiro’ non è facile. L’ipotesi più probabile è che derivi dal magiaro ‘vàmpir’, una parola di origine slava che si ritrova nella stessa forma in russo, polacco, ceco, serbo e bulgaro. Nella sua forma ‘vampir’ (russo meridionale ‘upuir’, forma arcaica ‘upir’) è stato confrontato con il lituano ‘wempti’ = bere. Sono anche state rilevate affinità con la radice indoariana ‘ud’ o ‘wod’, da cui derivano il greco ‘udor’ e il serbocroato ‘voda’, cioè acqua. Le parole ‘delfino’ e ‘utero’ hanno lo stesso etimo. In Grecia, il termine attualmente in uso per indicare il vampiro è ‘brukòlakas’, che può essere traslitterato come ‘vrykolakas’, di origine slava. La parola slovena ‘volkodlak’ sarebbe infatti l’equivalente dell’inglese werewolf. L’unica lingua in cui questa parola viene associata al vampiro è il serbo, in quanto il popolo slavo (e soprattutto i serbi) crede che un uomo che è stato in vita un lupo mannaro può dopo morto diventare un vampiro.
Nell’ambito della mitologia classica, molte sono le storie che già in qualche modo preludevano alla tradizione del vampirismo. In Grecia, ad esempio, si credeva nelle Empuse, specie di streghe o orchesse, dall’aspetto ora orribile ora grazioso, che vivevano in boschi o crepacci da cui uscivano solo di notte alla ricerca di carne umana o di sangue di fanciulli. La Libia, la Siria e la Tessaglia erano le località preferite dalle Lamie, bestie con il volto di donna che attiravano gli uomini mostrandosi solo dalla cintola in su. Si raccontava che, non appena l’uomo si avvicinasse, esse lo divoravano. La Lamia è da ricollegarsi con un demone femminile spesso ricordato nel Talmud e chiamato Lilith. Ella agisce soprattutto di notte e si dilegua all’alba, insidia di preferenza i bambini, ma non disdegna di sedurre gli uomini quando dormono.
Questo mito si diffuse anche nella Roma antica, dove però ebbe più fortuna la credenza nelle Striges, donne vecchie e malefiche capaci di tramutarsi in uccelli rapaci che succhiavano il sangue di bambini e ragazzi. La credenza nelle Striges penetrò facilmente anche nei paesi slavi, nella Dacia e in Grecia, in seguito all’espansione romana in quei territori. Presso il popolo rumeno, ad esempio, la Strigoica è uno spirito malvagio che, sotto forma di uccello-vampiro, beve sangue umano. Per quanto simili e imparentate con i vampiri, le Striges devono essere considerate come diverse. Il vampiro, infatti, è il corpo resuscitato di una persona morta, mentre le Striges sono esseri viventi che possono assumere la forma di uccello rapace.
Anche se il mito del vampiro è conosciuto in tutta Europa, furono soprattutto i paesi dell’Est, in gran parte slavi, a dare maggior credito a queste superstizioni. Tra questi popoli era molto diffuso il concetto del corpo indipendente dall’anima. Anche durante la vita, l’anima poteva temporaneamente separarsi dall’uomo (ad esempio durante il sonno) e penetrare in oggetti inanimati, piante, animali , o altre persone. Era inoltre costume diffuso porre sulle tombe cibo o bevande, per alleviare così la triste situazione del morto e salvaguardare il vivo dalla minaccia che questo poteva costituire.
Se la credenza del vampiro, quindi, trovò terreno fertile nella paura di un ritorno innaturale del morto, vi sono tuttavia altre ragioni che spiegano come mai questo mito sia così radicato nei popoli slavi: da un lato l’improvviso apparire nell’Europa dell’Est del popolo degli zingari, dall’altro l’impatto con le dottrine dei Bogomili. Si aggiungano, infine, le prolungate pestilenze e carestie che spesso tormentarono queste zone.
E’ ormai accertato che la patria di origine degli zingari è l’India settentrionale. Essi infatti sono da ricollegarsi ad un ramo della casta inferiore della gerarchia indiana (paria fuori casta) che, per ragioni ancora non molto chiare (forse gravi carestie o rivoluzioni interne), abbandonò la propria terra per spingersi verso Occidente. La prima massiccia espansione in Europa degli zingari viene datata ai primi del XV sec. Centro di essa sembrano essere state prima la Valacchia e la Moravia, poi le regioni danubiano-carpatiche e da qui, in più riprese, tutta l’Europa. Per quello che riguarda la credenza nel vampiro, è da escludere che essa subì un revival per colpa diretta degli zingari, ma piuttosto per responsabilità delle popolazioni stanziali ospitanti. Da una parte, infatti, gli zingari cercavano di non turbare troppo quelli che li accoglievano, dichiarandosi cristiani e attribuendosi origini mitiche, dall’altra si preoccupavano anche di mostrarsi detentori di poteri soprannaturali, circondandosi di una certa aura di prestigio e di mistero.
Logicamente, un tale atteggiamento poteva rivelarsi pericoloso. Infatti, non appena accadevano episodi le cui cause erano ignote (gravi epidemie o carestie associate a fenomeni di cannibalismo), il capro espiatorio era a portata di mano. Lo zingaro, la cui origine sconosciuta e le cui pratiche misteriose lo rendevano l’outsider per antonomasia, faceva paura, come tutto ciò che è diverso. Le popolazioni stanziali, non conoscendo le sue credenze religiose, i suoi miti e le sue superstizioni, non potevano far altro che inventarsele, portando all’esasperazione certi lati nefasti del proprio patrimonio culturale e affibbiandoli allo zingaro. Ecco così che quest’ultimo diveniva un pericoloso stregone, dedito a pratiche ignominiose (cannibalismo, vampirismo, licantropia).
La setta cristiana dei Bogomili respingeva tutto ciò che era materiale, in quanto opera del demonio, mentre a Dio era attribuita la creazione di tutto quanto era spirituale. Non si trattava però di due forze antitetiche e autonome, in quanto il diavolo era considerato figlio maggiore di Dio che, ribellatosi alla volontà del padre, venne da questi scacciato. I Bogomili rifiutavano il Vecchio Testamento e anche l’ortodossia cristiana, ancorata, essi affermavano, a pratiche e a cerimonie legate alla materia e quindi creazioni malefiche del diavolo. A maggior ragione, essi erano completamente indifferenti al potere laico. Il rifiuto dell’autorità temporale portò molti aderenti a praticare un rigido ascetismo e a condannare ogni forma di connubio fisico, specie se incanalato nel matrimonio e diretto alla procreazione.
I Bogomili erano originari della Siria e dell’Armenia. Alle soglie del IX sec., si spinsero verso la Bulgaria da dove, protetti dall’imperatore Pietro, poterono spingere la loro predicazione in tutto il territorio. Avendo Costantinopoli assoggettato la Bulgaria nel 1019, i Bogomili assunsero una posizione ostile nei confronti del clero bulgaro ufficiale, il quale, secondo loro, scimmiottava lo sfarzo bizantino.
E’ lecito pensare che tra il popolo bulgaro non mancassero seguaci che, con entusiasmo, si adoperarono per aiutare la setta, fino a farle assumere un carattere nazionale, pericoloso per il potere laico e il clero di allora. Da qui le loro sistematiche persecuzioni, protrattesi fino agli inizi del XV sec, quando cioè la Bulgaria riacquistò la propria autonomia. Ebbero tuttavia il tempo di diffondersi, oltre che in altri Paesi slavi (Serbia, Bosnia, Dalmazia), anche in Italia, Francia, Germania e Inghilterra.
Già durante le persecuzioni cominciarono a crearsi nell’ambito della setta posizioni sempre più antitetiche. Chi trasgrediva tendeva ad orientare il suo culto verso il diavolo, mosso dall’odio verso i suoi persecutori. Questi trasgressori, però, non erano certamente gli originari assertori delle dottrine: al contrario, si trattava dell’infelice servo della gleba che era entrato a far parte della setta nella speranza di uscire da una situazione di umiliazione e sofferenza e si ritrovava ora perseguitato e messo al bando. Queste persone, al fine di propiziarsi i favori dell’entità maligna, giunsero ad un’ovvia rivalutazione del corpo, sostenendo che, come l’anima si garantiva la possibilità di sopravvivere, tale diritto poteva spettare anche al corpo.
Naturalmente, il principio dell’immortalità del corpo venne individuato nel sangue. Si spiega così la comparsa di curiose sette che asserivano di aver scoperto il mistero della resurrezione di Cristo. Questo desiderio di immortalità era più che altro un ingenuo desiderio di potenza, comprensibile se si pensa che coloro che aderirono erano soprattutto persone che nella loro squallida esistenza non avevano subito altro che oltraggi e angherie. I loro desideri di vendetta si facevano ora tangibili. Come le Lamie e le Striges si procuravano sangue di fanciulli, altrettanto dovettero fare queste persone, ormai passate al rango di maghi o streghe.

L'aspetto del vampiro
Ma chi era destinato a diventare vampiro? In genere si trattava di persone che, per alcuni insoliti requisiti, destavano un senso di diffidenza o paura. La lista è quindi molto lunga e comprende: i malvagi, i criminali, i morti di morte violenta, chi ha commesso incesto, gli omosessuali, chi ha testimoniato il falso o spergiurato, i suicidi.
Per quello che riguarda gli scomunicati, i casi di vampirismo da scomunica nascevano dal fatto che i cristiani ortodossi ritenevano che il cadavere di uno scomunicato non poteva decomporsi finché non veniva esumato dalla tomba e il sacerdote non recitava opportune preghiere. Se questo non bastava, l’iniziativa veniva presa dal popolo, il quale adottava metodi più cruenti, specie quando il cadavere appariva incorrotto a distanza di tre, sette o nove anni: immediatamente gli veniva trapassato il cuore con un paletto, o veniva bruciato. Può essere interessante notare che i Cattolici, a differenza degli Ortodossi, ritenevano la non-corruzione di un corpo segno di santità.
Molte altre categorie di persone erano considerate potenziali vampiri: i figli illegittimi, il settimo figlio di un settimo figlio, i bambini nati morti o con i denti, quelli non battezzati dopo sette anni, chi moriva per l’attacco di un vampiro, le persone con il labbro leporino e quelle con i capelli rossi. Questo sia perché si credeva che Caino e Giuda avessero i capelli di questo colore, sia perché i capelli rossi erano molto rari nell’Europa dell’est e quindi suscitavano diffidenza.
Alcune rare malattie erano considerate legate al vampirismo, come l’albinismo o la porfiria: gli affetti da questo disturbo hanno le unghie, i denti e i capelli come fluorescenti, e, poiché il loro corpo non metabolizza il ferro, devono assumerlo in forma più digeribile, ad esempio liquido. Non possono mangiare aglio, in quanto distrugge le cellule sanguigne e il ferro che il corpo necessita. In alcuni casi molto gravi di anemia, il corpo può illanguidire e produrre un forte desiderio di sangue. Anche gli ammalati di tubercolosi presentano sintomi simili a quelli di un attacco vampirico, come perdita di peso o spossatezza.
Per quello che riguarda l’aspetto, i vampiri vengono in genere descritti dal folklore come magri, scarni, con gli occhi rossi e infossati, la pelle secca, bianca e molto fredda, i capelli spettinati, le labbra rosse e tumide (ma spesso hanno il labbro leporino), i denti robusti e aguzzi, le unghie simili ad artigli. In certi casi hanno una sola narice. Come si vede, è un’immagine molto diversa da quella che ci viene offerta dalla letteratura e dal cinema.
Nonostante le loro condizioni fisiche, i vampiri possiedono grande forza, possono correre veloci come il vento e trasformarsi in nebbia, pulviscolo fosforescente o in lupo.
Per quello che invece riguarda l’identificazione col pipistrello, essa pare circoscritta solo tra i contadini rumeni. Nelle fiabe di questo popolo il pipistrello è spesso simbolo di sventura, dato il suo aspetto sinistro e la vita notturna, e tra i contadini è ritenuto pericoloso. Costoro, infatti, riferiscono strane storie di pipistrelli che assalgono sia il bestiame nelle stalle per succhiarne il sangue, che le persone, rendendole pazze o spaventandole a tal punto che muoiono nel giro di poche settimane. Il nesso a questo punto risulta chiaro. Del resto, già il diavolo nel folklore rumeno può assumere le sembianze di un pipistrello.
La teoria che vuole spiegare questo connubio chiamando in causa i pipistrelli vampiri del Sud America appare invece infondata. Questi mammiferi divennero noti in Europa solo tramite le relazioni di viaggio del XVIII secolo e comunque erano conosciuti solo nell’ambiente culturale di allora, non certo a livello popolare. Fu il pipistrello a prendere il nome del vampiro, non viceversa.

Come sconfiggere il vampiro
Come i demoni e gli spettri, anche i vampiri preferiscono le ore notturne: il tempo loro concesso va, in linea di massima, da mezzanotte al canto del gallo. Non mancano, tuttavia, quelli che agiscono anche di giorno. Comunque sia, non avendo tutte le prerogative e i vantaggi del diavolo, il vampiro non deve allontanarsi troppo dalla sua tomba e, se intende trasferirsi, è costretto a portarsi dietro la propria bara.
Benché legato alle forze del male, fu soprattutto la Chiesa a connettere il vampiro con la figura del diavolo, personaggio ignoto al mondo slavo prima dell’introduzione del cristianesimo.
Come il diavolo, anche il vampiro non può soggiogare una persona che oppone resistenza, nel senso che può entrare in una casa per la prima volta solo se invitato. In seguito potrà entrarvi liberamente. Questo, naturalmente, non è di grande protezione contro il vampiro, in quanto i parenti del defunto daranno certamente il benvenuto al caro estinto, inconsapevoli del fatto che ormai è un non-morto. Tuttavia, è possibile stabilire l’identità del presunto vampiro tramite un abile posizionamento degli specchi. E’ credenza molto radicata che il riflesso di una persona (in uno specchio, nell’acqua o, al giorno d’oggi, anche sulla pellicola fotografica) sia in realtà quello della sua anima. Come altri spiriti maligni, il vampiro non ha anima, perciò non si riflette da nessuna parte.
Ancora oggi, in molte regione d’Italia (ad esempio in Abruzzo) si usa, nelle case colpite da un lutto, coprire gli specchi o volgerli faccia al muro, per evitare che essi catturino l’anima del defunto, il quale poi cercherebbe di riprendersela.
Data la sua associazione col diavolo, anche il vampiro era scacciato tramite un esorcismo, che variava a seconda delle tradizioni popolari. Naturalmente, occorreva prima di tutto accertarsi dell’identità del vampiro. Seguendo le indicazioni della Chiesa, nei paesi di fede ortodossa le tombe venivano scoperchiate al minimo pretesto: era sufficiente che una persona dicesse di aver sognato il tale morto in veste di vampiro perché ci si precipitasse a controllare. Se del corpo rimanevano solo le ossa, allora veniva risotterrato con la dovuta solennità.
Se però non si aveva nessun sospetto circa l’identità del vampiro, allora era necessario scoprire la sua tomba. Poiché si credeva che i cavalli fossero capaci di captare la presenza del male, si faceva montare un ragazzo su un puledro o completamente bianco o completamente nero e poi lo si faceva vagare nel cimitero. Prima o poi il cavallo si sarebbe fermato, rifiutandosi di proseguire: lì riposava il vampiro.
Per quello che riguarda i metodi utilizzati per sbarazzarsene, quello più diffuso e noto è l’impalamento, che consiste nel trafiggerlo (possibilmente di giorno, quando è inattivo) con un piolo di legno, di solito frassino, rosa selvatica o abete, o qualsiasi altro legno che si credeva fosse stato utilizzato per la Croce. Atri metodi consigliavano di piantargli un chiodo o un ferro rovente nel cuore o in fronte, oppure di inchiodarlo nella bara.
Queste ultime pratiche sono probabilmente di origine romana e legate ai lontani “tabù del ferro”. La generale avversione per il nuovo fece sì che la comparsa del ferro nelle società primitive non venisse accolta con favore, ma anzi, in un primo tempo se ne ebbe addirittura terrore. Allo stesso modo, i primitivi supposero che anche i demoni temessero il ferro, che divenne così un potente amuleto e, benché temuto, non si disdegnava all’occorrenza di servirsene per scacciare ogni sorta di entità malefiche.
Metodi più drastici per esorcizzare il vampiro consistevano nel tagliargli la testa con la vanga del becchino e riempirgli la bocca di aglio, o, in mancanza dell’aglio, bruciare il tutto. Anche l’aglio veniva utilizzato dai romani per tenere lontani demoni e streghe: questo perché si credeva che gli spiriti maligni non sopportassero odori più forti del loro. Molto utilizzata per scacciare i vampiri era la rosa selvatica, in quanto, secondo la tradizione, era stata usata per la corona di spine di Gesù. Un posto d’onore spetta poi agli oggetti sacri, come le ostie consacrate, il crocifisso e l’acqua benedetta. L’acqua in generale era considerata un elemento “puro”, insieme al sale. Per questo motivo si riteneva che i vampiri non potessero attraversare le acque correnti, eccetto che nei periodi di alta e bassa marea.
Per spiegare certi fondamentali aspetti della superstizione vampirica, dobbiamo cercare di uscire da quegli schemi semplicistici che vedono le persone superstiziose come individui dotati di eccessiva fantasia o pronti al delirio facile. Proviamo quindi a immaginare come si doveva trascorrere la vita in certi sperduti villaggi dell’Europa dell’est, tra il XVIII e il XIX secolo.
In uno spazio piuttosto limitato si svolgevano attività antiche e ripetitive: ai riti delle nascite e delle morti si alternavano la custodia di quei pochi beni che ognuno possedeva, cioè la casa, i campi e gli armenti. Cosa poteva disturbare la vita di queste tranquille comunità, che ancora vivevano in un clima semipagano e dove il prete cattolico faticava a far filtrare il suo operato? Erano proprio gli eventi incomprensibili, legati al ciclo iniziale e finale della nostra esistenza: le nascite sospette e le morti improvvise e non giustificate. Spesso questi fatti erano legati a fenomeni di carestia o a scoppi improvvisi di malattie epidemiche (peste, colera, vaiolo) che si diffondevano a macchia d’olio da villaggio a villaggio. La sproporzione tra causa (ignota) ed effetto (fin troppo evidente) rinnovava tra i colpiti dal morbo certe forme di superstizione da tempo sopite. L’ambiente circostante diveniva via via sempre meno controllabile, al punto da generare vere e proprie forme di follia collettiva. Come la peste milanese trovò la sua causa negli ‘untori’, così le calamità che colpirono a più riprese l’Europa centrorientale la trovarono nei vampiri. Data la singolare attività loro attribuita, non fu difficile per la fantasia popolare, per esempio, spiegare con il vampiro lo stato di spettrale emaciatezza, debolezza e continua sonnolenza dei malati di peste. I più famosi casi di vampirismo del XVIII sec. si verificarono infatti in paesi interessati da terribili ondate del morbo (Polonia, Ungheria, Romania, Dalmazia). E’ però vero che, in assenza di malattie epidemiche, il vampiro faceva lo stesso la sua comparsa, per spiegare fenomeni inconsueti e innocui, come le eclissi o la luna rossa.
Per quello che riguarda la presenza di cadaveri incorrotti anche dopo molti anni, il fenomeno può essere spiegato in due modi: le condizioni intrinseche del corpo, cioè il suo stato (età, costituzione fisica, causa del decesso, ecc.), e le condizioni estrinseche (temperatura e grado di umidità del terreno, presenza in esso di sostanze antifermentative, aerazione dell’ambiente, luogo e stagione in cui è avvenuta la sepoltura, ecc.). In condizioni particolari (assenza di ossigeno e umidità), si può addirittura pervenire a una sorta di mummificazione del corpo. La crescita di capelli e unghie nel cadavere si può spiegare con l’effetto della coartazione (cioè costrizione) dei tessuti epidermici. Alcuni casi di presunto vampirismo, inoltre, erano caratterizzati da abbondanti fuoriuscite di sangue dopo l’esorcizzazione. Questo perché in caso di asfissia (non è da escludere che alcune persone, per incuria, venissero sepolte ancora vive e decedessero poi nella bara per mancanza d’aria) si verificano accumuli di sangue, in quanto questo diventa più liquido.
I casi di seppellimenti prematuri non dovevano essere molto rari nei secoli scorsi, anche perché le diagnosi erano difficili. Ad esempio, lo stato di trance legato alla catalessi produceva delle condizioni che perfino all’occhio del medico più esperto apparivano indistinguibili dalla morte. L’unica prova incontrovertibile era appunto la decomposizione.

Vampiri famosi
Per il contributo dato alla creazione del mito del vampiro, una menzione speciale spetta a Erzsébet Bàthory. Questa psicopatica nobildonna medievale, dall’aspetto enigmatico e conturbante, chiamata “la belva di Csejthe”, era nata nel 1560 dalla famosa casata ungherese dei Bàthory. Trascorse buona parte della sua esistenza nel lontano e sperduto castello di Csejthe, nei Piccoli Carpazi (Slovacchia), di cui ancora oggi rimangono le rovine.
Si era convinta che fare il bagno nel sangue di giovani ragazze potesse preservare la sua bellezza e la sua giovinezza, e per questo motivo in tutto causò la morte di ben 650 ragazze, che venivano condotte al castello con la lusinga di entrare al suo servizio. Alla fine, alcuni cittadini di Csejthe, in base alle dichiarazioni di una vittima riuscita a fuggire, portarono alla luce i misfatti della contessa. Su ordine di re Mattia d’Ungheria, fu aperta un’inchiesta e un cugino della Bàthory si incaricò delle indagini. Venne subito indetto il processo, che durò due mesi (gennaio-febbraio 1611): il verdetto fu che la contessa dovesse rimanere chiusa a vita in una piccola ala del suo castello, dove morì nel 1614. Fu salvata da una fine più orribile per il nobile casato che rappresentava: i suoi complici vennero gettati nel fuoco.
Nei paesi latini il mito del vampiro non ebbe molta fortuna. In Francia, ad esempio, si verificarono più che altro episodi di persone affette da gravi psicopatie sessuali. Molto famoso è il caso del Maresciallo di Francia Gilles de Rais, detto Barbe-bleu, vissuto nella prima metà del XV sec.
Nella tradizione popolare tedesca i vampiri sono invece ben noti, con diversi nomi e caratteristiche. Casi di vampirismo furono segnalati dai cronisti sin dal 1343. Numerose le testimonianze legate alla credenza nei morti che masticavano il sudario o se stessi nella tomba; per una sorta di proiezione magica, questi redivivi erano in grado di far morire i viventi. E’ ovvio pensare che si trattava in realtà di episodi di esequie premature. Nei tristi secoli della caccia alle streghe, non mancarono, in Germania come altrove, le accuse di vampirismo. Nel corso di sei anni vennero bruciati 368 presunti vampiri, tra i quali persino bambini di cinque anni. Le accuse erano talmente assurde e pazzesche che non ci si può convincere che siano state formulate da cervelli ragionanti. Tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700, la superstizione nel vampiro si intensifica, insieme alla voga di scrivere trattati sull’argomento. In particolare, la città di Lipsia fu presa da un vero e proprio contagio letterario. Anche la Germania ebbe i suoi vampiri ‘reali’ e Peter Kürten, ‘il mostro di Düsseldorf’, ebbe senz’altro il macabro privilegio di essere il più noto del nostro secolo. Di giorno era un marito irreprensibile e affezionato alla moglie, ma di notte vagava per la città alla ricerca di sangue, del quale non riusciva a fare a meno, quasi fosse una droga. Venne giustiziato nel 1931, all’età di 48 anni.
In Inghilterra, già nel XII secolo si credeva che certi uomini malvagi ritornassero, dopo morti, a vagabondare sulla terra, in quanto i loro corpi venivano rianimati dal diavolo. Nei secoli successivi la credenza nel vampiro venne sostituita da quella nelle streghe. Tuttavia, durante la peste del 1655, tra i tanti episodi di delirio, si ebbero casi simili al vampirismo. Numerose persone, infatti, vennero seppellite ancora prima del decesso, in uno stato di morte apparente (doveva trattarsi di quel sonno profondo che spesso accompagna i sintomi della peste). Una volta risvegliatesi, esse dovettero tentare di uscire dalla loro spaventosa situazione, e possiamo immaginare il terrore di coloro che furono testimoni di queste scene, e cosa raccontarono dopo. Tra i vampiri inglesi recenti il più noto è John Haigh. Le sue esperienze sono narrate in una sorta di diario-confessione scritto nella prigione di Wandsworth la notte prima di essere impiccato, nel 1949, a 39 anni. I suoi genitori erano membri di una fanatica setta puritana (Plymouth Brethrem), la quale si asteneva da ogni piacere mondano (considerava persino la radio, il cinema e i giornali come fonte di corruzione); egli visse perciò buona parte della sua giovinezza in un clima di malato misticismo, tormentato, inoltre, da un’ossessionante figura materna. Così Haigh cadde vittima di continui fenomeni allucinatori.


Bibliografia:
C. Leatherdale, Dracula: The Novel and the Legend, Chippenham, Desert Island Books, 1993
R. Agazzi, Il mito del vampiro in Europa, Poggibonsi, Antonio Lalli Editore, 1979

Nell'immagine, Bela Lugosi, uno dei vampiri cinematografici più famosi.
Documento inserito il: 28/11/2014
  • TAG: vampiro, mito, derivazione nome, empuse, lamie, talmud lilith, striges, strigoica, zingari, origini, dottrine bogomili, aspetto vampiresco, sconfiggere vampiro, vampiri famosi

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