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L'anarcofascismo tanto caro ai francesi e non solo...Parte I [ di Ereticamente.net ]

Quando Renzo De Felice dichiarava l’esigenza di eliminare il termine ‘fascismo’ dal vocabolario della ricerca storica in quanto troppo usato ed abusato nel contesto della lotta politica diceva, al contempo, una sciocchezza e un qualcosa di ragionevole. Infatti, fin da subito, esso divenne sinonimo di tutto ciò che ‘non piace’. Così paradossalmente, a semplificazione, lo stato di Israele è ‘fascista’ e ‘fascisti’ sono i palestinesi quando si danno con le armi ad ostacolarne le spinte aggressive ed espansionistiche.

Per uno storico, votato alle geometriche coordinate di nomi fatti date e quant’altro, ciò fa inorridire e fa inorridire chiunque abbia buon senso e, con la sporta della spesa, si reca al mercato rionale. Non tutti sono obbligati a conoscere e condividere la metafisica soluzione della ‘coincidenza degli opposti’ che ha reso il filosofo Nicola Cusano tanto caro ad Hegel, ad esempio, o allo storico delle religioni comparate, il romeno Mircea Eliade…

Una sciocchezza, per noi che abbiamo sempre diffidato della sua opera monumentale, perché il fascismo fu certo un fenomeno collocato nella storia – e, in questo senso, preda del tempo e delle circostanze -, ma espresse un coacervo di forze spinte riflessioni emozioni sangue generosamente versato che lo rendono ‘universale’ – e il riferimento alla testata di Berto Ricci non è affatto casuale. Quella ‘atemporalità’ di cui l’amico Cesare Mazza, poeta, partecipe della mistica fascista, corrispondente di guerra nella R.S.I., volle educarci in tante domeniche quando, ancora giovani, ci si arrampicava sul monte Pellecchia o ci si stringeva intorno al fuoco del camino, ospiti della generosità del tipografo Walter Gentili.

Dunque, un di più che divenne motivo di tante ‘interne’ battaglie dove si coagulavano motivi ideali e di strategie operative con, purtroppo, piccole beghe personali rancori simpatie e antipatie orticelli da proteggere confondendo Berlino in fiamme con la sezione e la spartizione di vanesi incarichi. Eppure anche questo – con il severo cipiglio della critica e l’ironia melensa del risguardo – fu segno di vitalità, di idee in movimento, di percorsi da intraprendere, di lotte nelle quali si giocarono tanti personali e collettivi destini e qualcuno si giocò la sua stessa esistenza. E’ bene ricordarlo, non per sterile nostalgia anagrafica, ma per rispondere a chi – arroganti e presuntuosi epigoni del De Felice – vanno cianciando e ottenendo ascolto che ‘dopo Mussolini’ vi fu il vuoto, il puro nulla…

Guai, dunque, ai portatori del Verbo, prigionieri della loro saccenteria, vestali di altari violati, sacerdoti di dogmi assoluti, fautori della Santa Inquisizione, ignari certo del sogno dell’Inquisitore ne I fratelli Karamazov. La guerra iconoclasta, le eresie chiedono i loro riti allucinati, i bagliori dei roghi nella notte e percorrenze ove conta il cammino più della meta possibile…

C’è un fascismo di retroguardia, da retrobottega del barbiere, ancorato all’immutabilità di un sistema di valori mentre il sistema di riferimento non esiste più. Mi raccontava Ugo Franzolin, già corrispondente di guerra della XMAS, giornalista e scrittore, in quei pomeriggi tranquilli a sorseggiare una tazza di tè nei pressi di Fontana di Trevi: ‘Crede veramente, professore, che con il nostro anacronistico fucile modello ’91 pensassimo di vincere contro la potenza di ferro e fuoco della V Armata USA? E’ che avvertivamo, allora ancora in modo confuso, che dietro quelle armate si avanzava un modello di civiltà che avrebbe distrutto tutto quel patrimonio secolare che aveva prodotto l’Italia, l’Europa’… Già; la guerra eterna del sangue contro l’oro. Lo dico senza iattura, ma simile a marinaio consapevole essere il porto non solo rifugio dai marosi, al contrario porta verso quel mare aperto di altra terra sconosciuto cammino…

Il solitario padre di Zarathustra, veggente più che filosofo, ci aveva ammonito poco prima di abbracciare un ronzino in piazza Carlo Alberto a Torino che ‘Dio è morto!’ e, con il suo assassinio, sono morte tutte le determinazioni che l’avevano caratterizzato. Straordinario e tragico presentimento. Nell’aforisma de La Gaia Scienza è l’uomo folle a portare l’annuncio del crollo d’ogni metafisica, di cui dio è epifenomeno. Dirà Woody Allen di recente: ‘Dio è morto, Marx è morto ed io non mi sento troppo bene’… 1969, cancelli dell’università La Sapienza di Roma. Un gruppetto di ragazzotti sfrontati e iconoclasti, nel clima di pugni chiusi e bandiere rosse, distribuisce un volantino con il volto d’aristocratico normanno di Drieu la Rochelle e la poesia celebre scritta al ritorno dalle trincee del 1918: ‘Noi siamo uomini d’oggi./ Noi siamo soli./ Non abbiamo più dei./ Non abbiamo più idee./ Non crediamo né a Gesù Cristo né a Marx./ Bisogna che immediatamente,/ Subito,/ In questo stesso attimo,/ Costruiamo la torre della nostra/ disperazione e del nostro orgoglio’…

Nell’ultima poesia, scritta in friulano, poco prima d’essere ammazzato, Pierpaolo Pasolini si rivolge ad un giovane di destra per affidargli il mondo arcaico e sacrale della campagna a lui così caro. Contro la modernizzazione selvaggia, quel capitalismo che ai suoi occhi è il vero e perverso ‘fascismo’, il recupero delle lucciole fra i cespugli nella notte… no, la nostra patria oramai è là dove si combatte liberati da confini geografici distinzioni di razza sesso religione lingua. L’amico Franco Nerozzi ha disegnato un fascio ad emblema del gruppo scelto di combattenti Karen contro il governo militare della Birmania, fregandosene se nel secondo conflitto la loro partecipazione fu accanto agli alleati e non con i giapponesi visti inizialmente quali liberatori dal colonialismo inglese. Ernesto Che Guevara monta di nuovo sul cavallo di Don Chisciotte e va inforestandosi nella selva boliviana da cui non tornerà neppure da cadavere. Sempre Drieu aveva scritto ne L’uomo a cavallo: ‘La sua patria è amara per chi ha sognato un impero. Che cos’è una patria se non una promessa d’impero?’…E la famiglia, beh, sovente si trasforma in una aurea prigione borghese dove si coltivano pregiudizi barriere limiti rifugio ed alibi… E, allora?

Avevo promesso di parlare intorno al ‘medico dei cadaveri’, il grande Louis Ferdinand Céline. Di quei francesi che furono fra le due guerre tentati dal fascismo, soprattutto contro la decadenza e in nome di una giovinezza irridente e sfrontata. Beh, spero si abbia ancora occasione, sempre, va da sé, eretica-mente…


Parte II

Un po’ di risguardo storico tanto per non sentirmi troppo in pensione, fare sfoggio delle mie conoscenze, consapevole di seguire un percorso e non il percorso. Semmai esso vi sia, è per dirla con Ernst Jùnger ‘il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro di ogni deserto e rovina. Qui sta la caverna verso cui spingono i demoni. Qui ognuno di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia’. Quel nichilismo europeo, di cui parla Heidegger; per altri, necessitanti le maschere, la propria arroganza presunzione alibi incapacitanti quieto vivere… Altrimenti detto: qui la parola si fa nero su bianco sempre, però, privilegiando quelle parole che si traducono in azione. Un tempo, passeggiando con un amico per Bovalino e chiedendogli come mai parlasse così piano che faticavo ad udirlo, mi rispose che le parole sono pietre. Avere peso, magari per scagliarle, appunto come sassi aguzzi, contro gli imbecilli gli inetti i compromessi la menzogna i pregiudizi vari…

Il 24 novembre 1914 l’assemblea socialista, a Milano, decretò l’espulsione di Mussolini dal partito. Lo scontro tra la posizione interventista – la guerra intesa come fucina rivoluzionaria – e il neutralismo rigido – la guerra è un prodotto del capitale e a pagarne è il proletariato – nascondeva l’insofferenza del primo ai legacci del partito e del secondo verso una personalità così audace e ben superiore ai livelli modesti, anzi mediocri dei suoi dirigenti.. Nell’occasione il futuro Duce ebbe a dire ‘Voi mi odiate perché mi amate ancora’ e, subito dopo, ‘Sono e rimarrò un socialista… Non è possibile tramutarsi l’animo. Il socialismo entra nella carne’. Ed io credo egli vi restò in qualche modo fedele, nonostante i troppi compromessi con la monarchia il vaticano le strutture dello stato liberale e l’alta borghesia. Si pensi ai ‘tre cazzotti nello stomaco della borghesia’ negli anni ’30: il passo romano, il passaggio dal ‘lei’ al ‘voi’, le leggi razziali. Poi, va da sé, l’esplicito riconoscimento nella Repubblica Sociale con i 18 punti di Verona, le mine vaganti, la presenza di Nicolino Bombacci.

Un socialista con forti richiami a Nietzsche, come sostiene il Nolte, e certamente all’anarchia, come gli aveva sempre rimproverato il riformista Filippo Turati. Del resto Torquato Nanni, che fu il suo primo biografo, ricordava come, in qualità di direttore della redazione milanese dell’Avanti, egli avesse sulla scrivania una copia dell’Unico di Max Stirner. Di quel filosofo, tanto ridicolizzato da Marx e che venne considerato il padre dell’anarco-individualismo.

E qui è d’obbligo, per appagare la prioritaria virtù della vanità, aprire una parentesi personale. Nel carcere di Regina Coeli sono stato il primo detenuto a sostenere esami universitari. Filosofia teoretica, ad esempio, con il professor Guido Calogero, uno dei tanti discepoli dissidenti di Giovanni Gentile. Lo accompagnava Antonio Capizzi che sarebbe subentrato nella cattedra alla sua morte e che, pochi giorni dopo, partendo dalla sua visita alla prigione, citava Carlo Michelstaedter e Max Stirner. A lui mi rivolsi, ovviamente in via epistolare, per chiedergli se volesse essermi relatore per la tesi di laurea proprio sullo Stirner. Egli accettò a condizione che leggessi l’opera in tedesco in quanto molti termini adoperati venivano tradotti in modo riduttivo e imperfetto. Un paio d’anni prima un pessimo editore, tramite una pessima traduzione, aveva rimesso in circolazione l’Unico ormai introvabile. La direzione del carcere, sensibile al precetto di recupero del detenuto, mi negò l’autorizzazione con la motivazione che, essendo in lingua straniera, non poteva verificarne il contenuto. Un manuale dell’evasione, suppongo, ebbe a pensare. E, pur confondendo le sbarre limate e le lenzuola annodate con quella ‘causa fondata sul nulla’ quale confine estremo e radicale ove ogni concetto si dissolve, non aveva poi tutti i torti…

Quanto e quanto in modo diffuso e profondo Stirner abbia inciso su Mussolini è difficile dirsi o, almeno, non conosco un’opera o qualcosa d’affine in tal senso. E ciò vale per altri personaggi che ebbero modo di leggerne gli scritti. Mi viene a mente, nota di colore ma forse qualcosa di più, un passo di una lettera di Antonio Gramsci alla cognata Tatiana in data 19 febbraio 1927, cioè pochi mesi dopo il suo arresto. ‘A Palermo, durante una certa attesa per il controllo dei bagagli, incontrai in un deposito un gruppo di operai torinesi diretti al confino; insieme a loro era un formidabile tipo di anarchico ultra individualista, noto con l’indicazione di ‘Unico’, che rifiuta di confidare a chiunque, ma specialmente alla polizia e alle autorità in generale, le sue generalità…’.

Insomma, nonostante il dispregio espresso da Marx, esso non scalfisce l’attenzione e, potremmo dire, un assorbirne il contenuto del socialista Mussolini e un certo affetto misto ad ammirazione del comunista Gramsci. E’ la tenerezza che ci ispira ancora l’ascolto di canzoni come ‘Addio Lugano bella’ per la nobiltà il disinteresse l’utopia di quegli uomini dal cappello a tesa larga, il fiocco nero al posto della cravatta e il volto dagli occhi spiritati e la folta barba. Altra stagione, altri uomini capaci di donare interamente se stessi in nome di un’idea di redenzione riscatto libertà delle masse derelitte e sfruttate. E questa capacità e questa aspirazione filtrarono certo nel fascismo, passando attraverso l’avventura fiumana…

Alcuni anni fa Claudia Salaris autrice e critico di libri sulle avanguardie del ‘900 e specificatamente sul futurismo, pubblica il bel libro Alla festa della rivoluzione. E’ l’impresa di D’Annunzio letta non tanto nelle sue dinamiche politiche quanto il luogo ove confluirono la festa e la provocazione, la bravata e ogni forma di trasgressione. Insomma lo spazio libertario per coloro che, insofferenti all’esistente, volevano sperimentare nella vita nell’arte nell’azione qualcosa di audace ed eretico dalle convenzioni borghesi. Un anarchismo di fatto, diremmo esistenziale, non esente però da richiami specifici, ad esempio, lanciando veementi proclami e denuncie contro Giolitti, artefice dell’arresto del vecchio Enrico Malatesta, figura storica del movimento anarchico. Sullo stesso Popolo d’Italia esce un articolo in sua difesa, con accenti di sincera simpatia e di oggettiva preoccupazione di una deriva possibile verso il bolscevismo. E, per quanto ci si sia sforzati di mettere l’un contro l’altro il realismo politico di Mussolini con l’utopia poetica di D’Annunzio, rimane Fiume un messaggio vivo ad attraversare tutto il fascismo fino a coagularsi in tanti aspetti della R.S.I.. Fulvio Balisti, ad esempio, legionario fiumano, poi esule in Svizzera a contatto con i circoli anarchici, rientrato in Italia e fautore della guerra contro i sistemi plutocratici, a capo del I btg. Giovani Fascisti, mutilato di una gamba a Bir el Gobi, poi indicato quale possibile segretario del partito fascista repubblicano, donatore della ‘Piccola Caprera’ affinchè, dal dopoguerra ad oggi, i reduci di Salò potessero ritrovarsi e riunirsi. De Felice lo definisce ‘forse la figura moralmente più limpida di tutto il gruppo dirigente repubblicano’…

Berto Ricci… Raccontava Gianpiero Mughini, che ne è grande estimatore, che il giorno del suo matrimonio Berto Ricci invitò sette amici e offrì loro un cappuccino al banco di un bar. Siamo, sì, in un’Italia dalle modeste abitudini ed essenzialmente povera, ma qui vi è qualcosa che trascende la disponibilità economica. Siamo di fronte ad uno stile di vita, senza retorica e false piume di pavone. Una povertà francescana, da professore precario per molteplici anni e, al contempo, attraverso le pagine de L’Universale, portatore di una visione alta, nobile e proletaria al contempo, educatrice che l’Italia avrebbe dovuto esercitare e di cui il fascismo e il suo Duce ne erano lo strumento primario. Un Berto Ricci che proveniva dalla tradizione del socialismo anarchico, quello di Proudhon di Sorel dei sindacalisti rivoluzionari, entusiasta della Carta del Carnaro, lettore attento e coinvolto di Stirner e Nietzsche oltre che degli italiani Alfieri e Machiavelli, antifascista di certo fino al 1925 e soltanto dal ’27 ammiratore di Mussolini. E Indro Montanelli, cresciuto alla scuola di giornalismo de L’Universale, lo rammentava costantemente nel suo rigore morale e nella fedeltà – che non equivale a servilismo come oggi tentano di insegnarci -.

Prometto: vi sarà un terzo intervento e questo sì sarà dedicato al mio fratello più caro, Robert Brasillach, e al grande dissacratore, anarchico aristocratico, Louis Ferdinand Destouches, noto con il cognome della nonna materna, Céline… forse…


Parte III

A piazza Fontanella Borghese i libri si affastellano sulle bancarelle. Basta avere pazienza, innamorarsi della carta ingiallita, dei fogli che frusciano correndo il rischio di sbriciolarsi ai bordi sotto le tue dita maldestre. Sedici anni, 1960. Chi avrebbe detto quanto mi furono importanti tre avvenimenti, difformi tra loro, in quell’anno. Il 15 ottobre, dopo aver partecipato agli scioperi studenteschi organizzati dalla Giovane Italia, vado in via Quattro Fontane ad iscrivermi. Sono con me Roberto e Girolamo, conosciuti mentre si scappa dalla celere con il fiato grosso e la prima adrenalina che annuncia ‘una vita spericolata’. Roberto l’ho rincontrato di recente, quando la vecchia guardia s’è ritrovata al teatro Anfitrione per la presentazione del libro del piccolo grande capo. Contro un’impietosa anagrafe, con la giovinezza dentro e un senso radicato del cameratismo pur nella diaspora imposta dagli anni. Girolamo, dopo aver guardato la morte in faccia nelle foreste del Congo e chissà in quante altre parti del mondo, ha stabilito per l’ultima volta che dovesse avere il proprio volto, il sorriso scanzonato, la sigaretta tra i denti. Quel 15 ottobre fu il primo atto formale di oltre cinquant’anni di militanza senza rimpianti rinnegamenti rancori…

A scuola il professor Morelli spiega la nascita della tragedia greca, disvelando un universo di raccordi raffronti assonanze spazio e tempo immarcescenti; il dio Dioniso ebbro e folle abbisogna del dio Apollo dalle belle forme; alle divinità delle fonti e dei boschi si offrono le interiora degli animali cacciati e i frutti della terra; con il coltello di ossidiana i sacerdoti aztechi levano al cielo il cuore dei prigionieri sacrificati affinché il sole non muoia. Ti guarda di storto, con la sigaretta eternamente accesa, fregandosene dei divieti, insultando la tua giovanile stupidità ma sulla quale getta un lastricato di autentica curiosità. Torno a casa e, a tavola, annuncio la decisione presa: se è possibile dietro la cattedra mostrare lo straordinario dispiegarsi di uomini e cose, bene, farò il professore. Anche in questo la vita mi ha accontentato e a quella decisione sono restato fedele. Nella suoneria del cellulare Violetta Parra canta Gracias de la Vida… Risparmio sul biglietto dell’autobus – cinquanta lire – andando al liceo a piedi. E sono soldi ben spesi in libri, i primi della mia torre di Babele, come direbbe Jorge Luis Borges. I primi tre della mia interrogante, inquieta adolescenza. I Proscritti di Ernst von Salomon prima edizione primavera del 1943 voluta da Giaime Pintor. Dei tre l’unico che si è preservato dall’incuria del tempo e dalla ragnatela delle circostanze. Il Così parlò Zarathustra in una edizione poetica, forse filologicamente poco corretta secondo i parametri – anch’essi discutibili, del resto – di Giorgio Colli e Mazzino Montinari. Lo prestai ad un anarchico, Giovanni, poco prima di venire arrestato. Una sera, mentre armeggiava alla portiera della macchina, dopo essere stato con la ragazza a mangiare una pizza a Trastevere, venne ammazzato dagli agenti di una volante. Dissero d’averlo scambiato per un ladruncolo d’auto. Quanti modi di morire strani e stupidi… Dopo oltre vent’anni ho ritrovato la medesima edizione in una libreria di Trieste per dare al libro un più alto significato come lo stesso Nietzsche ammoniva: ‘Scrivi col sangue e scoprirai che il sangue è spirito’…

Hanno fucilato un poeta, raccolta di poesie, autore Robert Brasillach: una edizione di modesta fattura e in edizione latomica. Non ricordo perché ne fui attratto – coincidenza o destino? -; non ricordo perché l’acquistai; ricordo come andò perduto all’ultimo piano dell’Ulmstrasse, perdutosi come colei a cui l’avevo donato… E l’identificai con la libertà tanto che, pur avendone una nuova edizione in casa, non volli che mia madre lo portasse al colloquio del martedì. Trent’anni dopo, più o meno, convinsi l’editore del Settimo Sigillo a ristamparlo con mia introduzione e la correzione di diversi errori di traduzione. Il debito pagato a quel fratello che, allora, mi apparve più grande e che, reso immortale e immobile nella morte, sarebbe diventato il mio fratello più giovane. Sempre il più caro.

Nel libro di Paul Sérant Romanticismo fascista – edito nel 1971 e, a conferma della data, trovo in prima pagina il visto del direttore di Regina Coeli – viene riportato un episodio degli ultimi giorni della Parigi prima della liberazione. Un giovane della Milizia, deluso dal fallimento della Rivoluzione Nazionale di Vichy, incontrando Robert Brasillach in un parco, ebbe a confidargli: ‘In fondo noi siamo degli anarco-fascisti’. Episodio questo che piacque tanto allo scrittore, deciso a restare nella capitale per poi consegnarsi, subire un ridicolo ed infame processo e finire al palo dei condannati a morte il 6 febbraio 1945, fotografia della madre sul cuore e sciarpa rossa al collo. Giovanissima promessa delle ‘lettere’ francesi egli esprime nei suoi romanzi, nei saggi, nelle opere di teatro così come nella gran parte degli articoli apparsi sulle riviste della collaborazione un senso profondo e immediato verso la giovinezza, l’amicizia, la gioia di vivere e la ricerca della felicità possibile. Sono queste ragioni inalienabili che il fascismo rappresenta proprio ai suoi occhi in una partecipazione ed esaltazione collettive. Non a caso Giano Accame lo definirà ‘il poeta dei balilla’. Ne La ruota del tempo, a mio parere superiore a I sette colori, il più noto e citato, forse anche perché nel terzo episodio, La notte di Toledo, vi ho ritrovato momenti magici vissuti intensamente nella carne e nel sentire, egli traduce così quanto la giovinezza consente, prima che la maturità s’imponga con i suoi riti i tanti compromessi e un certo grigiore di fondo: ‘Noi viviamo in quell’eminente dignità del provvisorio, che è così contraria alla concezione borghese della vita’. Se questo è fascismo – ed è fascismo -, non si tinge di un modo irridente e scanzonato che lo rende, nei modi e nei gesti, simile all’anarchismo?

D’altronde basterà rileggersi Il nostro anteguerra, una sorta di riesame di quanto vissuto alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, quando ha trent’anni, lo spartiacque tra la giovinezza e l’inizio dell’età adulta, come rileva in una parte de I sette colori. Da studente del prestigioso liceo Luigi il grande, rammenta, ‘leggevamo volentieri sia Le canard enchainé che L’Action Française… nutrivamo un grande disgusto per il mondo moderno – e qualche innata inclinazione per l’anarchia’. Nel giugno del ’39 esce Storia della guerra di Spagna, scritto con l’amico e cognato Maurice Bardéche, dove è evidente la scelta di campo dei due autori, ma Brasillach stima troppo il coraggio per non rendere omaggio anche a coloro che si collocano nella parte avversa. Ad esempio, a Barcellona, quando ‘gli anarco-sindacalisti catalani hanno raccolto gli operai e si sono riversati nelle strade’, facendo fallire il sollevamento delle truppe franchiste. E aggiunge: ‘…rappresenta una delle pagine più belle d’eroismo nella storia rivoluzionaria di tutti i tempi’.

Bene. Ancora una volta mi trovo a confidare nella bontà e pazienza di Ereticamente. Una terza parte non riesce ad essere conclusione. Non potevo, però, negare al ‘fascismo immenso e rosso’ il suo dovuto spazio e, con lui, a quel volto da adolescente troppo cresciuto e mai diventato adulto, incorniciato dagli occhiali dalla montatura rotonda e spessa, da quel sorriso con un fondo di tristezza quasi presago del tragico destino che l’avrebbe accolto al forte di Montrouge, con il plotone d’esecuzione composto da dodici bocche da fuoco avide del suo sangue. I cinque petali di rosa rossa… Alcuni anni fa mi fu chiesto di pensare ad una frase da imprimere sulla maglietta di giovani militanti. E mi venne a mente, senza esitazione, come definiva Brasillach i giovani che, fra le due guerre, avevano sposato ‘questo male del secolo: il fascismo’… Egli scriveva: ‘spirito anticonformista per eccellenza, antiborghese sempre, irriverente per vocazione’. Più icasticamente, ma in linea, amo dire ‘faccia al sole e in culo al mondo!’. E con questo vi saluto in attesa, vostra e mia, di quel Céline da cui saremmo dovuti procedere e circoscrivere…

di Mario M. Merlino
Documento inserito il: 28/12/2014

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