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La Grecia dall'occupazione alla guerra civile (1940-1949) [ di Giuseppe Tramontana ]

Guerra fredda guerreggiata.
Giustificazione

La Grecia, teatro di una cruenta guerra civile, protrattasi dal 1946 al 1949, rappresentò l’unico terreno di scontro armato europeo tra le due ideologie – democratico-liberale e socialista - che si spartirono il mondo all’indomani della seconda guerra mondiale. A sessanta anni dalla fine della guerra civile appare utile ripercorrere le tappe più significative di questa tragedia nazionale che consegnò il paese ellenico al “blocco occidentale”, ma ad un prezzo altissimo, comprendente anche instabilità politica, arretratezza economica e governi semi o totalmente dittatoriali, fino all’avvento dei colonnelli nel 1967.

Come ci si comporta davanti ai molossi
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, la Grecia era una monarchia retta dal re Giorgio II, con un governo capeggiato dal filofascista Ioannis Metaxas. Nonostante le sue simpatie per Mussolini ed Hitler (la Germania, ad esempio, acquistava il 40% del tabacco greco), il premier – in considerazione dell’attaccamento del re all’Inghilterra - scelse di mantenere una neutralità benevola nei confronti della Gran Bretagna. Così chiuse gli occhi davanti alle crescenti provocazioni italiane che culminarono, nell’agosto del 1940, con il siluramento dell’incrociatore Elli ancorato nella rada dell’isola di Tìnos in occasione della festa della dormizione (assunzione) della Vergine.
Ma anche la pazienza di Metaxas aveva un limite. Infatti, quando Mussolini – risentito per il fatto che Hitler non l’avesse informato in occasione di alcune intraprese militari e desideroso di avviare la propria “guerra parallela” - ordinò al suo ambasciatore ad Atene di consegnare alle autorità elleniche, alle 3 antimeridiane del 28 ottobre 1940, un umiliante ultimatum che sarebbe scaduto solo tre ore dopo, alle 6, il capo del governo greco respinse la richiesta italiana e si preparò alla guerra. Ma la Grecia, per i fascisti, si sarebbe dimostrata un osso ben duro. I greci si strinsero attorno alla bandiera nazionale. Nel giro di pochi giorni, l’esercito greco non solo ricacciò gli italiani oltre il confine albanese, ma passò al contrattacco conquistando Korce (Koritsà), il 22 novembre, Sarande (Aghii Sarànda) il 6 dicembre e Gjirokaster (Arghirokastro) l’8 dicembre. Le armate greche furono sul punto di conquistare il porto di Valona, cruciale per l’approvvigionamento delle truppe italiane, ma, a causa delle pessime condizioni meteorologiche, dovettero arrestare la marcia.
Fin dal primo momento dell’invasione italiana, Churchill si era detto pronto a correre in aiuto della Grecia. Ma Metaxas aveva preso tempo, per non compiere alcun atto provocatorio verso Hitler. Ma ciò non valse a tenere buono il dittatore tedesco. Il 6 aprile 1941, nell’ottica di assicurarsi il fianco balcanico in vista dell’attacco all’URSS, la Germania varò l’operazione Marita ossia l’invasione della Grecia. L’Asse travolse la resistenza greca e gli inglesi corsi in loro aiuto. Il 20 aprile il generale Tsolakoglu, comandante dell’armata della Macedonia occidentale, si arrese senza autorizzazione del suo governo, mentre il governo medesimo ed il re si trasferirono a Creta, ritenuta una fortezza inespugnabile: in realtà sarebbe caduta dopo un massiccio bombardamento aereo tedesco (20 maggio 1941) ed una lotta accanita, sicché governo e re si sarebbero rifugiati prima al Cairo e poi a Londra.. Caduta la Grecia, i tedeschi si riservarono le zone strategicamente più rilevanti, come Atene, Salonicco, alcune isole ed una striscia di territorio al confine con la Turchia. Il generale Tsolakoglu (quello della resa senza autorizzazione) divenne il primo capo di un governo fantoccio, cui seguirono quelli dei civili Konstantinos Logothetòpulos e Ioannis Ràllis.
Il 31 maggio la bandiera nazista sventolò sull’Acropoli. Venne fatta subito scomparire. Magra consolazione, in vero. Più importante fu quello che accadde sul fronte dell’organizzazione della resistenza, di cui si occupò il Partito Comunista (KKE). Questo partito, prima dell’invasione, aveva una forza trascurabile. Diviso all’interno, aveva sofferto per i continui attacchi del governo autoritario di Metaxas, arrivando a raccogliere, al massimo, il 9% dei voti. All’indomani dell’invasione, il segretario generale comunista, Nìkos Zachariàdis (in quel momento in carcere, prima di essere deportato a Dachau) salutò la resistenza greca come una “lotta di liberazione nazionale” e chiamò a raccolta intorno a Metaxas per la causa comune della libertà.
Nel settembre del 1941 fu fondato il Fronte di liberazione nazionale (EAM, Ethnikò Apeleftherotikò Mètopo). Benchè i comunisti, all’interno dell’EAM, fossero predominanti, si volle dare l’impressione che il Fronte fosse una coalizione tra tutti i partiti della sinistra e degli agricoltori. Poco dopo la sua fondazione, dal tronco dell’EAM nacque l’EEAM o Fronte di liberazione nazionale operaio (Ergatikò Ethnikò Apeleftherotikò Mètopo), che concentrò i suoi sforzi tra la classe operaia e fu essenziale per l’organizzazione di alcuni scioperi generali di grande impatto, in particolare quelli del febbraio e del marzo del 1943, che riuscirono a far fallire i piani tedeschi per costringere gli operai greci a lavorare per il Reich. Braccio militare dell’EAM, invece, era l’Esercito popolare di liberazione nazionale (ELAS, Ethnikòs Laikòs Apeleftherotihòs Stratòs). L’ELAS fu fondato nel dicembre 1941, mentre le prime bande partigiane presero la via delle montagne nell’estate seguente.
Nell’inverno 1941-1942 nacquero anche altre formazioni partigiane non comuniste. La più importante delle quali fu la Lega nazionale democratica (EDES, Ethnikòs Dimokratikòs Ellinikòs Sìndesmos), di tendenze repubblicane, con a capo il generale Nikòlaos Plastìras, promotore di un putsch militare nel 1922 e di uno nel 1933, che tuttavia rimase per quasi tutta la durata della guerra in Francia, dove si era autoesiliato dopo il fallito colpo di stato del 1933. In Grecia, il capo effettivo divenne il generale Napolèon Zèrvas, a sua volta coinvolto sia nell’instaurazione che nel rovesciamento della dittatura di Theòdoros Pàngalos nel 1926. Un’altra organizzazione resistente repubblicana e riformista era la Liberazione sociale e nazionale (EKKA, Ethnikì ke Kinonikì Apelefthèrosis) del colonnello Dimìtrios Psarròs, che entrò nella lotta armata solo nel 1943.
Nel frattempo, le forze di occupazione bulgare insediarono propri coloni nella Macedonia greca, mentre i tedeschi non mostravano alcuna esitazione nel perseguire e fucilare partigiani e sospetti. Nel dicembre 1943, la distruzione di una serie di villaggi nella regione di Kalàvrita e l’esecuzione di almeno settecento tra donne, vecchi e bambini fu un episodio particolarmente cruento dell’occupazione nazifascista. Inoltre, la requisizione sistematica da parte dei tedeschi del cibo e di altre vettovaglie causò un’inflazione spaventosa e una catastrofica penuria di cibo. La situazione della città di Atene, durante l’inverno del 1941-42, era talmente disperata che il governo in esilio di Emmanuìl Tsuderòs riuscì a persuadere le autorità britanniche a interrompere l’embargo nei confronti della Grecia occupata per consentire il transito, via Turchia, dei beni alimentari, portati dalla Croce rossa svedese. Altra tragica conseguenza dell’occupazione fu, ovviamente, la quasi totale eliminazione della presenza ebraica. La comunità sefardita di Salonicco venne annientata. Per gli ebrei ateniesi le cose andarono leggermente meglio grazie all’aiuto offerto dall’EAM.
Nonostante l’occupazione, la Gran Bretagna restò strettamente coinvolta negli affari greci. La politica inglese mirava ad appoggiare il ritorno del re a liberazione avvenuta. Era necessario, per il Foreign Office, tenersi alleata la Grecia, anche come garanzia per la conservazione della libertà di comunicazione lungo le rotte del petrolio in Medio Oriente.
Nel marzo 1944, quando buona parte della Grecia continentale era controllata dai partigiani, l’EAM, a sorpresa, annunciò la creazione di un Comitato provvisorio di liberazione nazionale (PEEA, Prosorinì Epitropì Ethnikì Apeleftherosis), guidato da uno stimato professore universitario, non comunista, Alèxandros Svòlos. Tuttavia, nonostante il PEEA cercasse di non usurpare le prerogative del governo in esilio, la sua stessa creazione rappresentava una sfida a Tsuderòs ed ai suoi ministri. Ed in effetti, alcuni membri del PEEA fomentarono ammutinamenti all’interno delle forze armate di stanza in Egitto. Churchill ordinò di reagire con fermezza. Gli ammutinamenti vennero repressi, i capi della rivolta condannati a morte, anche se poi la condanna venne commutata in carcere a vita. Ma, ormai, i rapporti tra governo in esilio ed EAM si erano incrinati. Per tentare di ridefinire i rapporti di forza ed accordarsi sul futuro politico del Paese, l’EAM, l’ELAS, il KKE ed altri rappresentanti della sinistra si incontrarono, nel maggio 1944, in Libano con i rappresentanti del governo, capeggiato dal nuovo primo ministro Gheòrghios Papandreu. Tra i partigiani vi erano solo due comunisti. Il 20 maggio venne firmato un documento che prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale di 24 membri, sei dei quali provenienti dalla PEEA. Intanto, la coincidenza tra gli ammutinamenti nelle forze armate greche in Medio Oriente e l’avanzata dell’Armata Rossa in Bessarabia, rinforzavano in Churchill il desiderio di evitare l’affermarsi di una egemonia comunista in Grecia. In alcune minute, il primo ministro britannico definisce i partigiani dell’ELAS “miserabili banditi” e “le bestie più infide e immonde”. Soprattutto dopo l’uccisione, avvenuta il 16 aprile 1944, del colonnello Psàrros da parte di una pattuglia dell’ELAS che, pare, avesse tuttavia agito su propria iniziativa e non su ordini del comitato centrale dell’EAM.
Nell’ottobre 1944, mentre, a liberazione avvenuta, il governo Papandreu si insediava ad Atene, a Mosca aveva luogo la famosa spartizione “a percentuale” dei Balcani e dell’Europa orientale tra Churchill e Stalin. Romania e Bulgaria andavano all’URSS rispettivamente per il 90% e per il 75%, Jugoslavia e Ungheria 50% ciascuno (ma saliranno al 60% pro URSS nel successivo incontro tra i ministri degli Esteri Molotov ed Eden), Grecia per il 90% alla Gran Bretagna.

Tra indecisioni e prove di forza
Negli stessi giorni, il 18 di ottobre, il governo Papandreu, “trasformatosi – come ricorda Richard Clogg – per l’appoggio britannico da un’accozzaglia di politicanti screditati qual era in un vero governo di unità nazionale”, giunse in Grecia, mentre i resti delle forze tedesche di occupazione lasciavano il paese, bersagliate dai partigiani e dai raid aerei alleati. La Grecia, in quel momento, era letteralmente in ginocchio: una sterlina valeva la cifra astronomica di 170.000 miliardi di dracme. La distribuzione dei generi di prima necessità era resa difficilissima dallo sconvolgimento che aveva colpito sia il sistema economico-commerciale che quello dei trasporti. Inoltre, vi era il problema di colpire i collaborazionisti. Ma, a dire il vero, non pareva che Papandreu si desse eccessiva preoccupazione della cosa. Per lui, il problema più difficile da affrontare fu il disarmo pacifico delle formazioni partigiane e la loro sostituzione con un esercito nazionale. L’esistenza stessa dell’ELAS metteva in pericolo il nuovo stato, agli occhi del primo ministro. A novembre si giunse ad un accordo: le bande partigiane sia dell’ELAS che dell’EDES si sarebbero sciolte il 10 dicembre. Tuttavia, un’unità dell’ELAS, delle stesse dimensioni di un’unità composta dal battaglione sacro (formato da ufficiali), dalla Brigata montana (o “Rimini”, completamente epurata degli esponenti di sinistra dopo gli ammutinamenti in Medio Oriente). L’ELAS protestò: in quell’esercito c’erano solo monarchici, filofascisti e anticomunisti. Non aveva torto. All’inizio di dicembre il segretario del Partitro Comunista greco (KKE), Gheòrghios Siàntos fece sapere che l’ELAS non avrebbe smobilitato. A stretto giro, il responsabile delle truppe britanniche, il generale Ronald Scobie, affermò che non avrebbe esitato a usare le forza a sua disposizione per difendere il governo legalmente costituito. I ministri della sinistra rassegnarono immediatamente le dimissioni e, in un’atmosfera di grande tensione, il 3 dicembre l’EAM chiamò a raccolta i propri sostenitori in piazza Sìntagma (Costituzione), nel centro di Atene. La polizia, presa dal panico, sparò sulla folla dei dimostranti, uccidendo almeno cinquanta di loro e ferendone molti altri. Alla repressione sanguinosa, seguirono gli attacchi alle stazioni di polizia. Pare che il KKE, almeno in quella prima fase, volesse evitare lo scontro diretto con gli inglesi. Ma Churchill non era di questo avviso. Anzi. In un messaggio telegrafato al generale Scobie, ordinava di considerare Atene come una città sotto occupazione e di sparare per uccidere. Il telegramma, intercettato dagli americani e diffuso sulla stampa d’oltreoceano, contribuì a far assumere agli statunitensi una posizione di neutralità: l’ambasciatore USA ad Atene, Lincoln McVeagh, giunse al punto di negare agli inglesi il permesso di attingere acqua dal pozzo dell’ambasciata.
Allo scoppio dei disordini, Papandreu si era dimesso. Churchill gli aveva ordinato di restare in carica, ma la situazione ormai era incontrollabile. A Natale lo stesso Churchill ed Eden si recarono nella capitale greca. Ed il 30 dicembre accettarono l’unica soluzione possibile: la nomina a reggente dell’arcivescovo Damaskinòs (dal premier inglese definito, qualche tempo prima, “un prete pestilenziale, relitto del Medioevo”) in attesa di un referendum istituzionale sull’esistenza della monarchia. Qualche giorno dopo, il 3 gennaio 1945, al posto di Papandreu venne nominato primo ministro il generale Nikòlaos Plastìras. L’11 gennaio venne proclamato il cessate il fuoco. Il 12 febbraio, a Vàrkiza, nei dintorni di Atene, venne stipulato un accordo politico tra le parti. L’ELAS accettò il disarmo (consegnando, peraltro, molte più armi di quante gliene fossero state richieste) in cambio della promessa di un’amnistia per i soli reati politici, dell’impegno ad epurare con maggior decisione i collaborazionisti ed i filofascisti dall’esercito e dalla polizia, della garanzia di tutela delle libertà democratiche e della indizione di un referendum istituzionale a sua volta seguito da libere elezioni, sotto la supervisione delle potenze alleate. Ma l’URSS – al contrario di Gran Bretagna, USA e Francia - non volle farlo, sostenendo che si sarebbe trattato di un’ingerenza negli affari interni greci. Ulteriore confusione creò, poi, un altro episodio. Durante una visita a Londra, l’arcivescovo Damaskinòs si assicurò l’appoggio inglese affinché le elezioni precedessero il referendum istituzionale e non viceversa, come deciso a Vàrkiza. Le lezioni vennero fissate per il 31 marzo 1946. La sinistra protestò: nel clima di violenza ed incertezza imperante sarebbe stato pericoloso andare a votare e comunque il voto non avrebbe rispecchiato la reale volontà popolare. Anche il premier, l’ottuagenario Sofùlis, subentrato in ottobre a Dimìtrios Vùlgaris (a sua volta, succeduto ad aprile, allo screditato generale Plastìris), trovava l’obiezione ragionevole. Ma la Gran Bretagna, desiderosa di disimpegnarsi nel più breve tempo possibile in Grecia, insistette per tenere le elezioni da cui potesse uscire un governo legittimato democraticamente. La sinistra - dopo un politburo del 21 febbraio – decise di astenersi, in contrasto anche con i consigli provenienti da Mosca.
Le lezioni del 31 marzo si risolsero in una lotta tra destra populista e monarchici, da un lato, e liberali e centro-destra, dall’altro. I primi ottennero 206 seggi su 354; l’Unione politica nazionale, alleanza di tre piccoli partiti con a capo Sofoklìs Venizèlos, Gheòrghios Papandreu e Panaghiòtis Kanellòpulos, ottenne 68 seggi; i liberali di Sofùlis 48; il partito nazionale dell’ex comandante dell’EDES (ormai acceso anticomunista), il generale Napolèon Zèrvas, 20. La missione alleata (AMFGE) dichiarò che le elezioni si erano svolte democraticamente e fissò la percentuale delle astensioni al 9,4%, mentre i comunisti sostennero che aveva votato solo il 49% degli aventi diritto. Il primo ministro nominato fu Konstantìnos Tsaldàris, nipote del populista Panaghìs Tsaldarìs. E fu lui a fissare il referendum istituzionale per il 1° settembre 1946. La consultazione si tenne alla data fissata e la monarchia vinse con il 68% (1.136.289 voti) dei suffragi, contro il 32% (524.771 voti) alla repubblica. Il referendum non ebbe la supervisione dell’AMFOGE, sebbene Gran Bretagna e USA avessero esaminato le liste elettorali, le accuse di brogli lanciate dall’opposizione trovarono conferma in rapporti confidenziali degli osservatori alleati. Il 27 settembre re Giorgio II mise di nuovo piede sul suolo greco. Ma, dopo poco più di sei mesi, nell’aprile 1947, morì. Al trono ascese il figlio, Paolo.
Il governo Tsaldàris non si preoccupò di appianare i dissidi tra destra e sinistra. Iniziò, al contrario, una politica di repressione e violenza contro gli esponenti socialisti e comunisti. Ciò rientrava anche nella sua visione della politica internazionale, condizionata da un allarmato anticomunismo, anche a causa dei sorgenti regimi di ispirazione sovietica nati in Bulgaria e in Albania, nazioni con le quali la Grecia aveva conti aperti in merito alle rivendicazioni territoriali sull’Epiro settentrionale e la Tracia del nord. Le dure misure di Tsaldàris servirono solo ad accelerare la caduta nella guerra civile. Già prima delle elezioni di marzo bande partigiane collegate al KKE avevano preso la via della montagna, decise a prendere il potere in qualche modo. In agosto, dopo un attacco comunista a Litòchoro, nella Pieria, ed altri scontri in villaggi del nord, il governo dichiarò che le bande erano sostenute da Bulgaria e Jugoslavia. L’URSS, invece, spinse l’Ucraina, che aveva ancora un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, a denunciare la Grecia come Stato provocatore e persecutore delle minoranze. Nell’ottobre si formò l’Esercito democratico (DSE) guidato da Markòs Vafiàdis, comandante comunista originario dell’Anatolia. Nell’inverno 1946-1947 era ormai in corso la guerra civile.

La Grecia, il campo di battaglia
All’inizio del ’47 la Gran Bretagna informò gli USA di non essere più in grado di assumersi i costi del sostegno alla Grecia. Con notevole sollecitudine, il Presidente Truman ottenne, il 12 marzo, quattrocento milioni di dollari dal Congresso per gli aiuti di emergenza: nasceva la cosiddetta “dottrina Truman” cioè l’impegno statunitense a farsi carico economicamente degli sforzi dei “popoli liberi” per resistere ai tentativi sovversivi di minoranze armate. Come ricorda David W. Ellwood, rifacendosi allo studioso di storia internazionale W. H. McNeill, questi interventi erano dettati dalla convinzione che esistesse un legame tra modernizzazione economica e modernizzazione politica. “Se si potesse migliorare la situazione economica tanto da permettere a ogni cittadino greco di vivere nella maniera da lui prevista e desiderata fin dall’infanzia – annotava McNeill – probabilmente l’interesse esagerato e il fanatismo che il popolo manifesta nei confronti dei partiti e dei programmi politici diminuirebbe. Le circostanze – insisteva – potrebbero allora diventare propizie alla graduale affermazione di una comunanza di idee che abbracci quasi tutta la popolazione e permetta l’instaurazione di un governo genuinamente democratico. La prosperità economica non potrebbe garantire un governo stabile e popolare, ma sicuramente renderebbe più probabile la sua realizzazione.” Ottimismo o superficialità economicistica? Gli statunitensi si sarebbero resi presto conto che “come Atlee (primo ministro inglese, nda) osservò con ripugnanza, adottare la dottrina Truman significava avere l’apparenza di sostenere ‘interessi provati e reazionari contro le riforme e le rivoluzioni a favore dei poveri’”. Insomma, non sarebbe stata questa mossa a sconfiggere i comunisti ed il sostegno che trovavano nel popolo. O, almeno, non solo essa.
Infatti, nel contempo, la tattica del “mordi e fuggi” di Vafiàdis cominciava a dare qualche frutto, anche se i tentativi di prendere le città di confine di Flòrina, Grevenà e Kònitsa fallirono. Eppure, il governo provvisorio, fondato dai ribelli proprio nel 1947, controllava politicamente e militarmente quasi il 70 % del territorio greco, da Evros al Peloponneso, ed aveva anche un parziale controllo delle montagne e della maggior parte delle isole. L'esercito governativo era per la maggior parte asserragliato ad Atene e nelle maggiori città, anche se aveva sotto controllo le grandi pianure della Tessaglia e di Tessalonica. I ribelli potevano contare, d’altra parte, su un esercito di più di 50.000 combattenti e su una forte rete di simpatizzanti nelle aree rurali e montuose. Il loro quartier generale era sul monte Vitsi, vicino al confine con la Jugoslavia, appoggiato da altri due quartier generali regionali nella Grecia centrale (monte Pindo) e nel Peloponneso (monte Taiget). Intanto, nel dicembre ’46, la Grecia aveva presentato una seconda protesta all’ONU, accusando Bulgaria, Jugoslavia e Albania di fornire armi ai partigiani. Le Nazioni unite decisero di formare una commissione per verificarle. La commissione verificò e riferì: era vero, bulgari, jugoslavi e albanesi aiutavano i comunisti greci. Venne deciso allora l’istituzione di una Commissione speciale delle Nazioni Unite per i Balcani (UNSCOB), capace di garantire il rispetto delle raccomandazioni della commissione d’inchiesta. L’UNSCOB, in numerose relazioni, pose in rilievo come un effettivo sostegno alla lotta comunista venisse dai Paesi del blocco orientale. Gli aiuti andavano dalla fornitura di letti e tende, a quella delle strutture ospedaliere da campo fino, ovviamente, alle armi ed alle munizioni.
Nel frattempo, al governo greco pervenivano gli aiuti della missione americana per l’aiuto alla Grecia (AMAG). Gli aiuti non consistettero solo in armi e munizioni, ma anche in un lavoro attento e puntuale da parte dei consulenti statunitensi nel coordinare le operazioni militari. Nel novembre del 1947 fu creato persino uno stato maggiore operativo congiunto greco-americano, mentre un nuovo impulso alla continuazione della lotta venne dalla nomina del generale Van Fleet a comandante del JUSMAPG (Joint U.S. Military Advisory and Planning Group). Le truppe britanniche rimasero in Grecia. Non prendevano parte attiva ai combattimenti, ma si davano da fare nell’addestramento del personale militare greco. L’esercito democratico, viceversa, poteva contare solo sul sostegno logistico ed operativo di Jugoslavia, Bulgaria e Albania. Sostegno condizionato, naturalmente, dall’autorizzazione dell’URSS, cioè di Stalin. Insomma, la Grecia divenne a tutti gli effetti un campo di battaglia nella guerra fredda. Lì si stavano misurando realmente i rapporti di forza, sia dal punto di vista militare che politico-economico. Nel novembre del ’48 la situazione dell’ordine pubblico era al collasso, tanto che il governo proclamò la legge marziale. Le comunicazioni via terra tra Atene e Salonicco, le due maggiori città, erano praticamente impossibili. Anche il servizio ferroviario venne interrotto e non venne ripristinato che nel 1949, a guerra civile conclusa. Entrambe le parti dipendevano in maniera esorbitante dall’aiuto straniero. E finché questo aiuto ci fosse stato, la lotta si sarebbe protratta. Ma qualcosa si stava lentamente muovendo, soprattutto tra le fila comuniste. Nel 1948 Tito ruppe con il Cominform. Pare che Stalin, preoccupato per il progetto titino di creazione di una federazione balcanica comunista sotto l’egida jugoslava, abbia intimato, all’inizio del ’48, a Jugoslavia e Bulgaria di far cessare la guerra in Grecia, chiudendo i rubinetti degli aiuti. “Una delle ragioni, per cui la guerra civile in Grecia fu alla fine persa dai comunisti – scrive Paolo Viola - fu che venne a mancare l’appoggio sovietico attraverso la frontiera iugoslava. Stalin non intendeva impegnare l’URSS in un’avventura nella quale non credeva e che comunque avrebbe rafforzato un comunismo, sia dei greci che degli iugoslavi, bellicoso, estremista e indipendente da Mosca. Anzi Belgrado stessa finì con l’indisporre il dittatore sovietico per l’eccessiva autonomia, di cui nessuno aveva mai fatto mistero.” Nel pensiero staliniano, inoltre, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non avrebbero mai permesso che la Grecia diventasse socialista, tagliando le linee di comunicazione con il Mediterraneo. Inoltre, in quel momento, l’URSS era sprovvista di una marina militare e quindi non poteva venire in soccorso dei compagni greci, così come era anche sprovvista della bomba nucleare (in possesso degli USA, invece). In breve, non poteva affrontare in campo aperto le potenze occidentali. Come ulteriore episodio, c’è poi la scelta poco lungimirante del KKE di schierarsi con Stalin e contro Tito nella famosa diatriba che portò allo “strappo” jugoslavo da Mosca. E così già nel luglio del 1949, gli jugoslavi chiusero le frontiere con la Grecia ed all’Esercito democratico non arrivò neanche un proiettile di aiuto. Inoltre, il massiccio contributo di aiuti e consiglieri americani e inglesi aveva finito per risollevare le sorti dell’esercito nazionale, soprattutto dopo che il maresciallo Papàgos venne posto al comando delle operazioni. Come corrispettivo, nell’esercito democratico aumentavano invece i dissidi: a Varfiàdis , che sosteneva la tattica guerrigliera del “colpisci e scappa”, si contrapponeva Zachariàdis, che optava per la trasformazione dell’esercito democratico in un vero e proprio esercito, capace di affrontare il nemico in campo aperto. La contesa ebbe l’epilogo nel febbraio con l’epurazione di Varfiàdis, accusato di disfattismo, e con il più malleabile Zachariàdis che assunse personalmente il comando dell’esercito democratico.
Nello stesso periodo, il KKE, fedele alla linea di Mosca e del Cominform, decise di abbracciare la causa di una Macedonia autonoma all’interno di una federazione balcanica. Ciò si dovette al fatto che quasi il 30% dei combattenti del partito erano “elleni slavofoni”, provenienti dalle zone slavofone della Macedonia greca. Immediatamente la propaganda governativa ne approfittò per accusare il KKE di antipatriottismo, sostenendo che i comunisti erano pronti a cedere quei territori per la conquista dei quali erano stati versati fiumi di sangue greco. Sul piano internazionale, poi, un’altra “tegola” colpì i comunisti. Era stato scoperto dalla Croce rossa che almeno 25.000 bambini erano stati trasferiti dalla Grecia in altri paesi del blocco orientale (la cosiddetta paidomazoma). Il KKE si difese dicendo che si trattava di metterli al sicuro dagli attacchi “monarcofascisti”. Non così per il governo che parlò di queste evacuazioni come di una nuova legge dei giannizzeri. Il caso fece clamore, anche se il numero dei genitori che chiese il ritorno a casa dei propri figli fu solo un migliaio. Dalla parte opposta, peraltro, quasi un uguale numero di bambini (prevalentemente figli di guerriglieri del DSE) in campi nel Sud del paese gestiti da organizzazioni religiose e controllati direttamente dalla regina di Grecia Federica di Hannover. La maggioranza sarebbe stata data successivamente in adozione a famiglie americane e solo di recente alcuni di loro hanno iniziato a raccogliere notizie sulle famiglie greche di provenienza.

Infine e… dopo
Verso la fine dell’estate del 1949, l’esercito nazionale prese decisamente il sopravvento. Dopo estenuanti e asperrime battaglie sui monti Gràmmos e Vìtsi, ai confini con l’Albania, i resti dell’esercito democratico (circa 5000 uomini), attraversarono definitivamente il confine con il Paese delle Aquile. In ottobre, il KKE firmò la “fine provvisoria” delle ostilità, ma in seguito il cessate il foco sarebbe stato definitivo. Sporadici incidenti si verificarono ancora per qualche mese, ma l’economia e la società greca ne uscirono profondamente trasformate. Devastazioni si erano assommate a devastazioni. Quelle dell’occupazione nazi-fascista a quelle della guerra civile. Una nazione al collasso, un’economia in ginocchio, una popolazione bisognosa di tutto. Soprattutto di sicurezza e di speranza nel futuro. Durante il conflitto inter-greco erano morte 80.000 persone, con atrocità e violenze da ambo le parti. Circa 20.000 furono le persone ritenute colpevoli di reati contro la nazione: più di 5000 vennero condannate alla pena capitale o all’ergastolo. I profughi furono più di 700.000, quasi il 10% dell’intera popolazione. A costoro, peraltro, vanno anche aggiunti quanti furono costretti ad andare in esilio dopo la messa fuori legge del KKE per evitare la repressione interna.
Sul piano politico, conseguenza della guerra civile fu una polarizzazione ideologica rigida tra le forze in campo. Fino al 1952 avrebbero governato, in coalizioni instabili e sempre sull’orlo del crollo, i partiti di centro, accusati peraltro continuamente di corruzione, inefficienza e servilismo verso le centrali straniere, americane soprattutto, che operavano (esempio la CIA) liberamente sul territorio greco. E pare sia stata proprio la CIA ad imporre l’adozione, nel 1952, del sistema elettorale maggioritario che, di fatti, consegnò il paese ad una dittatura mascherata fino al 1964. Ma anche questa “volta” non avrebbe cancellato la logorante instabilità del quadro politico, la quale sarebbe sfociata nel colpo di stato dei colonnelli del 21 aprile 1967.

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Vinen, Richard, L’Europa nel Novecento, Carocci, Roma, 2004.


Nell'immagine, gruppo di partigiani comunisti greci in movimento sui monti interni della Grecia.
Documento inserito il: 05/01/2015
  • TAG: seconda guerra modiale, grecia 1940 1949, occupazione italo tedesca, governo metaxas, benito mussolini, incrociatore elli, siluramento, dichiarazione guerra, offensiva greca, intervento tedesco, resistenza, armistizio, 8 settembre 1943, partito comunista

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