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La guerra nucleare non intenzionale [ di Giovanni Caprara ]

Il 7 novembre 1985, Reagan e Gorbaciov a Ginevra, enunciarono il concetto di Guerra Nucleare Non Intenzionale, ossia l’inizio di ostilità causate da un errore tecnico o umano.
La storia ci ha consegnato tre episodi fondamentali relativi a tale probabile accadimento: il 3 giugno 1980 al Comando Generale della Difesa degli Stati Uniti, il NORAD, il computer principale rilevò il lancio multiplo di missili balistici intercontinentali dall'Unione Sovietica. Gli analisti valutarono l’accaduto, ma in attesa del responso vennero posti in stato di allarme 100 bombardieri strategici B-52, tutti armati con bombe nucleari. Gli uomini del NORAD ebbero bisogno di quindici minuti per scoprire l'errore e lo stato di allarme rientrò.
Un episodio identico si ripeté il 6 giugno, e gli strateghi statunitensi posero nuovamente in allerta i bombardieri, successivamente i tecnici stabilirono che il computer aveva subito una malfunzione e produceva autonomamente cifre che rappresentavano il numero dei missili intercettati.
Se simile condizione fosse avvenuta in Europa, dove un euromissile sovietico od americano impiegano anche solo dodici minuti dal lancio per colpire un obiettivo, la guerra nucleare sarebbe iniziata per errore.
Il 26 settembre del 1983, nel bunker della centrale di allarme missilistica di Serpukhov 15, vicino a Mosca, il computer notificò il lancio di 5 ICBM statunitensi. L’Ufficiale di Guardia aveva a disposizione 10 minuti per valutare la gravità della minaccia, dopo di che gli correva l’obbligo di avvisare il suo superiore, il quale avrebbe poi informato il Segretario Generale del PCUS. Quest’ultimo, basandosi su quelle informazioni, non potendo disporne di altre, e con l’esigenza assoluta di salvaguardare la sua Nazione secondo la dottrina della Mutual Assured Destruction, non avrebbe potuto far altro che ordinare la ritorsione nucleare su vasta scala contro gli Stati Uniti. L’ufficiale valutò la minaccia come non attendibile, sulla base dell’esiguo numero di missili in aria e sui segnali che erano stati inviati dai satelliti Kosmos-382, denominati “Oko”, ossia occhio. Questi erano la frettolosa risposta sovietica alla corsa al nucleare americana e pertanto difettosi e scarsamente affidabili, ed inoltre i dati elaborati da un computer vetusto come l’M10, con la ridicola capacità di 10 milioni di operazioni al secondo, fornivano risultati non in linea con quanto osservato sugli schermi radar, sui quali, infatti, non era evidenziata nessuna traccia. In seguito, si stabili che l’M10, a causa di una malfunzione, si posizionò autonomamente in modalità di attacco ed inviò anche falsi segnali dai satelliti.
Il 2 novembre 1983 la NATO simulò una escalation globale, il cui nome in codice era: Able Archer 83. L'esercitazione includeva anche un nuovo codice di criptazione delle comunicazioni, l’assoluto silenzio radio e la cooperazione dei governi membri della NATO, in particolare Regno Unito e Germania. Nel corso degli 8 giorni di addestramento congiunto con gli alleati, gli USA innalzarono lo stato di allerta nelle basi militari e nelle centrali missilistiche, fino al livello d’allarme DEFCON 1. Il centro di comando e controllo del Supreme Headquarters Allied Powers Europe venne ubicato a Casteau, a nord della città di Monsè. Gli analisti sovietici, la valutarono come una esercitazione, ma i servizi di intelligence russi si attendevano come strategia di attacco degli statunitensi, proprio un dispiegamento imponente di forze a livello addestrativo, atte però a celare l’inizio di attività ostili. La convinzione dei sovietici che si trattasse del preludio d un attacco nucleare, era rafforzato dalla loro stessa strategia per una aggressione globale alla NATO, che sarebbe stata identicamente dissimulata in false manovre addestrative. I russi, dunque allertarono le loro forze nucleari in Polonia e Cecoslovacchia e posero tutte le unità aeree nella Germania dell'Est e nella stessa Polonia in stato di massima prontezza operativa. La simulazione terminò con un giorno d'anticipo, l'11 novembre, e questo persuase il governo dell’URSS che si trattasse solo di una realistica esercitazione.
Questi sono gli accaduti che gli esperti valutano come quelli che maggiormente avrebbero provocato una guerra nucleare non intenzionale, ma in realtà altri episodi, meno noti, potevano tramutarsi in tragedia.
Durante la crisi dei missili di Cuba, i comandanti di un destroyer U.S.A., il Cony, e di un sommergibile russo, il B-59, si confrontarono con una serie di azioni intimidatorie crescenti, ma lo statunitense esagerò con l’uso delle bombe di profondità, seppure con cariche a salve. Il russo interpretò questa provocazione come il preludio ad un attacco reale ed ordinò di approntare un siluro nucleare per colpire l’antagonista con una azione preventiva. Il lancio del sistema d’arma prevedeva, secondo le regole di ingaggio sovietiche, l’accordo fra il comandante, il secondo e l’ufficiale politico. Solo il diniego del secondo, impedì alle due superpotenze una escalation nucleare, infatti se il Cony fosse stato colpito, la reazione statunitense non si sarebbe fatta attendere.
Per rimanere in ambito dei sommergibili, forse un episodio simile accadde al K-141. E’ una delle ipotesi sull’affondamento del battello sovietico, probabilmente la meno plausibile, ma abbastanza esplicativa nel contesto di una valutazione non corretta atta ad ingenerare una risposta nucleare. Il Kursk interruppe i contatti radio alle ore 10.30 del 12 agosto 2000, dopo che erano state captate due forti esplosioni. La ricostruzione racconta che il K-141 era tallonato dai sommergibili statunitensi Toledo e Memphis, i quali erano in missione ELINT per la raccolta dati sui nuovi siluri che armavano il Kursk.
Il comandante del Memphis si avvicinò eccessivamente al K-141, fino ad impattarci. Valutando l’errore di manovra come un attacco, l’ufficiale al comando russo diede immediatamente l’ordine di caricare i tubi di lancio con i siluri e di aprire i portelli esterni. Il Toledo rilevò i transienti provocati dal rumore dei portelli che si stavano aprendo e per difendere il Memphis danneggiato, lanciò per primo un MK-48 che affondò il Kursk.
Questa ipotesi, presentata in un documentario franco-canadese e catalogato come credibile dal Ministero della Difesa britannico, si risolse pacificamente perché i due Presidenti ebbero il tempo necessario ad un chiarimento. Un elemento di rischio potrebbe essere identificato nell’attuale crisi siriana: l’elevato tonnellaggio di unità presenti nel Mediterraneo appartenenti alla Russia, Iran, Francia, Israele e Nato, potrebbe ingenerare un guerra non intenzionale. Un atto provocato, oppure assolutamente involontario ma non correttamente valutato dalle forze contrapposte, sarebbe definito come un’azione offensiva tale da produrre una reazione; altra variabile il lancio dei due missili israeliani effettuato a scopo esercitativo, ma poteva essere determinato come un atto di aggressione, se la traiettoria fosse stata mal calcolata, oppure se nel contempo una unità russa od iraniana si fosse spostata nel raggio di inviluppo dei missili.
La preparazione dei militari e la gestione del fattore umano sono i principali obiettivi ad evitare un errore, ma a ragione del potenziale distruttivo, le testate nucleari sono dotate di principi di sicurezza decisamente stringenti: il primo stadio di difesa all’interno dell’arma è la “exclusion zone”, dove viene impedito fisicamente il passaggio di energia, a cui supporto è lo “strong link”, un interruttore motorizzato che isola la testata.
Esiste la concreta possibilità che a causa di forti urti, fuoco od altro, questi due stadi di sicurezza vengano danneggiati o distrutti, nel caso sarebbero attivati i “weak links” i quali smetteranno di funzionare e renderanno l’arma inoperativa. La testata è protetta con apparecchiature elettroniche, dette PAL, anche da tentativi di attivazione non autorizzati: per permetterne l’armamento, dovranno essere inseriti due codici di lancio da completare in modo pressoché simultaneo, questa procedura è definita come “two man rule” e ciò rende impossibile l’attivazione della testata da parte di un singolo individuo.
Nell’arma è allocato un sistema di ricognizione dei dati, il quale filtra l’unico, specifico e complesso input di attivazione prodotto dal generatore unico di segnale. Nel caso in cui i codici siano stati compromessi, lo “unique signal generator” discrimina i segnali di armamento dai falsi disturbi od interferenze così da non attivare la testata. Se tutti gli stadi di protezione fossero bypassati, l’ESD, environmental sensing devices, una apparecchiatura di sensori ambientali, valuterà il periodo di discesa libera, la curva di accelerazione, la pressione e temperatura, per poi confrontarli con le sequenze corrette ed i parametri preimpostati e se non vi sarà corrispondenza, la testata non detonerà
. Ai possibili errori di valutazione, si aggiungono anche gli incidenti. Le cronache ne raccontano molti, ma ne accadde uno anche in Italia, quando dei fulmini caddero su uno dei silos dislocati in Puglia dove erano posizionati i missili Jupiter, il vero oggetto del contendere della crisi cubana. La carica elettrica innescò il processo di lancio ma il disastro venne miracolosamente evitato dalla pronta reazione dei militari. Dunque, la sicurezza dei sistemi d’arma come l’implementazione tecnica dei computer e sensori, l’addestramento degli addetti agli armamenti, l’attenzione sul fattore umano a livello psico-fisico, diminuiscono sensibilmente la probabilità di errore, ma purtroppo non lo escludono completamente.
Documento inserito il: 28/12/2014
  • TAG: guerra nucleare non intenzionale, Reagan, Gorbaciov, norad, mutual assured destruction, guerra fredda, crisi missili cuba, sommergibile kursk, two man rule, unique signal generator, enviromental sensing, devices

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