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Chernobyl 29 anni dopo: ricordiamo proprio tutto?

di Alessio De Battisti

Oggi, a distanza di ben 29 anni, ricorre l’anniversario di una delle peggiori catastrofi dei tempi recenti: l’incidente di Chernobyl. La cittadina ucraina di Pripyat fu scossa dal terribile avvenimento nella notte tra il 25 ed il 26 aprile del 1986. L’accaduto fu frutto di uno sbaglio umano: gli organi di sicurezza erano stati volontariamente disabilitati per testare la capacità delle turbine appartenenti al sistema di raffreddamento. Da ciò si scatenò l’inferno.

Le vittime di questa sciagura (decedute e non, moltissime hanno riportato disfunzioni o malformazioni) possono essere difficilmente quantificate: ci sono state quelle immediate e quelle che hanno pagato a posteriori lo scotto di tale evento (tra cui persone che neppure erano nate nell’aprile del 1986). È da sottolineare il fatto che Chernobyl colpì non solo la popolazione locale, bensì il conto venne presentato anche alle nazioni straniere (ad esempio quelle attraversate dalla “nube radioattiva” nei giorni seguenti l’incidente, Italia compresa (1).

In un primo momento però chi intervenne per placare il mostro radioattivo? C’è una storia che difficilmente si legge sui libri didattici, ossia quella dei cosiddetti Liquidatori. Furono personaggi provenienti da ogni parte dell’Unione Sovietica, impiegati per ripulire e spegnere la centrale ucraina. Queste persone si alternarono fra loro, dividendosi in turni di 40 secondi l’uno, lavorando senza protezioni, a mani nude, assimilando in un singolo turno quantità di radiazioni superiori a quelle che solitamente si assimilano nell’arco di una vita intera. Invitiamo a rileggere bene quest’ultima frase: in 40 secondi assunsero radiazioni superiori a quante se ne assumono in una vita intera.

Questi EROI hanno sacrificato la propria esistenza per arginare la catastrofe, in quanto se nessuno fosse entrato nella centrale la situazione sarebbe potuta solamente peggiore. Metà di essi morirono a distanza di pochi giorni, oppure in seguito a lunghe sofferenze, per altri iniziò uno straziante calvario segnato da varie forme tumorali, comportando continue entrate ed uscite dagli ospedali. Fra di essi si annoverano vigili del fuoco, dipendenti del sito atomico e piloti di elicottero che in quei giorni sorvolarono l’area della centrale per placare le fiamme e cercare di “limitare” i danni (facendo un favore al mondo intero). Molte di queste vittime erano molto giovani, nati negli anni ’50 ed in qualche caso anche dei primissimi anni ’60 (con alcune eccezioni di operatori appartenenti agli anni ’30 e ’40, e addirittura uno del 1927, ma non per questo sono da considerare vittime di serie B)(2).

Qualcuno si è ricordato di tale sacrificio umano anche qui in Italia, in un bellissimo articolo di giornale datato 19 marzo 2011, firmato Mimmo Lombezzi e pubblicato sulle pagine de Il Fatto quotidiano. Citiamo di seguito un estratto di tale pezzo:

"Chernobyl è il punto di incontro tra Dante e la fantascienza. La foresta nucleare che si è impadronita delle strade di Pripyat, la città che ospitava i lavoratori della centrale, è la versione moderna del “bosco dei suicidi”, mentre la torre di cemento e acciaio che copre il reattore n.4 incute lo stesso irriducibile terrore che emana ancora dai forni crematori o dai giganti immersi nel ghiaccio del canto 31 dell’Inferno (“Sappi che non son torri, ma giganti..”). Sulle pareti dei palazzi, le scritte che inneggiano a Lenin hanno resistito alla pioggia, alla neve e alla perestroika, per cui si potrebbe dire che Pripyat è la Pompei del socialismo sovietico. Gli unici abitanti della città sono i soldati che la proteggono (dicono) da saccheggiatori e criminali in fuga e le guide, che ti portano – non oltre 10 minuti – davanti al reattore n.4 per mostrarti, con un piccolo contatore Geiger, che la radioattività è nella norma. Dalle pareti degli appartamenti abbandonati tentacoli di muffa biancastra si avventano sul visitatore e sugli oggetti abbandonati in fretta e furia il 26 aprile del 1986: una scarpa da donna, un davanzale, un pianoforte, una bambola, degli spartiti.. A Pripyat, non si sente cantare un uccello. E’ come se fossero stati zittiti per sempre e nella foresta che circonda la città morta si vedono cartelli che vietano di accendere fuochi perché anche un piccolo incendio potrebbe disperdere nell’aria i radionuclidi che avvelenano quella che una volta era la “natura”. Quando nel 2002 ho filmato Chernobyl per il settimanale “Link” di Canale 5, ho incontrato i rifugiati che erano stati allontanati dall’area della centrale e che erano tornati a vivere a 7 kilometri dal reattore. Mi dissero che, dopo aver girovagato per anni in campi profughi dove non avevano neppure la legna per scaldarsi, avevano deciso di tornare. Le loro case, piccole isbe con le caratteristiche stufe di muratura alla russa, si distinguevano perché sorgevano linde e ben tenute in mezzo a centinaia di edifici abbandonati, scuole, villette, uffici, completamente conquistati dai rampicanti e dal bosco. “Le radiazioni?” mi dissero “Non ci pensiamo. Ormai siamo vecchi. Qui almeno abbiamo una casa. Vogliamo morire qui”. Sullo sfondo, la torre del reattore n.4 emanava un bagliore viola. A Chernobyl ho filmato anche il monumento più triste del mondo: le statue di cemento grigio che ricordano i “Liquidatori” della centrale, i pompieri e gli operai che scelsero di andare incontro alla morte per spegnere il Moloch nucleare […] (3)."

Questa citazione non ha bisogno di molti commenti, parla da sé. Il mostro nucleare non teme nessuno, divora tutto ciò che incontra sul proprio cammino senza distinzioni di sorta e senza che nessuno possa contrastarlo in qualche maniera, facendo pagare lo scotto anche alle generazioni future.

Altra nota dolente, delle molteplici legate al singolo episodio, è quella legata alla vastità dell’arco temporale per il quale si protrarrà una disgrazia come questa descritta. Il 13 febbraio 2013, causa una forte nevicata, il tetto della centrale ucraina ha ceduto nuovamente, risvegliando paure ed ansie che ormai sembravano sepolte (fortunatamente senza motivo questa volta). La carta stampata ed i telegiornali nazionali purtroppo non hanno dato spazio a questa notizia, considerata di secondo piano, ma ne riscontriamo tracce sui sempre più visitati ed utilizzati (perché aggiornati minuto per minuto) siti web dei maggiori quotidiani italiani. La Repubblica, l’organo di stampa che ha prestato maggior cura alla vicenda, riporta online la notizia con il seguente articolo:

KIEV - Torna la tensione a Chernobyl, in Ucraina. Sotto il peso della neve hanno ceduto il tetto e un muro nell'area del quarto reattore della centrale, proprio quello che il 26 aprile del 1986 esplose causando il più grave incidente nucleare della storia. Lo spazio interessato è vasto 600 metri quadrati ma si trova all'esterno del sarcofago che protegge il reattore. I livelli di radioattività nella zona di esclusione intorno alla centrale non sono cambiati, come rendono noto i tecnici che lavorano nella centrale, sottolineando che il crollo non ha provocato vittime. "Non ci sono minacce per la vita o la salute della popolazione", ha aggiunto la Protezione civile russa, secondo quanto rende noto l'agenzia di stampa Ria Novosti.

Il tetto crollato era stato costruito nell'ambito della messa in sicurezza dell'impianto dopo l'incidente di 27 anni fa, ma è staccato dal sarcofago che copre il reattore danneggiato per evitare perdite radioattive. Entro il 2015 dovrebbe essere completata una nuova struttura, un arco d'acciaio alto 100 metri e lungo 150 che dovrebbe racchiudere il sarcofago e tutta l'area circostante. Alcuni studi stimano che nel sarcofago vi siano ancora 200 tonnellate di materiale radioattivo e altamente pericoloso. Intanto, dopo quest'ultimo incidente, le società di costruzioni francesi Vinci e Bouygues hanno evacuato a titolo precauzionale il proprio personale dalla centrale. Le due compagnie hanno richiamato 80 persone che lavorano al progetto per la nuova struttura.
Le reazioni. "La centrale di Chernobyl costituisce un serio pericolo. Sono infatti ancora alte le probabilità che possano accadere nuovi incidenti e contaminazioni radioattive data la precarietà delle condizioni del sarcofago contenente il quarto reattore", spiega Angelo Gentili, coordinatore nazionale di Legambiente Solidarietà, riguardo il crollo. "Il rischio di un collasso della struttura - afferma - è molto elevato, senza contare che il reattore è pieno di fessure che consentono la fuoriuscita di polveri radioattive". "Per questo crediamo che sia necessario un intervento da parte della comunità internazionale per accelerare i lavori di realizzazione del cosiddetto 'nuovo arco', il sarcofago che conterrà il reattore esploso nel 1986". "Fino a questo momento per la costruzione del nuovo 'Arco' sono state utilizzate 5.000 tonnellate di acciaio a fronte delle 29.000 previste a conclusione dei lavori. In questo primo step la struttura è stata sollevata a un'altezza di 22 metri, per raggiungere i 110 al completamento dell'opera prevista per il 2015". "Ma il timore è - spiega Gentili- che il progetto s'interrompa per mancanza di fondi da parte dei paesi donatori, tra i quali c'era il Giappone. Quest'ultimo dopo la tragedia di Fukushima è in grande difficoltà". Legambiente, che lo scorso dicembre è stata impegnata in una breve missione in Bielorussia con il suo Progetto Rugiada a sostegno dei bambini colpiti dalle radiazioni dell'incidente, ricorda inoltre come "la Bielorussia stia ancora pagando, dopo 27 anni, le conseguenze del più grave incidente nucleare della storia". "Anche se il livello di radioattività nell'ambiente non ha subito variazioni, il segnale è preoccupante", dice Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia. "Se le lastre iniziano a cedere nella sala turbine, non vi è alcuna garanzia che la struttura di protezione costruita nel 1986 non crolli. Il sarcofago costruito a protezione del nucleo della centrale non può reggere ancora a lungo ed è questo il motivo per cui si sta costruendo una nuova struttura". Insomma, "a dispetto delle dichiarazioni tranquillizzanti, Greenpeace ritiene doveroso non minimizzare questi segnali" dice l'associazione ecologista aggiungendo che "secondo quanto riferito dai media, Valery Kalchenco, capo della sottocommissione del Parlamento Ucraino sulle conseguenze della catastrofe di Chernobyl, ha dichiarato che parte della copertura dell'edificio turbine tra l'Unità 3 e 4 della centrale è crollata per il peso della neve accumulatasi. L'area colpita dal crollo è di circa 500-600 metri quadrati. Sempre secondo la stessa fonte, le unità d'emergenza e le forze militari sono già sul posto e stanno rimuovendo i detriti e la neve, mentre le radiazioni in ambiente sono nella norma
"(4).

Causa di questo “piccolo incidente” può essere anche il degrado delle strutture e dei materiali usati per ricoprire e proteggere il reattore. Da notare come questo degrado era stato già evidenziato in precedenza, durante le discussioni tenutesi presso il Chernobyl forum, ossia l’incontro programmato a Vienna dalla IAEA (International Atomic Energy Agency).

Il forum si è svolto in tre differenti sedute: dal 3 al 5 febbraio 2003, 10-11 marzo 2004 e dal 18 al 20 aprile 2005. Alle tre differenti riunioni hanno preso parte oltre alla IAEA, la Banca Mondiale, le autorità russe, bielorusse ed ucraine, la FAO (Food and Agriculture Organization), la WHO (World Health Organization), la UNDP (United Nations Developed Programme), la UNSCEAR (United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiation) e la UNEP (United Nations Environment Programme). A presiedere il tutto venne chiamato Burton Bennett (specialista in effetti radiologici). Dei diversi punti stilati al termine dei convegni, citiamo per l’appunto quello inerente al nostro discorso: gli elementi ricostruiti per coprire il reattore danneggiato sono in via di degrado e rischiano di crollare provocando perdite di polvere radioattiva (5).

La ricorrenza di un evento storico così importante, con conseguenze di tale portata, non deve essere esclusivamente una data da segnare sul calendario, ma lo spunto di riflessione per il futuro onde evitare che accadimenti simili possano ripetersi, e anche per far sì che il sacrificio di tutte queste vite umane non sia stato compiuto invano ma che sia di monito per il futuro.


Note:

1)Franco Foresta Martin, Pioggia nucleare, misure d’emergenza in Italia, in Corriere della Sera, 3 maggio 1986, p. 1;

2) http://www.cerrochernobyl.com;

3) Mimmo Lombezzi, Chernobyl, la triste fine dei Liquidatori, in Il Fatto quotidiano, 19 marzo 2011, p.3;

4) http://www.repubblica.it/ambiente/2013/02/13/news/chernobyl_crolla_tetto-52538214/;

5) http://www.iaea.org/Publications/Booklets/Chenobyl/chernobyl.pdf

Si ringrazia il Dott. Alessio De Battisti per l'invio ed il permesso alla pubblicazione di questo articolo.Documento inserito il: 26/04/2015
  • TAG: chernobyl, centrale nucleare, disastro nucleare, nucleare ucraina

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