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Il dramma delle Foibe

Alcuni irriducibili ben conosciuti sostengono ancora oggi, nonostante l’evidenza delle ricerche e delle testimonianze, ed il carattere ufficiale dei riconoscimenti, che nelle foibe del Carso e dell’Istria sarebbero stati uccisi non più di 500 “fascisti”. In realtà, la storiografia più oggettiva, cui vogliamo richiamarci con forza, ha posto in evidenza come le foibe siano state l’effetto di una vera e propria pulizia etnica ai danni dell'italianità di Trieste, dell'Istria e della Dalmazia, programmata e perpetrata dai partigiani titini, che è costata la vita ad alcune decine di migliaia di Vittime innocenti.

E’ utile soffermarsi su alcuni documenti, predisposti in materia con la collaborazione di Giuseppe Sabatella, e finalizzati a mettere in luce alcuni aspetti di questo dramma epocale.


Un tentativo di insabbiamento

Nel giugno 1999, durante l'ottavo Convegno regionale di Speleologia del Friuli tenutosi alle Cave di Selz, lo speleologo Francesco Maleckar dello “Speleo Club Dimnice” di Capodistria ha denunciato il vergognoso tentativo di occultare numerosi resti umani rimasti sul fondo di varie grotte e voragini della zona. Già dal 1990, il Consiglio comunale di Capodistria (Slovenia) aveva dato vita ad una Commissione con il compito di stilare una lista delle Foibe situate sul territorio di sua pertinenza, e di effettuarvi le prospezioni del caso onde esumare e possibilmente identificare le salme; in realtà lo scopo era ben diverso da quello dichiarato, in quanto si volevano utilizzare gli speleologi per nascondere i resti mortali delle Vittime ricoprendoli con materiale di riporto. Lo si è compreso quando è stata sciolta la Commissione a lavoro del tutto incompiuto, sebbene la motivazione dei lavori fosse quella di risanare dall’inquinamento le sorgenti d'acqua. Tutto ciò è documentato negli atti del Convegno, pubblicati nel novembre 1999.

Partendo dai fatti in questione, il deputato triestino On. Roberto Menia ebbe a presentare un'interrogazione parlamentare sul caso, essendo molto alta la probabilità che gran parte delle salme rimaste nelle 11 cavità individuate appartengano ad italiani infoibati dai partigiani titini, senza dire che i 130 corpi esumati, non solo non hanno avuto degna sepoltura, ma non sono stati nemmeno identificati, perché depositati nell'Istituto di Medicina Legale di Lubiana, in quanto il Comune non aveva pagato le spese. Una vicenda a dir poco allucinante!


Le Foibe di maggiore rilievo

Secondo le rilevazioni di fonte geologica oggi disponibili, le Foibe del Carso e dell’Istria sono circa duemila, alcune delle quali molto profonde. Un numero significativo di queste voragini fu protagonista della grande tragedia sviluppatasi durante e dopo la seconda Guerra mondiale, con particolare riguardo al quadriennio compreso fra il 1943 ed il 1947, quando le Vittime della pulizia etnica di Tito vennero uccise a decine di migliaia: in molti casi, trovando orribile morte nelle oscure profondità delle Foibe.

Oggi, sono assai poche le suddette cavità carsiche ed istriane, che siano rimaste in territorio italiano: tra le più note si ricordano quelle di Basovizza e Monrupino, nei pressi di Trieste, dichiarate Monumento nazionale, e quelle di Opicina, sempre sul Carso, e di Drenchia, nelle alte Valli del Natisone. In particolare, su Basovizza esiste un’ampia letteratura, anche dell’epoca: basti dire che su quell’eccidio efferato, compiutosi soprattutto nel maggio-giugno 1945, dopo l’occupazione titoista di Trieste, il giornale “Libera Stampa” del successivo 1° agosto ebbe a pubblicare un articolo intitolato: “Il massacro di Basovizza confermato dal CLN giuliano”; e che il sottotitolo recitava significativamente: “Piena luce sia fatta in nome della civiltà. Una dettagliata documentazione trasmessa alle Autorità alleate della zona ed al Governo italiano”. Ciò, non senza aggiungere che, quattro giorni dopo, anche il “Primorski Dnevnik”, quotidiano sloveno di Trieste, ammise l'infoibamento di italiani a Basovizza, e particolarmente di poliziotti e finanzieri.

Certamente più numerose sono le Foibe rimaste in territori trasferiti sotto la sovranità jugoslava a seguito del trattato di pace, ed oggi, a seconda dei casi, in Slovenia od in Croazia. Fra le più note, si possono citare quelle di Villa Surani (Pola) e di Vines (Albona), che assieme ad altre furono oggetto di alcune centinaia di recuperi, effettuati dopo la “prima ondata” del 1943 da una squadra di Vigili del Fuoco al comando del Maresciallo Arnaldo Harzarich; e proprio da Surani venne riportata alla luce la salma di Norma Cossetto, che sarebbe assurta a simbolo del martirologio istriano, mentre a Vines furono recuperate, tra le altre, quelle di parecchi dirigenti, impiegati ed operai delle vicine miniere di Arsia.

Nell’ambito delle tante testimonianze, è congruo rammentare, a proposito della Foiba di Semich, quella di Mons. Parentin, secondo cui: “Un'ispezione del 1944 accertò che i partigiani di Tito, nel settembre precedente, avevano precipitato nell'abisso di Semich, profondo 190 metri, un centinaio di sventurati: soldati italiani e civili, uomini e donne, quasi tutti prima seviziati, e ancora vivi. La Foiba ingoiò indistintamente chiunque avesse sentimenti italiani, avesse sostenuto cariche, o fosse semplicemente oggetto di sospetti. Per giorni e giorni la gente aveva sentito urla strazianti provenire dall'abisso, le grida dei rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli spuntoni di roccia, sia perché resi folli dalla disperazione” (cfr. “La Voce Giuliana”, Trieste, 16 dicembre 1980).

In effetti, le notizie sui lamenti uditi provenire dalle Foibe non erano rare, soprattutto nei casi di minore profondità o di pareti che non fossero verticali ma presentassero anfratti e sporgenze. Ad esempio, valga riportare questa testimonianza circa la vicenda di una donna infoibata a Brestovizza: “Gli assassini l'avevano brutalmente malmenata, spezzandole le braccia prima di scaraventarla viva nella Foiba. Per tre giorni, dicono i contadini, si sono sentite le urla della misera che giaceva ferita, in preda al terrore, sul fondo della grotta” (cfr. “Giornale di Trieste”, 14 agosto 1947).

Tra le altre Foibe più note, si ricordano quelle di Casserova, Campagna e Corgnale, non lontane dall’attuale confine italo-sloveno, e quelle istriane di Cregli, Cernizza, Pucicchi, Terli e Treghelizza, anch’esse oggetto di alcuni recuperi del 1943, che si aggiungono alle precedenti citazioni. Spesso, dopo gli eccidi, i partigiani lanciavano nella voragine benzina incendiata e bombe a mano, onde cancellare ogni traccia dei propri delitti; cosa che rese a più forte ragione difficile la pur limitata opera di recupero.

Si trattò di un vero e proprio genocidio che coinvolse persone di tutte le condizioni professionali, ivi comprese alcune centinaia di donne (alcune delle quali in stato interessante, come una delle tre sorelle Radecca), e persino diversi minori.

Le Vittime di questo genocidio ammontano ad oltre dodicimila e secondo alcune fonti documentate potrebbero essere addirittura ventimila. Non è stato possibile effettuare un conto preciso dei Caduti, ma una stima molto attendibile come quella di Luigi Papo indica il numero delle Vittime in almeno 16.500 (cfr. “Albo d’Oro”, Unione degli Istriani, Trieste 1989). Agli infoibati si devono aggiungere le persone sepolte, anche vive, nelle miniere di bauxite, di cui l'Istria è ricca; e quelle che, specialmente in Dalmazia, furono gettate in mare con una pietra al collo; per non dire di fucilati, impiccati od altrimenti uccisi.


Causa di morte nelle foibe

Da uno studio medico-legale eseguito su centoventi infoibati, sotto l'egida dell'Istituto di Medicina legale e delle Assicurazioni dell'Università di Pisa, emerge che, tra le cause di morte, quelle più ricorrenti sono state:

1. proiettili d'arma da fuoco, di solito sparati al cranio;
2. precipitazione dall'alto con effetti di fratture multiple, commozione cerebrale, embolia;
3. trauma da corpo contundente (bastone, calcio di fucile) od acuminato (pietra, vetro);
4. combinazioni varie delle cause suddette, sia sovrapposte sia concorrenti.

L'effetto, cioè la morte, non fu necessariamente immediato: è ammissibile che, nonostante le ferite ed i traumi, la morte sia avvenuta a distanza di qualche tempo, anche per sete o per fame (come da testimonianze riportate).


Torture nei lager di Tito

Per conoscere gli orrori di un campo di concentramento jugoslavo è opportuno riassumere, infine, i vari tipi di punizione, come emergono dai racconti dei sopravvissuti.

I) “Palo” - è un'asta verticale con una barra fissata in croce: ai prigionieri vengono legate le braccia con un fil di ferro alla sbarra in modo da non toccare terra con i piedi. Perdono così l'uso degli arti superiori per lungo tempo se la punizione non dura troppo a lungo. Altrimenti per sempre;
II) “Triangolo” - consiste in tre legni legati assieme al suolo a forma di figura geometrica al centro della quale il prigioniero è obbligato a stare ritto sull'attenti, pungolato dalle guardie finché non sviene per sfinimento;
III) “Fossa” - si tratta di una stretta buca scavata nel terreno, dell'esatta misura dell'uomo. Il condannato che vi deve rimanere per almeno mezza giornata non ha la possibilità né di piegarsi né quella di fare alcun movimento.

Intervento di Maria Vitale

Maria Vitale è nata nel 1978; laureata in Lettere e Filosofia, ha maturato significative esperienze nell’ambito della rappresentanza universitaria. Tra l’altro, ha organizzato un convegno nella sua Facoltà dal titolo “Foibe, una pagina di storia mai scritta”, e nel giugno 2002 un altro convegno alla sede centrale dell'Università Federico II sul tema “Mafia e mafie: dieci anni per dimenticare, per continuare a fare”.


Il presente articolo è tratto dagli Atti del Convegno di Studi storici tenutosi il 28 gennaio 2001, sul tema “Foibe: la storia in cammino verso la verità”. Si ringrazia l'Istituto di Studi Storici Economici e Sociali (ISSES) di Napoli per aver consentito il reprint dell'intervento, con alcuni adeguamenti formali.

Documento inserito il: 29/12/2014
  • TAG: foibe, seconda guerra mondiale, armistizio, 8 settembre 1943, eccidio italiani, repubblica sociale italiana, istria, dalamzia, fiume, venezia giulia, maresciallo tito, IX corpus,
  • http://www.isses.it

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