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Breve storia delle mutande [ di Paola Pettinotti ]

E il mio cuore un tempo superbo/ umilmente si arrese all’amore/ quando vide il vostro culo sull’erba/ dare ombra ai raggi di sole.
Con questi versi, non esattamente finissimi, Voltaire celebra la provvidenziale caduta da cavallo di una dama, e il conseguente rialzamento di gonna e crinolina a svelare le nudità sottostanti.
Incidente a quanto pare comune nel XVIII secolo: fu grazie a questo stratagemma che Mlle de la Fayette sedusse il Re Sole, e Miss Churchill, una donna bruttina di viso ma con belle gambe, riuscì a farsi sposare da un duca. Aneddoti osè e all’apparenza fine a se stessi, che invece, letti con l’attenzione dello storico, ci rivelano un importante dato della storia del costume, ovvero la totale assenza di un indumento per noi imprescindibile: le mutande.
Non è stato sempre così: definite dalla Pompadour scrigno delle chiappe e da Anita Garibaldi sipario dell’amore, la loro storia inizia nel 3.300 a. C., data a cui risale un elegante slip formato da un triangolo di tessuto rinvenuto nel guardaroba del faraone Toutankhamon.
Indumenti intimi consimili erano usati da cretesi e greci, mentre presso i romani nel periodo repubblicano matrone e senatori non indossavano nulla sotto la tunica. Questo non vuol dire però che presso di loro che la biancheria fosse totalmente assente: fino al I sec. ginnaste, giocoliere e bambine indossavano per evidenti motivi di praticità e pudore il sublingaculum, un triangolo di stoffa legato intorno ai fianchi che si passava poi fra le gambe come un pareo.
Dal secolo successivo, periodo imperiale e di rilassatezza di costumi, un’altra categoria adottò questo indumento: le cortigiane, che astutamente avevano scoperto quanto fosse stuzzicante per un uomo vedersi nascondere l’oggetto desiderato.
Cambiano i tempi, e con il più morigerato e religioso Medioevo vediamo scomparire nuovamente le mutande, per quanto talvolta vengano citate le feminalia o sarabullias, lunghe fino al ginocchio e maltollerate dalle nobildonne. Cavalieri e soldati invece erano obbligati a portare qualcosa di simile, non per igiene o pudicità, ma più pragmaticamente per proteggersi dall’attrito dell’armatura, soprattutto in un’epoca in cui le selle erano ancora approssimative.
Ed ecco sopraggiungere il Rinascimento: in numerosi quadri possiamo ammirare, con un certo stupore, nobiluomini in calzamaglia aderente con un vistoso rigonfiamento all’altezza dei genitali, spesso sottolineato dalla stoffa dell’abito di diverso colore. Dal 1371 infatti si afferma l’uso di cucire fra di loro le calze maschili prima separate e sorrette da un reggicalze, e viene inserita all’altezza dei genitali la braghetta, chiusa da lacci o bottoni e spesso usata come tasca supplementare per nascondervi il fazzoletto o le monete. È il re francese Carlo IX a lanciare la moda di imbottire questa braghetta con lana o cotone fino a farle assumere proporzioni impressionanti, in modo da esaltare la potenza del membro virile e quindi per traslato la potenza del sovrano stesso. Immediatamente questo nuovo capo di vestiario potenziato si diffonde per tutta Europa e gli uomini del Rinascimento si pavoneggiarono con voluminose protuberanze inguinali fin verso il 1580, quando subentrano abiti più castigati.
Anche le donne però trovano qualcosa da imbottire… Le mutande femminili, praticamente scomparse fino al XVI sec., vengono rilanciate da Caterina de Medici, seguita da Lucrezia Borgia e da altre dame di alto lignaggio, fra cui Maria Stuarda, che nel 1568 risulta averne ben quattro paia nel guardaroba. Chiamate briglie da culo, o calzoni a la galeotta, vengono usate solo dalle classi sociali superiori ( e dalle cortigiane) , in quanto utilizzate soprattutto per cavalcare: non a proprio quando le donne iniziano a montare all’amazzone, con una coscia in orizzontale sostenuta dall’arcione in una posa che scopre il ginocchio. Ma in realtà questa dell’ippica è solo una scusa per portare il nuovo indumento: infatti le signore continueranno a montare all’amazzone anche in secoli in cui le mutande non saranno più in uso. Concepite come un analogo dei pantaloni, indumento per eccellenza maschile, le mutande permettevano alla donna maggiore libertà di movimento, e vanno quindi intese come un tentativo di rivendicazione femminista ante litteram piuttosto che come un segno di moralità.
Erano infatti aperte in modo strategico sul davanti, nonchè imbottite con cuscinetti di seta per arrotondare fianchi e sedere, tanto da far affermare a Brantôme che certe dame mantenessero i loro amanti nell’illusione che avessero forme perfette dandosi loro senza togliersele.
Non per nulla la Chiesa, sia protestante che controriformata, le riteneva strumenti diabolici adottati dalle donne solo per poter accorciare la veste, adatte esclusivamente alle libertine e alle prostitute.
Così nel XVIII sec. le mutande spariscono, restando in uso solo per le bambine, e rese obbligatorie per ginnaste e ballerine in virtù di un editto ufficiale di Luigi XV, lo stesso sovrano che nel 1761, ricevendo in dono da Madame Pompadour un bel paio di mutandoni porpora, speranzoso augurio per una notte di passione, esclamò offeso: Un uomo in mutande non sarà mai un eroe. Corsi e ricorsi della moda, nel XIX secolo si affermano di nuovo sotto forma di mutandoni lunghi fino alla caviglia ornati in fondo con pizzi e volant. È un capo di lingerie importato dal nord, soprattutto da Inghilterra e Olanda, e subito sostenuto dai medici che ritengono possa prevenire i reumatismi. La borghesia all’inizio è scandalizzata in quanto ricorda troppo il costume delle ballerine, inoltre sporge da sotto il vestito attraendo l’attenzione maschile sulla biancheria intima.
I pantaloni vengono proposti commercialmente in Francia la prima volta nel 1807 ( curiosamente il nome il nome pantaloni nasce proprio per identificare questo indumento femminile, venendo solo in seguito usato per i calzoni maschili), ma ancora qualche decennio dopo c’è chi continua a contestarli, come la prestigiosa rivista di moda La Mésangère che sostiene che: le signore che volessero portarli sempre indurrebbero a credere di avere brutte gambe.
Sotto Luigi Filippo sono proibiti nel corredo delle educande presso le Orsoline, e risulta che Vittorio Emanuele di Savoia andasse in collera solo a sentirli nominare.
Questo primo atteggiamento negativo non dura nel tempo : nel 1870 i mutandoni sono obbligatori nei collegi religiosi, e definiti custodi di virtù. Napoleone III, donando alla Contessa di Castiglione un coprivulva imperiale, l’ammonì con queste parole : Le mutande sono una virtù elastica, prima di abbassarle bisogna riflettere.
Analogamente i primi capi di intimo maschile apparsi intorno al 1830 sono calzoni in flanella o lino lunghi fino alla caviglia che spesso formavano un pezzo unico con la maglia sovrastante: considerati a lungo ridicoli, ancora nel 1897 Jean Lorrain li paragona con disprezzo a tubi di stufa o attrezzi da spazzacamino. Non tutti però erano di questa idea: a Londra, Oscar Wilde e George Bernard Shaw diedero scandalo fornendo una dimostrazione pubblica dell’utilità di questo capo sfilando in mutande per Oxford Street.
Con le esigenze belliche della Grande Guerra si accorciano al ginocchio, mentre bottoni e lacci vengono per la prima volta sostituiti da un elastico in vita nel 1918.
Per quanto il termine slip ( mutuato dall’inglese nell’accezione di piccolo pezzo di stoffa ) appaia solo nel 1913, già nel 1906 viene pubblicizzata in un catalogo di moda come indumento adatto agli sportivi una mutanda maschile in maglia, corta e aderente, ma rimane un’iniziativa commerciale sporadica: l’Europa continua a dimenarsi in ampi mutandoni.
Il vero e proprio boom dello slip scoppia in America nel 1935, quando un modello con apertura a Y viene esposto in una vetrina di Chicago: in pochi giorni vengono venduti 600 pezzi, e in tre mesi ben 30.000. Pochi anni dopo, complice la Seconda Guerra Mondiale, gli americani abbandonano del tutto i loro vecchi union suit, tute di maglia che coprivano tutto il corpo, sostituendole con questo nuovo indumento.
L’Europa segue a ruota, benchè, per poter vedere della pubblicità diretta agli slip, bisogna aspettare il 1967, quando il governo francese autorizza il passaggio di spot riguardanti questo soggetto alla televisione senza problemi di censura.
Anche la biancheria femminile si riduce. Dalle culottes d’anteguerra si passa agli slip, analoghi a quelli maschili, quindi a tanga e perizomi sempre più simili a fili interdentali.
Dal passato al futuro: gli astronauti  americani della Nasa in orbita cambiano le mutande tutti i giorni, mentre i russi solo ogni tre, ma le navicelle spaziali non sono provviste di lavatrici. Quindi fino ad oggi si gettavano gli indumenti sporchi in un container che veniva distrutto nell’atmosfera terrestre solo due volte l’anno, con un notevole problema di ingombro. Pare però che dopo lunghe ricerche i russi abbiano messo a punto un nuovo sistema biodegradabile grazie a un cocktail di batteri per ridurre immediatamente in polvere gli indumenti sporchi indesiderati. Fra le stelle, ma con le mutande pulite.


Nell’immagine, ritratto di Madame de Pompadour, nata Jeanne-Antoinette Poisson (Parigi 29 dicembre 1721 - Versailles 15 aprile 1764). Celebre amante del re di Francia Luigi XV.Documento inserito il: 07/01/2015
  • TAG: mutande, storia, sublingaculum, feminalia, sarabullias, braghetta, calzoni alla galeotta, pantaloni femminili, custodi virtù, coprivulva imperiale, slip

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