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Riemersi dalla Foiba

L’agghiacciante storia di Giovanni Radeticchio e Graziano Udovisi.
Foiba, dal termine latino "fovea", è un termine che indica l'abisso naturale, il pauroso inghiottitoio capace di sprofondare nelle viscere della terra con un salto, spesso in verticale, di profondità variabile, talvolta anche di 200 metri ed oltre. In Istria sono state classificate dal Club Alpino Italiano, ed ora dal Catasto Regionale, circa duemila foibe, descritte come "uno dei più appariscenti fenomeni carsici". Con lo stesso nome furono indicati, per analogia, alcuni pozzi artificiali di vecchie miniere e quindi di tutt’altra origine, come quello di Basovizza sul Carso triestino.
Le testimonianze qui riportate riguardano le foibe di Fianona, nell’Istria orientale. Si tratta di voragini che, pur essendo a strapiombo, sono caratterizzate da profondità relativamente ridotte e dalla presenza in parete di arbusti e sporgenze, non disgiunta da importanti infiltrazioni idriche. Ciò contribuisce a spiegare le ragioni per cui, in una di queste foibe, il miracolo di un’impossibile salvezza sia avvenuto per due Vittime designate: le sole che siano riuscite a sopravvivere ad una tragedia impressionante per numero di Caduti e per efferatezza dei delitti.

Lasciamo la parola ad un protagonista dell’incredibile esperienza, il Sottotenente Graziano Udovisi della Milizia per la Difesa Territoriale (Guardia Nazionale Repubblicana).

All'alba del 14 maggio 1945, a guerra ormai finita, sei persone, fra cui lo scrivente, dopo una lunga notte di orrenda tortura, con i corpi straziati per le sevizie, irriconoscibili nell'aspetto, legati con filo di ferro ai polsi ed alle braccia e costretti in un unico sconvolgente gruppo, con un sommario novello rito barbaro e sventagliate di mitragliatore, furono scaraventate nello spaventoso crepaccio dove il tristemente noto ‘cane nero’ avrebbe trattenuto le anime degli infoibati che, diversamente, avrebbero potuto turbare le notti di questi carnefici”.

Una voragine col fondo colmo d'acqua accolse l'olocausto delle sei persone: Felice Cossi, Natale Mazzucca, Carlo Radollovich, Giuseppe Sabath, Giovanni Radeticchio, ed il suddetto Graziano Udovisi. Quest’ultimo, proveniente dalla scuola Allievi Ufficiali di Pola, era stato destinato, assieme ai commilitoni, al distaccamento di Rovigno della Guardia. Ricevuto l'ordine di ripiegare, il gruppo venne a trovarsi in territorio già controllato dai partigiani slavi; tuttavia, nella notte fra il 30 aprile ed il primo maggio 1945, il piccolo reparto riuscì a raggiungere il capoluogo, già parzialmente occupato dalle forze di Tito, ed a sciogliersi senza consegnare le armi al nemico, lasciando a tutti la possibilità di tornare alle proprie case.
Udovisi si era già messo in borghese e si era organizzato in modo da sfuggire ad una probabile perquisizione della "Guardia del Popolo" (composta da comunisti slavi ed italiani), quando uno dei suoi sottufficiali venne a riferirgli che gli occupanti stavano cercando dappertutto i legionari del suo distaccamento e gli chiese se poteva fare qualcosa. Il giovane ufficiale comprese immediatamente che era suo dovere proteggere i propri uomini, sebbene il reparto fosse stato sciolto ed ogni sua responsabilità fosse decaduta. Oltre tutto, non era più possibile agire in gruppo; sarebbe stato più efficace disperdersi tra la popolazione di sentimenti italiani.
Il sottotenente Udovisi aveva soltanto 19 anni e molti dei suoi legionari erano più maturi di lui, ma l'educazione ricevuta alla scuola della GNR gli faceva sentire con forza una responsabilità che non trovava limiti nel senso comune.
Corse direttamente al Comando partigiano per riferire che i suoi uomini erano già arrivati a Trieste, confidando che a fronte di tale informazione non sarebbero stati più cercati, ma ben conscio della sorte che lo attendeva. Infatti, gli legarono immediatamente le mani dietro la schiena col filo di ferro e, senza nemmeno interrogarlo, lo chiusero in una cella di dodici metri quadrati, in cui erano già stipate circa 30 persone, tutte con le mani immobilizzate ed i polsi sanguinanti. Morivano di sete, e per dissetarsi ebbero un mezzo fiasco pieno di urina. Erano seminudi, scalzi, derubati di ogni avere e perfino degli indumenti, sostituiti da luridi pantaloni a brandelli.

Ascoltiamo ancora Udovisi nell’intervista resa a Maria Paola Gianni, pubblicata sul “Secolo d'Italia” del 29 ottobre 1996.

Almeno ventimila italiani sono stati massacrati in questo modo [...] ad un certo punto ci hanno prelevati in sei e portati in un'altra stanza per torturarci tutta la notte. Dopo mezz'ora non sentivo più nulla, avrebbero potuto tagliarmi a pezzetti e non me ne sarei reso conto. Il mio volto era talmente tumefatto, livido e gonfio che vedevo a malapena. Una donna ufficiale mi spaccò la mascella sinistra con il calcio della pistola. Poco prima dell'alba ci legarono in fila indiana; l'ultimo di noi era svenuto e gli fecero passare il filo di ferro attorno al collo. Lo abbiamo inevitabilmente soffocato nel dirigerci verso la foiba! Erano tutti contro di noi, d'accordo con gli slavi, ma c'erano, assieme ai partigiani comunisti, anche i borghesi italiani. Durante il viaggio sono scivolato e caduto. Immediatamente, mi è arrivata una botta con il calcio di una mitragliatrice al rene destro. Proprio per questo, ho subito tre operazioni ed ho sempre sofferto di calcoli. Sono completamente sordo all'orecchio sinistro e l'altro funziona solo al 50 per cento. Durante il tragitto mi fecero mangiare della carta, inghiottire dei sassi...ci hanno sparato vicino alle orecchie.... si divertivano a vederci sobbalzare”.

Un altro racconto di Udovisi si sofferma su particolari non meno sconvolgenti della sua drammatica esperienza.

C'è un movimento intorno, devo piegare di molto all'indietro la testa per vedere e scorgo dei corpi, anzi delle masse informi alterate come maschere, dipinte d'un colore rossastro. Per quanto posso, punto meglio il mio sguardo sul corpo più vicino e noto un lento, continuo sgorgare di sangue dalle tante ferite che rendono la sua schiena una poltiglia informe. Pure un altro si guarda intorno. Un occhio diventato una massa nera, gonfia, chiusa, mostruosa, si erge sul volto rigato di sangue, che cola dal capo e dall'irriconoscibile fronte. Con uno sforzo cerco di alzarmi, traballo, cado sulle ginocchia, vorrei stendere le mani... ma le mani no, non posso, non posso aiutarmi, sono legate dietro la schiena col filo di ferro. ‘Presto bastardi, traditori, presto! Mettetevi in fila!’ comanda il grosso, alto caporione scalciando il corpo steso per terra e strattonandomi per i capelli. Ha inizio il calvario verso la Foiba. Il capo mi si avvicina e sferza ripetutamente il mio corpo, rabbiosamente. Mi fa avanzare, estrae lentamente la pistola dalla fondina, la impugna per la canna e picchia con forza il calcio dell'arma all'altezza del mio orecchio già precedentemente leso. Sento la mascella staccarsi, cedere. Al momento non sento dolore. La lunga tortura mi ha reso insensibile. ‘Avanti, avanti!’ Il filo di ferro preme nell'incavo interno del gomito, sul tendine del muscolo, e il dolore si manifesta gradualmente con il tremito di tutto il mio corpo. Cado.... Fulminea arriva la pesante vigliacca botta...Vengo sospinto sul terreno in pendenza... c'è una roccia ai miei piedi, bianca, che scende in verticale e si perde in una grossa fossa scura, simile ad altra voragine a me già nota, non lontano da qui. Madonna, Madonna mia! E' la Foiba! ‘Siamo pronti, il masso è legato al collo’ urlano alcune voci...Il mortale crepitio delle armi è assordante, vedo la fiamma uscire da uno dei mitragliatori puntato su di noi. Mi sento spingere, non attendo oltre, mi butto... Cado su di un ramo sporgente che sembra trattenermi, ma subito si strappa e rovina con me. Precipito in quella gola nera. Un tonfo, più tonfi e l'acqua si chiude su di noi. Mi sento trascinare verso il fondo... ma l'istinto di conservazione mi fa muovere ritmicamente gambe e braccia per giungere in superficie. Tocco una grossa zolla erbosa; no, è una testa, e tra le mie dita ci sono i capelli. Afferro e tiro spasmodicamente verso di me quel corpo inerte. Risaliamo insieme, sono a pelo d'acqua, emergo con la testa e respiro a pieni polmoni”.

Gli assassini sono rimasti sul posto, hanno sentito rumori sospetti provenienti dal fondo e per chiudere definitivamente l'impresa eroica lanciano una bomba a mano, poi ancora una seconda. I due infoibati, dopo qualche tempo, si rendono conto che tutto sembra finito.
L'amico - racconta ancora Udovisi - mi fa notare una sporgenza che ci può accogliere. Ascoltiamo se giunge qualche suono di voce o rumore di passi... Con fatica ci arrampichiamo e ci rannicchiamo in quel breve spazio”.

Il camerata che il sottotenente Udovisi, in uno spasimo di generoso altruismo contro la bestiale ferocia dei partigiani, era riuscito a tirare fuori dall'acqua, rispondeva al nome di Giovanni Radeticchio, classe 1920, militare del 2° Reggimento "Istria" della Guardia Nazionale Repubblicana, in servizio presso il distaccamento di Marzana (Pola). Anche lui ebbe occasione di raccontare la sua straordinaria avventura, con altri agghiaccianti e dettagliati particolari che confermano la testimonianza di Udovisi.
Nulla si deve nascondere, perchè la verità storica, sebbene cruda, non può essere falsata, in quanto conforme ad una realtà che è esistita ed è stata la caratteristica costante delle operazioni di "pulizia etnica" o meglio di vero e proprio "terrorismo etnico" svolte dai partigiani comunisti che diedero libero sfogo ad una ferocia atavica, parte di un preordinato disegno, come ha documentato uno storico del rango di Marco Pirina.
Questa ferocia era funzionale al disegno politico di genocidio perché il terrore diffuso tra la popolazione avrebbe dato luogo, come regolarmente avvenne, all'esodo di 350 mila italiani.
La vicenda di Udovisi e Radeticchio è soltanto un esempio, e nello stesso tempo una eccezionale testimonianza di due sopravvissuti - gli unici di cui si abbia notizia certa - circa il delitto contro l’umanità perpetrato dagli slavi con inumana, generalizzata e sadica crudeltà.
Per comprendere meglio le ragioni di cotanto odio, è congruo citare dal “Dizionario di politica” diretto da Bobbio, Matteucci e Pasquino (Milano 1991) la teoria della guerra partigiana che "incarna l'ostilità assoluta, perde la distinzione tra nemico e criminale, non cessa con la pace negoziata ma con lo sterminio e… si svolge in base al terrorismo". In tale ottica, è più facile comprendere come sia stato possibile odiare implacabilmente ed ossessivamente anche esseri inermi ed inoffensivi, quali vecchi, donne, bambini.
Su queste selvagge passioni si innestò l'antica antitesi fra barbarie e civiltà da cui trasse origine la persecuzione contro gli italiani.

Ed ora passiamo la parola a Giovanni Radeticchio.

"Dopo che i partigiani erano andati via, mi sono messo in una specie di scalino che era di fianco a me, mi sono sdraiato sul fianco e con le dita sono riuscito a molare il ferro che mi legava la mano, e questo, forse dopo un'ora: il ferro era così conficcato che staccandolo vennero via anche dei pezzi di carne”.
Non è facile immaginare con quanta fatica i due giovani, spezzati nel fisico, costernati per la morte degli altri quattro camerati, ma per comprensibile reazione, estremamente determinati a sopravvivere, poterono aggrapparsi con la forza della disperazione alle sporgenze ed alle anfrattuosità della roccia per riguadagnare, in un lungo e sovrumano sforzo, la sommità della foiba. Non è facile capire come avvenne. Ma la realtà è che avvenne, e che i due uscirono dall’inghiottitoio con il favore delle tenebre.
Radeticchio raggiunse la sua casa e si nascose in cantina: nessuno lo cercò più.
Ormai poteva vivere in pace: suo padre lo aiutò a salvarsi e dopo un mese il redivivo potè consegnarsi agli Alleati che nel frattempo avevano assunto l’amministrazione provvisoria di Pola. In data 23 luglio 1945 ebbe modo di rilasciare una lunga dichiarazione alla Croce Rossa Italiana di Trieste, verbalizzata nella schiettezza icastica del linguaggio dialettale, a conferma delle dichiarazioni di Udovisi e del trattamento allucinante cui venne sottoposto già prima dell’infoibamento. Basti pensare che un partigiano, durante la tragica marcia verso il luogo del martirio, aggiunse ulteriore sadismo a tutte le altre torture, chiedendo ai prigionieri se erano “contenti di finire in foiba”.
Le testimonianze di Udovisi e Radeticchio sono fondamentali per comprendere cosa accadeva in quella stagione plumbea. Ma gli altri quattro sventurati del loro piccolo reparto? E le altre ventimila Vittime?

Il sottotenente Graziano Udovisi, recentemente scomparso, non è stato riconosciuto invalido di guerra e non gli sono stati riconosciuti nemmeno il grado ed il servizio militare prestato: quindi, non ha potuto ottenere la pensione di guerra e non ha percepito alcun compenso specifico per tutta la vita, con quale giustizia è facile intuire. In compenso lo Stato italiano elargisce la pensione ai suoi assassini: con puntualità e continuità, in dollari. E diversamente da quanto accade per tutte le pensioni italiane, con la reversibilità al 100 per cento, secondo la normativa ideata dalla misericordiosa Tina Anselmi.
Con naturale ed esemplare coerenza, lo Stato italiano non ha riconosciuto l'invalidità nemmeno a Giovanni Radeticchio, che fu costretto ad emigrare in Australia, dove nel 1970 venne a mancare in età ancora giovane, stroncato da un infarto. In compenso lo stesso Stato italiano accoglie, ogni anno, migliaia di immigrati di ogni colore. Ed almeno un quarto dei 350 mila Esuli da Istria, Fiume e Dalmazia, invase dagli slavi, non hanno trovato posto in Italia.
Paradossalmente, la loro emigrazione ha lasciato maggiore spazio per i nuovi arrivati, molto più graditi ed oggetto di conveniente assistenza, tanto da promuovere il riconoscimento del diritto di voto in loro favore: cosa che può spiegare molte cose.

Andrea Arpaja

Nato a Pola nel 1931, Andrea Arpaja fu a Gorizia fino al novembre 1944. Dal capoluogo isontino raggiunse il padre, un Colonnello di artiglieria che, avendo aderito alla RSI, era stato destinato al Comando della Divisione "Italia". Fu così che il giovanissimo Andrea si arruolò a Milano nelle "Fiamme Bianche". In seguito si è interessato alle vicende dei conterranei istriani per lasciare ai posteri una testimonianza sulla sorte toccata agli Esuli e sulla trasformazione forzata che gli slavi imposero alle terre invase. Coltiva anche ricerche storiche e politiche con particolare riguardo alla seconda guerra mondiale.

Intervento di Andrea Arpaja


Il presente articolo è tratto dagli Atti del Convegno di studi storici tenutosi a Napoli il 28 gennaio 2001, sul tema: "Foibe. La storia in cammino verso la verità". Si ringrazia l'Istituto di Studi Storici Economici e Sociali (ISSES) di Napoli per avere consentito il reprint dell’intervento in forma di sintesi, con alcuni adeguamenti formali.
Documento inserito il: 30/12/2014
  • TAG: giovanni radeticchio, graziano udovisi, foiba, sopravvissuti, cattura, prigionia, torture, milizia difesa territoriale, repubblica sociale italiana, istria, partigiani titini, comunisti italiani
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