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Le navi da battaglia britanniche della classe QUEEN ELIZABETH

Alla Gran Bretagna spetta il vanto non solo di aver, con la celebre DREADNOUGHT, aperto la costruzione delle corazzate monocalibre, ma anche di aver completato la prima classe di navi da battaglia più pesantemente armate e nel contempo più protette: la classe QUEEN ELIZABETH.
Costruite sotto il programma 1912, queste splendide cinque unità, all'epoca del loro completamento erano indubbiamente quanto di più poderoso esistesse al mondo in fatto di navi di linea. Il loro armamento di grosso calibro, composto da VIII-381/42 mm, le rendeva balisticamente superiori a tutte le loro similari mondiali, mentre le loro velocità di ben 25 miglia orarie, ottenuta grazie alle caldaie a combustione completamente a nafta, per la prima volta installate, concedeva un margine di alcuni nodi nei confronti delle contemporanee navi da battaglia.
L'adozione di questo tipo di apparato motore, portò non solo dei vantaggi nella velocità ma anche, con la conseguente diminuzione del peso ad esso devoluto, ad un marcato miglioramento della protezione, che poté così raggiungere valori notevolmente superiori a quelli delle precedenti costruzioni.
L'armamento principale si componeva di VIII-381 mm, aventi un'elevazione massima di 20°, piazzati in torri binate, due a prora e due a poppa.
L'armamento antisilurante, consisteva, almeno secondo il progetto originale, in XVI-152 mm, quattro dei quali erano piazzati, due su ambo i lati, in casematte poppiere. Però, siccome l'impiego di questi pezzi era piuttosto problematico, si preferì sbarcarli. I rimanenti erano piazzati sei per lato, in batterie sprotette, cosa che rappresentò forse il maggior difetto nel disegno di queste unità.
Quattro tubi lanciasiluri subacquei da 533 mm ed otto proiettori, piazzati sui ponti e su di una speciale torretta a poppavia del secondo fumaiolo - come sulle unità del tipo IRON DUKE - completavano l'armamento.
Il debutto operativo delle QUEEN ELIZABETH avvenne in occasione della spedizione ai Dardanelli dove, appunto la H.M.S. QUEEN ELIZABETH, battente insegna dell'ammiraglio De Robeck, contribuì al bombardamento delle fortificazioni turche. Le altre unità della serie - HMS MALAYA, HMS WARSPITE, HMS VALIANT E HMS BARHAM - debuttarono invece allo Jutland (maggio 1916), raggruppate nella Va Squadra "Navi da battaglia" del contrammiraglio Thomas Evan, e diedero prova delle loro eccellenti qualità incassatrici, riuscendo ad assorbire parecchi colpi, alcuni anche di grosso calibro. La HMS BARHAM, ammiraglia della Divisione, ebbe sei colpi; la HMS MALAYA ne ebbe 8; l'HMS WARSPITE, che per un'avaria al timone venne a trovarsi nei pressi della squadra tedesca, ne ricevette addirittura quattordici. Malgrado questi danni, le tre unità britanniche riuscirono a mantenere una velocità di 23 nodi.
Per tutto il tempo della Prima Guerra Mondiale, anche perché lo Jutland fu l'ultima volta in cui la Hochseeflotte uscì la gran completo, non ebbero più modo di distinguersi. La QUEEN ELIZABETH fu poi nave ammiraglia di Sir David Beatty e fu appunto a bordo ad essa che il Comandante in Capo della Grand Fleet ricevette, nel novembre 1918, l'ammiraglio tedesco von Reuter che veniva a portargli i termini di resa della Flotta germanica.
Finita la Prima Guerra Mondiale, tra il 1925 ed il 1933, vennero rimodernate piuttosto estesamente. La torre di controllo e l'opera morta vennero rimodellate, i due fumaioli riuniti in uno unico ingrandito, due lanciasiluri vennero sbarcati e si aggiunsero controcarene esterne. Il costo di questo rimodernamento assommò allora a circa un milione di sterline per nave.
Tuttavia, nel 1934/1935, sulla MALAYA e sulla WARSPITE, s'iniziò un secondo molto più radicale rimodernamento, che comportò, nel caso della MALAYA, la sostituzione di circa il 60% delle strutture della nave.
I due restanti lanciasiluri furono sbarcati, si migliorò l'elevazione dei grossi calibri portandola a 30°, si potenziò l'armamento AA mediante l'installazione di pezzi da 102 mm e di mitragliere da 20 e 40 mm.
Sulla WARSPITE, rimodernata ancor più integralmente della MALAYA, il torrione venne completamente rifatto, si costruì, immediatamente a poppavia del fumaiolo, un hangar atto ad alloggiare quattro aerei e si sostituì l'apparato motore originale con un altro più potente. Il costo della ricostruzione ammontò a due milioni di sterline per la WARSPITE e ad un milione di sterline per la MALAYA.
La VALIANT e la QUEEN ELIZABETH, a similitudine della WARSPITE, vennero invece rimodernate nel 1937/1940, ebbero però completamente sbarcati i pezzi da 152 mm che vennero sostituiti da 20 pezzi da 114 mm AA e NN in torrette binate. Solamente la BARHAM non venne rimodernata, rinforzandosi soltanto la dotazione di armi AA e piazzando una catapulta, per il lancio di un solo aereo, sulla torretta sopraelevata poppiera.
Durante il secondo conflitto mondiale, le corazzate della classe QUEEN ELIZABETH furono presenti in tutti i più importanti teatri d'operazione e segnatamente in Mediterraneo.
La WARSPITE e la MALAYA parteciparono alla battaglia di Punta Stilo. Il 9 febbraio 1941 la MALAYA, con l'incrociatore da battaglia HMS RENOWN e la portaerei HMS ARK ROYAL, prese parte al bombardamento di Genova, sparando sul capoluogo ligure 148 colpi di grosso calibro.
Poco meno di due mesi dopo, sempre in Mediterraneo, altre tre unità di questo tipo erano nuovamente al proscenio, WARSPITE (battente insegna dell'ammiraglio Cunningham, Comandante in Capo della Mediterranean Fleet), VALIANT e BARHAM, nella notte tra il 28 ed il 29 marzo, polverizzarono letteralmente, con il fuoco ravvicinato delle loro artiglierie principali, gli incrociatori italiani della Ia Divisione e due caccia di scorta.
Verso la fine dell'anno, tuttavia, nei mesi di novembre-dicembre, anche le unità di questo tipo dovettero lamentare colpi piuttosto duri.
Il 24 novembre 1941, il nucleo principale della flotta di Alessandria prese il mare, in funzione di scorta "indiretta" agli incrociatori leggeri che tentavano di intercettare due convogli italiani. Però, verso le 16,30 del giorno seguente, gli stati maggiori della QUEEN ELIZABETH e della VALIANT udirono degli scoppi e videro la BARHAM paurosamente sbandata sulla sinistra. Il sommergibile tedesco U-331 (tenete di vascello von Thieseneausen), passando attraverso le maglie degli otto caccia di scorta, era riuscito a colpire con quattro siluri la disgraziata nave.
Pochi minuti dopo, per lo scoppio di un deposito munizioni, la BARHAM saltava in aria con una spaventosa deflagrazione. Su 1.311 uomini che si trovavano a bordo, 861 - compreso il comandante, capitano di vascello G.C. Cooke - perdettero la vita; 450 invece, con il vice ammiraglio Pridham Whippel, poterono essere recuperati da altre navi. Alcuni superstiti presentavano orribili ferite giacché, siccome la BARHAM non era più stata in bacino da oltre un semestre, nelle acque calde di Alessandria i denti di cane si erano enormemente sviluppati e gli uomini, scivolando lungo la carena quando la nave era sbandata, si erano prodotti quelle orrende piaghe.
Il sommergibile siluratore invece, dopo aver passato un brutto momento, essendo dopo il lancio salito alla superficie, a causa del subitaneo alleggerimento dei quattro siluri prodieri, malgrado passasse a fianco della VALIANT, riuscì ad evitare la collisione e con molta fortuna poté dileguarsi.
Tuttavia, l'odissea delle QUEEN ELIZABETH non era ancora terminata. Nemmeno un mese dopo la perdita della BARHAM, le due unità superstiti, la mattina del 19 dicembre, saltavano in aria nel porto di Alessandria.
L'epica impresa dei S.L.C. italiani (meglio conosciuti come "maiali", portati all'imboccatura del porto dal sommergibile SCIRE') di De La Penne - Bianchi e di Marceglia - Schergat é giustamente troppo nota per essere qui ricordata nei suoi dettagli; diremo soltanto che la VALIANT e la QUEEN ELIZABETH non si perdettero solo perché il fondale era troppo basso. Ad ogni modo, gli Inglesi ne ricevettero un'impressione di stupore e costernazione perché, oltre che un completo rivoluzionamento della situazione strategica, una siffatta minaccia minava pure profondamente lo spirito degli equipaggi.
Le due unità, dopo temporanee riparazioni, procedettero, via Suez, verso gli Stati Uniti per integrali riparazioni; si ricongiunsero poi, nel dicembre 1942 ed il gennaio 1943, con la Mediterranean Fleet.
In seguito, la WARSPITE e la VALIANT furono presenti allo sbarco di Salerno dove, il 16 settembre 1943, la WARSPITE venne gravemente colpita da una bomba radiocomandata tedesca che le mise fuori uso l'apparato motore. Tuttavia, la WARSPITE, unitamente alla MALAYA, diede ancora il suo contributo allo sbarco alleato in Normandia. Nuovamente danneggiata da una torpedine mentre navigava da Portsmouth a Rosyth, fece ancora in tempo ad entrare in azione contro i Tedeschi a Brest, a Le Havre e a Walcheren. Fu senz'altro la nave da guerra britannica, dall'inizio del secolo, ad avere la più brillante carriera.
La QUEEN ELIZABETH e la VALIANT, riunite con la Flotta d'Oriente, parteciparono ai bombardamenti contro la base nipponica di Sabang, colpendo in maniera grave il naviglio e le installazioni portuali.
Alla fine della guerra, le quattro unità superstiti vennero poste in riserva e successivamente demolite nel 1947-1948, chiudendo così una vita che aveva tenuto alto il prestigio della Royal Navy in ogni mare del mondo.


Conclusione

Le corazzate della classe QUEEN ELIZABETH meritano, senza alcun dubbio, un posto di preminenza nella storia delle navi da battaglia, giacché per la prima volta si tentò, con esito completamente positivo, di fondere nelle stesse navi la velocità dell'incrociatore da battaglia con la solidità della nave di linea.
Il loro armamento di grosso calibro fu quanto di più indicato potesse essere installato, perché il 381 mm fu per le QUEEN ELIZABETH la massima artiglieria installabile, poiché non avrebbe affatto giovato loro una quantità di potenza balistica superiore a quella che avrebbero potuto vantaggiosamente estrinsecare.
Parrà dunque per lo meno strano come, allo Jutland, i grossi calibri inglesi non abbiano dato, rispetto a quelli tedeschi, prova molto brillante, ma questo dipese da fattori che nulla avevano a che vedere con l'efficienza dei pezzi.
In primo luogo bisogna ricordare che lo scontro avvenne a forti distanze e, sino a quell'epoca gli Inglesi erano soliti effettuare le loro esercitazioni di tiro alla distanza massima di 8.700 mt.
Non può passare inoltre sotto silenzio la cattiva qualità dei proiettili perforanti britannici che si rompevano, senza poter attraversare le piastre corazzate delle unità nemiche, quando colpivano il bersaglio con forti angoli di incidenza. Tuttavia, i difetti, che per sommi capi abbiamo sopra elencati, non possono minimamente inficiare il valore delle unità stesse, giacché si trattava di pecche indipendenti dalla nave vera e propria.
La validità appunto delle QUEEN ELIZABETH sta nell'avere non solo precorso i tempi, sotto l'aspetto tecnico-costruttivo della corazzata rapida, ma anche di aver saputo giungere al secondo conflitto mondiale, venticinque anni dopo il loro completamento, anche se non in condizioni di dettar legge alle LITTORIO od alle BISMARCK - per citare i due più potenti tipi di unità italo-tedesche -, almeno in grado di sovrastare abbondantemente tutte le altre navi concepite e costruite nel loro stesso periodo. Ebbero ovviamente delle crepe, logico corollario alla loro anzianità, tuttavia il loro rimodernamento può definirsi un successo, non tanto in fatto di architettura navale, ma in quanto perché, all'epoca della loro progettazione, il concetto che le aveva ispirate non era stato di ordine transitorio, al contrario, proiettato nel futuro, dimodoché, anche con variazioni notevoli dalla versione originale, furono in grado, s'intende relativamente, di poter assorbire tutte le migliorie ch'erano sorte nell'ultimo ventennio.
Le QUEEN ELIZABETH furono forse le uniche unità mondiali - se si eccettuano i nipponici "incrociatori da battaglia" tipo KONGO -, che sebbene fossero state progettate anteriormente al 1920, vennero adibite al servizio di "prima linea" nella Seconda Guerra Mondiale.
L'avvento di nuove tattiche di guerra, la creazione di Task Forces veloci, la potenza dell'aviazione navale non riuscirono a metterle completamente fuori gara perché esse, e questo é il miglior elogio che si possa fare ad una nave da guerra, furono concepite come una proiezione nel futuro e non come una soluzione transitoria del presente, legata a soluzioni che furono sempre dei paliative che mai riuscirono a risolvere integralmente i problemi che potevano condizionare, negativamente o positivamente, lo sviluppo di una Marina.

Nell'immagine (tratta dal sito http://www.maritimequest.com/ molto interessante per la immagini proposte) la nave da battaglia britannica QUEEN ELIZABETH che diede il nome alla classe omonima.


Articolo tratto dal numero 16 del bimestre Novembre-Dicembre 1963 della rivista Interconair Aviazione e Marina.
Documento inserito il: 12/11/2017
  • TAG: classe queen elizabeth, corazzate, grande guerra, seconda guerra mondiale, jutland, royal navy, siluri lenta corsa

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