AVVISO: Questo sito utilizza cookie di profilazione di terze parti per fornirti servizi in linea con le tue preferenze. Confermando questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante, acconsenti all'uso dei cookie, altrimenti visualizza l'informativa estesa privacy-policy.aspx
>> Storia Contemporanea > In Europa

La guerriglia anti-comunista postbellica nei Paesi Baltici, Ucraina e Romania [ di Alberto Rosselli ]

L’Estonia
Alla fine del Secondo Conflitto Mondiale l’Estonia, al pari degli altri due stati baltici di Lituania e Lettonia, venne inglobata dall’URSS e sottoposta ad una gigantesca, duplice operazione di “pulizia” etnica (che portò allo sterminio di almeno 250.000 estoni) e di forzata “colonizzazione” del territorio da parte di decine di migliaia di cittadini russi e bielorussi. Fu per questa ragione che già a partire dal settembre 1944 circa 20/25.000 tra ex-militari e civili estoni si diedero alla macchia nei fitti boschi del paese, formando i primi raggruppamenti partigiani chiamati i Fratelli della Foresta. Tra i leader di questo movimento figurava Ülo Altermann, uomo dotato di forte carisma e capacità organizzative. Sotto la sua direzione, le bande iniziarono a raccogliere tutte le armi e le munizioni abbandonate dalla Wehrmacht prima della sua ritirata verso ovest, riuscendo ad equipaggiare alcuni battaglioni della forza unitaria di circa 250/350 uomini che, già prima della fine del 1944, furono in grado di effettuare colpi di mano contro colonne motorizzate, presidi, caserme e centrali di polizia sovietici. Agli inizi del 1945, le autorità russe e quelle del nuovo governo estone comunista organizzarono una serie di operazioni di controguerriglia, colpendo i gruppi partigiani, ma soprattutto la popolazione sospettata di fornire appoggio diretto o indiretto ai ribelli. Da Mosca giunsero migliaia di soldati appartenenti ai corpi speciali e centinaia di agenti del NKVD che, utilizzando il sistema delle taglie e la tortura, cercarono di ottenere informazioni per individuare covi e nascondigli. Dietro ordine di Stalin, la polizia segreta incarcerò e deportò in Siberia gran parte delle famiglie dei capi partigiani e dei semplici combattenti, mentre nelle campagne le forze sovietiche se la presero con i contadini, la categoria che maggiormente simpatizzava per i ribelli, dando fuoco alle loro abitazioni e sequestrando proprietà, armenti e raccolti. Ben lungi dal volersi piegare, nell’estate del 1945, i Fratelli della Foresta scatenarono una serie di violenti attacchi contro caserme russe, presidi della milizia e soviet dei villaggi. Nel corso delle loro incursioni, i partigiani (armati con fucili, fucili mitragliatori, mitragliatrici e bombe a mano di fabbricazione tedesca e russa) catturarono anche parecchie decine di funzionari, esattori delle imposte e poliziotti che vennero giudicati, e spesso condannati a morte, dai cosiddetti Tribunali della Foresta. Nel corso del 1945, la NKVD registrò 340 attacchi gran parte dei quali compiuti dalle formazioni del capobanda Arnold Lindermann. All’inizio del 1946, Stalin fece intensificare l’azione repressiva inviando nella repubblica baltica altri 20.000 soldati, appoggiati da carri armati, autoblindo e aerei da ricognizione. Oltre a ciò, il Comando Sovietico di Tallinn mise taglie su tutti i capi partigiani, minacciando severe rappresaglie nei confronti di tutti i cittadini che si fossero rifiutati di collaborare. Tuttavia, gran parte della popolazione, soprattutto quella delle campagne, già privata dei propri beni dalla collettivizzazione forzata promossa dai Soviet locali, continuò a sostenere o, quantomeno, a parteggiare per i Fratelli della Foresta. E fu così che, per un paio di anni, le formazioni ribelli riuscirono a tenere testa all’Armata Rossa e alle milizie comuniste infliggendo a queste perdite molto severe. La svolta avvenne verso la fine del 1948 quando Stalin, furente per il deludente andamento delle operazioni di “normalizzazione dei Paesi Baltici”, ordinò l’incarcerazione e il sequestro dei beni di decine di migliaia di semplici cittadini. Non solo. Nell’inverno 1948-1949, i sovietici ridussero drasticamente tutte le forniture di generi alimentari e combustibile ai villaggi contadini per indurre gli abitanti ad isolare il movimento nazionalista. Con la massiccia deportazione del marzo 1949 (nel corso della quale circa 100.000 estoni vennero fatti sparire nelle più remote lande dell’Unione Sovietica) la situazione del Movimento di Resistenza iniziò a farsi drammatica e tale da indurre una parte dei partigiani a dubitare circa l’utilità di proseguire la lotta. Si verificarono quindi alcune diserzioni ma, grazie alla determinazione e al polso dei capi ribelli più carismatici, la maggior parte dei combattenti decise di non mollare. Parzialmente aiutati dall’Occidente (all’inizio degli anni Cinquanta, aerei anglo-americani effettuarono voli di rifornimento ai guerriglieri utilizzando una base situata sull’isola di Bornholm, Mar Baltico), circa 5.000 partigiani continuarono a combattere la loro disperata battaglia. Nel 1953, le autorità sovietiche, che potevano fare conto su un esercito di non meno di 100.000 tra soldati e poliziotti, scatenarono l’offensiva finale, setacciando tutte le foreste del paese e catturando, deportando o giustiziando circa 3.000 partigiani. Una dopo l’altra tutte le cellule di resistenza vennero individuate e annientate. Secondo le stime del KGB, nel 1955 rimanevano in armi, nascosti nei boschi più fitti, non più di 900 Fratelli della Foresta. Ciononostante, Stalin dovette attendere ancora molto tempo prima di dichiarare completamente liquidata la questione estone. Secondo i documenti d’archivio moscoviti, l’ultimo manipolo partigiano, agli ordini del comandante Oskar Lillenurm, venne circondato ed annientato nel 1975. Lillenurm - che riuscì a sfuggire al massacro - venne trovato morto, in circostanze ancora tutte da chiarire, nella primavera del 1980, in un bosco della contea di Läänemaa.

La Lettonia
Nel periodo compreso tra la fine del 1944 e la metà degli anni Cinquanta, il movimento partigiano lettone antisovietico mise in campo una forza di circa 10.000 combattenti suddivisi in 900 piccoli gruppi, affiancati, direttamente o indirettamente, da 20.000 tra ausiliari e addetti alla logistica. Le più importanti organizzazioni partigiane lettoni furono la Latvijas Tēvijas sargu (partizānu) apvienība operante nelle regioni di Latgale e Augšzeme; la Latvijas Nacionālo partizānu apvienība dislocata a nord del Latgale e del Vidzeme; la Latvijas Nacionālo partizānu organizācija attiva nel Kurzeme e Zemgale e la Tēvijas Sargu (partizānu) apvienība presente in prevalenza nella parte meridionale della regione di Kurzeme. Al pari dei partigiani estoni, anche i ribelli lettoni erano soliti agire nelle zone boschive e paludose che ricoprono gran parte del paese, soprattutto quelle situate a ridosso del confine estone. I loro principali obiettivi erano rappresentati da stazioni di polizia, piccoli presidi e depositi di viveri, anche se non di rado i ribelli effettuarono imboscate ai reparti dell’Armata Rossa e agli istrebiteli (o ‘sterminatori’): unità speciali della NKVD impiegate in operazioni di rastrellamento. Tra il 1945 e la fine del 1949, il movimento poté vantare un effettivo controllo su diverse aree del paese, soprattutto laddove i partigiani potevano avvalersi di un maggiore sostegno da parte della popolazione. Secondo fonti russe, i ribelli operarono nelle circoscrizioni corrispondenti a 135 parrocchie sparse sul territorio, usufruendo anche della protezione di parte del clero. Complessivamente, tra il 1944 e il 1955, i partigiani eliminarono circa 3.000 tra agenti e soldati appartenenti alla NKVD, all’Armata Rossa e alle milizie comuniste, contro la perdita di 2.500 uomini. Per cercare di recidere i legami tra i civili e il movimento nazionalista, il 25 marzo 1949, i sovietici arrestarono e deportarono nei gulag oltre 10.000 tra reali e presunti fiancheggiatori della resistenza e tutti i parenti dei combattenti alla macchia. Va ricordato che, tra il 1944 e il 1945, moltissimi civili e parecchi ribelli tentarono con mezzi di fortuna di raggiungere la Germania e successivamente, cioè dopo la fine della guerra, l’Inghilterra. Qui, verso la fine del 1948, una quota di combattenti si mise a disposizione dei servizi segreti britannici per effettuare operazioni di appoggio ai loro compagni rimasti in patria. Nel 1949, la CIA statunitense e il SIS inglese, cooptarono ed addestrarono un certo numero di volontari lettoni disposti a farsi paracadutare nei rispettivi paesi di origine. Secondo testimonianze attendibili, sembra che dall’inizio del 1949 e fino al 1952, aerei inglesi pilotati da volontari polacchi e decollati da basi situate in Germania Occidentale, abbiano raggiunto la Lettonia lanciando piccoli gruppi di informatori e infiltrati. Tuttavia, la quasi totalità di queste missioni si rivelò un fallimento. Pare, infatti, che quasi tutti i commando lettoni trasferiti in patria, con mezzi aerei ma anche con speciali battelli britannici, furono individuati e catturati dalle forze speciali della NKVD, grazie alle informazioni trasmesse a Mosca dalla celebre spia inglese doppiogiochista (cioè al servizio di Mosca) Kim Philby. Tra il 1951 e il 1955, le residue bande armate (forti di non più di 1.500 uomini in armi) dovettero nascondersi sempre più frequentemente nella profondità delle foreste e limitarsi a sopravvivere fino a quando la proclamazione da parte delle autorità di una serie di amnistie - e soprattutto il fallimento della grande rivolta ungherese del 1956 - indussero gli ultimi raggruppamenti, ormai ridotti a poche centinaia di individui, a cessare definitivamente la propria attività, consegnandosi alle forze di polizia. La maggior parte dei partigiani che accettò di deporre spontaneamente le armi venne comunque incarcerata, processata e condannata a lunghe pene detentive da scontarsi nei gulag. Nel 1955, in seguito alla pacificazione forzata del Paese, Mosca accordò però un’amnistia, consentendo ad alcuni prigionieri baltici di rientrare in patria.

La Lituania
Il movimento di resistenza lituano antisovietico nacque per iniziativa del generale Motiejus Peciulionis che, il 9 luglio 1944, diede vita al primo nucleo combattente delle Squadre Speciali di Difesa o Samogitian. In seguito alle prime azioni di guerriglia, i sovietici scaricarono tutta la loro violenza non tanto contro i partigiani, ma contro la popolazione accusata di sostenerli. E per dare un esempio, nella sola notte tra il 22 e il 23 maggio 1945, oltre 40.000 lituani vennero chiusi in vagoni piombati e spediti nei gulag. Per venire a capo della situazione, Stalin inviò in Lituania, in qualità di Commissario Straordinario per la Pacificazione, l’abile e sanguinario generale Mikhail A. Suslov al quale spettò non soltanto il compito di sterminare i ribelli, ma anche quello di eliminare la locale chiesa cattolica considerata troppo vicina al movimento nazionalista. Tuttavia, dopo alcuni successi iniziali, Suslov dovette scontrarsi con la tenace volontà del popolo lituano, tanto che il “governatore” sovietico sarà addirittura costretto ad ammettere il sostanziale fallimento della sua missione, riferendo a Mosca che nel 1945 il paese “risultava in buona parte controllato da ben 1.067 gruppi partigiani e da 839 nuclei di banditi”. In un primo tempo, la resistenza mise in campo formazioni piuttosto consistenti, composte da alcune centinaia di uomini (alcune arrivarono a contare addirittura 600/800 individui). Nel volgere di pochi mesi, tuttavia, i comandi del movimento optarono - al pari dei loro ‘fratelli’ lettoni ed estoni - per un radicale ridimensionamento dei reparti in modo da renderli più manovrieri e soprattutto autonomi sotto il profilo logistico. Nel 1945, le forze della resistenza lituana, frazionate in gruppi non del tutto omogenei, risultavano distribuite sul territorio in maniera piuttosto difforme. Nella parte meridionale e occidentale del paese erano attive essenzialmente le bande più minute ma agili, specializzate in attacchi a sorpresa. Mentre nella parte orientale e settentrionale agivano gruppi ben più consistenti, composti ancora da parecchie centinaia di combattenti. Come ad esempio quello al comando del leader partigiano Žalgiris che arrivò a contare 800 uomini. Nel 1946, si stima che nelle foreste lituane operassero dai 22.000 ai 28.000 patrioti. Nonostante i molteplici tentativi di accorpamento, per molto tempo in Lituania continuarono ad agire svariate bande autonome, tutte però strutturate e gestite secondo rigidi protocolli di comando e operativi di stampo squisitamente militare. I membri di queste formazioni erano suddivisi in plotoni composti da 7-10 uomini, armati con pistole, fucili, mitragliatori e fucili-mitragliatori di preda bellica sovietica, ma anche di fabbricazione tedesca, polacca e cecoslovacca. A differenza dei guerriglieri estoni e lettoni, quasi tutti i partigiani lituani, avevano l’abitudine di indossare vecchie uniformi dell’esercito nazionale o di foggia tedesca o sovietica, con mostrine e placche regolamentari. Nel contesto della guerra di resistenza lituana, anche i servizi segreti occidentali ebbero modo – come si è accennato – di svolgere un certo ruolo. Il 24 giugno 1948, il leader partigiano Lukša, assieme al compagno d’armi Pajaujis, riuscì a fuggire dal paese e a raggiungere la Svezia a bordo di un natante, per poi proseguire per la Francia e la Germania. Tra il 7 e il 9 luglio, a Baden Baden, Lukša si incontrò con i vertici del Comando del VLIK (il Comitato Supremo per l’Indipendenza della Lituania in esilio) con i quali discusse a lungo circa l’organizzazione resistenziale e le modalità attraverso le quali i partigiani avrebbero dovuto condurre la lotta per la liberazione della Lituania. Con il progressivo consolidarsi del potere sovietico, il movimento indipendentista lituano perse però gradualmente la sua forza fino ad estinguersi del tutto. D’altra parte, già nel 1950, buona parte delle componenti operative della resistenza confluirono nel LKS (Laisvės Kovų Sąjūdis, Movimento per la Lotta e la Libertà della Lituania) che, a partire dal 1952 decise di abbandonare la lotta armata per intraprendere e guidare quella della resistenza passiva, con il coinvolgimento della popolazione: strategia, quest’ultima, destinata però a non sortire alcun risultato pratico. Secondo fonti sovietiche, i rimanenti gruppi nazionalisti combattenti vennero neutralizzati dalle forze di polizia nel 1955. Anche se è del 1952 l’ultimo rilevante episodio bellico, al termine del quale il comandante Alfonsas Ramanauskas (detto Vanagas), fu costretto ad arrendersi. Complessivamente, tra la fine del 1944 e il 1953, il movimento lituano ebbe dai 25 ai 30.000 caduti, per non contare i feriti e i prigionieri poi trasferiti nei campi di concentramento siberiani. Pesanti, ma non esattamente quantificabili (si parla di almeno 25.000 tra morti e feriti), risultarono anche le perdite subite dalle milizie governative e dalle forze di occupazione sovietiche.

L'Ucraina
Tra il 1941 e il 1956, in Ucraina, l’organizzazione politico-militare dell’UPA (Ukrainska Povstanska Armiia) - creata il 14 ottobre 1942 a Volyn dal leader nazionalista Roman Shukhevych – ebbe un ruolo determinante nel corso della lunga e misconosciuta lotta di resistenza di questo popolo nei confronti degli occupanti russo-sovietici, ma anche tedeschi. Nell’estate del 1941, dopo l’entrata in Ucraina della Wehrmacht e la ritirata dell’Armata Rossa, l’UPA tentò di costituire un esercito nazionale indipendente da affiancare a quello tedesco nella guerra contro il bolscevismo, ma questo progetto non riuscì mai a concretizzarsi per la ferma (ed ottusa) opposizione di Hitler. E allorquando, il 30 giugno 1941, a Lvov, il leader nazionalista Stepan Bandera osò proclamare l’indipendenza dell’Ucraina, la Gestapo lo arrestò immediatamente assieme ai suoi più stretti collaboratori. E stessa sorte toccò anche al capo dell’OUN (l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini) Melnyk che dopo essere stato richiuso in un carcere, nel 1944 verrà internato nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Nonostante le insensate rappresaglie tedesche, nel 1942 l’UPA riuscì a sopravvivere e addirittura a rinforzarsi. Nell’agosto 1943, i leader dell’OUN riconobbero l’UPA quale formazione militare ufficiale rappresentante l’intero popolo ucraino: fattore che favorì l’arruolamento di circa 100.000 combattenti, suddivisi in numerosi gruppi operativi, sia in Ucraina occidentale che nei Carpazi orientali. All’inizio del 1944, gli organici del movimento si ingrossarono ulteriormente salendo – sembra - a quasi 200.000 elementi, parte dei quali impegnati contro i tedeschi e parte contro i partigiani comunisti e l’Armata Rossa. Tra la primavera e l’estate del 1944, in seguito alla grande offensiva russa, l’esercito tedesco, reduce da gravi sconfitte, dovette ripiegare in massa verso ovest e per questa ragione l’UPA si ritrovò sola nel contrastare l’avanzata sovietica. A Stalin si presentava finalmente l’occasione per liquidare una volta per tutte l’annosa “questione ucraina” e cancellare il vecchio sogno indipendentista di questo popolo. Ma i partigiani dell’UPA non si dettero per vinti, accettando l’impari confronto. In breve tempo, il comando ucraino riuscì a costituire una struttura militare efficiente, suddivisa in reparti che agivano secondo criteri operativi e tattici molto precisi. A fianco dei gruppi combattenti manovravano unità di supporto e logistiche e numerose cellule composte da informatori e agenti, alle quali venivano affidati compiti di intelligence e missioni di sabotaggio e di “eliminazione” di importanti personalità militari sia sovietiche che naziste. Va ricordato a questo proposito l’assassinio del maresciallo dell’Armata Rossa Nikolaj Vatutin (marzo 1944), ma anche l’uccisione di diversi alti ufficiali delle SS e della Gestapo, come il capo di stato maggiore Viktor Lutze. Contrariamente ad altri movimenti anticomunisti dell’Europa orientale, l’UPA fu l’unica organizzazione ad accogliere nelle sue file non soltanto compatrioti, ma anche elementi appartenenti ad altre nazionalità, religioni ed etnie. Oltre a molti tedeschi (alcune centinaia di soldati della Wehrmacht rimasti isolati in seguito all’avanzata russa), tra il 1944 e il 1945, confluirono nell’UPA georgiani, armeni, uzbechi e azerbaigiani, tartari, russi, bielorussi e perfino qualche ex-militare italiano. Abbastanza significativa risultò anche la presenza di ebrei che pur di contrastare i sovietici accettarono di arruolarsi nell’UPA dove, come è noto, figuravano non pochi elementi antisemiti. Pesanti furono le perdite subite dai partigiani nel corso della loro lunga lotta. Nell’autunno-inverno 1944, l’Armata Rossa e le forze speciali della NKVD eliminarono 57.405 combattenti ucraini e ne catturarono 50.387. Nell’arco dei primi quattro mesi del 1945, i sovietici liquidarono poi 95.083 tra uomini e donne e portando, entro la fine dell’anno, il totale degli ucraini uccisi a 218.865 unità. E secondo fonti sovietiche sembra - ma esistono non pochi dubbi in proposito - che in questo periodo 15.990 ribelli si siano arresi spontaneamente, ripudiando la causa. Va comunque segnalato, anche a fronte di questi dati, che tra il 1944 e il 1954 l’attività dell’UPA si rivelò molto intensa traducendosi in ben 14.424 attacchi contro raggruppamenti motorizzati e di fanteria dell’Armata Rossa e della NKVD, senza contare gli attentati a presidi, caserme, uffici e depositi: fatti d’armi, questi, che causeranno la morte e il ferimento di almeno 35.000 tra ufficiali e militari sovietici e la distruzione di centinaia di autoveicoli. Per arginare l’attività sovversiva dei guerriglieri, i comunisti russi cercarono di isolare il movimento nazionalista dalla società civile che, nel contempo, venne sottoposta a vessazioni di ogni tipo. La tattica più frequentemente adottata fu quella (già sperimentata con successo da Stalin negli anni Trenta) di bloccare le forniture alimentari e di sementi ai centri agricoli ucraini sospettati di dare appoggio ai partigiani. Ciononostante buona parte della popolazione continuò a sostenere i ribelli ucraini che continuarono a battersi con grande accanimento. Nel corso del 1948, i commando dell’UPA effettuarono 42 attacchi nella zona di Volyn, trecentottantasette in quella di Drohobych, otto in quella di Kamianets Podilskyi; due nell’area di Kiev, duecentosettantaquattro nel comprensorio di Lvov, sessantasette in quello di Rivne, più 344 nella zona di Stanyslaviv, duecentoottantadue in quella di Ternopol, due a Chernihiv, dodici a Chernivtsi e due a Brest (Bielorussia). Con l’inizio della Guerra Fredda, gli anglo-americani, che temevano un progressivo espandersi dell’influenza sovietica nel mondo, cominciarono a prendere in esame piani segreti per appoggiare i partigiani dell’Est Europa, e tra questi gli ucraini. A questo proposito, va ricordato che tra il 1948 e il 1952, tre speciali reparti aerei alleati, il 580°, il 581° e il 582° nucleo dell’Air Resupply and Communication Squadron e dello Psycological Storm Wing, dotati di speciali quadrimotori a grande autonomia Boeing B29 (totalmente dipinti di nero, privi di insegne ed affidati ad equipaggi polacchi, cecoslovacchi, e più raramente americani), effettuarono, partendo da basi situate in territori cipriota, turco e tedesco, diverse missioni di supporto ai guerriglieri dell’UPA. Nell’ambito di un’operazione segreta chiamata in codice “Integral”, il SIS inglese, che da tempo in Inghilterra e in Germania addestrava piccoli gruppi di volontari ucraini e baltici, che erano riusciti a fuggire in Occidente, organizzò aviolanci per trasferire in territorio sovietico commando e informatori. Ma come abbiamo già avuto modo di dire, la spia Kim Philby mise tempestivamente al corrente i sovietici di questi piani, provocandone il loro quasi totale fallimento. Nel marzo 1951, Philby riferì a Mosca che la CIA aveva in programma un lancio in Ucraina di tre squadre di sei uomini ciascuna. L’articolata operazione scattò nel mese di maggio dello stesso anno quando da una base inglese situata nell’isola di Cipro, un bimotore britannico Douglas C47 con immatricolazione civile trasferì 18 agenti di origine ucraina in territorio turco, da dove avrebbero poi dovuto raggiungere la Bulgaria, passare in Romania e quindi in Moldavia. La prima parte della missione ebbe esito positivo, ma quando il raggruppamento tentò di entrare in Bulgaria esso venne individuato e neutralizzato dalle forze di polizia comuniste. Tra l’agosto e l’ottobre 1951, gli americani tentarono altri voli con relativo trasferimento di agenti e materiali, ma tutte queste operazioni ebbero esiti disastrosi. Nel novembre dello stesso anno, un altro velivolo, questa volta americano, con a bordo apparecchi radio, materiale militare e valuta russa destinati ai partigiani ucraini, venne intercettato e catturato dai sovietici. Intanto, l’offensiva sovietica proseguiva. Il 5 marzo 1950, nei pressi del villaggio di Chorny Lis in Ucraina occidentale, un contingente speciale della MVD riuscì a scovare e ad uccidere il leader partigiano Roman Shukhevych. Anche se alcune fonti ucraine sostengono che il loro comandante si sia invece suicidato per non cadere nelle mani dei sovietici. Nel 1952, in seguito al progressivo aumentare della repressione russa, il comando dell’UPA iniziò a spostare molti suoi raggruppamenti armati verso occidente nella speranza che essi, dopo avere attraversato Polonia, Germania Orientale, Ungheria o Cecoslovacchia, potessero trovare asilo nell’Europa libera. Già nel settembre 1947, infatti, ad un reparto (la Compagnia 95) era riuscito, seppure al prezzo di alte perdite, di passare in Germania Occidentale. Su 100 uomini facenti parte dell’unità, soltanto 36 arrivarono alla meta. Dopo la morte di Shukhevych tutte le attività clandestine, condotte sotto il comando del successore colonnello Vasyl Kuk, iniziarono a perdere progressivamente mordente e intorno al 1955 (dopo la cattura di Kuk da parte di un commando MVD-MGM) gli ultimi gruppi armati dell’UPA cessarono ogni resistenza. Anche se sembra che per ancora qualche anno, fino ai primi mesi del 1960, alcune unità rimasero in armi.

La Romania
Tra l’autunno del 1944 e la primavera del 1945, in Transilvania iniziarono a formarsi diversi nuclei di partigiani romeni antisovietici, composti in parte da appartenenti alla folta minoranza etnica ungherese e tedesca. Va notato a questo proposito che fino alla fine del 1944, i raggruppamenti della Transilvania ottennero dalla Germania un qualche aiuto. Nella fattispecie attraverso la Fallschirmschpringer-Aktion: un’operazione aerea nel corso della quale, per qualche mese, apparecchi tedeschi paracadutarono in Romania settentrionale un certo numero di consiglieri militari della FAK (Front Aufklarungs Kommando) che già in precedenza, tra il 1942 e il 1944, aveva sostenuto i guerriglieri nazionalisti e anticomunisti operanti nelle regioni caucasiche mussulmane. Nonostante questi (modesti) tentativi di soccorso, nel marzo del 1945 le forze di polizia rumene riuscirono a ripulire i boschi transilvani e ad annientare quasi tutti i gruppi di resistenza, proprio mentre il nuovo governo di Bucarest avviava una grande purga all’interno dei quadri dell’esercito per eliminare qualsiasi soggetto legato al precedente regime del maresciallo Antonescu o sospettato di favorire i gruppi ribelli. Di conseguenza, diversi vecchi anticomunisti romeni, alcuni dei quali appartenenti all’ex -Legione dell’Arcangelo Michele (formazione parafascista e nazionalista), dovettero prendere la via dei boschi e dei monti, unendosi agli ultimi reparti partigiani ancora in armi. Nel 1947, in seguito alla creazione della Repubblica dei Popoli Romeni, il governo di Bucarest intensificò la sua spietata politica di annientamento delle congregazioni religiose e delle minoranze etniche del paese, avviando nelle campagne un processo di collettivizzazione forzata dei terreni agricoli (piano completato tra mille difficoltà soltanto nel 1962) che portò all’arresto e all’eliminazione fisica di non meno di 80.000 contadini accusati di essersi rifiutati di consegnare al governo le proprie terre e i propri averi. Queste violente repressioni indussero alcune migliaia tra piccoli e medi proprietari e braccianti a rifugiarsi nelle foreste e nelle più sperdute ed inaccessibili regioni montane, resistendo per anni alle forze comuniste. Nella primavera del 1949, sulla base dei rapporti stilati dai servizi anglo-americani, si evince che unità partigiane “bene armate e addestrate” operanti in Transilvania e in altre zone, abbiano respinto con efficacia molteplici attacchi sferrati dalle unità speciali della NKVD e da quelle di Bucarest, “grazie anche all’appoggio della locale popolazione contadina”. Fu proprio sulla base di queste informazioni che i vertici della CIA decisero di inviare nella capitale romena l’agente speciale Gordon Mason, al quale venne affidato il compito di raccogliere tutte le informazioni inerenti l’attività militare e politica dei gruppi clandestini, evitando tuttavia di stabilire contatti diretti con i loro capi. L’anno seguente, Mason fu in grado di confermare a Washington i brillanti risultati conseguiti nel frattempo “da almeno 11 gruppi di resistenza armata (forti, complessivamente, di 30.000 uomini), operanti nei Carpazi centrali, della zona danubiana, nelle paludi del fiume Prut, in Bucovina e in Moldavia settentrionale”. Notizia, quest’ultima, che indusse la CIA ad autorizzare Mason ad incontrasi segretamente con i leader delle formazioni alla macchia, riferendo ad essi che gli Stati Uniti sarebbero stati disposti a fornire finanziamenti e partite di armi, munizioni ed apparecchiature radio. Mason ritenne però opportuno accelerare i tempi e richiedere all’intelligence statunitense l’inoltro immediato per via aerea in Romania dei suddetti materiali, ma anche di commando romeni da impiegare successivamente in una serie di operazioni di sabotaggio. Richiesta, questa, che fu accolta dalla CIA. Tanto è vero che, nell’arco di alcune settimane, gli americani reclutarono personale specializzato e volontari romeni in esilio e misero in piedi una base operativa ubicata nei pressi di un aeroporto non lontano da Atene. Da questo sito, tra il 1950 e il 1953, alcuni bimotori Douglas C47 effettuarono una serie di missioni nei cieli della Romania, paracadutando commando dotati di armamento leggero, impianti radio, denaro e documenti falsi. Ma stando a fonti americane, soltanto occasionalmente questi nuclei, una volta giunti nel loro paese, riuscirono a stabilire contatti con i partigiani. Il più delle volte, infatti, i manipoli inviati vennero rapidamente individuati ed eliminati dalle forze di sicurezza comuniste e sovietiche, allertate dal controspionaggio di Mosca preventivamente informato dalla spia Philby. Ma nonostante questi gravi fallimenti, diversi nuclei partigiani proseguirono egualmente la loro lotta. Nel 1949, sulle montagne di Vrancea risultava attiva una grossa formazione composta da circa 1.500/2.000 uomini. Ma nell’inverno del ’49 una spia comunista riuscì ad infiltrarsi nella compagine, consentendo alle forze di polizia e dell’esercito di circondarla e annientarla. Nel corso di questa lunga e sconosciuta lotta che insanguinò le foreste romene si misero in evidenza alcuni comandanti dalle doti e dal carisma eccezionali come Gheorghe Arsenescu, che oppose resistenza armata sulle montagne meridionali Fagaras fino al 1952, anno in cui scomparve misteriosamente. Dopo una lunga pausa, nel 1959 Arsenescu e la sua banda ripresero improvvisamente ad operare, ma appena dodici mesi più tardi il capo partigiano venne catturato dalle forze antiguerriglia governative e condotto nella prigione di Campulung Muscel dove fu costretto a suicidarsi. Sui contrafforti settentrionali dei monti Fagaras, un altro gruppo di guerriglieri, guidato dall’ingegnere Gavrilachw, combatté fino al 1956, anno in cui venne preso prigioniero un altro famoso “fratello della foresta”, Dumitru Moldoveanu. Prima di essere strangolato con un filo di ferro dai miliziani, quest’ultimo venne torturato, ma la polizia politica non riuscì ad ottenere da lui alcuna informazione sui suoi compagni. Dopo la morte di Moldoveanu, il movimento di resistenza anticomunista iniziò a sfaldarsi fino alla sua totale dissoluzione avvenuta, a quanto pare, agli inizi degli anni Sessanta.


Bibliografia
M. Laar, War in the Woods: Estonia’s Struggle for Survival, 1944 – 1956, The Compass Press, Washington, 1992
M. Afiero,I volontari estoni nelle forze armate tedesche, Mensile Storia & Battaglie (febbraio 2003).
L. Poggiali, Guerriglieri oltre cortina, Mensile Storia & Battaglie (marzo 2000)
P. Carrel, Operazione Barbarossa – 21 giugno 1941/18 novembre 1942, primo e secondo volume, Edizioni BUR RCS Libri, Milano, 2000
A. Rosselli, I Fratelli della Foresta, Mensile AREA (giugno 2003)
A. Rosselli, La Resistenza anti comunista in Romania, Mensile AREA (settembre 2003)
A. Rosselli, Partigiani slavi contro Tito, Mensile AREA (ottobre 2003)
S. Gershon, Under Fire: Stories of Jewish Heroes of the Soviet Union, Publisher Yad Vashem Publications, Tel Aviv, 1982
G. Smith, The Baltic States, St. Martin’Press Inc., New York 1994
R. Taagepera, Estonia: Return to Independence (San Francisco: Westview Press Inc., 1993)
G. Von Rauch, Gli Stati Baltici: Gli Anni dell’Indipendenza, 1917-1940 (1996)
P. Grose. Operation Rollback: America’s Secret War Behind the Iron Curtain. New York, Houghton Mifflin Company, 2000
N. West, MI 6 British Secret Intelligence Service Operations, 1909-1945, Weidenfeld & Nicholson, London 1983
W. Bruce Lincoln, I Bianchi e i Rossi. Storia della guerra civile russa, Mondadori, Milano 1994
M. Grey e J. Bordier, Le armate bianche. Russia 1919-1921, Mondadori, Verona 1971


Nell'immagine, giovani partigiani anticomunisti lituani-1950.
Documento inserito il: 07/01/2015
  • TAG: guerriglia anticomunista, paesi baltici, annessione urss, pulizia etnica, azioni militari, deportazione siberia, colonizzazione russa, fratelli della foresta, tribunali della foresta, lettonia, istrebiteli, commando lettoni, lituania, samogitian, moviment
  • http://www.albertorosselli.it/

Articoli correlati a In Europa


Note legali: il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità di quanto pubblicato è esclusivamente dei singoli Autori.

Sito curato e gestito da Paolo Gerolla
Progettazione e sviluppo: Andrea Gerolla

www.tuttostoria.net ( 2005 - 2016 )
privacy-policy