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Il Pentecostalismo in una prospettiva teologica: esiste una teologia pentecostale?

di Daniele Rampazzo


Il pentecostalesimo, da un punto di vista teologico, oltre che storico, è caratterizzato da un vero e proprio pluralismo. Esso non ha infatti un carattere unitario e si presenta quindi con una vera e propria complessità di posizioni. Possiamo comunque individuare, al suo interno, due modelli fondamentali: quello delle “ondate” e quello di una interpretazione policentrica. Il primo presuppone una centralità delle origini americane del movimento pentecostale, nato negli Stati Uniti ai primi del ‘900, da cui poi sono partite tutte quelle nuove esperienze che lo hanno portato, via via, a un’espansione sempre più ampia, geograficamente parlando, simile, per l’appunto a delle “ondate”. Questo modello, però, a detta di alcuni studiosi, non darebbe adeguatamente ragione all’altro, ovvero a quello che perla di un carattere policentrico del movimento. L’esperienza delle origini ha infatti visto nascere, in maniera concomitante, in diverse parti del mondo, dei movimenti, delle esperienze e dei fenomeni molto simili fra loro nei contenuti ma abbastanza indipendenti gli uni dagli altri. Si tratta comunque, al di là dell’adesione a un modello piuttosto che a un altro, oggettivamente parlando, di riconoscere come il movimento pentecostale sia nato sì, come si diceva in precedenza, agli inizi del Novecento ma con delle radici che affondano molto in profondità, parlando dal punto di vista temporale. In pratica, esso ha una storia recente con un lungo passato. Questo perché si rifà a una spiritualità pneumo-carismatica che, nella storia del Cristianesimo, vanta una tradizione consolidata, continua e regolare sia pure non sempre chiaramente visibile. Potremmo definirla “carsica” e, in questa ottica, il pentecostalismo può allora essere visto come il suo ultimo portato. Lasciando da parte la discussione teoretica sui modelli, bisogna inoltre tenere anche conto della complessità di un fenomeno che si è espresso e si esprime tuttora in una molteplicità di aspetti e di denominazioni. Ovvero una pluralità di posizioni dove si incontrano soggetti istituzionali più o meno organizzati e consolidati che talvolta marcano fra loro distanze assai significative sia dal punto di vista dottrinale che teologico. Di fronte a questa complessità sorge allora la domanda su quale possa essere un denominatore comune in grado di configurare una posizione teologica che possa riscuotere consenso. Ma prima di fare ciò bisogna però porsi la questione se esista o meno una teologia pentecostale. Per farlo, nella maniera corretta, si deve cercare di chiarire anzitutto il rapporto fra teologia e spiritualità e quindi sulla spiritualità pentecostale in quanto specifico ambito di riflessione. Bisogna però partire con il comprendere cosa si intenda per spiritualità cristiana. Il teologo anglicano inglese Alister McGrath propone in merito la seguente definizione: “spiritualità significa vita cristiana: non in primo luogo le idee cristiane, bensì i modi in cui esse si manifestano nella vita concreta degli individui e delle comunità. Spiritualità è il punto di contatto tra le idee e la vita, tra teologia cristiana e l’esistenza umana”(1) . Ovvero, la spiritualità cristiana si caratterizza come un’esperienza di fede che può assumere tratti diversi in corrispondenza dei contesti entro i quali viene a maturare. Per cui, volendo ancorarci a una base biblicamente fondata, potremmo anche dire che la spiritualità è relativa al modo in cui la “persona spirituale”, citata nella Prima Lettera ai Corinzi (2,14-15), si trova nel contesto in cui vive. In sostanza, è l’interazione con questo contesto a caratterizzarne la spiritualità. Ma prima di ciò, la spiritualità è un prodotto dell’incontro dell’umano con lo Spirito di Dio il quale è quello che sottintende al processo di cambiamento e di conversione che permette all’uomo di rinascere, ossia di diventare veramente un “uomo nuovo”. Questo incontro fra i due Spiriti, l’umano e il divino, si configura allora come un’esperienza che Dio crea con l’effusione del suo Spirito, ovvero un’esperienza spirituale. La connotazione principale del pensiero pentecostale consiste proprio nel cercare di recuperare il senso di quest’ultima. La quale non è solo, si badi bene, un evento determinato nello spazio e nel tempo ma è anche un percorso, un processo, una relazione dinamica. Un ambito questo, quello dell’esperienza, nel quale la teologia ha lavorato ma solo relativamente e assai spesso in maniera unilaterale. Essa ha infatti tratto molto dalle scienze umane le quali, però, si muovono, per loro stessa natura, con un metodo di analisi decisamente diverso da quello teologico e non possono quindi sostituirsi a quest’ultimo. Quando la teologia prova a riflettere sul tema dell’esperienza attraverso questa modalità, la problematizza a tal punto da arrivare a negarne il valore in campo spirituale. In passato (ma anche oggi) si è riscontrata quindi una certa difficoltà nel vedere l’esperienza teologica confrontarsi con quella di Dio che non fosse solo legata al discorso teologico-sistematico. Un discorso questo che interessa la sfera della mente e non altre dimensioni dell’esperienza e dei vissuti umani. Applicare quindi all’esperienza teologica il linguaggio esperienziale è alquanto difficile dato che il significato del termine esperienza viene spesso identificato con quello che esso ha nei contesti dove il suo concetto scientifico è predominante. Ovvero quando l’esperienza viene considerata dal punto di vista delle scienze umane o naturali. Il problema qui non è quindi avvicinare l’esperienza al punto di vista antropologico, ma a quello teologico: non l’esperienza che l’uomo fa di Dio ma quella che Dio crea all’interno della sua esperienza con l’uomo. Si rende pertanto necessaria una riflessione in cui il concetto in questione venga recuperato anche in un discorso di quello che Dio fa e non solo di quello che l’uomo esperimenta e quindi fa diventare oggetto di indagine. Esperienza, in questo caso, non significa esperimento ma la dimensione entro la quale avviene il contatto fra lo Spirito divino e quello umano dal quale poi discendono delle fenomenologie che possono essere sì indagate con gli strumenti a disposizione ma che devono anche tener conto che a monte non c’è solo la parte umana dell’esperienza, ma la condizione che Dio crea di questa esperienza. All’interno di questa chiarificazione concettuale bisogna poi ricavarne. come si diceva in precedenza, lo specifico pentecostale. La spiritualità pentecostale è anzitutto una forma di spiritualità cristiana in quanto accoglie i grandi dogmi della Fede, espressi dai diversi Credi (niceno e apostolico in primo luogo), quali la Trinità e la divinità di Gesù Cristo. Inoltre, i pentecostali sono inseriti entro l’alveo della Riforma protestante in quanto ne accettano i principi fondamentali: centralità e autorità della Bibbia nonché salvezza per sola Grazia mediante la Fede. Questo però non è sempre stato dato per scontato. Per sostenere questo assunto si veda quanto dice in proposito il già citato teologo Alister McGrath: “Il pentecostalismo deve essere visto come una parte del processo protestante di riflessione, rielaborazione e rivitalizzazione. Non è la conseguenza di una “nuova riforma” ma un legittimo esito del perdurante programma che ha caratterizzato e definito il protestantesimo fin dalla sua nascita. Come la maggior parte degli altri movimenti interni al protestantesimo, esso prende le mosse da ciò che è venuto prima. Il suo egualitarismo spirituale è chiaramente al tempo stesso un ripristino e una riaffermazione della classica dottrina protestante del sacerdozio universale di tutti i credenti”(2) . Secondo McGrath, la questione dell’appartenenza del mondo pentecostale a quello della Riforma, al fine di sottolineare alcuni punti di riferimento teologici che risentono di questa radice, è riconducibile, data l’enfasi che il Pentecostalismo pone sull’importanza dell’esperienza e sul bisogno di una trasformazione interiore, al Pietismo. E qui il teologo inglese sostanzialmente accenna alla tradizione dei Risvegli nel mondo protestante di cui il Pietismo è stato il primo portato. Queste prospettive sono state quindi incastonate all’interno della peculiare tradizione cristiana del Pentecostalesimo e del suo modo particolare di annunciare Dio. Un movimento questo che viene quindi a porre un nuovo criterio di auto-rappresentazione al protestantesimo e al cristianesimo tutto anche se in passato (ma non solo) è stato reputato bizzarro e marginale dal protestantesimo tradizionale. Una teologia pentecostale quindi esiste, ma rimane ancora la domanda: in quale senso? In una visione pluralistica della teologia che accetti diversi aspetti del pensiero teologico una teologia pentecostale esiste anche se si tende a negare la sua esistenza perché si fatica ad evidenziare, all’interno di questo suo pensiero, una declinazione di tipo sistematico. Teologicamente si è sempre portati a pensare in modo sistematico e si ritiene che una teologia sia tale solo se articolata in tale maniera. Nel caso pentecostale questo però non è sempre valido. Ma questo non significa che non vi siano in esso declinazioni di tipo sistematico come mostra una vasta produzione bibliografica in merito. Ad essere molto variabile è, all’interno dello stesso pentecostalesimo, il livello di consapevolezza teologico che tale mondo presuppone o cerca di coltivare. Quando tale livello si innalza oltre la prassi e la consapevolezza individuale, ecco allora che ci si inizia a muovere nel campo degli studi teologici. Una spiritualità con oltre cento anni di storia, diffusa in tutto il pianeta, e con salde radici nella tradizione cristiana attraverso quelle della Riforma protestante, senza dubbio ha un sistema teologico di riferimento anche se non sempre sistematico. Quella pentecostale è pertanto una teologia declinata in forme alquanto diverse dalla cultura razionalista tipica dell’Occidente. Infatti, nei luoghi in cui si fa teologia a livello accademico determinati tipi di modelli espressivi non vengono ben accettati e accolti, essendo considerati infondati dal punto di vista scientifico. Come dice ancora McGrath “Il mondo accademico deve per lo più ancora rimettersi al passo con la sbalorditiva, rapida crescita del pentecostalismo e proporre un’analisi critica della sua importanza per il futuro del protestantesimo in particolare e del cristianesimo in generale”(3) . Lo studioso coglie qui, assai bene, la questione relativa al modo in cui il pentecostalesimo si pone attraverso l’elaborazione teologica. Ovvero, passando attraverso i vissuti esperienziali fondanti la propria fede e testimonianza e di come il mondo accademico faccia una notevole fatica di fronte a questo tipo di proposta. Non una fatica di comprensione ma di metodo dato che, talvolta, i modelli interpretativi delle analisi teologiche, dal punto di vista accademico, sono troppo rigidi e schematici e non permettono di allargare il campo dell’analisi e della valutazione in altre direzioni. Si può quindi accettare l’idea che un elemento caratterizzante la teologia pentecostale consista nel fatto che essa si proponga come una teologia non accademica. Il che non significa che essa rifiuti le discipline tradizionali del pensiero teologico o gli strumenti tipici del lavoro della ricerca teologica. Il punto di fondo rimangono i contenuti e l’approccio, cioè se certi punti sono degni o meno di essere presi in considerazione dalla ricerca e dall’analisi teologica. La teologia pentecostale valorizza molto lo stadio pre-teologico dell’esperienza spirituale come una fase necessaria alla formazione di una teologia il cui livello accademico corrisponda solo a una delle connotazioni possibile. Stadio pre-teologico non significa però privo o contro la teologia ma va semplicemente inteso come ciò che precede la teologia. All’interno quindi dell’esperienza pentecostale analizzare ed occuparsi di questo livello diventa fondamentale per poi passare all’elaborazione di una compiuta espressione teologica legata all’esperienza dell’individuo e della comunità nello Spirito. La pluralità, cui si faceva cenno all’inizio di questo lavoro, non rende possibile una reductio ad unum delle posizioni e non si può nemmeno pensare di arrivare a una sola definizione di cosa siano il pentecostalesimo e i pentecostali. Alcune linee portanti, abbastanza nitide, si possono però individuare. E attorno a queste delineare una teologia che avrà delle declinazioni diverse a seconda delle varie contestualizzazioni che costituiscono una caratteristica fondamentale del mondo pentecostale. Il punto di partenza di questa teologia viene indicato, dalle varie chiese pentecostali, negli Atti degli Apostoli. In questo libro il protagonista indiscusso è lo Spirito Santo. E’ lui che abita i credenti, che guida la missione, che orienta la vita delle chiese e che compie atti straordinari attraverso i suoi emissari. Perciò, l’evento di Pentecoste, narrato nel secondo capitolo di tale libro, è considerato il fondamento dell’auto-comprensione della Chiesa intesa come istituzione dipendente solo dall’azione dello Spirito, ovvero ubi Spiritus ubi ecclesia. Un riferimento questo, si badi bene, forte e sostanziale, non solo quindi di carattere meramente formale. Si vedano, a tal proposito, le citazioni di quei teologi del secolo scorso che hanno riflettuto sull’importanza di questo capitolo degli Atti. In particolare, il teologo luterano Jurgen Moltmann: “Dal punto di vista storico è indiscutibile che le comunità cristiane nacquero con le glossolalie, come documentano già gli Atti degli apostoli al capitolo 2 dove si narra la prima Pentecoste. E ben difficilmente si potrà negare che i movimenti di risveglio nella cristianità fossero accompagnati proprio da tali fenomeni”(4) . Questa parte del libro degli Atti è quindi il riferimento teologico a un’esperienza originaria e fondante che nella prospettiva pentecostale è possibile ripetere. E qui vi è un altro elemento importante, dal momento che, durante l’esperienza dello Spirito e delle manifestazioni carismatiche ad essa connesse, sorge la domanda se quel momento, biblicamente documentato, sia ancora valido o se sia stata solo un’esperienza fondante della Chiesa delle origini non più ripetibile e non trasmissibile dato che il canone delle Scritture neo-testamentarie è stato codificato per cui la guida dello Spirito passa ora attraverso quella della Scrittura. In base a questa interpretazione non vi sarebbe bisogno di una ripetizione della Pentecoste, così come la troviamo narrata, dato che ora abbiamo un punto di riferimento costituito dalle Scritture. In realtà le riflessioni di alcuni autori mettono in discussione quest’ultimo assunto. In primo luogo Michael Welker, teologo riformato e docente di Nuovo Testamento, allievo di Moltmann. Egli, parlando dei movimenti pentecostali e delle loro caratteristiche, afferma: “L’effusione dello Spirito, la discesa della Spirito, il battesimo nello Spirito, non sono evento puntuale e irripetibile, accaduto solo a Pentecoste. Già gli Atti degli Apostoli parlano di più di una effusione dello Spirito o di varie discese dello Spirito”(5) . Da questa citazione ne possiamo dedurre che questo tipo di esperienza all’origine della Chiesa, per i pentecostali, è un evento fondante che può e deve sempre accompagnare l’esperienza di fede del credente in quanto tale. Analogamente, anche un teologo cattolico come René Laurentin, sostiene che “là dove la Chiesa è veramente Chiesa, essa va di Pentecoste in Pentecoste, di pienezza in pienezza, la pienezza di “Dio in tutti”. La venuta dello Spirito santo non è un evento unico e lontano, estraneo al nostro tempo. Gli Atti degli Apostoli attesteranno a mano a mano nuove pentecosti, lungo tutto il libro”(6) . Già il fatto che gli Atti testimonino esperienze di venuta dello Spirito in più di una circostanza induce ad affermare come tale esperienza non sia circoscritta solo a quel momento ma come possa essere disponibile in ogni tempo e luogo e per tutti gli strati sociali. Che è ciò che i pentecostali, da sempre, affermano e dimostrano. Paolo Ricca, teologo valdese, protagonista del mondo ecumenico, dà, in merito, una definizione che potremmo definire “molto pentecostale”, chiarendo, con un linguaggio adeguato, che cosa significhi fare esperienza di Dio attraverso l’effusione dello Spirito nella mente e nella comunità di un cristiano pentecostale (7). Tornando alle origini delle comunità cristiane, attestate nel libro degli Atti, questa sottolineatura dell’esperienza entro la ricerca teologica, per i cristiani dell’antichità era un fatto considerato normale. Nella Chiesa dei primi secoli, infatti, l’approccio al mistero divino era controbilanciato da una solida tradizione spirituale. La teologia non era quindi considerata come il frutto di un ragionamento speculativo ma la conoscenza di Dio era il risultato di un progresso spirituale per cui solo chi era arrivato a un grado tale di questo progresso poteva allora permettersi di speculare sulla rivelazione di Dio. Ecco quindi la dialettica, il confronto tra esperienza e discorso, tra spiritualità e teologia. All’interno di questi poli si possono poi individuare i criteri per delineare i contorni e le caratteristiche di una teologia pentecostale dove il discorso teologico è la risposta a un’esigenza determinata dalla Fede di definire le grandi cose di Dio. E questo è proprio l’orizzonte dove una teologia pentecostale si muove. Il rapporto fra teologia e spiritualità è certamente complesso, dato che l’insistenza sul carattere esperienziale ha sempre creato e crea un certo timore e imbarazzo alle istituzioni ecclesiastiche perché lo riconducono alla difficoltà di inquadrarlo in un quadro disciplinare e di rapporto con l’autorità ecclesiastica. Qui vi è quindi un punto nodale da sciogliere: la fede non passa solo attraverso elaborazioni mentali consce e razionali ma anche attraverso i vissuti inconsci da cui parte un’azione tendente a liberare il processo da un lato oscuro e inconsapevole per portarlo all’esperienza ragionata e ragionevole. Un processo quindi non immediatamente razionale ma che lo diventa strada facendo. Non è quindi possibile separare la fede dell’esperienza tentando di identificarle. La fede cristiana presuppone sempre un coinvolgimento esistenziale del credente e quindi un’esperienza. La fede senza esperienza sarebbe solo un’arida esposizione di dottrina e qualsiasi difesa dell’ortodossia si trasformerebbe in quella di un’ideologia e della struttura che tale ideologia rappresenta. La domanda qual è la tua esperienza di fede è una domanda legittima perché scardina la presunzione che si possa essere credenti senza un coinvolgimento personale. Però, allo stesso tempo, se la fede si riducesse alla sola esperienza soggettiva, allora l’esistenza di Dio sarebbe ricondotta alla sola esperienza umana e la teologia diventerebbe mera antropologia. L’alterità di Dio verrebbe meno in questa visione soggettiva di Dio e la preghiera, espressione del legame fra uomo e Dio, sarebbe solo un monologo del fedele con la propria, personale interiorità.
Per concludere, in questa prospettiva, i punti qualificanti del pensiero pentecostale, fra teologia e spiritualità, potrebbero essere così riassunti:
1) Il principio pneumatologico: Dio è Pneuma (Spirito/relazione: esperienza), non solo Logos (discorso razionale). Per cui, entrambe le dimensioni devono essere sempre presenti nella dimensione cristiana e quindi nell’elaborazione teologica;
2) La comprensione delle Scritture: esse sono la testimonianza del Dio vivente e pertanto l’incontro con esse produce esperienze vive. Non possono quindi rimanere solo delle semplici narrazioni spinte talvolta ai margini dell’esperienza cristiana solo perché attribuite a una dimensione cosiddetta “mitologica”, all’interno della quale basta fare qualche “ripulitura” e tenere solo quello che l’uomo contemporaneo desidera e tutto il resto lasciarlo ai margini. Un atteggiamento questo non certamente consono soprattutto nei confronti di narrazioni della Scrittura presentate attraverso varie tradizioni letterarie e che costituiscono dei corpus importanti per comprendere l’esperienza del messaggio cristiano;
3) La relazione con Cristo: lo Spirito rappresenta la forma attuale della presenza del Signore in mezzo agli uomini e rende possibile una relazione con lui. Da ciò ha origine il noto motto pentecostale: “Gesù salva, guarisce, battezza con lo Spirito e ritorna”. Questi, se notiamo bene, sono tutti verbi che indicano delle relazioni coniugate al presente perché lo Spirito rende il Signore presente in mezzo alla Sua Chiesa. E se ciò è, allora i suoi discepoli possono rapportarsi a lui in tutta la gamma della loro esistenza. Ecco perché la spiritualità pentecostale possiamo definirla “olistica”, in quanto va incontro a tutti gli ambiti esistenziali e del vissuto del credente;
4) L’esperienza nello Spirito: la dimensione pneumo-carismatica della vita cristiana rende Dio una presenza originaria e onnicomprensiva. Non già una alterità distante, ma che si rende prossima. Le esperienze pneumatiche e le funzioni carismatiche costituiscono allora il corredo per il perfezionamento cristiano sia in senso individuale che ecclesiale. In questa dimensione un ruolo significativo lo assume la dimensione etica, considerata anch’essa come un prodotto dell’azione dello Spirito anche se, in campo pentecostale, ciò non è sempre sufficientemente sottolineato. La funzione carismatica dello Spirito va intesa come costruzione e relazione comunitaria. Il carisma di cui l’individuo è portatore è in funzione della costruzione del bene comune. Quindi relazione e dono per gli altri. Tutto questo, unito al sacerdozio universale dei credenti, all’interno della questione carismatica e del rapporto che si viene a instaurare tra il credente in quanto individuo, e la comunità, evidenzia come ci siano degli ampi spazi di riflessione teologica;
5) Il culto: luogo di incontro con Dio, perciò di lode, adorazione, intercessione, risposta ai bisogni e festa. Esso è indubbiamente l’aspetto più appariscente della spiritualità protestante, avvolgente, catturante e che crea sorpresa e talvolta distanza. La tendenza dell’osservatore esterno è spesso infatti quella di liquidare il tutto entro la categoria dell’emotività. Il momento fondamentale della teologia pentecostale è invece centrato sull’esperienza dello Spirito che è del Dio che si muove in mezzo al suo popolo per cui all’interno del culto vi è una compenetrazione tra i propri bisogni e i momenti di canto e di festa.

Nell'immagine il teologo Alister McGrath.



NOTE
1) A. MCGRATH, Le radici, p. 25.
2) A. MCGRATH, La Riforma Protestante, p. 21.
3) A. MCGRATH, La Riforma Protestante, 591.
4) J. MOLTMANN, Lo Spirito della vita. Per una pneumatologia integrale, p. 215.
5) M. WELKER, Lo Spirito di Dio, p. 216.
6) R. LAURENTIN, Lo Spirito Santo, p. 185.
7) “Pentecoste si manifesta come vento e come fuoco; il vento si sente, il fuoco si sente e si vede. Si tratta di metafore sulle quali torneremo tra un istante ma che intanto esprimono il fatto che Dio diventa esperienza. Non è la prima volta, ma qui accade alla grande coinvolgendo un’intera comunità. Dio non è solo pensato, detto, confessato, lodato oppure anche negato, rifiutato, bestemmiato, no, qui ora Dio viene sperimentato. Come vento e come fuoco e come parola liberata: Dio diventa esperienza! Pentecoste significa che si può fare l’esperienza di Dio”. P. RICCA, La Pentecoste, p. 54.



FONTI

Appunti dalla seguente lezione: “La proposta dei movimenti pentecostali: principi e questioni aperte. La prospettiva teologica”, tenuta dal Prof. Carmine Napolitano, Preside della Facoltà Pentecostale di Scienze Religiose, il 18 marzo 2022, nell’ambito del terzo di quattro incontri sul Pentecostalismo organizzati dall’Istituto di Studi Ecumenici San Bernardino di Venezia.
(https://www.isevenezia.it/it/news/istituto/265-corso-pentecostalismo-2022)



BIBLIOGRAFIA MCGRATH ALISTER, Le radici della spiritualità protestante, Torino 1997

MCGRATH ALISTER, La Riforma Protestante e le sue idee sovversive. Una storia dal XVI al XXI secolo, Chieti 2017

MOLTMANN JÜRGEN, Lo Spirito della vita. Per una pneumatologia integrale, Brescia 1994

NAPOLITANO CARMINE, Teologia e spiritualità in una prospettiva pentecostale, (https://www.isevenezia.it/images/news/2022/corso_pentecostalismo/corso_pentecostalismo_documento_integrativo_napolitano.pdf)

RICCA PAOLO, La Pentecoste e le genti, in AA.VV., Riempiti di Spirito Santo si misero a parlare in altre lingue. Verso la comunione dei popoli, Atti della XXXII sessione di formazione ecumenica, organizzata dal Segretariato Attività Ecumeniche (S.A.E.), La Mendola (TN) 1994, Roma 1995

WELKER MCHAEL, Lo Spirito di Dio. Teologia dello Spirito Santo, Brescia 1995
Documento inserito il: 11/05/2022
  • TAG: pentecostalismo, cattolicesimo, protestantesimo, teologia, cristianesimo

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