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Croce Celtica: un simbolo del nostro presente [ di Gianluca Padovan ]

Tre elementi.
Se la cosiddetta «croce celtica» è sostanzialmente una croce in un cerchio, cominciamo ad analizzarla considerandone la parte centrale: essa è composta da due bracci uguali posti ortogonalmente tra loro, dove il punto d’intersezione per entrambi è il loro centro. Secondo un’interpretazione questa croce rappresentava per i Celti la divisione spazio-temporale del nostro mondo. Le quattro parti indicavano le cosiddette «feste del fuoco», ovvero i due solstizi e i due equinozi. Per quanto riguarda il cerchio possiamo invece leggere: «La forma del cerchio, il più importante e più diffuso simbolo geometrico, viene riprodotta anche secondo l’immagine del Sole e della Luna. Stando alla filosofia platonica e neoplatonica il cerchio è la forma più perfetta; il leggendario Tempio di Apollo degli Iperborei viene descritto come circolare (c’è forse un riferimento alla costruzione preistorica di Stonehenge, nell’Inghilterra meridionale?), e la città dell’isola di Atlantide viene descritta da Platone come un sistema di anelli concentrici di terra e d’acqua» (Biedermann H., Enciclopedia dei simboli, Garzanti Editore, Milano 1991, 107). Scendiamo in un particolare, con una piccola ma utile digressione. Il filosofo greco Platone (427-347 a.) è tenuto concordemente in considerazione ed ogni suo scritto è una sorta di verbo, per ogni filosofo che lo studi. Ma nel Timeo e nel Crizia (testi filosofici in forma di dialogo) scrive due cose osteggiate dalle religioni del deserto e soprattutto dal Cristianesimo in quanto non compatibili innanzitutto con la Genesi contenuta nel Vecchio Testamento, ovvero nella «Bibbia parte prima». Ecco la fortezza atlantidea in cui Poseidone protesse la fanciulla di nome Clito: “preso d’amore giacque con essa: e per ben fortificare il colle, in cui quella abitava, lo spezzò d’ogni intorno, e vi pose alternativamente cinte minori e maggiori di mare e di terra, due di terra e tre di mare, che quasi descrisse in cerchio dal centro dell’isola, ponendole ad egual distanza per ogni parte, cosicché non vi fosse accesso per gli uomini, perché a quel tempo non v’erano ancora navi né navigazione (Platone, Crizia, VII d-e). In buona sostanza, riassumendo, vediamo che la croce inscritta in un cerchio simboleggiava e tutt’oggi simboleggia l’unione delle due essenze: la croce la parte spirituale e il cerchio quella materiale.


Cos’è la «croce»?
Innanzitutto prendiamo il vocabolario e vediamo cosa vuole dire la parola «croce»: «Strumento di pena in uso presso gli antichi, in particolare presso i Romani, costituito da un palo infisso nel suolo o, nella forma più tradizionale (ma non più antica), da due legni, uno orizzontale l’altro verticale, posti trasversalmente; su di esso venivano legati e inchiodati i condannati» (Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, vol. I, Roma 1986, p. 1010). Possiamo vederne le rappresentazioni in alcune delle molteplici statue che ornano le guglie del Duomo di Milano; esse sono lì in piena vista e basta alzare gli occhi per vederle e, soprattutto, osservarle. Non sono poste a caso.
In primo luogo abbiamo quindi un palo infisso nel terreno, indicato con il nome di «croce». Pertanto, come più avanti si vedrà, solo una convenzione a posteriori attribuisce a due segmenti retti e incrociati tra loro in modo generalmente simmetrico il nome di «croce».
Alla parola «croce» l’Enciclopedia dei Simboli recita: «Il più universale dei simboli elementari, non solo in ambito cristiano. Rappresenta innanzitutto l’orientamento nello spazio, il punto d’intersezione tra le linee su/giù e destra/sinistra, l’unificazione di molti sistemi dualistici sotto forma di una totalità, che corrisponde alla forma umana con le braccia aperte» (Biedermann H., op. Cit., p. 142). Inoltre: «I Cristiani interpretarono spesso erroneamente le croci presenti in altre culture come segni di una precedente presenza cristiana, poi dimenticata» (Ibidem, p. 143). Seguendo il Vocabolario della Lingua Italiana, leggiamo ancora: «Qualsiasi riproduzione della croce di Cristo in legno, metallo, avorio o altro, con o senza l’immagine di Gesù crocifisso, e in particolare quelle che si collocano sugli altari delle chiese, sopra le sepolture» (Istituto della Enciclopedia Italiana, op. Cit., p. 1011).
Le forme della cosiddetta croce sono numerose e abbiamo la «croce greca» o «croce quadrata» con i quattro bracci uguali, la «croce uncinata» o «croce gammata» denominata comunemente «svastica» (lo svastica sia sinistroso, sia destroso), la «croce ansata» d’origine egizia, la «croce decussata» o «croce di sant’Andrea» con due bracci a forma di X e via così. Ma sono simboli che ritroviamo già prima del cosiddetto «anno zero», soprattutto nel continente europeo e nelle terre che s’affacciano al bacino del Mediterraneo. In ultimo abbiamo la «croce latina», il cui braccio verticale è più lungo dell’orizzontale, utilizzata dal culto cristiano.


Croce e cerchio.
Considerando il solo simbolo della croce inscritta nel cerchio, vediamo che compare in numerose civiltà europee. Per meglio comprenderlo è bene andare agli albori del tempo e osservare le rappresentazioni che i nostri antenati ci hanno lasciato.
Nelle Alpi Marittime, sulle rocce del monte Bego (Valle delle Meraviglie e Val Fontanalba), sono state rinvenute circa 40.000 incisioni rupestri, inquadrabili tra l’Eneolitico e la Prima Età del Ferro. Un gruppo di queste incisioni presenta sia un quadrato con inscritta una croce, sia alcuni cerchi quadripartiti internamente e li si può vedere nella cosiddetta «tavola-roccia n. 20» del Monte Bego (Amirante F., Vatteone N., I libri di pietra del Monte Bego. Volume Primo. La Valle delle Meraviglie, Gruppo Imperiese di Ricerca Archeologica, Dominici Editore, Oneglia 1980, p. 41).
In Valle Camonica (Brescia) gli antichi Camuni hanno realizzato migliaia d’incisioni rupestri, tra cui figurano anche croci inscritte nei cerchi. Inquadrabile all’Età del Bronzo, la cosiddetta «Roccia 2 di Seradina» presenta le croci inscritte nei cerchi (Centro Camuno di Studi Preistorici, Centro Culturale S. Carlo (a cura di), I Camuni alle radici della civiltà europea, catalogo della mostra, Jaca Book, Milano 1982).
Un tipo di scrittura definita prerunica viene da taluni riconosciuta in manufatti d’argilla e di scisto rinvenuti a Glozel in Francia e datati fino a 10.000-15.000 anni prima dell’anno zero; per altri i manufatti sono decisamente più recenti (vedere utilmente: D’Apremont A.-L., D’Apremont A., Iniziazione alle rune, Edizioni L’Età dell’Acquario, Torino 2005, pp. 30-32). Ad ogni buon conto, in una tavoletta d’argilla vi è una croce inscritta in un cerchio. Tale simbolo, o lettera, compare anche più volte nella stele funeraria di Lemno, la quale reca, attorno alla figura di guerriero con lancia, l’iscrizione in lingua preellenica. E chiaramente come lettera è presente sul lato di una fibula d’oro con iscrizione ottenuta mediante la tecnica della granulazione, proveniente dall’area di Chiusi e inquadrata al VII sec. a. (oggi conservata al Musée du Louvre, a Parigi).
I Celti ci hanno lasciato varie rappresentazioni di croce inscritta nel cerchio, una delle quali è visibile in una pittura vascolare del I-II secolo a. Croci inscritte nel cerchio sono pitturate su di un vaso di terracotta detto «Vaso dei Tori», rinvenuto a Numancia (Spagna) e inquadrabile tra il I e il II secolo a. (Almagro-Gorbea M., I Celti della penisola iberica, in AA. VV., I Celti, Bompiani, Milano 1991, p. 398).
In Boemia, nell’area dell’oppidum di Zavist, sono stati rinvenuti oggetti in bronzo definiti «amuleti» e inquadrati al II-I sec. a. (Motykova K., Drda P., Rybova A., L’oppidum di Zavist, in AA. VV., I Celti, Bompiani, Milano 1991, pp. 542-543). Si tratta di croci inscritte in cerchi, ma taluni elementi sono raggiati, mentre altri sono costituiti da due cerchi concentrici uniti tra loro da quattro segmenti posti a croce, ma i cui bracci non s’incontrano al centro. Nelle Marche si è invece rinvenuto un elemento bronzeo costituito da sette cerchi concentrici e simmetrici, uniti da una croce quadrata, datato VI sec. a. e attribuito alla «Civiltà Picena» (Ancona, Museo Archeologico Nazionale, inventario n. 17157).


La «croce celtica».
A buon diritto si può considerare che la cosiddetta «croce celtica» sia rappresentata inizialmente come una croce inscritta in un cerchio e solo successivamente venga modificata con l’ingressione del cristianesimo nelle terre d’Europa. In Irlanda, con la cristianizzazione introdotta soprattutto da Patrizio, vi è il disequilibrio della croce a bracci uguali e simmetrici, con il prolungamento di uno dei bracci verso il basso.
Di periodi successivi si possono considerare le croci incise su alcune steli funerarie, tra cui quella di Reask, nella contea di Kerry in Irlanda, in cui una sorta di «croce patente» è inscritta in un cerchio. Abbiamo poi la croce incisa in una stele funeraria gallese del VI secolo con iscrizione sia ogamica sia latina, in memoria di Voteporix, re della Demetia gallese, inquadrabile al VI secolo (vedere utilmente: Kruta V., La scrittura, in AA. VV., I Celti, Bompiani, Milano 1991, p. 496). Assai interessante è la stele di Kilnasaggat, in Irlanda: «Su un monolito pagano sono state incise due croci, quella cosiddetta ‘latina’, a bracci diseguali, e quella inscritta nel cerchio, vale a dire al centro dell’orizzonte, più vicina al patrimonio simbolico dei Celti» (Vasconi M., Miti dei Celti, Demetra, Colognola ai Colli (VR) 1999, p. 115).
Seppure non si tratti d’incisioni su pietra o di suppellettili, si possono ricordare interessanti raffigurazioni di croci inscritte in un cerchio, i Treelleborg forts o trelleborga. Si tratta di fortificazioni tipicamente vikinghe, inquadrabili tra il IX e il X secolo, per quanto alcuni le retrodatino e altri le facciano invece risalire al periodo di Aroldo Dente Azzurro, intorno al 980. La loro struttura è caratterizzata da un terrapieno perfettamente circolare, circondato da un fossato anch’esso circolare; internamente sono marcati da due assi viari principali tra loro simmetrici e perpendicolari che escono da corrispondenti quattro porte.
A partire all’incirca dal IX-X secolo, la rappresentazione più comune della «croce celtica» è quella avente tre bracci uguali e il quarto rivolto verso il basso più lungo, con un cerchio posto all’intersezione degli assi in modo che i centri combacino. Così ce ne parla il monaco benedettino Timothy J. Joyce: «Alcune croci possono essere precedenti all’arrivo dei vichinghi. Il loro numero, comunque, aumentò dopo e alcune furono costruite per rimpiazzare antiche croci di bronzo che erano state spostate e portate via come bottino di guerra. Altre furono erette come segnali di delimitazione, come indicatori di luoghi sacri, come testimonianze di avvenimenti o accordi storici, come strumenti per insegnare storie bibliche e anche come luoghi di preghiera» (Joyce T., Cristianità Celtica. Una tradizione sacra, una visione di speranza, Edizioni Segno, Udine 1999, p. 70). Il monaco riporta poi le parole di Jacqueline O’Brien e Peter Harbison: «Le alte croci possono essere considerate il più grande contributo che l’Irlanda abbia dato all’arte europea medievale. Non esistevano solo in Irlanda e prendono il loro nome alternativo “croci celtiche” dal fatto che si trovano frequentemente anche in Britannia, Scozia e Galles, e anche al nord della Britannia. L’Irlanda, tuttavia, possiede la selezione più bella e più varia di questo genere di croci di tutte le altre isole» (Ivi).


Il simbolo esoterico.
In campo esoterico si dice che la croce serva a mantenere integro ed equilibrato qualcosa, a fissare o a bloccare l’energia, a iniziare o a chiudere un rito. Una interpretazione ce la dà René Guénon, il quale dice che vi è «il termine superiore (il Cielo) con un cerchio e il termine inferiore (la Terra) con un quadrato, il che, come si vedrà, è conforme ai dati della tradizione estremo-orientale; quanto al termine mediano (l’Uomo), lo rappresentiamo con una croce; come abbiamo già spiegato, quest’ultima è infatti il simbolo dell’Uomo Universale» (Guénon R., La Grande Triade, Editrice Atanòr, Roma 1971, pp. 20-21). Inoltre: «Così, l’Uomo, posto fra il Cielo e la Terra, dev’essere considerato in primo luogo come il prodotto o la risultante delle loro influenze reciproche; ma poi, per la doppia natura che ha dell’uno e dell’altra, diventa il termine mediano o “mediatore” che li unisce e che è per così dire, secondo un simbolismo su cui ritorneremo, il “ponte” che va dall’uno all’altra» (Ibidem, p. 21).
Fulcanelli, considerato da taluni «l’ultimo grande alchimista», così si esprime a proposito del significato della croce: «Tranne qualche rara eccezione, la pianta delle chiese gotiche, cattedrali, abbaziali o conventuali, assume la forma di una croce latina stesa al suolo. Ma la croce è il geroglifico alchemico del crogiuolo, un tempo chiamato cruzol, crucibile e croiset (nel tardo latino, crucibulum, crogiuolo, ha per radice crux, crucis, croce, secondo Du Cange)» (Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Edizioni Mediterranee, Roma 1972, p. 49). Ma, sempre Fulcanelli, ricorda come la croce sia un simbolo quasi universale: «molto antico, usato in ogni tempo, in qualsiasi religione, presso tutti i popoli, e sarebbe uno sbaglio considerarla come simbolo speciale del cristianesimo» (Ivi).
Mi viene da pensare che al termine di determinati esperimenti sia prettamente chimici, sia prettamente, diciamo, magici, si tracciasse anche solo con la mano un segno a croce nell’aria o sul crogiuolo stesso, per fini sui quali si potrebbe dissertare a lungo. Da qui, ovvero dal crogiuolo, si è giunti forse a identificare una sorta di scongiuro o di rito propiziatorio con la parola «croce».


La Celtica oggi.
Oggi con la semplice parola «celtica» si può anche indicare la «croce latina» unita a un cerchio che non la iscrive completamente e i cui centri combaciano. Ma sempre di un antico simbolo si tratta. Non fa parte di una identificazione politica, non fa parte di una corrente partitica, è un simbolo d’altri tempi. Non si dovrebbe sbandierarlo in manifestazioni da stadio, intese nella peggiore accezione del termine. Chi porta un simbolo deve capire il perché lo porta e cosa tale simbolo significhi: in caso contrario è solo e semplicemente uno stolto che s’adorna.
Colui o colei la quale porta o indossa una celtica dovrebbe innanzitutto spegnere l’emissione di ogni messaggio subliminale (televisione, radio e internet, ovvero i canali d’informazione di regime) e ascoltare il proprio sentire più intimo e più vero, il sentire del cuore. Si dovrebbe innanzitutto chiudere al di fuori del proprio essere le cacofonie dei media, strumenti di distorsione della realtà e annientamento del proprio io interiore. Portare una celtica al collo è porsi al centro di un sistema di forze interiori e spirituali che tutt’oggi sono presenti nel nostro mondo. È un simbolo distintivo.
Noi non siamo gli esecutori degli impulsi che vogliono il caos, indotti da troppo tempo nel nostro mondo e nel nostro sistema sociale, da chi ha fatto del sopruso, della prevaricazione e del disordine il proprio mezzo per vivere sulla Terra a discapito del prossimo. A differenza di chi ci vuole ottundere dobbiamo ascoltare il divino che è in noi, in ognuno di noi. I servi dell’oro, i manipolatori di anime e menti, gli schiavi degli istinti più bassi hanno tutti già intrapreso il loro cammino: non seguiamoli, per il primo e semplice motivo che noi abbiamo il nostro.
Torniamo ad essere consapevoli di chi siamo e di chi siamo stati, chiamando nuovamente a noi il potere di questa Madre Terra, chiamando nuovamente a noi il potere di essere veramente padroni del nostro destino.

Articolo, apparso su Rinascita, quotidiano di Sinistra Nazionale, il 23 giugno 2011.
Documento inserito il: 30/12/2014

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