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La dichiarazione comune franco-tedesca e situazione politica dopo Monaco

In un salone del Quay d’Orsay, il 6 dicembre 1938, il ministro degli esteri francese Georges Bonnet e il collega tedesco Joachim von Ribbentrop, sottoscrissero una dichiarazione comune che, prendendo spunto dai precedenti patti di Monaco, stipulati nel settembre 1938, sembrò porre fine alla tradizionale rivalità tra le due grandi potenze. Secondo questa dichiarazione, fortemente incoraggiata dal governo britannico, Francia e Germania condividevano pienamente la convinzione che i buoni rapporti tra le due nazioni avrebbero costituito un elemento essenziale per una maggiore stabilità in Europa ed una pace duratura. I due governi avrebbero quindi dovuto impegnarsi con tutte le loro forze, ad assicurare lo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi. Il ministro Ffrancese, Bonnet, riteneva che il documento non fosse solo un pezzo di carta come qualcuno sosteneva, poichè all’articolo 2 della dichiarazione del 6 dicembre, veniva stabilito di comune accordo che nessuna questione territoriale tra le due nazioni sarebbe rimasta in sospeso ed esse riconoscevano come definitiva la frontiera così come era tracciata in quel momento. Con la firma del trattato, Hitler si precludeva definitivamente la possibilità di far valere ogni rivendicazione successiva su Alsazia e Lorena. Anche al Quay d’Orsay ci si felicitava del fatto che un passaggio dell’articolo 3 della dichiarazione, faceva riferimento esplicito agli impegni internazionali assunti dalla Terza Repubblica: in particolare il patto di alleanza stipulato nel 1921 con la Polonia e dell’accordo siglato nel 1934 con l’Unione Sovietica. Grazie a questo accorgimento, sia l’ambasciatore polacco Lukasiewicz, sia l’ambasciatore sovietico Suritz non sollevarono obiezioni sull’accordo. Sempre secondo l’articolo 3, i due ministri si impegnavano a mantenersi in contatto per quanto riguardava tutti i problemi concernenti i due Paesi e a consultarsi nel caso in cui l’evolversi di questi problemi avesse potuto generare delle difficoltà a livello internazionale. Con quella dichiarazione bilaterale, si poteva ragionevolmente pensare che Hitler avesse rinunciato ad ulteriori atti di forza, che in meno di tre anni avevano quasi condotto l’Europa sulla via della catastrofe. Arendere più credibile questa speranza, ci pensarono le dichiarazioni del dittatore tedesco, che il 26 settembre precedente aveva affermato davanti all’affolata platea del palazzo dello sport di Berlino, che dopo aver risolto la questione dei Sudeti, non vi sarebbero piùstati problemi territoriali in Europa. Quelle parole furono la conferma di quanto da lui già sostenuto nell’incontro di Godesberg del 22 settembre con il primo ministro britannico Neville Chamberlain. Naturalmente il 1° gennaio 1939, sia i francesi che gli inglesi non erano in grado di sapere quanto sarebbe successo in seguito, anche se a Parigi, i governanti erano consapevoli della pericolosità della situazione e dell’incombente minaccia di un nuovo colpo di mano da parte del Terzo Reich. In un annesso agli accordi di Monaco, il 29 settembre del 1938 venne concordata la garanzia internazionale delle quattro potenze contraenti, Francia, Gran Bretagna, Italia e Germania, in favore di Praga. Per Francia e Gran Bretagna quella garanzia collettiva contro ogni aggressione non provocata, costituiva la condizione necessaria per il loro assenso allo smembramento della Repubblica cecoslovacca.In questo modo, a quest’ultima veniva offerta la contropartita legittima per le frontiere strategiche che, con la cessione della regione dei Sudeti era stata costretta a cedere alla Germania. Lo stesso dovere era prescritto anche per Roma e Berlino, ma con l’aggiunta, nel secondo capoverso del primo articolo, di una condizione preliminare: quando la questione delle minoranze ungheresi e polacche in Cecoslovacchia fosse stata risolta,sia l’Italia che la Germania avrebbero dovuto fornire a quella nazione una garanzia.In seguito all’ultimatum imposto il 27 settembre 1938 dalla Polonia, la Cecoslovacchia dovette cedere al governo di Varsavia il distretto di Teschen, divenuto poi Cieszyn,con una superficie di circa un migliaio di chilometri quadrati ed una popolazione di oltre 230.000 abitanti. Sistemata quella prima questione, rimaneva in sospeso il problema ungaro-cecoslovacco: i rappresentanti dei due Paesi discussero a Komaron i termini per una intesa diretta, che ponesse fine alle competizioni nazionali e territoriali scaturite dal trattato del Trianon. Il 13 ottobre del 1938, al termine di quattro giorni di recriminazioni opposte, risultò la grande divergenza dei diversi punti di vista. Per risolvere la questione l’Ungheria sarebbe ricorsa all’uso della forza, ma venne riportata a più miti consigli dall’intervento delle due potenze dell’Asse, che convinsero Praga e Budapest ad affidarsi al loro arbitrato. Il 2 novembre del 1938, i due ministri, l’ungherese Kalman Kanya ed il cecoslovacco Frantisek Chwalkovski, si incontrarono al Palazzo del Belvedere di Vienna. Quando i due contendenti ebbero esposto le proprie ragioni, i due arbitri dell'Asse, von Ribbentrop ed il conte Galeazzo Ciano, ministro degli esteri italiano, si ritirarono per decidere sul da farsi. La sentenza negò all’Ungheria la Rutenia subcarpatica, assegnandole però le città ed i distretti di Mukacevo, Uzgorod, Kosice, Lucenec, Levice e Nové Zamky, lasciando alla Cecoslovacchia unicamente l’accesso di Bratislava sul Danubio. Tutti i territori ceduti dovevano essere evacuati a partire dal 10 novembre successivo. Questo compromesso suscitò l’indignazione del governo ungherese: Mussolini e Hitler dovettere dimostrarsi molto energici per scongiurare un conflitto armato tra i due Paesi. Anche a Bratislava l’accomodamento non piacque: gli slovacchi accusarono Praga di aver accettato vilmente lo smembramento della loro nazionalità. Il gabinetto Beran, che dal 7 ottobre aveva sostituito il governo presieduto da Hozda, pensava di poter trovare una certa compensazione per quel deplorevole accomodamento. Essendosi liberata dalle ipoteche costituite dal problema polacco e ungherese, il governo cecoslovacco pensò di avere finalmente il diritto di sollecitare la garanzia promessale da Italia e Germania: il 5 novembre del 1938, Chwalkovski affrontò il problema in un colloquio con l’incaricato d’affari tedesco a Praga Henke. La risposta di quest’ultimo fu che la questione della garanzia sarebbe divenuta urgente solo quando le nuove frontiere sarebbero state fissate nei particolari dalle commissioni competenti e fossero quindi divenute definitive. In un successivo incontro con un funzionario del ministero degli esteri cecoslovacco, Henke disse senza alcun imbarazzo, che la questione della garanzia non aveva un legame diretto con la questione delle frontiere. Il ministro degli esteri italiano Galeazzo Ciano, non era della stessa idea e riteneva giustamente che non ci si poteva esimere ad una richiesta del genere. Ma come potè rendersi conto qualche tempo dopo, anche lui venne ingannato dalla polica estera spregiudicata praticata dal suo collega tedesco. Di fronte a questo atto arbitrario, il passaggio di von Ribbentrop dal Quay d’Orsay fornì a Georges Bonnet una buona occasione per chiarire le proprie idee. Quando chiese al collega tedesco dei chiarimenti sulla garanzia che avrebbe dovuto essere accordata alla Cecoslovacchia, von Ribbentrop diede una risposta alquanto dilatoria accompagnata da una osservazione che probabilmente allarmò il ministro francese: Da un lato la Germania avrebbe atteso l’evolversi degli eventi, dall’altro, una garanzia a quattro avrebbe potuto offrire ai dirigenti cecoslovacchi la tentazione di tornare sulle orme dell’ex presidente Benes. Senza farsi scoraggiare da quella risposta poco diplomatica, la Francia tentò nuovamente un passo in quella direzione per mezzo del proprio ambasciatore a Berlino Coulondre. Questi il 21 dicembre 1938, secondo le istruzioni ricevute, risollevò la questione della garanzia congiunta in un colloquio con il segretario di Stato von Weizsaecker, ma questi replicò che la Cecoslovacchia non la reclamava ed il ministro degli esteri di quel Paese sarebbe dovuto giungere a Berlino solo dopo le festività natalizie e che comunque la Germania non aveva fretta. La risposta non trasse comunque in inganno il governo francese: appariva più chiaro che mai che il trattato di Monaco non aveva estinto le ambizioni territoriali di Hitler, ma al contrario gli avevano procurato un trampolino per un ulteriore balzo in avanti. I sospetti di Daladier e Bonnet sarebbero stati abbondantemente confermati se essi avessero potuto conoscere la direttiva con la quale il 21 ottobre 1938 Hitler ordinava alla Wehrmacht di tenersi pronta a liquidare ciò che rimaneva della Cecoslovacchia. In quelle condizioni, il 1° di gennaio del 1939, della dichiarazione comune franco-tedesca, sottoscritta il 6 dicembre precedente, restava solo quanto scritto dall’ambasciatore francese François Poncetdi ritorno da Berchtesgaden, dove era stato ricevuto da Hitler: egli ebbe a dire che se gli impegni contenuti nella dichiarazione comune fossero stati rispettati, avrebbero contribuito moltissimo a rasserenare l’atmosfera europea, in caso contario, il paese che che non li avesse rispettati ne avrebbe dovuto sostenere tutte le conseguenze morali del caso.
Sulla sitauazione europea, l’opinione pubblica statunitense espresse due differenti sentimenti: una parte era assolutamente contraria alla dittatura nazista, considerata razzista e totalitaria; l’altra parte degli americani era invece contraria alla formazione di qualsiasi coalizione che avesse comportato un intervento statunitense in Europa. Questa situazione si acuì in seguito al discorso tenuto dall’ambasciatore americano a Parigi William Bullitt il 4 settembre del 1938: in queldiscorso, Bullitt disse che non si poteva prevedere se gli Stati Uniti sarebbero intervenuti in caso dello scoppio diun conflitto in Europa. Anche se cauta, la sua dichiarazione causò molta impressione oltreoceano, tanto che il Presidente Franklin Delano Roosevelt, il 9 settembre smentì pubblicamente le parole del suo ambasciatore a Parigi, dichiarandochela partecipazione degli Stati Uniti a fianco di una coalizione franco-inglese contro la Germania nazista, era solo frutto di una interpretazione dovuta a cronisti politici, che non rispondeva alla verità. Nel Regno Unito, Neville Chamberlain, primo ministro britannico, riferendo sugli accordi di Monaco alla Camera dei Comuni, credette di poter garantire ai rappresentanti dell’assemblea parlamentare, che dopo un lungo periodo di colpi a sorpresa, si fosse finalmente giunti ad assicurare all’Europa un’era di pace. Nonostante il suo intervento avesse ottenuto il benestare dei rappresentanti parlamentari con i 366 voti dei conservatori e i 144 voti contrari di liberali e laburisti, alcuni fatti turbarono non poco il suo trionfo: le dimissioni del primo lord dell’ammiragliato Duff Cooper, quelle del marzo precedente di Anthony Eden, le riserve espresse da Winston Churchill ed i circa 40 astensionisti appartenenti al suo stesso partito. Questo non gli impedì di dominare la situazione, almeno fino a quando Hitler si attenne agli accordi stipulati a Monaco e a quelli sottoscritti con la dichiarazione anglo-tedesca. Ma purtroppo per lui, il dittatore tedesco non aveva la minima intenzione di rispettare gli accordi. Nel Regno Unito esisteva un gruppo ostile alla pace e qual’ora quel gruppo fosse giunto al potere, la Seconda Guerra Mondiale sarebbe stata inevitabile. Per questo motivo il 9 ottobre Hitler annunciò la volontà di includere le città di Saarbrucken e Aachen, nel sistema fortificato del Westwall, meglio conosciuto come Linea Sigfrido, aggiungendo che sarebbe stato opportuno, da parte britannica, di abbandonare l’aria di superiorità conservata fin dal tempo di Versailles. Continuò il proprio discorso affermando che la Germania non avrebbe più tollerato le ingerenze inglesi sulla situazione interna tedesca, dal momento che la Germania non si era mai interessata alla situazione interna britannica. Nonostante queste dichiarazioni di Hitler, Chamberlain, secondo l’ambasciatore tedesco a Londra Dirksen, continuava a nutrire completa fiducia nel Fuhrer. Questa idea, Dirksen l’aveva formata frequentando diverse personalità vicine al primo ministro. In modo particolare il ministro degli interniSamuel Hoare, affermava che l’opinione pubblica britannica avrebbe visto di buon occhio, accordi che prevedessero una riduzione degli armamenti e la messa al bando nel modo di far la guerra, dell’uso dei gas asfissianti e dei bombardamenti indiscriminati sulle città. Il problema che Chamberlain si poneva, era se fosse stato meglio discutere subito di questi temi, o piuttosto attendere che il governo tedesco risolvesse in modo soddisfacente i problemi urgenti sollevati dalla questione dei Sudeti ed il nuovo genere di rapporti istituiti tra la Cacoslovacchia ed i suoi vicini. Il 17 novembre del 1938, Chamberlain non era più disposto ad intavolare negoziati con la Germania sulla base degli accordi di Monaco. Ne successivo rapporto al suo superiore von Ribbentrop, Dirksen attribuiva il raffreddamento delle relazioni a due distinte ragioni: In primo luogo a causa dei numerosi inviti alla trattativa offerti a Hitler da Chamberlain, Hoare e da Halifax e rimasti inascoltati. In secondo luogoil 7 novembre un giovane ebreo di origine polacca, Herchel Grynspan, aveva assassinato il segretario nel suo ufficio presso l’ambasciata tedesca di Parigi, il segretario di legazione Ernst von Rath, scatenando una terribile serie di rappresaglie contro la popolazione ebraica residente in Germania, che suscitarono unanime sdegno presso l’opinione pubblica britannica. Dirksen completava il proprio rapporto asserendo che a Chamberlain sarebbe stato molto difficile instaurare un’intesa ampia con la Germania finchè non si fosse posto fine a tale situazione; ma ancor peggio, secondo alcune persone ben informate, il primo ministro inglese stava riconsiderando il proprio giudizio sul futuro delle relazioni tra i due Paesi. La convenzione di Monaco aveva in qualche modo impedito uno scontro tra Francia e Germania, che avrebbe implicato l’intervento britannico. Le conversazioni militari tra le due potenze alleate, infittitesi dal 7 marzo 1936, dopo la rioccupazione tedesca della Renania, non costituivano un obbligo di alleanza, ma di certo l’Inghilterra non poteva assistere passivamente alla disfatta francese senza intervenire, poichè era in gioco la sua stessa sicurezza.Per questo motivo, verso la fine del novembre 1938, passando per Parigi, Chamberlain ed Halifax, non ebbero obiezioni sul negoziato franco-tedesco, apprendendo con un certo sollievo che una dichiarazione comune era stata sottoscritta da Georges Bonnet e da Joachim von Ribbentrop il 6 dicembre. Evitato lo spettro di un nuovo conflitto europeo a Occidente, una nuova crisi si stava profilando nel Mediterraneo. A questo si era giunti con la denuncia degli accordi Laval-Mussolinidel gennaio 1935, fatto dall’Italia. Allo scopo di controbattere alle pretese territoriali italiane e alla campagna di stampa che le accompagnava, Eduard Daladier, primo ministro francese, intraprese un viaggio in Corsica, Tunisia e nel Nord-Africa, affermando nel corso di un discorso, che la Francia non avrebbe mai ceduto neppure un centimetro di ciò che le apparteneva., scatenando nel regime fascista maggior furore. Si arrivò quindi a temere un conflitto tra i due Paesi. Se questo conflitto fosse effettivamente scoppiato, sarebbe stato molto difficile circoscriverlo, anche perchè, la superiorità militare francese, avrebbe messo in serie difficoltà l’Italia , e la germania non avrebbe abbandonato il suo unico vero alleato in Europa, costringendo di conseguenza, l’Inghilterra a scendere a fianco della Francia. Per evitare tutto ciò, l’Inghilterra si offerse per una mediazione tra i due contendenti. Il 16 aprile precedente, un accordo bilaterale aveva liquidato sulla base dello status quo, il contenzioso che minava i rapporti italo-britannici nel Mediterraneo, in Africa Orientale e nel vicino Oriente. Grazie a questo accordo, Chamberlain pensava di poter offrire la sua mediazione a Roma e Parigi. Per raggiungere questo scopo, il primo ministro inglese doveva innanzitutto eliminare ogni rischi di malinteso da parte italiana e di scontento da parte francese. Prendendo la parola alla Camera dei Comuni, il 14 dicembre 1938, egli dichiarò, rivolgendosi ai governi italiano e francese, che il governo britannico, che nel trattato anglo-italiano di status quo nel Mediterraneo, fosse da ritenrsi compresa anche la Tunisia. Queste erano dunque le considerazioni d’ordine diverso sulle quali si basava la politica europea britannica sul finire del 1938. Come si può intuire, Chamberlain si era ricreduto dall’euforia che aveva fatto seguito agli accordi di Monaco. Nonostante tutto, la sua onestà interiore gli impediva di prevedere quanto di terribile sarebbe accaduto in seguito.

Nell’immagine il ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop Documento inserito il: 04/01/2015
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