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L'Africa nella storia dei secoli. [ di Andrea Rinaldi ]

L'Africa culla dell'umanità
La linea evolutiva dell’uomo si staccò da quella delle scimmie fra i cinque e i sette milioni di anni fa, abbandonando così un antenato comune, appartenente alla famiglia delle scimmie catarrine (“col naso rivolto verso il basso”). Dunque da questo momento in poi si sviluppò un “nuovo” tipo di scimmia con tratti umani: l’ominide. Il primo esemplare di questa specie (di cui venne ritrovato il cranio fossile) fu chiamato Australopithecus, poiché ritrovato nell’emisfero australe, più precisamente in una cava a Taung, in Sudafrica. Nel 1925, Raymond Dart, esperto di anatomia, riconobbe che si trattava di un cranio di bambino, ma solo successivamente il bambino di Taung venne accettato come il primo antenato umano, per la maggiore rotondità del cranio, sulle dimensioni del cervello e poiché il punto d’attacco della colonna vertebrale al cranio indicava che quel giovane individuo era in grado di camminare eretto.
Tra 3,8 e 3 milioni di anni fa comparve la specie dell’A.afarensis (famoso perché ad essa appartengono i resti di uno scheletro femminile chiamato Lucy, dal titolo della canzone dei Beatles Lucy in the sky with diamonds, che veniva trasmessa alla radio al momento del ritrovamento), da cui secondo i paleontologi, si staccarono due diverse linee evolutive: una specie di ominide gracile, da cui sarebbe disceso l’uomo attuale, e una robusta, estintasi invece poco più di un milione di anni fa. Dunque, dall’A.gracilis discese la categoria che oggi si chiama Homo; il primo di questa catena fu l’H.habilis, dotato di manualità sufficiente per usare i primi utensili e scheggiare la pietra. (Recenti studi, però, sembrerebbero affermare che la linea evolutiva che ha portato alla comparsa dell’uomo moderno discenda dall’H.ergaster, peraltro con caratteristiche affini all’H.habilis). A circa 1,6 milioni di anni fa viene datato il più antico e completo fossile di H.erectus, ritrovato nel 1'984 lungo le coste di un lago del Kenia settentrionale, una specie più evoluta dell’H.habilis, in possesso di un nuovo utensile molto caratteristico: l’amigdala (una selce lavorata su più lati). Inoltre è certo che l’H.erectus sapeva anche dominare il fuoco, un vantaggio non indifferente poiché rese più varia la dieta, non solo rendendo la carne più facile da masticare, ma anche permettendo di mangiare parti di piante che, se non cotte, sarebbero state troppo dure, amare o tossiche. Inoltre abitava le caverne e il fuoco rese più sicure tali abitudini, soprattutto per difesa dagli altri abitanti non umani delle caverne, e fornendo così anche un luogo di aggregazione sociale.
Anche se non appartiene alla linea evolutiva dell’uomo moderno, occorre soffermarsi sul cosiddetto H.neanderthalensis (apparso in Europa tra 200'000 e 30'000 anni fa). Questo esemplare, sicuramente più evoluto e sviluppato dell’H.erectus, usava semplici utensili, utilizzati per raschiare le pelli degli animali uccisi che usava per coprirsi, ed aveva l’abitudine di seppellire i propri morti, spesso con cibo, armi e fiori. Essi, però, si ritrovarono a convivere con l’H.sapiens, diretto discendente dell’H.erectus, che, proveniente dell’Africa, si stava diffondendo negli stessi luoghi già abitati dei neandertaliani.
Circa 30'000 anni fa l’H.neanderthalensis scomparve quasi improvvisamente, forse perché entrato in competizione con l’H.sapiens, dotato di maggiore creatività e di una tecnologia più moderna, oppure sterminato dalle malattie che questa nuova specie di uomo portava tramite le sue migrazioni. Fatto sta che tutti i fossili di ominidi degli ultimi 30'000 anni appartengono agli esseri umani automaticamente moderni, cioè all’H.sapiens (detto anche Uomo di Crô-Magnon, dal nome del sito della Francia sud-occidentale nel quale essi furono scoperti per la prima volta). Questi uomini arrivarono in Europa con utensili nuovi, alquanto differenti e di gran lunga migliori: utilizzavano schegge, solitamente chiamate lame, più piccole, appiattite e strette, che si potevano ricavare in molti modi. Anche il loro utilizzo era assai variegato: utensili atti a raschiare e forare, coltelli appiattiti, scalpelli e numerosi altri arnesi per incidere; usando questi poi per la lavorazione di altri materiali, come l’osso e l’avorio, gli Uomini di Crô-Magnon fabbricavano aghi e punte di frecce ed arpioni per caciare o pescare; inoltre essi furono gli artefici di opere d’arte tra le più creative di tutta la storia umana.

A partire dal 10'000 a.C., le popolazioni stanziate nelle regioni della Mezzaluna Fertile cominciarono ad organizzare la vita sociale in forme progressivamente più complesse, nelle quali esistevano ruoli, compiti e lavori differenti e separati. Tra il 7'000 e il 6'000 a.C., accanto ai villaggi, nacquero le prime città, e, attorno al 3'000 a.C., nuove forme statali, estese su grandissimi territori, dominate da un sovrano assoluto, spesso identificato una divinità e circondato da potenti e privilegiate classi aristocratiche e sacerdotali. La comparsa di questi grandi imperi fu in gran parte legata all’invenzione della scrittura, il cui uso per molti secoli rimase riservato agli scribi, che, lavorando al servizio del sovrano, gli consentivano di controllare minuziosamente la vita economica ed amministrativa del territorio. In queste grandi civiltà tutti i cittadini erano sudditi senza alcun diritto, costretti a pagare alte imposte e a collaborare alla costruzione di grandi opere pubbliche, tra cui anche le dighe. Infatti, nello sviluppo di questi grandi imperi ebbe un ruolo fondamentale anche il regolamento delle acque, proprio perché l’irrigazione del terreno era dovuta ai grandi fiumi vicino a cui queste civiltà si stanziarono. Non bisogna però dimenticare che le grandi opere idrauliche ed architettoniche poterono essere compiute solo grazie allo sfruttamento sistematico di milioni di persone, costrette a vivere in uno stato di schiavitù permanente e generalizzata.

L'Antico Egitto
La civiltà egizia fu la prima a svilupparsi nell’area africana, nello stesso periodo delle grandi civiltà mesopotamiche, attorno al 3'300 a.C.. Gli insediamenti umani erano possibili solo grazie al Nilo, che si apriva un varco dai grandi laghi dell’Africa, per gli altipiani dell’Etiopia, attraverso il deserto, fino al Mar Mediterraneo, e le cui sponde erano rese fertili dalle famose inondazioni periodiche (infatti, dopo che il fiume era esondato, ritirandosi, depositava sulle zone circostanti il limo, un fango che fertilizzava il terreno). Dunque, come scrisse lo storico greco Erodoto, l’Egitto è un dono del Nilo e, soprattutto lungo le sue sponde e nel suo immenso delta, iniziò a svilupparsi questa civiltà che, anche grazie al proprio isolamento per fattori geografici (ad ovest e a sud il Regno era circondato dal deserto, mentre a nord e ad est dal mare), perdurò fiorente ed autonoma per circa 2'500 anni.

La società egizia
La società egizia era organizzata in un sistema di classi: si potrebbe ben dire che l’immagine della piramide, tipica dell’architettura egizia, ne rappresenta simbolicamente la struttura stessa, anche se non era impossibile il passaggio da una classe all’altra.
Al vertice c’era la figura più importante, il faraone, capo di tutti i sudditi e considerato l’incarnazione di Osiride-Ra (il Sole), la divinità più importante; alle dirette dipendenze del faraone stava il visir, primo ministro e consigliere, con la responsabilità dell’apparato amministrativo. Gli scriba, invece, costituivano una classe sociale privilegiata, di cui tutti potevano far parte: infatti ogni persona poteva scegliere di diventare scriba, imparando alle scuole apposite, spesso collocate nei templi. Questi, che avevano il possesso della cultura in una società di analfabeti ed illetterati, dove qualsiasi aspetto della vita amministrativa, pubblica, economica e religiosa veniva accuratamente registrato e conservato, avevano implicitamente, assieme ai sacerdoti, il potere. Dunque anche la classe sacerdotale aveva un’importanza rilevante poiché i suoi componenti occupavano una posizione centrale non solo nella vita religiosa, ma anche in quella politica e culturale, complice anche il forte potere teocratico: infatti i sacerdoti, col tempo, divennero veri e propri latifondisti, amministrando la terra in nome degli dèi. Inoltre questi detenevano anche il sapere scientifico e tecnico, si pensi agli studi di medicina, matematica, geometria, astrologia e astronomia, nonché all’invenzione di un calendario solare. Infine scarsa rilevanza sociale avevano i soldati, gli artigiani e i contadini, (questi ultimi alla stregua degli schiavi) che nei periodi di riposo potevano essere assunti come manodopera per la costruzione di grandi opere pubbliche.

La millenaria storia dell'Antico Egitto
Inizialmente il Paese era suddiviso in differenti distretti, detti nomi, riuniti in due macrozone, Alto e Basso Egitto (rispettivamente la parte più vicina alle fonti e quella più vicina alla foce), che vennero unificate circa nel 3'100 a.C. dal primo faraone, Menes, dando così inizio all’epoca protodinastica. Infatti la storia dell’Antico Egitto si suddivide in quattro periodi, scanditi a loro volta dalle varie dinastie: Epoca protodinastica, I°-III° dinastia (3'100-2'600 a.C.); Antico Regno, III°-V° dinastia (2'600-2'200 a.C.); Medio Regno, VI°-XVII° dinastia (2'000-1'600 a.C.); Nuovo Regno, XVIII°-XXVI° dinastia (1'600-525 a.C., anche se la decadenza del Regno iniziò già dopo il 1'200 a.C.).
L’età dell’Antico Regno vide l’inizio della consuetudine religiosa di innalzare monumenti sepolcrali per i faraoni, le piramidi, che da allora simboleggiano tutt’oggi la civiltà stessa dell’Antico Egitto. Ma ciò veniva fatto anche per motivi politici: una piramide era la rappresentazione del potere regale, la prova di quanto fosse grande la volontà e il potere del faraone, capace di mobilitare migliaia di lavoratori, essendo a capo di uno stato forte ed organizzato.
Invece, quello del Medio Regno, dopo una crisi alla fine della V° dinastia, fu un periodo di splendore: l’Egitto cominciò ad espandersi verso sud, soggiogando le popolazioni nubiane, e verso est, in direzione della Palestina, che costituiva il corridoio entro il quale transitavano i principali itinerari commerciali dell’antichità; inoltre i porti della regione costituivano il più importante raccordo tra Oriente ed Occidente. Però, nel 1'700 a.C., l’invasione degli Hyksos, una popolazione, secondo alcuni, di stirpe semitica proveniente dalle zone della Mesopotamia, secondo altri, soldati mercenari al soldo dei faraoni resisi indipendenti al punto tale da imporre il proprio dominio sulla regione, nel delta del Nilo, la zona più fertile dell’Egitto, interruppe questo momento di prosperità. La riscossa avvenne solo un secolo più tardi, ad opera dei principi dell’Alto Egitto, che riuscirono a riunificate il Regno e a donargli il periodo di più lungo splendore: il Nuovo Regno.
Dunque, una volta espulsi gli Hyksos dai propri confini, l’Egitto fu, per circa tre secoli, la più grande potenza mondiale: tornò ad estendere la propria supremazia sulle città palestinesi e siriane, da cui riscuoteva forti tributi, e ad ovest fino in Libia; si svilupparono i commerci con le regioni limitrofe, quali la Mesopotamia, Creta e altre isole dell’Egeo; si svilupparono le arti e le scienze. Però lo scontro con gli Hittiti, i loro “vicini di casa” che estendevano il proprio regno su tutta l’Anatolia e su buona pare della Siria, fu inevitabile: la lotta ebbe il suo momento decisivo sotto Ramses II, che guidò una serie di campagne militari in Siria, culminate nella battaglia di Quadesh; dopo questa, i due regni, esausti, stipularono un patto di non aggressione che divise così l’Oriente in due sfere d’influenza ben divise.
Questo fu l’ultimo periodo di splendore dell’Antico Egitto, poiché il declino avvenne con l’invasione dei popoli del mare (1'200 a.C. circa), popolazioni di origine indoeuropea stanziatesi sulle coste del Mediterraneo orientale, che provocarono l’improvvisa caduta e distruzione dei molti grandi regni, come quello hittita e miceneo. L’ultimo grande faraone del Nuovo Regno, Ramses III, li affrontò in diverse battaglie e fu forse questo il motivo per cui l’Egitto non fece la fine degli altri regni orientali; però lo stato uscì indebolito da questo difficile periodo e non riuscì più a risollevarsi. Dopo il 1'000 a.C., esso mantenne l’indipendenza ma perse tutti i possedimenti asiatici ed iniziò una lenta e lunga decadenza: l’Egitto, dopo la conquista assira attorno al 690 a.C., rimase solo una canna spezzata, privo di ogni autorità ed autonomia. Tuttavia, dopo pochi anni, si ebbe la rinascita saitica: il Regno riconquistò per pochi anni l’autonomia, ma nel 525 a.C. il poderoso impero persiano annetté l’Egitto ai propri possedimenti, facendolo diventare una semplice provincia.

Cartagine
La tradizione fa risalire all’814 a.C. la fondazione di Cartagine, ad opera di coloni della città fenicia di Tiro guidati da una regina spodestata, Elissa (detta anche Didone). Come tutte le altre colonie antiche, anche questa era assai libera, e si poteva sviluppare quasi autonomamente. Col passare degli anni la città assunse il monopolio dei commerci, soggiogando anche le popolazioni vicine: proprio questo le consentì di creare un vasto impero commerciale sul mare, ottenendo il dominio sull’Africa e sul Mediterraneo occidentale. Dunque si può affermare che tramite Cartagine venne fondato un nuovo impero fenicio in Occidente che ebbe molta importanza nella storia greco-romana.

Lo Stato cartaginese
Ben poco si sa dello stato cartaginese. La sua costituzione era ritenuta così saggia dagli antichi che Aristotele, illustre filosofo greco, le dedicò il suo unico studio su una città barbara (straniera). Quel che sappiamo è che il potere era esercitato da due magistrati annuali, i suffeti, accanto ai quali stavano un senato, formato dalle più nobili famiglie mercantili, e un’assemblea popolare, peraltro con poteri assai limitati.

La religione a Cartagine
La caratteristica più tipica della religione cartaginese era rappresentata dai sacrifici umani a Baal, importante divinità fenicia, che erano visti con orrore sia dai latini che dai greci, anche se questa era una pratica in uso nelle religioni ed anche i romani, seppur raramente, vi ricorsero in circostanze particolari. Quest’usanza venne introdotta a Cartagine tramite i suoi primi coloni, provenienti dalla terra di Canaan: si pensi all’episodio biblico del sacrificio di suo figlio primogenito Isacco, compiuto da Abramo a Jahvè per assicurarsi la benevolenza divina (infatti presso sumeri, babilonesi, assiri, fenici ed ebrei l’essere divino era spesso associato ad un punitore). Comunque la storicità dei sacrifici umani pare essere confermata dall’archeologia: all’interno di un recinto sacro a Cartagine è stato ritrovato un tofet, un sepolcreto, che fu in uso dai primissimi anni della città, in cui vennero riposte oltre 20'000 urne contenenti ossa carbonizzate di bambini.

Una storia di guerre
Cartagine interferì più volte con la politica espansionistica di altri stati e città: per esempio, nel corso del VI-V secolo a.C. si scontrò con la flotta etrusca e greca per il controllo del Tirreno nelle battaglie di Alalia (540 a.C.), in Corsica, e di Cuma (474 a.C.), nell’odierna Campania; sempre nel V secolo a.C., nello stesso periodo delle guerre persiane, Cartagine attaccò le polis greche in Sicilia, forte di un numeroso esercito costituito da mercenari africani e iberici accanto a contingenti di etruschi e di popolazioni indigene, sperando di conquistare tutta l’isola. Vennero però respinti nel 480 a.C., presso Imera, dai greci alleatisi sotto la guida di Agrigento e di Siracusa, le due città-stato più importanti, rispettivamente comandate dai tiranni Terone e Gelone. Tuttavia non si diedero per vinti e nel corso del V secolo a.C. si impadronirono di tutta la costa africana, dalla Libia alle Colonne d’Ercole, e, quando le polis greche erano nel caos totale, sconvolte dalla guerra del Peloponneso, attaccarono nuovamente la Sicilia, occupando numerose città, fra cui anche Agrigento. Circa un secolo e mezzo più tardi, Cartagine fu impegnata in una nuova guerra, sicuramente la più impegnativa e lunga, contro la potenza emergente, Roma, che era diventata padrona di quasi tutta la penisola italica. Dunque, lo scontro avvenne per chiari motivazioni economiche: il controllo delle rotte commerciali sul Mediterraneo; e il pretesto fu la richiesta dei mamertini (popolazione di Messina) di entrare a far parte della lega italica (l’unione politica dei territori istituita dai romani dopo che conquistarono la penisola), nel 264 a.C.: ovviamente questi ultimi accolsero la richiesta e i Cartaginesi, considerando ciò un’indebita ingerenza in questioni di propria competenza, dichiararono guerra a Roma, dicendo (come scrisse lo storico greco Polibio) che gli avrebbero impedito persino di lavarsi le mani nel mare. La prima fase della guerra, chiamata prima guerra punica, si concluse solo nel 241 a.C., presso le isole Egadi, con i romani vincitori. Così Cartagine perse la Sicilia, che divenne provincia romana (Cicerone scrisse: “La Sicilia fu la prima ad insegnare ai nostri antenati quanto sia dolce governare paesi stranieri”) e, conseguentemente, anche la Sardegna e la Corsica poiché, troppo in difficoltà per rischiare di riaprire una guerra con Roma, non intervenne. La seconda guerra punica, invece, scoppiò per una sete di vendetta dei cartaginesi, che, guidati da Annibale, volevano riscattare la propria sconfitta in Sicilia. Il giovane generale, appartenente alla famiglia Barca, la più eminente di Cartagine, optò per entrare nella penisola italica e attaccare l’Urbs facendo leva sui malcontenti delle popolazioni assoggettate promettendo la liberazione dal Tiranno, in qualche maniera applicando la strategia del divide et impera, rendendo invise a Roma le città prima sue alleate. Dunque Annibale partì nel 219 a.C. dalla propria città e, iniziato l’itinerario dalla Spagna, sbarcato a Cartagena, assediò ed espugnò Sagunto, amica di Roma. Ciò la costrinse a dichiarare guerra a Cartagine. Nel 216 a.C., dopo la battaglia di Canne, nell’attuale Puglia, in cui morirono più di 70'000 soldati romani, sembrava che Annibale avrebbe conquistato Roma, ma la reazione di quest’ultima fu così terribile contro la città di Capua (fu completamente rasa al suolo), situata in Campania, la quale aveva ospitato l’esercito cartaginese, che, prontamente, tutte le popolazioni ribellatesi strinsero un nuovo accordo con Roma: fu forse questo il motivo che ne impedì la caduta. Infatti, non solo si riprese ma, nel 202 a.C., Publio Cornelio Scipione, detto poi l’Africano, sconfisse i cartaginesi e Annibale nella battaglia di Zama, ponendo fine alla seconda guerra punica. Il prezzo della resa di Cartagine fu la consegna della flotta e il pagamento di una fortissima indennità di guerra; inoltre fu loro vietato di dichiarare guerra senza il consenso della repubblica romana. Ma l’occasione di distruggere la città nemica per eccellenza, che già nel 195 a.C. poté pagare l’indennità di guerra impostale dai vincitori grazie all’oculata politica di Annibale e risollevarsi, si presentò quando, nel 149 a.C., i cartaginesi risposero con le armi ai continui attacchi del re dei numidi i>Massinissa: denunciando la violazione di una clausola del trattato di pace, i romani attaccarono la città che, dopo tre anni di resistenza, venne espugnata e distrutta da Scipione Emiliano. Cartagine, sulle cui rovine fu gettato del sale a segnalare che quel luogo era maledetto, venne poi ricostruita e divenne, assieme ai suoi territori, provincia romana.

I grandi regni africani
Nella storia dell’Africa si incontrano forme diverse di organizzazione sociale: piccoli gruppi nomadi, gruppi più o meno numerosi guidati da un capo, ecc. Prima che le sue sorti declinassero con l’arrivo degli europei, l’Africa ha conosciuto anche grandi regni e imperi, tra cui il regno del Ghana, che fiorì tra l’VIII e il XIII secolo in un’area più a nord-ovest rispetto allo stato attuale che porta lo stesso nome. Per la sua ricchezza e prosperità il regno del Ghana colpì molto i viaggiatori arabi che lo raggiungevano attraverso rotte transahariane, e proprio ai viaggiatori arabi si devono le testimonianze scritte delle sue fortune basate sull’oro. Molti dei mercanti presenti nel regno erano musulmani, ma trafficavano non solo in oro, ma anche in sale, stoffe, pelli e noci di cola. Furono le pressioni delle popolazioni berbere e musulmane a segnare il declino del regno del Ghana nel XIII secolo. Molte delle etnie che gli erano state soggette riacquistarono la loro indipendenza e fondarono altri regni ancora più potenti: il regno o impero del Mali che raggiunse il suo apogeo nel XIV secolo ed ebbe in Timbuctù il centro economico e culturale più vivace; l’impero del Songhai, con centro a Gao, e, sempre restando in Africa occidentale, nella regione sud-occidentale dell’attuale Nigeria, i regni yoruba di Oyo e Benin, legati alla città di Ife. Lungo il corso inferiore del fiume Congo (tra gli attuali Zaire e Angola), nel XV e XVI secolo, fiorì il regno del Kongo, con cui i portoghesi vennero in contatto nel 1'482. Nell’attuale Zimbabwe, il regno del Monomotapa (dal XV al XVII secolo) conserva gli unici resti monumentali della parte subsahariana del continente. Tutti i grandi regni africani si reggevano essenzialmente sul commercio; quando gli europei, a partire dal XV secolo, cominciarono a monopolizzare le grandi rotte commerciali marittime, per i regni africani si aprì una nuova era, che segnò per molti di essi la fine. Per altri, invece, fu l’inizio di nuove fortune legate a nuove “merci” sempre più richieste: gli schiavi.

L'espansione araba
L’espansione araba avvenne, si può dire, dopo la morte di Maometto, quando, per la prima volta, fu unificata l’Arabia in una confederazione di tribù, resa possibile dalla comune fede religiosa. La morte del profeta, però, rischiava di vanificare questo risultato: il problema che subito s’impose fu quello della successione. Alla fine prevalse il partito che sosteneva una successione per via elettiva, e per un trentennio alla guida dell’islam si succedettero quattro califfi. Dunque, conformemente alle indicazioni di Maometto, che poco prima di morire aveva esortato il popolo araba rimanere unito, i califfi attuarono in modo deciso una politica espansionistica che nell’arco di pochi decenni a conquistare vastissimi territori: gli eserciti arabi dilagarono a macchia d’olio verso la Siria, la Persia e l’Egitto. Il successo del movimento espansionistico fu determinato da un indubbio fanatismo religioso legato al concetto di guerra santa, oltre che dal desiderio di un pingue bottino di guerra, considerando anche la debolezza degli imperi contro cui combattevano. Gli arabi riuscirono ad abbattere in pochi anni l’impero persiano ritrovandosi ad affrontare un solo stato organizzato, vale adire l’impero bizantino. Dopo la conquista della Siria e della Palestina, anche l’Egitto cadde nelle mani degli arabi e la stessa Alessandria, la più prestigiosa città dell’Oriente, aprì le porte ai conquistatori. Successivamente le armate arabe penetrarono nell’Egeo, conquistando anche Cipro e Rodi; anche Cartagine e tutta l’Africa bizantina furono prese. Poi, un luogotenente berbero, Tariq, partì dall’Africa alla volta della Spagna: così, all’inizio dell’VIII secolo gli arabi avevano saldamente posto piede in Europa, dalla quale sarebbero stati espulsi solo otto secoli più tardi. L’arresto dell’espansione si ebbe dopo i ripetuti e falliti tentativi di espugnare Costantinopoli, roccaforte dell’impero bizantino, nel 717.

Le Crociate
Le crociate furono spedizioni militari appoggiate dal clero europeo, intriso di un indubbio fanatismo ed integralismo, atte a liberare luoghi santi, iniziate alla fine del XI secolo e terminate alla fine del XIII. Vi parteciparono i più insigni signori dell’Europa, non tanto per zelo religioso, ma perché videro una possibilità per ampliare i propri possedimenti, minacciati anche dal crescente potere dei ceti medio-borghesi che avevano dato vita alla rivoluzione comunale. Spesso queste spedizioni ad Oriente erano compiute da masse di persone diseredate (prevalentemente di estrazione rurale) che cercavano una nuova vita, tentando di sfuggire alla schiavitù. Invece erano i piccoli feudatari a formare il nucleo meglio organizzato e preparato degli eserciti crociati, anch’essi spinti, come i mercanti e, in fondo, anche la Chiesa stessa, dalla possibilità di ricavare interessi economici. Fu la notizia della caduta di Gerusalemme in mano turca a fornire il pretesto necessario per intraprendere la guerra santa contro gli infedeli. Nel 1'095, il pontefice Urbano II, rispondendo alla richiesta di aiuto dell'imperatore bizantino, minacciato dall'invasione turca, invitò tutto l'Occidente a intervenire militarmente. In particolare egli sospinse gli strati sociali più poveri a cercare in Oriente il loro riscatto. Ai partecipanti la chiesa prometteva la dilazione dal pagamento dei debiti, la remissione dei peccati con le indulgenze plenarie e altre cose ancora. Gli europei si lanciarono subito nell'impresa, convinti che la conquista dei paesi mediterranei orientali sarebbe stata facile, in quanto si sapeva che gli emirati turchi erano tra loro ostili.

La tratta degli schiavi neri d’Africa
La tratta degli schiavi africani fu attuata dagli europei fin dalle prime conquiste spagnole nelle Americhe, e costituì uno degli aspetti fondamentali del colonialismo a partire dal XVI secolo fin verso il tramonto del XIX secolo. Gli schiavi neri africani venivano importati per sopperire al rapido calo della popolazione indigena presente nelle terre conquistate (dovuto per lo più ad epidemie di virus fino a quel momento quasi sconosciuti, quali anche semplici influenze), e soprattutto perché rispetto a questi ultimi sopportavano più agevolmente i durissimi carichi di lavori a cui erano sottoposti, senza contare che si adattavano con facilità al clima, molto simile a quello delle loro terre natali. Essi venivano strappati alle loro case, soprattutto attraverso scorrerie e rapimenti, senza contare che era prassi destinare alla schiavitù i criminali e i prigionieri catturati nelle guerre tra i vari Stati. Il viaggio transoceanico era organizzato da un mercante. Caricata la nave, il viaggio iniziava, con gli schiavi costretti a stare incatenati sottocoperta (la parte più interna della nave), stretti gli uni agli altri, per permettere il trasporto del maggior numero possibile di individui. Nonostante fosse interesse dei negrieri che gli africani restassero in vita, per poter poi essere venduti, alta era la percentuale di quelli che non arrivavano a destinazione e finivano nell’Oceano. Questo sia a causa delle pessime condizioni anche igieniche alle quali erano costretti durante i mesi di viaggio (seppur i mercanti periodicamente li facessero lavorare e li obbligassero a qualche esercizio di natura fisica, per evitare le malattie), sia perché spesso le navi utilizzate, chiamate navi negriere, non erano altro che vecchie imbarcazioni fatiscenti, destinate a crollare dopo pochi chilometri. Sporadicamente gli africani riuscirono anche a ribellarsi, prendendo il controllo della nave, ma spesso tutto ciò fu inutile perché incapaci di manovrare la nave non riuscirono a tornare a casa. Fin dagli inizi del XVI secolo, quando si cominciò a capire a quali profitti potesse portare il commercio degli schiavi neri, le potenze europee si misero in azione per ottenere una posizione dominate in questo grande business: inizialmente furono Spagna e soprattutto Portogallo a monopolizzare il mercato, attraverso pure la concessione di permessi e autorizzazioni ai propri mercati, ma in seguito alla forte pressione esercitata durante tutto il ‘500 contro il potere spagnolo-portoghese, con l’inizio del XVII secolo pure Inghilterra, Francia e Olanda fecero il loro ingresso in questo settore del traffico atlantico, attraverso concessioni legali a rifornire anch’essi di schiavi le colonie. Proprio in questo periodo si assistette al flusso d’importazione più intenso: da un lato per la creazione di insediamenti coloniali nelle Americhe anche da parte di olandesi, francesi ed inglesi, e quindi per un pesante rialzo della domanda di manodopera, ma dall’altro grande importanza ebbe il grande circuito economico mondiale che si venne a formare in quegli anni (commercio triangolare: Europa-Africa-America-Europa). Infatti dall’Europa giungevano in Africa, per coprire il pagamento degli schiavi, armi, pietre preziose, stoffe pregiate e manufatti a buon mercato, mentre al momento dell’arrivo dei neri nel Nuovo mondo essi venivano scambiati con materie prime e minerali destinati al mercato europeo. Spesso gli europei trattavano direttamente con i sovrani africani per ottenere gli schiavi, e questi nella maggior parte dei casi furono direttamente coinvolti in questa tratta, in particolare cedendo ai mercanti i propri prigionieri di guerra: addirittura è stato ipotizzato che numerose guerre interne al continente nero siano scoppiate proprio per questo motivo, per riempire i serbatoi di carne umana. L’Europa civile, cristiana, per secoli non pose alcuna obiezione intorno a tutto questo, in nome di un razzismo mai celato, e solo nella seconda metà del XVIII secolo vi furono i primi cori di protesta da parte dell’ordine religioso dei quaccheri nei Paesi anglo-sassoni (in quanto ritengono che gli uomini sono uguali davanti a Dio), degli schiavi liberati aventi un’educazione occidentale che si stabilirono in Inghilterra e in parte anche dei rivoluzionari francesi, in base ai tanto sbandierati ideali di “libertà”, “uguaglianza” e “fraternità”. Tra il XVI e il XIX, la tratta degli schiavi neri portò alla deportazione di circa 21 milioni di africani; di questi, circa la metà morirono durante il viaggio, mentre un’altra consistente quantità di persone trovò la morte appena arrivati in America per malattia; un genocidio di proporzioni inimmaginabili.

La campagna d’Egitto di Napoleone Bonaparte
Nel 1'798 il Direttorio, geloso della popolarità del Bonaparte, lo incaricò di occupare l'Egitto per contrastare l'accesso inglese all'India e quindi per danneggiarla economicamente. Un indizio della devozione di Napoleone ai principi dell'Illuminismo fu la sua decisione di affiancare gli studiosi alla sua spedizione: la spedizione d'Egitto ebbe il merito di far riscoprire, dopo centinaia di anni, la grandezza di quella terra, e fu proprio l'opera di Napoleone a far nascere la moderna egittologia, soprattutto grazie alla scoperta della Stele di Rosetta da parte dei soldati al seguito della spedizione. Napoleone aveva da anni accarezzato l'idea di una campagna in Oriente, sognando di seguire le orme di Alessandro Magno ed essendo dell'idea che “L'Europa è una tana di talpe. Tutte le grandi cose vengono dall'Oriente”. Dopo un'importante vittoria nella battaglia delle Piramidi, Napoleone schiacciò i mamelucchi ed entrando al Cairo divenne padrone dell'Egitto. Pochi giorni dopo, il 1° agosto 1'798, la flotta di Napoleone in Egitto fu completamente distrutta dall'ammiraglio Nelson, nella baia di Abukir, cosicché Napoleone rimase bloccato a terra. Dopo una ricognizione sul Mar Rosso, Napoleone decise di recarsi in Siria, Preoccupato tuttavia delle terribili notizie che giungevano dalla Francia (l'esercito in ripiegamento su tutti i fronti, il Direttorio ormai privo di potere) e consapevole che la campagna d'Egitto non aveva conseguito i fini sperati, Napoleone s'imbarcò in gran segreto il 22 agosto 1799 su un piccolo bastimento alla volta della Francia.

Il colonialismo
La seconda stagione coloniale (la prima si sviluppò tra il XVI e il XVIII secolo e si indirizzò principalmente verso le Americhe e verso l’Asia) ebbe inizio all’incirca nella prima metà dell’Ottocento, e vide i Paesi europei nuovamente coinvolti, soprattutto per consolidare i propri domini già preesistenti. La prima stagione, può essere vista come un periodo di grandi migrazioni di gruppi di persone che, lasciando la propria patria per ragioni economiche, politiche o talvolta pure legate alla discriminazione religiosa, cercavano un luogo dove abitare stabilmente, ricominciare una nuova vita; questa stagione invece coinvolse per lo più coloni, come funzionari politici o militari, che raramente vedevano le colonie come la loro nuova casa, in quanto spinti da motivazioni prettamente economiche. Per quanto riguarda il periodo tra il XVI e il XVIII secolo si può parlare di colonialismo, facendo riferimento al fenomeno secondo cui paesi a più elevato livello di sviluppo economico e politico si volgono alla conquista di altri stati, per controllarli politicamente e sfruttarne le risorse economiche, mentre nell’Ottocento è cominciato ad essere usato sempre più frequentemente, per indicare la nuova ondata coloniale, il termine imperialismo ovvero la tendenza di nazioni, di popoli, di stati ad espandersi e a dominare politicamente, militarmente, economicamente in aree geografiche e su popolazioni culturalmente ed diverse per etnia. Il motore di questa seconda fase, fu, oltre al forte nazionalismo che stava affiorando nella politica di diversi governi europei, senza dubbio la rivoluzione industriale e con essa la rottura di tutti quegli equilibri economici su cui si erano sorrette le potenze europee fino a quel momento: per evitare problemi legati a una sovrapproduzione divenuta incontrollabile (a causa dell’impossibilità di smaltire le merci in eccesso) vi era bisogno di trovare nuovi mercati, a cui destinare questi prodotti. Se si pensa poi alla quantità di risorse naturali a cui gli europei potevano attingere tramite le colonie, risulta facile capire quanto fosse importante per ogni potenza che si rispetti avere un adeguato impero coloniale. I colonizzatori, partendo dalle basi commerciali già create nel passato, si addentrarono all’interno del continente nero, non più rimanendo solo sulla costa come in passato; gli eserciti formati dai vari Paesi, seppur non molto numerosi, disponevano di certo di armamenti e strategie superiori alle popolazioni locali, le quali riuscirono ad apporre solo una flebile resistenza all’avanzata europea. Mentre durante la prima campagna colonizzatrice ci si era appellati a ragioni umanitarie e religiose, per giustificare le proprie azioni, questa seconda fase vide il fiorire delle cosiddette teorie razziste per cui, secondo l’opinabile convinzione della superiorità dell’uomo bianco, era necessario che i popoli civilizzati si prendessero la responsabilità morale di guidare i popoli arretrati verso lo sviluppo, il progresso: in realtà, queste teorie ponevano unicamente i paesi africani nella condizione di terre da sfruttare, e i loro abitanti in quella di servi da dominare. Se nel campo della sanità e dell’istruzione l’Africa ottenne indubbi benefici dal dominio europeo, sotto il piano economico l’introduzione di economie estrovertite, che producevano ciò che non consumavano e viceversa, rese le colonie totalmente dipendenti al mercato estero, gettando le basi per la difficile situazione in cui si trovano tuttora gli stati africani. Come detto, fino al 1'880, l’interno del continente africano restava praticamente sconosciuto, fatta eccezione per le colonie portoghesi di Angola e Mozambico, già conquistate dal XVI secolo; la corsa alla spartizione delle terre partì soprattutto per evitare che una sola potenza acquistasse una posizione egemone sull’intero continente, e questo è ancora più comprensibile se si pensa che tutto è cominciato da uno scontro di interessi che si è verificato nell’unica zona dell’Africa nella quale si riteneva fossero in gioco gli equilibri europei, ovvero la Tunisia e in particolare l’Egitto. Infatti l’accendersi della forte rivalità tra Inghilterra e Francia (legata alla famosa questione del canale di Suez, aperto nel 1'863), le cui ripercussioni si avvertirono pure nella formazione di quelle alleanze europee che si stavano allora delineando, ebbe l’effetto di scatenare la corsa alle terre dell’Africa nera. Mentre prima dello scontro era intenzione di entrambe le potenze abbandonare i propri possedimenti costieri, perché ritenuti di scarso interesse economico (Gambia, Costa d’Oro e Nigeria per quanto riguarda gli inglesi, Gabon e Costa d’Avorio per i francesi), improvvisamente tale tendenza mutò, e il governo transalpino decise l’estensione della propria influenza lungo il bacino del Niger. Questo portò a un’ulteriore opposizione Francia–Inghilterra sul territorio del Congo, a cui si era interessato da tempo il re belga Leopoldo II, che nel 1'876 vi aveva fondato un’Associazione internazionale africana, essendo questo ulteriore contrasto assai pericoloso per il mantenimento degli equilibri europei, intervenne la Germania, ed il suo abile cancelliere Otto Von Bismarck, il cui ruolo di ago della bilancia ebbe in quel periodo un’importanza fondamentale nei successivi sviluppi della penetrazione europea in Africa. Verso la fine del 1'884 fu convocata proprio a Berlino una Conferenza internazionale sul Congo e sul Niger, la quale ebbe la funzione di spartire quasi a tavolino il continente africano tra Inghilterra, Francia, Germania, Belgio e Portogallo. Il Congo venne definito Stato libero, ma in realtà era proprietà personale di Leopoldo II; l’Inghilterra si aggiudicò il controllo del basso corso del Niger, mentre i francesi ottennero quello del corso superiore, ed i tedeschi, dopo lunghe rivendicazioni, presero il Togo ed il Camerun. Gli inglesi, inoltre, spostarono la propria influenza pure su Uganda e Zanzibar, e anche l’Italia cominciò ad affacciarsi sulla scena coloniale, con la conquista dell’Eritrea (1890) e della Somalia (1891), ma la propria avanzata fu fermata bruscamente falla sconfitta di Adua (1896) ad opera del ras etiope Menelik. Per quanto riguarda l’Africa australe, qui furono gli inglesi ad esercitare il ruolo di potenza egemone, in seguito allo scontro con i boeri, coloni olandesi stabilitisi da secoli nella parte più meridionale del continente: costretti ad andarsene causa l’occupazione britannica delle colonie del Capo (1795), essi si erano trasferiti in massa verso l’interno, dove avevano fondato la Repubblica del Natal, dell’Orange e del Transval. Nonostante il tentativo inglese di ammettere queste repubbliche al proprio impero, i boeri esprimendo la loro forte opposizione inizialmente riuscirono a mantenersi indipendenti ma la scoperta di grandi giacimenti d’oro e diamanti in queste zone, unita al crescente interesse mostrato pure dalla Germania, fece sì che l’Inghilterra passasse all’azione, prima attraverso un suo funzionario, Cecil Rhodes, che si adoperò per creare una nutrita rappresentanza inglese in quei territori, poi con una guerra (1899 – 1902) che segnò la sconfitta boera. Dunque all’inizio del XX secolo l’Africa era debitamente spartita tra le potenze europee (fatta eccezione per la Liberia, Stato fondato da ex-schiavi tornati dall’America con il patrocinio proprio degli USA, indipendente dal 1847) ed aveva perso, a vantaggio dell’Europa e della sua presunta superiorità razziale, la sua libertà.
La guerra boera
In un caso lo scontro tra una potenza colonialista e l'unica popolazione bianca di origine europea che si considerava africana a tutti gli effetti diede vita a una guerra. Si tratta del conflitto che oppose gli Inglesi ai boeri, dal 1889 al 1902. I boeri discendevano da coloni olandesi stanziatisi presso il Capo di Buona Speranza fin dalla metà del XVII secolo. Un secolo e mezzo più tardi, ai tempi di Napoleone, la colonia del Capo era passata agli inglesi. Non sopportandone il dominio i boeri si erano spostati verso l'interno, dove avevano proclamato, due repubbliche indipendenti, il Transvaal e l'Orange. La situazione divenne incandescente quando si scoprì che quelle terre erano ricche d'oro e di diamanti. Quei beni allettarono gli inglesi, che incominciarono a giungere numerosi nelle terre dei boeri. Ne nacque una guerra sanguinosa, nella quale i boeri furono sconfitti. Sotto il controllo economico inglese fu allora fondata l'Unione sudafricana, che riuniva l'inglese colonia del capo alle due repubbliche Boere. Dopo la seconda guerra mondiale la Repubblica Sudafricana indipendente avrebbe dato vita al regime dell'apartheid.

Il saccheggio del Congo e il genocidio degli Herero.
La conquista europea dell'Africa diede spesso luogo ad atrocità su larga scala. I due casi limite furono probabilmente quelli del Congo e dell'Africa Sudoccidentale tedesca (attuale Nambia). Nello Stato Libero del Congo il re Leopoldo II del Belgio, per rifarsi dalle colossali spese sostenute per colonizzare la regione, inaugurò un sistema di sfruttamento intensivo delle risorse naturali del paese. Raccogliere la maggior quantità possibile di gomma selvatica (caucciù) divenne il compito principale degli agenti dello Stato e gli indigeni furono costretti al lavoro forzato e sottoposti a un regime di terrore e rappresaglie armate. Le notizie delle atrocità portarono alla nascita di una campagna di protesta, specialmente in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. Nel 1908 il Congo venne annesso al Belgio e sottoposto alla sovranità del Parlamento. Questa data segnò la fine del regime del terrore, anche se il lavoro forzato e le punizioni corporali continuarono ad essere diffuse nella colonia. Lo stesso modello di sfruttamento venne riprodotto nel vicino Congo francese, purtroppo con conseguenze drammaticamente analoghe. Le atrocità nell'Africa sudoccidentale tedesca riguardarono invece gli Herero, una popolazione di pastori di lingua bantù che oggi conta circa 120'000 persone. Nel 1904 gli Herero si ribellarono alla colonizzazione e massacrarono duecento coloni tedeschi. La risposta del generale Lothar von Trotha condusse al primo genocidio del XX secolo. Von Throta emise un ordine di annientamento che recitava: “Qualsiasi Herero che si trovi entro le frontiere tedesche, armato o no, in possesso di bestiame o senza, sarà abbattuto”. Gli Herero furono deportati in massa nel deserto di Omaheke dove morirono di fame e di sete in seguito all'avvelenamento dei pozzi da parte delle truppe tedesche. Si calcola che le vittime siano state 65.000 Herero (80% della popolazione totale).

di Andrea Rinaldi

Le Fonti
Sitografia

www.homolaicus.com
www.it.wikipedia.org
www.pbmstoria.it
www.alphabeto.it
www.tuttostoria.net
www.web.dsc.unibo.it

Bibliografia
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Enciclopedia Universo, Istituto geografico De Agostini–Novara, 1964, F.Curato (Direttore sezione Storia), pagg.114-116.
Le tracce della storia, vol.a, b, c, Einaudi scuola, 2007, Eva Cantarella; Giulio Guidorizzi.
La storia perché, vol.2, Paravia, 2006, Marco Chiazza; Francesco Senatore; Francesco Storti; Fabio Vicari.
Invito alla biologia, quinta edizione, vol.a, ed.Zanichelli, 2006, Helena Curtis; N.Sue Barnes (ed.italiana a cura di Laura Gandola e Roberto Odone).
Documento inserito il: 08/01/2015
  • TAG: africa, storia secolare, evoluzione umana, civiltà egizia, società egizia, storia egitto antico, cartagine, stato cartaginese, religione cartagine, guerre puniche, grandi regni africani, espansione araba, crociate, schiavismo, tratta schiavi africani, g

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