AVVISO: Questo sito utilizza cookie di profilazione di terze parti per fornirti servizi in linea con le tue preferenze. Confermando questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante, acconsenti all'uso dei cookie, altrimenti visualizza l'informativa estesa privacy-policy.aspx
>> Storia Contemporanea > In Europa

Martiri delle Foibe: Norma Cossetto

Assurta a simbolo del martirologio istriano, Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni, nata e residente a Santa Domenica di Visinada (Pola), laureanda in lettere e filosofia presso l'Università di Padova. In quel tragico 1943, stava preparando la tesi di laurea che aveva per titolo: “L'Istria rossa” (a causa della pigmentazione della sua terra, dovuta alle inclusioni minerarie). Ed era solita girare in bicicletta per i Comuni della zona, onde raccogliere il materiale documentario per la sua ricerca.
Dopo l'otto settembre, in seguito alla resa incondizionata che fu chiamata armistizio, ma tale non era, l'esercito italiano si dissolse e ne approfittarono i partigiani slavi di Tito per invadere la Dalmazia e quasi tutta l'Istria.
Il 25 settembre, un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto facendo razzia di ogni cosa; entrarono anche nelle camere da letto sparando sui letti per atterrire le tre donne presenti: Norma, la sorella Licia e la madre, in assenza del padre Giuseppe, che si era dovuto recare a Trieste. Il giorno seguente, altri partigiani con la stella rossa prelevarono Norma e la condussero nella caserma che era stata dei Carabinieri, dove i caporioni si divertirono sadicamente a tormentarla promettendole libertà e mansioni direttive se avesse accettato di aggregarsi alle bande comuniste di Tito. Ma Norma, che si sentiva profondamente italiana per l'educazione ricevuta, ed ancor più si sentiva inorridire per tutto quello che avevano fatto e facevano gli slavi, rifiutò nettamente, sdegnosamente.
Allora, la portarono a Parenzo, in una caserma già appartenente alla Guardia di Finanza, dove fu rinchiusa assieme ad altri congiunti, conoscenti ed amici, tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa Mechis, Maria Valenti, Umberto Zotter ed altri, tutti delle zone di Santa Domenica, Castellier, Ghedda, Vilanova e Parenzo. Dopo un paio di giorni vennero trasferiti con un camion, nottetempo, alla scuola di Antignana.
Qui iniziò il martirio di Norma: legata strettamente ad un tavolaccio con alcune corde, fu violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini ubriachi ed invasati, che la seviziarono barbaramente e sadicamente, pugnalandola e torturandola, per poi gettarla ancora viva nella Foiba di Villa Surani.
Una signora di Antignana che abitava di fronte, nell’udire gemiti e lamenti strazianti, appena buio, vincendo il terrore, aveva osato avvicinarsi alle imposte socchiuse. Lo spettacolo era terrificante; gli assassini infierivano crudelmente sulla ragazza prigioniera, i cui lamenti e le cui invocazioni alla mamma si univano ad implorazioni disperate.
Il padre di Norma era conosciuto e stimato per aver dedicato la sua vita allo sviluppo di quei paesi. Era stato Podestà per molti anni e Commissario governativo delle Casse Rurali per la Provincia di Pola. Aveva avviato attività culturali e circoli sociali, dando impulso alla banda musicale, e soprattutto aveva aiutato i poveri della zona. Si trovava ancora a Trieste quando fu informato dell'arresto della figlia, ma non seppe della sua tragica fine. Allora, si precipitò affannosamente a Santa Domenica accompagnato da un congiunto, il giovane tenente Bellini, invalido di guerra, sposato da poco (la moglie era in attesa di un figlio). All'ingresso del paese i partigiani lo rassicurarono vigliaccamente: la figlia gli sarebbe stata riconsegnata.
Invece, alla sera gli tesero un agguato: una raffica di mitra stroncò la vita del Bellini e Giuseppe Cossetto rimase ferito. Allora, gli si avvicinò un partigiano che, alla maniera di Maramaldo, lo finì con una tremenda coltellata. Si seppe poi che l'assassino, solo pochi mesi prima, era stato salvato da sicura morte proprio dal Cossetto, il quale, essendo l'unico nella zona a possedere l'automobile, lo aveva trasportato d'urgenza all'ospedale di Pola.
Le salme di Giuseppe Cossetto e di Bellini furono poi gettate nella Foiba di Castellier, dove sarebbero state recuperate dalla squadra di Vigili del Fuoco del benemerito Maresciallo Arnaldo Harzarich verso la fine di ottobre, dopo che la Wehrmacht aveva avuto facilmente ragione delle bande partigiane comuniste e ripristinato la sovranità della RSI sull’Istria. Lo stesso Maresciallo, con i suoi uomini infaticabili nell'opera estenuante di esumazione delle salme dal fondo allucinante delle Foibe, provvide a recuperare le salme di tanti altri Martiri.
I tedeschi tornarono a Santa Domenica il 13 ottobre. Licia ebbe modo di informare circa la scomparsa della sorella e del padre. In conseguenza, vennero catturati alcuni partigiani che finirono per raccontare le tragiche vicende occorse ai Cossetto. Così, il 10 dicembre, la squadra di Harzarich riesumò anche la salma di Norma: era caduta, con le braccia strettamente legate dal filo di ferro, sopra un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati in un’orrenda scenografia apocalittica. Aveva i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate orribilmente. Lo zio Emanuele Cossetto, che identificò la nipote con indicibile strazio, riconobbe sul suo corpo varie ferite di arma da taglio. Analoghe sevizie furono riscontrate su tanti altri cadaveri.
Secondo una testimonianza dell’epoca, “Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre Vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, catturati in seguito dai militari italiani, si seppe che Norma, durante la detenzione, venne violentata da molti”.
Stando ad un’altra deposizione, “Norma, rinchiusa dai partigiani nella ex caserma di Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi, e violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella Foiba”.
La salma della Martire fu composta nella cappella mortuaria del cimitero di Castellier. Si riuscì ad arrestare sei dei suoi torturatori. Furono obbligati a passare l'ultima notte della loro vita accanto alla salma, in una veglia funebre di terrore, alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato 67 giorni prima. Tre di loro, soli con la loro Vittima, assaliti forse dai rimorsi, o più semplicemente dalla prospettiva della giusta espiazione incombente, impazzirono, ed all'alba furono fucilati con gli altri tre.
Ai funerali di Norma, che fu sepolta a Santa Domenica nella cappella di famiglia, partecipò una folla immensa, poiché il suo atroce martirio era stato una riconferma dell'italianità dell'Istria.
Calpestata e straziata.
Norma era apprezzata e stimata da tutti per il suo carattere apertamente cordiale e gioviale, ma anche per la sua cultura. Dopo aver brillantemente superato la maturità classica al liceo di Gorizia e tutti gli esami universitari, mentre si stava preparando alla laurea, stante la sua preparazione era stata chiamata ad insegnare, ancora studentessa, al Liceo di Pisino ed all'Istituto Magistrale di Parenzo.
Ebbe un riconoscimento autorevole e non sospetto. Più tardi, su proposta del Magnifico Rettore, il comunista prof. Concetto Marchesi, l'Università di Padova le concesse la laurea “honoris causa”.
Ciò avvenne soltanto nel 1949, sei anni dopo il martirio, per gli intralci e per l’ostruzionismo di chi obiettava che “la Cossetto non era una partigiana”. In effetti, si era molto preoccupati di non offendere la suscettibilità della Jugoslavia titoista.
Ancora oggi, si portano i giovani in “viaggio di studio” a Trieste a visitare la “Risiera di San Sabba” senza precisare che gli ultimi prigionieri di quel campo furono italiani incolpevoli, in attesa di essere avviati ai terribili lager della Jugoslavia, da cui molti non tornarono. Le frasi illuminanti, incise con un chiodo sull'intonaco delle celle da parte di quegli infelici, furono cancellate, le pareti stuccate e ripulite. Censurate, perché l'Italia ufficiale ed i suoi paludati soloni potessero continuare ad onorare le Vittime di una parte sola.
Per assurdo, se qualche Preside di retti sentimenti volesse essere imparziale e decidesse di portare i suoi studenti e prima ancora le sue studentesse, a meditare sulla tomba della Cossetto, con un doveroso omaggio al simbolo di un’atavica violenza “di parte”, non potrebbe più farlo. Norma continua ad essere violentata, anche dopo la morte.

Ornella De Angeli, studentessa di terza liceo (Ancona)


Il presente articolo è tratto dagli Atti del Convegno di studi storici tenutosi a Napoli il 28 gennaio 2001, sul tema “Foibe: la storia in cammino verso la verità.” Si ringrazia l'Istituto di Studi Storici Economici e Sociali (ISSES) di Napoli per aver consentito il reprint dell'intervento con alcuni adeguamenti formali.
Documento inserito il: 29/12/2014
  • TAG: norma cossetto, martirio, foibe, martirologio istriano, IX corpus, maresciallo tito, armistizio, repubblica sociale italiana, seconda guerra mondiale, pci
  • http://www.isses.it

Articoli correlati a In Europa


Note legali: il presente sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità di quanto pubblicato è esclusivamente dei singoli Autori.

Sito curato e gestito da Paolo Gerolla
Progettazione e sviluppo: Andrea Gerolla

www.tuttostoria.net ( 2005 - 2016 )
privacy-policy