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La memoria e il futuro

Non ho testimonianze dirette da proporre, ma solo considerazioni derivate dallo studio di una terra e di un periodo storico, che proprio per le sensazioni di ingiustizia, di omissione, di silenzio di cui sono intrisi, mi hanno sempre affascinato. Inoltre, la data di oggi è molto appropriata per questo Convegno: soltanto ieri (27 gennaio 2001) è stata celebrata la cosiddetta “Giornata della Memoria”, per ricordare - giustamente - le persecuzioni degli Ebrei. Ebbene, perché l'Italia, questa povera Italia in cui sopravvive magnificamente uno degli ultimi partiti marxisti del mondo, possa mettersi al passo con i tempi, è bene ricordare che in quegli anni bui della guerra e della sconfitta non furono soltanto perseguitati gli Ebrei, ma che migliaia di Italiani, nostri confratelli, furono barbaramente trucidati. Le Foibe, che sono il simbolo atroce di quegli eventi, non vanno dimenticate, perché le Vittime uccise dai comunisti hanno la stessa dignità di quelle del nazismo. La pseudo-cultura e il conformismo di sinistra vanno contrastati con tutte le forze, se non altro perché ci tengono legati ad un passato che tutto il mondo civile ha ormai posto in archivio.

Ad un precedente Convegno dell'ISSES, per la presentazione del libro di Ciccio Fatica sul “Fascismo clandestino nel Sud” (1943-45), partecipai con una memoria riguardante il periodo storico che terminava alla fine della guerra, mettendo in evidenza come subito dopo, nonostante gli sforzi di tanti patrioti, con particolare riguardo a quelli della RSI e della Decima MAS, ma anche di una parte del CLN e degli stessi Alleati, avvenne ciò che si era paventato e che si era cercato di impedire: l'Istria, la Venezia Giulia e persino Trieste furono occupate dall’Armata Popolare Jugoslava, di fede comunista, al comando del Maresciallo Tito.

I timori per l’occupazione non erano soltanto di tipo militare e politico, ma anche – oserei dire – di tipo umanitario. La pratica dell'infoibamento, in quel tragico maggio del 1945, non era più una novità: già due anni prima, dopo l'armistizio dell'otto settembre, i partigiani di Tito si erano abbandonati agli orrori ed alla violenza contro gli Italiani (e non solo) colpevoli soltanto di non essere comunisti. E’ ben nota, infatti, la parola d'ordine degli invasori: “Chi non è con noi è contro di noi”. In nome di questo principio furono trucidate migliaia di persone (una stima precisa è impossibile, e lo era anche al momento in cui avvennero i fatti), gettate nelle foibe, voragini naturali del Carso assai profonde, talvolta nell’ordine delle centinaia di metri. Qualcuno più fortunato (si fa per dire) vi fu scaraventato ormai cadavere; molti erano ancora vivi, segnati dalle sevizie e dalle torture, dal filo di ferro che aveva scavato i polsi, e non pochi conobbero la tragedia di un’atroce agonia in fondo alla voragine.

Ma non voglio turbarvi con un racconto dell'orrore alla Stephen King! Mi basterà ricordare l'impressione che ebbi quando andai per la prima volta alla Foiba di Basovizza, presso Trieste: uno spazio nudo e spazzato dal vento, al centro del quale un solo alto lampione, simile ad un faro, indicava il luogo dell’eccidio, oggi non più visibile, perché coperto dalle strutture del Monumento nazionale eretto a perenne Ricordo. La stele più grande reca una testimonianza agghiacciante: la profondità della Foiba si era ridotta di ben trenta metri nella sola primavera del 1945 a causa della massa dei cadaveri precipitati nel pozzo (non si tratta di una voragine naturale ma di una vecchia miniera). Considerando la larghezza media, si tratta di trecento metri cubi, a cui corrisponde una stima di circa duemila Vittime. Non credo che questo orrore richieda altri commenti.

Torniamo alla storia ufficiale. Il primo ministro inglese Churchill già nel 1943 aveva capito che il vero pericolo non erano più i nazisti, ormai sull'orlo della capitolazione, ma i comunisti che premevano da Oriente. Già prima che la guerra che potremmo chiamare “calda” giungesse al termine, stava per iniziare quella fredda. Churchill l'aveva capito subito, ma Roosevelt non volle o non seppe allinearsi. Fu a causa di queste indecisioni degli Alleati che l'esercito jugoslavo ebbe modo di raggiungere l'Isonzo, ben più avanti dei territori rivendicati. Quando, ai primi di maggio del 1945, i neo-zelandesi del Gen. Freyberg entrarono finalmente a Trieste, la trovarono già occupata dalle truppe jugoslave, che pretesero (e naturalmente ottennero) di imporre la loro amministrazione militare. Anche se, per non turbare l'opinione pubblica, si evitò la spudoratezza di esporre ufficialmente la bandiera rossa (ma lo fu quella jugoslava), il governo fu di tipo sovietico: fu imposto il coprifuoco dalle quattro del pomeriggio alle dieci del mattino, furono confiscati i beni dei cittadini, si cercò di mettere fuori corso la valuta italiana per espropriare automaticamente tutta la popolazione, si impose, a chiunque intendesse lavorare, l'iscrizione ad un sindacato unico marxista (chi non era iscritto non poteva essere ingaggiato); fu soppressa tutta la stampa libera e furono fatti uscire giornali di regime; vennero chiuse tutte le banche e le compagnie di assicurazione.

Ci fu un episodio sanguinoso ed eclatante. Il 5 maggio, il CLN che da antinazista era per forza di cose diventato antislavo, organizzò una manifestazione filo - italiana. Centinaia di dimostranti inermi sfilarono per le vie della città gridando “Italia, Italia”, sventolando bandiere tricolori e riscuotendo la simpatia di chi, essendo rimasto a casa, decise di contribuire alla manifestazione spalancando le finestre ed esponendo a sua volta la bandiera nazionale. Ma quando gli Italiani raggiunsero il centro, le guardie jugoslave aprirono il fuoco all’angolo fra Corso Italia e Via Matteo Renato Imbriani, uccidendo cinque dimostranti e ferendone molti di più. Qualcuno rimase invalido per la vita.

Di fronte ad esempi come questi, gli stessi Alleati dovettero ricredersi sugli jugoslavi e divennero apertamente filo - italiani. Chi riuscì a fuggire, come Pierantonio Quarantotti Gambini che ne ha lasciato pagine straordinarie in “Primavera a Trieste” e chi riuscì ad avere qualche aiuto, poté farlo col solo aiuto di inglesi e neo-zelandesi. Il Maresciallo Alexander, impegnato nelle trattative con Tito, non esitò ad assimilare ufficialmente, in un messaggio alle sue truppe, le nefandezze degli jugoslavi a quelle dei nazisti. E ricordò pure che, se si era combattuta quella guerra, lo si era fatto per impedire episodi del genere. Tito si risentì di questo giudizio con la tradizionale prassi comunista di negare l’evidenza, ed i massacri continuarono, non solo a Trieste, ma in ogni angolo dell'Istria ed anche in Friuli, dove, accanto alle Vittime riconosciute, vanno ricordate quelle senza nome, gli Infoibati dimenticati, quelli che non sono più tornati a casa.

Il seguito della storia è noto. Scomparvero migliaia di persone (secondo la stima più attendibile, quella di Luigi Papo, circa 20 mila), ma decine di migliaia dovettero fuggire e furono fortunate a riuscirvi, anche se così dovettero abbandonare le loro case e le terre degli avi nelle mani degli slavi. Sappiamo come l'Italia ha saputo trattare questi profughi: come cittadini di seconda serie. Ognuno di noi ne ha conosciuto qualcuno: basta ascoltare le loro storie per non dimenticare.

Chi ebbe la forza e la fortuna di rimanere, almeno a Trieste, dovette soffrire altri nove anni, fino al fatidico 1954, quando la città di San Giusto si ricongiunse all’Italia. Con l'Istria ormai perduta, restava da difendere solo il cosiddetto Territorio Libero di Trieste, diviso nella zona A, comprendente Trieste e gli immediati sobborghi, sotto amministrazione anglo-americana, e la zona B, corrispondente al comprensorio nord-occidentale dell’Istria, sotto amministrazione jugoslava. Di fatto, fin dalla costituzione del TLT con il trattato di pace del settembre 1947, nella zona A la presenza italiana fu relativamente tollerata (nonostante i fatti di sangue del 1953 in cui caddero altre sei Vittime innocenti), mentre la zona B fu sostanzialmente inglobata nella Jugoslavia, sebbene in modo non ancora formale.

Nell’ottobre 1954, quando l’amministrazione della zona A venne restituita all'Italia, la linea di demarcazione con la zona B fu ulteriormente modificata a favore della Jugoslavia e l'occupazione da parte della Repubblica federativa fu praticamente trasformata in annessione; cosa che più tardi, ed esattamente nel 1975, venne codificata nel trattato di Osimo, con cui l’Italia avrebbe rinunciato alla propria sovranità su detta zona, senza alcuna contropartita.

Molto si dovette al Presidente del Consiglio Giuseppe Pella, democristiano ma inviso ai comunisti, anche a quelli anagraficamente italiani. A livello di ricordi personali, rammento che in quel lontano 1953, uscendo da scuola a Spoleto, notai alcune persone che avevano scritto sui muri: “Meglio senza Pella che senza pelle”. Solo più tardi avrei compreso: il Capo del Governo in carica non aveva esitato a mettere in pre-allarme il nostro esercito, con un gesto che non avrebbe avuto eguali nella storia della Repubblica ma che costituì un utile avvertimento, in primo luogo a Tito, e contribuì a sbloccare la situazione. E naturalmente, la sinistra non aveva gradito.

E' passato tanto tempo e la verità è sempre un’opzione. Tuttavia, la cultura di derivazione marxista, dopo tanti decenni di conformismo e di colpevole silenzio, ha dovuto prendere atto che qualcosa sta cambiando, e cambierà sempre di più. Se non altro per questo, è auspicabile che le posizioni pregiudiziali vengano lasciate al passato e che venga esorcizzato il rischio, sempre in agguato, di versare altro sangue. Certamente non lo vorrebbero i Caduti delle Foibe, ed anche per questo abbiamo il dovere che non siano dimenticati.

Intervento di Paolino Vitolo

Paolino Vitolo, nato a Napoli nel 1945, Ingegnere elettronico, esperto di informatica, collaboratore dei quotidiani “Roma” e “Giornale di Napoli” e della Rivista “Il Cerchio e il Monitore”.


Relazione presentata al Convegno ISSES (Istituto di Studi Storici Economici e Sociali) del 2001, tratta dal volume degli Atti con alcuni adeguamenti formali. Si ringraziano l’Autore e l’Istituto per averne autorizzato la pubblicazione on-line.

Documento inserito il: 30/12/2014
  • TAG: giornata memoria, foibe, esodo istria dalmazia fiume, IX corpus, maresciallo tito, cavità carsiche, basovizza, comunismo slavo, zona a, zona b, trattato osimo 1975
  • http://www.isses.it

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