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Allarme Empty Quiver [ di Giovanni Caprara ]

Il 30 agosto 2007, un bombardiere B-52 decollò dalla base di Minot nel Nord Dakota. Apparentemente doveva essere una normale missione, ma quando era in procinto di iniziare la discesa verso l’aeroporto militare di Barskdale il Lousiana, un evento ancora non chiarito provocò una malfunzione ed il B-52 si schiantò al suolo. La costernazione per le perdite umane, si trasformò in vero terrore quando l’opinione pubblica venne a parte del suo carico: sei missili da crociera AGM 129 a testata nucleare W-80-1. Benché fossero al primo stadio di sicurezza, la stampa dell’epoca lo identificò come un disastro scampato solo per fortuna.
Durante il trasporto, qualsiasi arma nucleare è protetta dal sistema “strong link” che isola fisicamente la testata di guerra, questo a prevenire incidenti ed anche contatti accidentali con il fuoco. Nel sistema di detonazione sono inseriti dei “weak links” i quali, se sollecitati, smettono di funzionare rendendo l’arma inoffensiva.
Quando fu stabilito che non sarebbero potuti esplodere, un altro interrogativo venne formulato sia dalla stampa quanto dai residenti nell’area oggetto del disastro aereo: perché un velivolo armato con testate nucleari stava sorvolando la Nazione? Lo Stato Maggiore dichiarò ufficialmente che si trattava di un errore ed i missili non dovevano essere stivati su quel bombardiere. Sottolineò, inoltre, che nella storia dell’aviazione americana un simile incidente non era mai stato registrato. Ipotesi plausibile, ma l’equipaggio doveva essere necessariamente al corrente di quanto stessero trasportando, dunque l’errore dichiarato coinvolgeva anche i piloti e questo è molto meno plausibile.
I giornali si scatenarono in critiche roventi, in particolare il Washington Post sottolineò che il sistema di comando e controllo nucleare si fosse interrotto talmente nettamente da essere la risultanza del fallimento della politica in materia di gestione della sicurezza a tutti i livelli.
La prima evidenza che si palesò, fu il codice assegnato dal Segretario alla Difesa all’incidente: “Bent Spear”. Voleva significare che un’arma nucleare era stata soggetta ad un pericolo di una certa entità da esulare dall’incidente aereo stesso. Il Washington Post, ammorbidì moltissimo la sua posizione al riguardo dei fatti e questo ingenerò una forte curiosità sulla stampa non allineata, la quale etichettò il comportamento del quotidiano della Capitale come colluso all’Amministrazione Bush. Le indagini giornalistiche, presero forma pian piano in un quadro netto e distinto, i cui contenuti erano spaventevoli. L’incidente al bombardiere non era tale, forse era stato abbattuto. Tale conclusione venne suffragata da fatti circostanziati ma mai confermati: una parte dell’aviazione militare, supportata da flangie dei Servizi Segreti, si erano opposti al fine ultimo di quel volo. A questa risultanza giunsero quando l’aeronautica fallì nel proposito di nascondere che uno dei missili non era registrato nella lista del trasporto.
La dichiarazione ufficiale diramata dal Ministero della Difesa, specificò che si era trattato di un errore di carico.
Dunque, l’allarme in codice assumeva una connotazione ben superiore, pertanto un “Empty Quiver” con la classificazione “Pinnacle”, ossia una testata nucleare era stata rubata. In questo caso, il furto non avvenne, ma le circostanze lo lasciavano presagire. L’interrogativo che divenne un vero rompicapo, si basava sulla probabile rivolta di alcuni elementi in seno agli alti comandi ed alla possibile sottrazione di un missile. Quale correlazione esiteva? Escluso che volessero impossessarsene, non restava altro che enunciare il loro intento nell’evitare di far cadere in altre mani il missile non inventariato, destinatari che, peraltro, dovevano essere a loro ben conosciuti. La conferma a questa ipotesi, si mostrò quando un ex consigliere per il Medio Oriente di Dick Cheney, in una confidenza ad alcuni membri di Consiglieri, raccontò dell’intenzione del Vice Presidente, di chiedere ad Israele la collaborazione per sferrare un attacco missilistico all’asset nucleare di Natanz in Iran. L’inevitabile ritorsione di quest’ultimi, avrebbe giustificato l’intervento americano in un attacco su larga scala. Non a caso il 6 settembre, Israele compì un raid contro un sito produttore di plutonio in Siria, quella che fu chiamata “operazione orchard”. L’asset era in costruzione con la supervisione tecnica ed economica dell’Iran e della Corea del Nord.
A tal proposito, una autorevole fonte come il Times, citò il “Project Checkmate”, nel quale si ribadiscono le affermazioni dell’ex Consigliere sulla pianificazione di un attacco congiunto Stati Uniti – Israele ai danni dell’Iran, specificandolo come devastante e diretto ad oltre tremila obbiettivi. La parte più interessante, è quella relativa al responsabile di questo progetto, ossia il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, lo stesso al quale venne assegnato l’incarico di redigere il rapporto sull’incidente del B-52, una coincidenza alquanto ambigua. Nello stesso progetto era compresa una sezione dedicata alla “perception management”, tale stesura è una delle prove più evidenti dell’esistenza sul piano di attacco congiunto. In sostanza si tratta della gestione controllata e pilotata dei media. Infatti, negli anni successivi al disastro del bombardiere, la stampa si è concentrata sulle posizioni delle Nazioni coinvolte, ossia Iran, Siria e Corea del Nord che erano i compartecipanti alla realizzazione e messa in linea del reattore siriano. Il risultato si evinse nei tiepidi commenti di condanna della Comunità Internazionale dopo l’attacco israeliano e gli Stati Uniti stessi negarono di esserne a parte e di aver partecipato attivamente alla raccolta di informazioni IMINT, imagery intelligence, dichiarazione poi confutata da varie fonti, benché il principale capo d’accusa che pende sugli USA sia dubbio: le informazioni raccolte per l’attuazione de “operazione orchard” sono provenienti dai satelliti israeliani Ofek 7, sicuramente meno capaci di quelli statunitensi, dunque l’Amministrazione americana poteva non essere stata informata dallo storico alleato. Un altro capo di accusa era rappresentato dalla data in cui Israele attaccò l’asset siriano: era il giorno precedente a quello pianificato per la messa in atto del “Project Checkmate”, in perfetta sintonia con la “perception management”. Infatti, la palese azione militare sionista, definibile come “true flag” pertanto tesa a non nascondere la riconducibilità all’esecutore materiale, aveva lo scopo di creare un diversivo per l’intervento statunitense in Iran, mai messo in opera proprio a causa dell’incidente occorso al B-52. Un ulteriore dato tracciabile a sostegno del “Project Checkmate”, fu la posizione della Francia, che intervenne sulla questione con l’ufficialità del suo Ministro degli Esteri, il quale lo definì come una prospettiva inevitabile. Affermazione prontamente ritratta dopo il “crash” del bombardiere.
Una vicenda imperniata su una serie di accadimenti dubbi e controversi, mai chiarita completamente, ma sulla quale pende un dato tecnico inconfutabile: nessun aeromobile in forza ad Israele era in grado di trasportare e lanciare il missile AGM129, come sembra altrettanto improbabile che potesse essere usata solo la sua testata di guerra facendola detonare sul bersaglio. Innanzi tutto, le scorie nucleari sarebbero state tracciabili e ricondotte agli Stati Uniti come costruttore ed inoltre l’operazione di commandos che avrebbero dovuto trasportare e piazzare la bomba di difficile realizzazione ed estremamente pericolosa laddove fossero stati scoperti. Molto probabilmente si è trattata di una montatura atta a celare i progressi in campo nucleare dello stesso Israele, ma essendo anche questa una ipotesi, la giurisprudenza liquiderebbe il tutto come insufficienza di prove.
Documento inserito il: 30/12/2014
  • TAG: empty quiver, bombardiere b52, sistema strong link, weak links, bent spear, operazione orchard, project checkmate

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