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22 anni non sono bastati [ di Filippo Giannini ]

Mi chiamo Stefano Ingarao Venier, figlio di esuli istriani, nato a Latina, nel Villaggio Trieste, delegato provinciale dell’ADES (Amici e Discendenti degli Esuli giuliani, istriani, fiumani e dalmati). Quella che sto per raccontare è una brutta storia che si ripete spesso negli uffici pubblici della nostra città. A me è capitato all’ufficio anagrafe del comune, ma sarebbe (è) lo stesso anche negli uffici ASL, INPS e via dicendo. Queste righe per dar voce con indignazione all’umiliazione che gli Italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia, sono costretti a subire ancor oggi, nonostante un fioco raggio di luce sia riuscito a penetrare nell’oblio delle vicende legate al confine orientale. Dopo questa dovuta premessa passo ad informarVi sui fatti avvenuti.
Qualche giorno fa, mia madre ha avuto la necessità di dover duplicare la propria carta d’identità a causa di un furto. Così, dopo aver effettuato tutto il normale iter burocratico previsto, alla consegna del documento leggeva sullo stesso che lei, era nata a Parenzo, in Croazia. Naturalmente mia madre non ha voluto ritirare il documento, e si è rivolta a me chiedendomi cosa si potesse fare per non ledere il nome di quella nazione che niente ha a che fare con la sua Italianità. Ascoltata la brutta vicenda da mia madre, vengo a sapere di situazioni tragicomiche successe negli uffici dell’anagrafe che, purtroppo, non mi hanno sorpreso; dall’impiegato che insiste nel sostenere che “il computer conferma Croazia”, a quello che pensa bene di avalersi dell’aiuto dell’addetto della questura che si occupa degli stranieri. Sentito ciò capisco che non mi rimane altro da fare che contattare un dirigente dell’anagrafe per risolvere la questione. Riesco a rintracciare un dirigente al quale comunico che nell’ufficio anagrafe qualcosa non funziona, e più precisamente che nel documento di mia madre, nata nel 1937 a Parenzo, in Istria, risultava invece nata in Croazia. Il dirigente mi guarda sorridendo e mi dice “e questo è un problema?”.
Ancora oggi, nel ricordare questa frase mi ribolle l’inchiostro della penna.
Effettivamente, dov’è il problema? A parte il fatto di aver dovuto abbandonare la propria terra, la propria casa, i propri beni ed i propri morti; a parte il fatto che poi l’Italia con la cessione di quei territori ci ha pagato i danni guerra; a parte il fatto che (per chi li ha avuti) sono stati resi degli indennizzi ridicoli e tardivi; a parte il fatto di essere stati trattati come i peggiori degli stranieri e visti come un pericolo per la popolazione al di qua dell’Adriatico; a parte il fatto che di questa Storia d’Italia non ne se sia mai parlato prima, poi timidamente ammessa ed infine anche stravolta dalla realtà… a parte questo “è un problema?” Beh, si, è un problema e pure grosso. Infatti c’è una legge, la n’54 del 15.02.1989, in base alla quale tutte le Pubbliche Amministrazioni nel rilasciare attestazioni, dichiarazioni, documenti in genere a cittadini italiani nati in Comuni già sotto la sovranità italiana ed oggi compresi nei territori ceduti ad altri Stati, ai sensi del trattato di pace con le potenze alleate ed associate, hanno l’obbligo di riportare unicamente il nome italiano del Comune di nascita, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene. Legge che ho presentato in copia all’ignaro dirigente, il quale ha voluto anche controllare negli allegati alla stessa se effettivamente Parenzo facesse parte di quei comuni a cui la legge si riferisce. Trovandolo, ha tentato di liquidarmi dicendomi che aveva bisogno di tempo per comunicare con la società che gestisce i sistemi informatici dell’anagrafe e che mi avrebbe fatto sapere qualcosa. La mia più naturale risposta è stata “22 anni non sono bastati per aggiornarvi? Ora pretendo il documento come da legge, e lo pretendo subito!”. La reazione del dirigente che ha cominciato ad urlare cercando di trovare una ragione dove ragione non c’è e che mi ha indignato più di tutta la vicenda, è l’arroganza di chi è al servizio del cittadino, in ritardo da un ventennio sull’applicazione di una legge, che si permette anche di alzare la voce, avrei preferito un semplice e civile “ci scusi, provvediamo subito”.
Allora penso “a cosa serve il 10 Febbraio, Giorno del Ricordo, la presenza delle autorità nelle varie manifestazioni, con tanto di bei discorsi, se poi il cittadino istriano, fiumano o dalmata non viene rispettato all’atto pratico?”.
Documento inserito il: 27/11/2014
  • TAG: esuli istriani, associazione ades, discriminazioni, parenzo croazia, indennizzi ridicoli, umiliazioni, giorno del ricordo
  • http://www.filippogiannini.it

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